(Id.)
Visto in Dvx.
Primo successo commerciale di Pastrone, qui anche alla (scarna) sceneggiatura, ma affiancato alla regia da Borgnetto. Ecco, Borgnetto non lo conosco direttamente, pittore prestato al cinema divenne piuttosto noto per diversi episodi della serie di film su Maciste. Inevitabile quindi che tutto quello che ho visto l'ho riferito a Pastrone, forse anche in maniera impropria.
In ogni caso è una versione ridottissima dell'Iliade, un corto di 25 minuti che, come di consueto per l'epoca, spiega ciò che accade con i cartelli e poi mostra singole scene che valgono come sineddoche. Ovviamente siamo prima di "Cabiria" e le inquadrature sono fisse, ma quello che viene tolto in dinamismo viene compensato dalla messa in scena.
Le scenografie infatti sono costruite molto profonde permettendo sempre il movimento dei personaggi in maniera molto ampia o (come succede più nella seconda parte) costruendo le inquadrature su più piani, con scene di massa pazzesche o fondali titaneggianti (anche qui, come in "Cabiria" c'è una sena con l'attacco alle mura che non bada di certo a spese). La macchina da presa non si muove, ma lo fanno i personaggi al posto suo, inquadrati quasi sempre figura intera che diventa rapidamente un campo medio/lungo.
Le scenografie, inoltre, sono di un'opulenza incredibile, con pavoni e ventagli che farebbero invidia a de Mille.
Decisamente un prodotto godibile e più interessante di altri esempi di quel periodo.
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mercoledì 10 febbraio 2016
venerdì 5 dicembre 2014
Tigre reale - Giovanni Pastrone (1916)
(Id.)
Visto qui.
Una contessa (sposata) è una vamp che attira a sè gli uomini solo per respingerli, su di lei si addensano storie di suicidi per amor suo o per disperazione causata da lei. Un uomo (un borghesuccio senza particolare appeal) riesce a farsene innamorare... o forse no, il comportamento di lei appare schizofrenico. Allontanatisi e reincontratisi in una notte si chiariranno tutte le ombre, lei è stata innamorata, ma a causa di un trauma ora allontana da sè gli amati... ed è tisica. Allontanatisi di nuovo, lui si fidanzerà con un'altra donna. Reincontratisi lei appare morente, mentre si danno l'addio l'albergo in cui si trovano va a fuoco, il marito di lei li sorprende e preso dalla rabbia li chiude a chiave nella stanza; riusciranno a fuggire e lei (ritemprata dall'amore) guarirà anche dalla tisi...
Due anni dopo "Cabiria" (e a poca distanza da "Il fuoco"), Pastrone interrompe la collaborazione con D'annunzio per girare questo film supervisionato da Verga (no per dire chi lavorava nel cinema italiano all'epoca)... Eppure la differenza non si vede, un ambiente ed un tema dannunziano tale che il vate non avrebbe potuto far diversamente.
Pastrone va sul sicuro ricorrendo di nuovo alla Menichelli nella parte principale (attrice lanciata in Italia proprio dal suo film precedente) della vamp mangiauomini. La Menichelli che Borelleggia più della Borelli con i suoi sguardi sempre in tralice, il mento sempre alzato, gli occhi supertruccati, la bocca bloccata in una smorfia, i capelli pettinati a gufo e le articolazioni del braccio sempre, costantemente piegate tutte insieme... beh è magnifica nel suo eccesso.
La regia decisamente più canonica del Kolossal del 1914 si concentra più nella costruzione degli spazi e negli arredi opulenti, si concede qualche immagine grandiosa solo nel rogo finale (con delle scene di una certa potenza) e si diletta nei movimenti di macchina (che in "Cabiria" erano all'ordine del giorno) solo in un paio di scena (anche se quello nel teatro, grazie alla prospettiva del palco in secondo piano ha un effetto potentissimo).
Il film decisamente più canonico del capolavoro precedente esiste solo nella versione per i paesi anglofoni; amanti dell'happy ending costringe la sceneggiatura al volo pindarico della guarigione miracolosa; la versione originale (molto più in linea con D'Annunzio) prevedeva una morte per tisi della Menichelli, da sola, abbandonata dall'amante respinto ormai fidanzato.
Visto qui.
Una contessa (sposata) è una vamp che attira a sè gli uomini solo per respingerli, su di lei si addensano storie di suicidi per amor suo o per disperazione causata da lei. Un uomo (un borghesuccio senza particolare appeal) riesce a farsene innamorare... o forse no, il comportamento di lei appare schizofrenico. Allontanatisi e reincontratisi in una notte si chiariranno tutte le ombre, lei è stata innamorata, ma a causa di un trauma ora allontana da sè gli amati... ed è tisica. Allontanatisi di nuovo, lui si fidanzerà con un'altra donna. Reincontratisi lei appare morente, mentre si danno l'addio l'albergo in cui si trovano va a fuoco, il marito di lei li sorprende e preso dalla rabbia li chiude a chiave nella stanza; riusciranno a fuggire e lei (ritemprata dall'amore) guarirà anche dalla tisi...
Due anni dopo "Cabiria" (e a poca distanza da "Il fuoco"), Pastrone interrompe la collaborazione con D'annunzio per girare questo film supervisionato da Verga (no per dire chi lavorava nel cinema italiano all'epoca)... Eppure la differenza non si vede, un ambiente ed un tema dannunziano tale che il vate non avrebbe potuto far diversamente.
Pastrone va sul sicuro ricorrendo di nuovo alla Menichelli nella parte principale (attrice lanciata in Italia proprio dal suo film precedente) della vamp mangiauomini. La Menichelli che Borelleggia più della Borelli con i suoi sguardi sempre in tralice, il mento sempre alzato, gli occhi supertruccati, la bocca bloccata in una smorfia, i capelli pettinati a gufo e le articolazioni del braccio sempre, costantemente piegate tutte insieme... beh è magnifica nel suo eccesso.
La regia decisamente più canonica del Kolossal del 1914 si concentra più nella costruzione degli spazi e negli arredi opulenti, si concede qualche immagine grandiosa solo nel rogo finale (con delle scene di una certa potenza) e si diletta nei movimenti di macchina (che in "Cabiria" erano all'ordine del giorno) solo in un paio di scena (anche se quello nel teatro, grazie alla prospettiva del palco in secondo piano ha un effetto potentissimo).
Il film decisamente più canonico del capolavoro precedente esiste solo nella versione per i paesi anglofoni; amanti dell'happy ending costringe la sceneggiatura al volo pindarico della guarigione miracolosa; la versione originale (molto più in linea con D'Annunzio) prevedeva una morte per tisi della Menichelli, da sola, abbandonata dall'amante respinto ormai fidanzato.
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lunedì 14 luglio 2014
Cabiria - Giovanni Pastrone (1914)
(Id.)
Visto qui. Su internet si trova, scaricabile, una versione di circa 100 minuti, quella di youtube è di 126 minuti (purtroppo con i cartelli tradotti in inglese), circa 40 in meno rispetto alla versione originale.
Le guerre puniche, Annibale che attraversa le Alpi; la storia romana si incrocia con quella della piccola Cabiria, bambina di famiglia patrizia romana che vive alle pendici dell'Etna, verrà rapita da pirati fenici che verrà portata a Cartagine dove diverrà la predestinata vittima del culto omicida del Moloch; verrà salvata grazie al provvidenziale intervento di due spie romane (uno dei due è Maciste alla sua prima apparizione) che la rapiranno e la nasconderanno nel palazzo reale di Cartagine; Maciste verrà arrestato, l'altra spia fuggirà in Italia. Dieci anni dopo le battaglie hanno portato Roma alla supremazia e la vecchia spia romana torna sui suoi passi per cercare chi è rimasti indietro.
Cento anni fa venne dato alle sale italiane "Cabiria", il primo Kolossal del cinema. Aneddotiche ormai le influenze che ebbe sul cinema muto internazionale dalla citazione del Moloch di "Metropolis" al fatto che Griffith dopo la visione trasformò il film che stava realizzando nell'"Intolerance" che oggi conosciamo.
Di fatto ci si trova di fronte ad un'opera colossale (riconosciuto come il secondo kolossal del cinema), con ricostruzioni in studio di scenografie memorabili (la statua del Moloch conservata a Torino e l'ingresso del tempio sono tutt'ora emblematiche, ma anche le mura esterne scalate dall'esercito romano non scherzano) con esterni realizzati in Sicilia, sulle Alpi ed in Tunisia; un dispendio di risorse mostruoso. Ma anche una cura maniacale del dettaglio, costumi entusiasmanti (nell'ottica dell'opera d'arte totale) in un ottimo stile liberty. Come script doctor (di fatto marginale) c'è pure lo zampino di D'Annunzio (il cui nome permise il grande successo in Italia) che scrisse tutti i cartelli e introdusse la figura di Maciste (tendenzialmente da commedia).
La cosa che però vorrei sottolineare è come il film regga bene (nonostante ridotto di minutaggio non si notano le mancanze, la storia non ha salti improvvisi); pochi i momenti di stanca, più che altro qualche scena tenuta un po troppo, ma per il resto le oltre due ore di film muto non pesano, scorrono rapide e, nella prima metà (quella di Cabiria bambina), riesce a mantenere un ritmo impeccabile.
Infine, e lo metto alla fine anche se fu parte integrante dell'impatto storico del film, la regia di Pastrone. Costruisce immagini evocative, utilizza (poco, ma in maniera oculata) i dettagli come fonte di emozioni, si diletta in un paio di sovrapposizione tecnicamente impeccabili, usa lo zoom e brevi (ma frequenti) carrelli laterali e anteriori dettando la linea che il cinema più innovativo seguirà nel decennio successivo (e che, come detto ispirerà Griffith e costringerà Dwan a creare macchine ad hoc).
Visto qui. Su internet si trova, scaricabile, una versione di circa 100 minuti, quella di youtube è di 126 minuti (purtroppo con i cartelli tradotti in inglese), circa 40 in meno rispetto alla versione originale.
Le guerre puniche, Annibale che attraversa le Alpi; la storia romana si incrocia con quella della piccola Cabiria, bambina di famiglia patrizia romana che vive alle pendici dell'Etna, verrà rapita da pirati fenici che verrà portata a Cartagine dove diverrà la predestinata vittima del culto omicida del Moloch; verrà salvata grazie al provvidenziale intervento di due spie romane (uno dei due è Maciste alla sua prima apparizione) che la rapiranno e la nasconderanno nel palazzo reale di Cartagine; Maciste verrà arrestato, l'altra spia fuggirà in Italia. Dieci anni dopo le battaglie hanno portato Roma alla supremazia e la vecchia spia romana torna sui suoi passi per cercare chi è rimasti indietro.
Cento anni fa venne dato alle sale italiane "Cabiria", il primo Kolossal del cinema. Aneddotiche ormai le influenze che ebbe sul cinema muto internazionale dalla citazione del Moloch di "Metropolis" al fatto che Griffith dopo la visione trasformò il film che stava realizzando nell'"Intolerance" che oggi conosciamo.
Di fatto ci si trova di fronte ad un'opera colossale (riconosciuto come il secondo kolossal del cinema), con ricostruzioni in studio di scenografie memorabili (la statua del Moloch conservata a Torino e l'ingresso del tempio sono tutt'ora emblematiche, ma anche le mura esterne scalate dall'esercito romano non scherzano) con esterni realizzati in Sicilia, sulle Alpi ed in Tunisia; un dispendio di risorse mostruoso. Ma anche una cura maniacale del dettaglio, costumi entusiasmanti (nell'ottica dell'opera d'arte totale) in un ottimo stile liberty. Come script doctor (di fatto marginale) c'è pure lo zampino di D'Annunzio (il cui nome permise il grande successo in Italia) che scrisse tutti i cartelli e introdusse la figura di Maciste (tendenzialmente da commedia).
La cosa che però vorrei sottolineare è come il film regga bene (nonostante ridotto di minutaggio non si notano le mancanze, la storia non ha salti improvvisi); pochi i momenti di stanca, più che altro qualche scena tenuta un po troppo, ma per il resto le oltre due ore di film muto non pesano, scorrono rapide e, nella prima metà (quella di Cabiria bambina), riesce a mantenere un ritmo impeccabile.
Infine, e lo metto alla fine anche se fu parte integrante dell'impatto storico del film, la regia di Pastrone. Costruisce immagini evocative, utilizza (poco, ma in maniera oculata) i dettagli come fonte di emozioni, si diletta in un paio di sovrapposizione tecnicamente impeccabili, usa lo zoom e brevi (ma frequenti) carrelli laterali e anteriori dettando la linea che il cinema più innovativo seguirà nel decennio successivo (e che, come detto ispirerà Griffith e costringerà Dwan a creare macchine ad hoc).
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