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mercoledì 23 maggio 2018

Palombella rossa - Nanni Moretti (1989)

(Id.)

Visto in Dvx.

In un momento di crisi personale e sociale (la crisi d'identità del PCI) Michele Apicella (redivivo dopo "La messa è finita") riconsidera la sua vita e quella del partito con la metafora continua a ripetuta della partita di pallanuoto.
Uno dei pochi film di Moretti che non avevo mai visto, ma è immediatamente diventato uno dei miei preferiti.
Una sorta di "8 1/2" (scusate il paragone) meno raffinato e più politicizzato; una vita riassunta con la descrizione di un'ideologia tanto personalmente sostenuta e intessuta con dialoghi fatto su un argomento sportivo, da sempre, di serie B. Il tutto realizzato con il consueto tocco surreale di un Moretti al suo massimo.

Quello che viene messo in scena è un balletto perfettamente organizzato di personaggi buffi, ricordi di gioventù, lente prese di coscienza e continui rimandi a qualcosa che il protagonista non riesce a ricordare. Di fatto la tendenza felliniana di Moretti è sempre esistita, ma mai come in questo film si fa evidente, ma, tolta la grazia del collega, Nanni la rimpiazza di politica (facendo il giro e trasformando il suo eterno personaggio in autore).
Un film metacinematografico, pieno di brio e parossismi che riesce a interessare e stupire nonostante parli di un periodo che non ho vissuto ed estremamente distante da me (per questioni anagrafiche).

mercoledì 25 ottobre 2017

Shamo - Pou-Soi Cheang (2007)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un ragazzo, arrestato per aver massacrato i genitori, viene arrestato... in carcera subirà violenze d'ogni genere, finché un karateka accusato di aver cercato d'uccidere il primo ministro non lo inizierà alle gioie del combattimento. Diverrà una celebrità nel mondo delle pacche.

Non conosco l'omonimo manga, ma ne sono rimasto affascinato, una trama essenziale (anzi, pure piuttosto banale) ma con qualche sgurz, vista l'estetica del film mi sono fatto convincere... peccato.

Fotografia patinata, colori carichi, attori carini, personaggi sempre cool (anche quelli senza soldi abitano in attici finto-povero carichi di figaggine), location strepitose, luci mobili o fluo a uso ridere. Un concentrato di messe in scena fighette e rimasugli di postmoderno anni '90. In una parola... packaging buono, anche se del genere pretenzioso e vecchio nello stesso tempo.
Quello che manca è il contenuto.
La storia sarebbe, di per sé, lineare, ma i un film con almeno due lunghe sequenze di combattimento (più un altro paio importanti, ma più brevi) si vorrebbe che il regista fosse interessato a mostrare le pacche, non a impacchettarle e basta. Quelle sequenze sono, alla meglio, confuse, alla peggio sono prive di combattimenti veri e propri (si inquadra il pugno e poi il corpo dell'avversario che vola, eliminando completamente il gesto atletico nel mezzo... in alcuni casi si elimina pure il pugno iniziale). Impacchetta bene, ma si dimentica che cosa deve impacchettare e l'effetto è di noia e fastidio.

Di fatto questo è un film il cui scopo non è lo sport e neppure un discorso più articolato sulla violenza (come lascia intendere il manga originale); è solo un prodottino ben confezionato per un pubblico young adult. 

lunedì 12 settembre 2016

The grandmaster - Wong Kar Wai (2013)

(Yi dai zong shi)

Visto in Tv.

La storia... quantomeno romanzata, di Yip Man, insegnante di arti marziali che esportò il Wing Chun anche fuori dal ristretto circolo degli adepti. dico un pò romanzata perché della sua vita c'è davvero poco in questo film di arti marziali onore e sentimenti trattenuti.

Ormai è evidente che il regime cinese sta creando una mitopoiesi che inglobi i padri fondatori della cultura cinese un tempo tanto avversata da Mao; dopo aver rivalutato il Buddhismo di stato, si butta sullo storicismo al cinema finanziando wuxia ipercostosi (a fianco dei classici, ma sempre migliori, film sulla seconda guerra mondiale); ora fa il salto e finanzia la creazione di mito... Nonostante questo però mi risulta poco comprensibile aver creato un franchise di successo con la serie di "Ip Man" e poi voler fare pure questo; certo doveva essere l'esportazione di un personaggio a un pubblico più intellettuale, ma il deludente risultato poteva essere ampiamente previsto.

Prima i lati positivi. Questo film è bellissimo. Esteticamente c'è una spesa incredibile di forse per realizzare una fotografia mai così curata neppure nei precedenti film di Kar Wai; colori sempre virati, costruzione impeccabile delle inquadrature scelta di location o di interni magistrale (il film il meglio di se nelle scene sulla neve, dimostrando di saper "inquadrare" il bianco meglio di Kieślowski).

I lati negativi però superano gli aspetti positivi. Di fatto si riassume tutto in Kar Wai che realizza un film non adatto a lui. Lui, perfetto nei sentimenti trattenuti, amante delle trame vaporose senza linee temporali precise dimostra anche qui di saper lavorare bene sul suo (la lunga scena iniziale potrebbe essere apprezzabile senza i continui combattimenti; l'unico espediente ben riuscito del film è il bottone della giacca che si passano i due amanti in nuce, espediente che poteva reggere bene in uno qualunque dei film precedenti di Kar Wai). Però è altrettanto evidente che questo film dovrebbe essere qualcosa di diverso. Dovrebbe essere un biopic (peraltro in costume con un pezzo di storia recente importante), che fa a pugni con le trame vaporose e i ritmi dilatati del regista; dovrebbe essere un buon film di pacche, ma le sequenze action sono degli splendidi balletti fotografati da dio in cui il montaggio troppo rapido e i continui cambi di prospettiva rendono tutto magnifico, ma assolutamente non comprensibile, e se un combattimento del genere può essere soddisfacente a livello visivo, vederne 4 o 5 tenda solo ad aumentare la noia (non c'è il realismo dio un film di kung fu classico dove si apprezza il lavoro fisico, ma neppure l'estetica esagerata, ma non contestabile di un wire fu).
Quello che si ottiene è un film troppo lungo che può scontentare tutti.

mercoledì 14 ottobre 2015

The program - Stephen Frears (2015)

(Id.)

Visto al cinema.

La carriera di Lance Armstrong, iniziata come buon ciclista, ma senza i numeri per diventare il numero uno, l'incontro con il medico italiano sdoganatore dell'EPO, il tumore, lo stop forzato e il ritorno in scena, più affamato di vittorie di prima, dunque più affamato di doping. Infine il castello che scricchiola, Armstrong che si prendere la mano e torna in pista dopo il ritiro, i sodali che cominciano a fare i delatori, il crollo.

Si vede fin da subito che dietro la macchina da presa non c'è il primo che capita. Per prima cosa Frears si interessa a dare dignità a uno sporto che nei paesi anglofoni non è seguito come tra i neolatini, mostrando la fatica, la parte muscolare, trattando i ciclisti come il cinema americano fa con i pugili, mostrandoli come dei lottatori contro i limiti umani. Poi si impegna nel ritmo; almeno per tutta la prima parte il film non molla un secondo, si muove rapidissimo senza lasciare il tempo di stancarsi di una storia non proprio nuova. Infine Frears dimostra di non essere solo un buon montatore e distribuisce una serie di lavori d'inquadratura per tutto il film (messe a fuoco su piani diversi, la macchina da presa che mantenendo il primo piano di Armstrong si muove lentamente verso i lati, inquadrature oblique, primissimi piani tesi, ecc...) e credo sia qui il plauso maggiore; non fa giochi di prestigio tirando fuori una sequenza da urlo e dimenticandosi del resto del film, ma con calma e mano invisibile sparge delle piccole perle per tutta la durata.

Dopo tutto ciò però bisogna essere chiari. Questo è un film inutile. Non brutto, come può esserlo con queste premesse (e una colonna sonora ricca di canzoni da manuale)? Però non funziona.
C'è una parabola umana, che però non è chiara; non si capisce esattamente perché Armstrong faccia quelle cose, perché prenda determinate decisioni.
C'è una parabola sportiva che viene però mostrata per sommi capi, non rimangono buchi, ma i pezzi messi in mostra risultano disgiunti o mostrati troppo rapidamente. In poche parole mi dicono che sia stato un grande, ma non si capisce.
Di fatto il film si perde nella sceneggiatura; delinea approssimativamente un personaggio e una storia partendo dal presupposto che tutti sappiano e che si accontentino di vedere le parti che si aspettino di vedere (le lacrime in diretta tv) e basta. Le motivazioni alla base delle scelte e i motivi del mito e della sua caduta vengono relegati allo sfondo.

mercoledì 16 settembre 2015

Rocky II - Sylvester Stallone (1979)

(Id.)

Visto in tv.

Dopo il grande impatto mediatico della sua vittoria (tutta morale, per carità) su Apollo Creed, Rocky viene contattato per fare pubblicità e capitalizzare il successo... ovviamente è troppo onesto e troppo naif per farcela. Cerca quindi un lavoro di scrivania, ma non ha le competenze. Torna al macello, ma gli permettono di coprire i buchi e potrà venir licenziato per primo. Intanto Adriana rimane incinta, finisce in coma, Apollo non riesce a gioire della vittoria perché tutti gli dicono "avrebbe meritato di vincere Rocky". Le due cose insieme portano ad un'unica soluzione, rifare l'incontro, per poter guadagnare abbastanza soldi per mantenere la famiglia e per zittire Apollo. Se poi ci aggiungiamo la cecità da un'occhio che aumenta il pathos abbiamo un film di Stallone.

Il film regge bene, viene condotto con più sicurezza e velocità del primo capitolo, di fatto risulta più scorrevole e meno noioso... Però questo è una fotocopia dell'altro; Rocky è salito in alto solo per schiantarsi ed ora che è a terra deve ritornare a dimostrare quanto vale; dato l'handicap dell'occhio, dovrà vincere con il cuore prima ancora che con la braccia. Film già visto, ma condotto meglio. Tuttavia non è il primo Rocky, il ragazzo che aveva tutto da dimostrare, che era uno sfigato in un mondo di sfigati, che era solo se non per due tartarughe ora è un padre di famiglia, viene screditato, ma è stato quasi campione sul ring, i suoi amici e conoscenti ora gli danno credito e c'è chi ha avuto successo. Si insomma si vuol rifare Rocky imbrogliando, mettendo la stessa trama senza metterci lo stesso cuore. Il film scorre, ma non potrà che deludere rispetto al precedente (fastidiose le scene di boxe dove per la metà del tempo Rocky le prende e basta... ci avessero messo un pò di equilibrio sarebbe stato più credibile e godibile).

Che poi sembra che Stallone stia imitando Rocky, con questa seconda chance cerca di capitalizzare il successo del primo ripetendo lo stesso incontro nelle stesse modalità. Ad entrambi, per fortuna loro, il piano funzionerà.

lunedì 29 dicembre 2014

Maradona di Kusturica - Emir Kusturica (2008)

(Maradona by Kusturica)

Visto in tv.

Maradona intervistato da un Kusturica fan estremista. Quello che ne viene fuori è un mix tra il genio e l'idiota, tra il trascinatore del popolo (anche politicamente) e il tizio che si è perso l'infanzia delle figlie per la droga; il tutto con una serie di sequenze dei suoi gol migliori, interviste dirette, sequenze dei precedenti film di kusturica, animazioni, scene documentaristiche della grottesca chiesa di Maradona.

La question è che questo "documentario" ha tutto già nel titolo; non è un film su Maradona, ma è prima di tutto un film di Kusturica. Il regista ama il calciatore ed il personaggio e cerca di paragonarlo ai suoi personaggi, ma questo solo per paragonare sé stesso all'Argentino (la sequenza iniziale è addirittura sfacciata, con Kusturica sul palco che suona e viene introdotto come "il Maradona del cinema").
In una parola, il regista crea l'ennesimo film sull'ennesimo suo personaggio; un personaggio che è un furbo profittatore e un arrogante, ma è anche un vincente, un duro con grandi sentimentalismi, un buono con molta pervicacia e che, nonostante pregi e difetti, ama ed è amato.
La regia caotica che confonde i generi (ho trovato orribili gli inserti animati), eccede in populismo, mete dentro canzoni, crea situazioni paradossali (costruite ad arte), dà ritmo vertiginoso e regala sentimenti prima ancora di capire cosa sta succedendo e perché, ecco questa regia è quella solita di Kusturica, la sua solita regia quando gli riesce bene.

Kusturica loda sé stesso (perché ritiene di essere lui il protagonista di ogni suo film) e qui dirige un falso documentario sul suo ennesimo personaggio balcanico.

lunedì 21 luglio 2014

Il grande match - Peter Segal (2013)

(Grudge match)

Visto in DVD.

Due campioni dei pesi medi anni '80 che si incontrarono solo in due match finiti con una vittoria per uno vengono ingaggiati per fare lo spareggio... 30 anni dopo. Un'operazione nata solo per soldi riapre vecchie ferite e li mette di fronte ad un tentativo di famiglia mai riconosciuto (una vecchia fiamma per uno ed un figlio mai conosciuto per l'altro.

Il film che imita la vita, per i due protagonisti credo che questa fosse solo un'operazione alimentare per arrotondare la pensione (dorata per uno Stallone che sta tornando con prepotenza; sempre più grigia per un De Niro rantolante). Diciamoci la verità, chi negli ultimi 30 anni si è chiesto "Quando si decideranno a fare un Rocky vs Toro scatenanto?!".
L'idea alla base comunque è una commedia geriatrica. Peter Segal di fatto è un mestierante di film smaccatamente comici, o se proprio, commediole romantiche; per non parlare di Kevin Hart.
La nicchia di film per anziani sta diventando un genere a sé sempre più importante; quindi il fatto che in questo film ci siano vecchi che riescano in prove fisiche imbarazzanti per dei giovani, ma soprattutto stendano a ripetizione pugili e atleti di octagon nel pieno delle forze.
Il pugilato poi è solo un mezzo per arrivare a Rocky, la storia americana definitiva. Da Rocky si prendono gli uomini che si fanno da soli, gli outsider che hanno perso tutto (nella vita), ma che riescono a recuperare con le proprie forze, uno showdown finale dove la vittoria effettiva è solo un rumore di fondo visto che la vittoria morale è la cosa che conta. Da Rocky prendono il cuore... e poi sfruttano uno Stallone invecchiato che in maniera scientifica sfotte il mito da lui stesso creato.
La boxe in realtà non c'è; l'incontro finale è inesistente.

Di fatto una commedia agrodolce sul tempo che passa che butta in mezzo diverse ottime battute, qualche buon personaggio, tanto intrattenimento, alcune cadute di stile. Un film alimentare che si lascia guardare se non si hanno pretese.

venerdì 7 febbraio 2014

He got game, Egli ha vinto - Spike Lee (1998)

(He got game)

Visto in Dvx.

Ad un uomo, in prigione per l'omicidio della moglie, viene proposta una riduzione di pena da parte del governatore se, in cambio, convincerà suo figlio (campione di pallacanestro dei college) a iscriversi all'università dello stato. Avrà una settimana di tempo, purtroppo il figlio ancora lo odia per l'uxoricidio. Quella settimana diventerà nello stesso tempo un assaggio di vita normale, un tentativo di ricucire i rapporti strappati con la famiglia, un tentativo di far firmare l'adesione all'università e il ficcarsi in situazioni che non lo riguardano (più ovviamente dover fare i conti con il passato).

Un film che Spike Lee voleva realizzare per mostrare a cosa sono sottoposti i giovani bravi negli sport da parte di un sistema monetizzato fin nel midollo (al ragazzo vengono offerti soldi, auto e donne a non finire); tuttavia questo è quasi il difetto del film. Chiariamoci, la parte della scelta del protagonista (e il crollo di tutte le persone che gli stanno attorno perché tentate dal danaro) è affascinante e ben realizzato, ma toglie spazio alla storia famigliare che sembra più interessante. Più interessante perché qui i personaggi sono esseri umani, Washington da vita ad un padre certamente amorevole, ma autoritario e malato di basket che commette più sbagli che altro (strano poi come Washington mi risulti sempre fuori luogo tranne che nei film di Lee dove è semplicemente perfetto).
Il film si arrotola troppo sui suoi due personaggi facendoli interagire in maniera limitata (anche le lunghe sequenza della prostituta a cosa servono?).
In ogni caso la storia regge e interessa per oltre due ore senza molte cadute.
Da parte di Lee poi ci sono i suoi movimenti di macchina (da non perdersi i titoli di coda, decisamente una sequenza alla Spike Lee senza una trama), i suoi colori saturi, le sue inquadrature particolari e le inserzioni di sequenze che non hanno a che fare con la scena complessiva (il suo montaggio alla Eisenstein).

Molto belle le canzoni dei Public enemy, su tutte questa, con base di For what is worth.

mercoledì 30 ottobre 2013

Il mundial dimenticato - Lorenzo Garzella, Filippo Macelloni (2011)

(Id.)

Visto in Dvx.

In Patagonia viene ritrovato uno scheletro abbracciato ad una macchina da presa degli anni ’40. Quello risulta essere lo scheletro del cineoperatore che venne pagato per registrare il mondiale di calcio del 1942 proprio in Patagonia. Un mondiale non del tutto riconosciuto dalla FIFA, che in piena guerra fu fortemente voluto da un magnate locale. Questo mondiale dimenticato è al centro di questo documentario che ne ripercorre l’ideazione, a la pianificazione, al realizzazione, i ritratti dei personaggi principali e le interviste ai superstiti, inoltre viene mostrato il contenuto delle ultime riprese fatte, con la definitiva dimostrazione di chi vinse effettivamente quel mondiale.

Un mockumentary artigianale, lo si vede subito; non ha immagini di repertorio grandiose e le ricostruzioni sono eccessive (giustifica sempre l’enorme quantità delle riprese, ma per avere quelle immagini, soprattutto quelle non ufficiali, bisognerebbe avere come minimo le telecamere moderne); ma il punto non è li. Il punto è l’idea.

L’idea è grandiosa, la ricostruzione di une vento in un periodo di guerra, che semplicemente non può essere dimostrabile in alcun modo, con un’accuratezza nei dettagli enorme e con un tentativo di partecipazione emotiva, soprattutto nel finale, che dovrebbe aprire il cuore. Purtroppo un cast non ottimale ammazza un poco il trasporto emotivo e l’ironia che pervade il film dalla metà in poi ammazza molto la verosimiglianza del racconto. Rimane comunque un’idea bellissima che a metà smette di prendersi sul serio e diventa un’avvincente cialtronata. 

venerdì 27 settembre 2013

Rocky - John G. Avildsen (1976)

(Id.)

Visto in DVD.

Rocky è uno sfigato, un emarginato che vive nei sobborghi; conosce tutti, ma ha un solo amico (che è un emarginato e un perdente anche lui e c’ha pure dei problemi nel controllare la rabbia); si innamora di una più sfigata di lui, abbastanza brutta, che cede solo perchè lui la tampina senza posa; vive in un buco senza speranza di miglior manto; lavora per un gangster di piccola taglia, pure lui uno sfigato; racconta bruttissime barzellette (?) che lo rendono ancora più patetico; unica valvola di sfogo è la boxe, sport dove dopo dieci anni è rimasto al palo…

La storia è un po tutta qui, ma più che una trama il film mostra un personaggio e (come spesso nei film di Avildsen) lo sport è solo un McGuffin per parlare del protagonista. Ceto siamo davanti al classico film di riscatto all’americana, niente di più banale, a cui si aggiunge una storia d’amore, un poco di questione sociale dei sobborghi e un minimo di riscatto di tutta una società grazie al singolo… però prima di tutto questo rimane un film su un personaggio; e questo personaggio ha il volto di Stallone (la cui inespressività imbronciata delinea perfettamente il suo protagonista e non sarà mai più così espressiva). Ecco forse il vero valore aggiunto è questo, Stallone è un attorucolo senza soldi che è riuscito ad inserirsi in parti secondarie in alcuni film (tra cui un softcore) senza mai riuscire a sfondare ed ora, per la prima volta, gli viene consegnata una parte da protagonista, la sua grande possibilità… il personaggio e l’attore che lo interpreta sono esattamente la stessa cosa.

Se Stallone è un punto in più, il film però non è scevro di difetti. La regia di Avildsen è troppo spesso ininfluente, ha diverse ingenuità, tutta la prima metà è piuttosto lesta, eppure…. Eppure questa ennesima riproposizione del sogno americano alla Frank Capra, sentimentale ed emotiva regge bene per tutto il tempo; descrive perfettamente un protagonista che è uno specchio per una società, te lo fa amare per quello che è (un vero perdente che non fa nulla per venirne fuori) e quando il film arriva alle scene finali non ci si può non commuovere.

sabato 16 gennaio 2010

Toro scatenato - Martin Scorsese (1980)

(Raging bull)

Visto in VHS.

Uno dei film di Scorsese che vedendolo per la prima volta avevo frettolosamente tacciato di inutilità. Com'è noto la storia è quella di Jake La Motta, dalle prime vittorie fino al crollo.
Il film ha ancora ampi difetti, la sceneggiatura troppo confusa che tende alla noia (è evidente il tentativo di rendere il personaggio a tutto tondo, ma spesso questo va a scapito della fluidità del racconto) e la lentezza generale del film.
Da opporre a questi difetti c'è però un lavoro incredibile di fotografia, con un bianco e nero che sembra realmente d'epoca, e si soliti movimenti di macchina alla Scorsese; ma è quando il film mostra gli incotri che il regista da il meglio di se, ogni match è inquadrato in maniera diversa, il senso dei movimenti, della fatica e del dolore è reso magnificamente e, seppure non sono mai stato un amante dei film di boxe, alla fine di ogni incotro ti trovi a desiderare che te ne mostrino presto un altro.
Un ottimo film, che non metto tra i miei preferiti di Scorsese ma che certamente spiega perchè lui è sempre il più grande. Ovviamente magnifico De Niro, forse al suo meglio.