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domenica 7 marzo 2021

Irréversible - gaspar Noé (2002)

 (Id.)

Visto su Amzon Prime.

L'intera trama è uno SPOILER. Una coppia innamorata e felice si separa durante una festa, ledi vuole tornare a casa prima; nel rientrare verrà aggredita e violentata, il compagno (assieme all'ex di lei) si metterà all'inseguimento del colpevole. Fine SPOILER.

Arrivo a vedere questo film di Noé (che lo fece esplodere a Cannes) recuperando la sua filmografia a ritroso; quindi al di là dell'ovvio e cretino parallelo con il film stesso, posso dire di trovare in questo film il solito Noé, ma mettendolo in prospettiva posso dire che già nel 2002 c'era in nuce tutto quello che sarebbe venuto dopo, almeno finora.

Noé è un ottimo regista, ama gestire ogni scena con una mano pesantissima e ogni film con un'idea chiara di quello che l'occhio dello spettatore dovrà vedere e di come vederlo. Per farlo fa un utilizzo estremo dei piani sequenza, macchina da presa a mano e sfrutta un andamento cronologico dei fatti ritagliato sulla trama (pedissequo in "Enter the void" e "Climax", completamente casuale in "Love").

Qui c'è tutto questo. Il film è suddiviso in sequenze realizzate in piano sequenza con macchina amano che segue i protagonisti. Le sequenze sono inanellate con un andamento a ritroso; si comincia con la caotica fine della vicenda, si procede a ritrovo fino alla scena centrale (la nota scena dello stupro della Bellucci, unica scena con molti minuti di immobilità della mdp) e retrocede per mostrare com'era la vita della coppia prima di quell'evento devastante.

La realizzazione è buona, molto, ma, come spesso in Noé, più compiaciuta di sé stessa che utile alla trama. Le sequenze sono male organizzate in termini di minutaggio, utili solo a dare sfogo a saggi di bravura che a veicolare messaggi. La struttura a ritroso della storia ha i suoi vantaggi (la lenta scoperta di quanto avvenuto) che però finiscono la scena centrale, nella seconda metà prendo il sopravvento gli svantaggi, che sono l'anticlimax per eccellenza (nel finale ci sono idee che avrebbero reso ancora più pesante la già atroce scena centrale, ma che non vengono sfruttati a dovere venendo dopo i fatti salienti). Infine i dialoghi, l'eterno problema di Noé che non si rassegna ad essere solo regista e vuole metter emano anche alla sceneggiatura, qui per fortuna sono solo inutili o troppo lunghi, non imbarazzanti come in "Climax".

In poche parole, un concentrato di tutto quello che si ama e che si odia del regista, supportato da una Bellucci sul pezzo e da un Cassel credibilissimo.

lunedì 22 luglio 2019

Cabin fever - Eli Roth (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un gruppo di giovani decide d passare una settimana in un bungalow in mezzo al bosco; verrà raggiunta da un uomo con una brutta infezione che scioglie la carne e fa sputare sangue, saranno tutti infettati.

Eli Roth, alla sua opera prima (divenuta un piccolo cult solo grazie alla fama raggiunta con "Hostel"), mi ricorda i motivi per cui lo odio e lo fa con una cura e un'attenzione quasi commoventi.

Roth è un  figlio di Tarantino, adora i film di serie B e la loro riproposizione estensiva e post moderna (che per lui vuol dire inondando tutto di ironia). Stupisce poco, quindi, vedere un film horror assolutamente canonico per assunti che cita costantemente altro (quasi ogni sequenza presenta idee degli horror classici anni '70 con qualche richiamo ancora più colto a "Shining" o "La notte dei morti viventi"). Stupisce poco e non è di per sé un problema.
Il tema poi viene declinato dalle parti della commedia horror con alcuni picchi veramente buoni (l'ormai famoso "fucile per i negri" o gli scoiattoli gay).

Il problema è tutto il resto. Se si può fingere comprensione per un cast inguardabile e per diversi buchi di sceneggiatura (eufemismo che sottende a una serie di scene scarsamente legate le une con le altre che condividono solo l'unità di luogo) quello che proprio non si può tollerare è la totale inapacità di raccontare.
Non c'è una storia in questo film, non viene narrato nulla, i personaggi sono assenti e ridicoli, e le emozioni non vengono trasmesse: la paura, l'ansia, il disprezzo, la claustrofobia vengono inquadrate e tanto basta a Roth per pensare che il pubblico debba soffrire con i protagonisti, non coinvolge, non fa empatizzare, fa soffrire delle persone senza preoccuparsi di creare un contatto con il pubblico.
In poche parole non sa dirigere un film, si limita a creare una serie di scene che titillino il suo gusto per il citazionismo o il suo ego del pretendere di ridere per qualche dettaglio scemo (fino al picco di cretineria camp del regazetto che fa mosse d'arti marziali). Anche l'obiettivo dello splatter è trattato ingenuamente, si impegna in dettagli volutamente ridicoli, ma si gira dall'altra parte per un pudore immotivato quando potrebbe ottenere molto con molto poco (il macello del maiale).

mercoledì 4 gennaio 2017

May - Lucky McKee (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza un poco sociopatica che lavora per un veterinario (e dunque abituata a scene crudeli), nel suo passato una famiglia castrante, nel suo presente grandi difficoltà di socializzazione. Si innamora di un ragazzo un poco weirdo, ma non tanto quanto lei vorrebbe e dopo aver ecceduto nelle effusioni lui se ne va senza spiegazioni. Tradita anche dalla collega la sua fragile mente deraglierà del tutto e comincerà un sano massacro con dovizia di idee creepy.

Il film parte da un'idea non nuovissima, ma abbastanza originale. La storia di un massacro che parte da prima, la storia di una killer da horror classico che ne racconta il background e i motivi. Al contrario di molti altri su questo genere, la via che viene percorsa per passare da un relativo equilibrio mentale alla follia non viene relegata ai primi 10 minuti, ma a oltre un'ora, una storia che si dipana lentamente e che arriva al finale con la rincorsa giusta senza per questo annoiare.

I lati positivi sono evidenti fin da subito nella costruzione delle sequenze che è piuttosto interessante, con alcuni picchi estetici magnifici (gli oggetti che volteggiano nell'aria su fondo nero; o la scena dei vetri rotti alla scuola per ciechi che è una versione surrealista di "Carrie, lo sguardo di Satana").

Il vero problema è che l'idea di partenza è gradevolmente semi-nuova, tuttavia viene violentata da un didascalismo imbarazzante (le ossessioni della protagonista sono urlate fin da subito) e da un'atteggiamento sopra le righe generalizzato che lo rende qui e la sciocco e generalmente poco empatico. Il finale poi è un florilegio di eccessi con scarse giustificazioni...

Per quanto sia un tantino eccessiva, Angela Bettis, mi è parsa in parte... tutto sommato se tutto il film è esagitato lei non poteva giocare stando sottotono (ammetto che la Bettis generalmente mi piace a prescindere).

PS: viene spesso sottolineato il femminismo della regista McKee (che ho già visto in "The woman"), personalmente vedo che questi due film si contraddistinguono per due donne messe all'angolo dalla società e abusate largamente, due donne che si ribellano in quanto messe alle strette. E in entrambi i casi, la donna che davvero è la vittima è sempre interpretata dalla Bettis...

lunedì 2 maggio 2016

Frida - Julie Taymor (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di Frida Kahlo vista, soprattutto, attraverso il suo rapporto con Diego Rivera.

Un film bellissimo dove la regia la fa da padrone. Se i movimenti di macchina che tanto mi piacciono ci sono a bizzeffe, il vero colpo di genio è il continuo cambio di fotografia anche durante scene contigue molto simili; il bordone è formato da colori chiassosi e molto presenti con luci forti e calde; ma spesso questo coro di sottofondo viene interrotto da colori desaturati alla Eastwood (con inserti di colore mantenuti normali come in "Sin city"... questo per capirci, visto che questo film è stato realizzato 3 anni prima); con luci crude e dirette contro la macchina da presa o con giochi di ombre da Hollywood classica; o con sequenze prese di peso dall'espressionismo tedesco (l'omicidio di Trockij). A questo si deve aggiungere una voglia di giocare con gli stili cinematografici continua, con sovraimpressioni di immagini su quelle principali per rendere il pensiero della protagonista (Empire state building in vasca da bagno), collage, animazioni, spezzoni che mimano immagini d'epoca (e non sono la rivisitazione di "King Kong"), o inserzioni dei quadri della Kahlo che si animano per dare continuità alle scene del film (splendido l'intrecciarsi delle immagini con le canzoni in sequenze oniriche); ma ancora di più bisogna sottolineare l'enorme gusto per l'estetica enorme che continuativamente viene proposta in ogni scena (arrivando appunto ai picchi di mostrare i quadri per delineare i sentimenti in quel momento o per mostrare una scena che sta avvenendo), sia d'esempio anche soltanto la scena dell'incidente al rallentatore che  si conclude con una pioggia dorata sopra al corpo sanguinante della protagonista.

Un film bellissimo condotto con una voglia di rendere un clima prima che una storia biografia; utilizzando Frida Kahlo come un personaggio cinematografico (la donna forte che ama un uomo fisiologicamente incapace di essere fedele) riesce a rendere il servigio migliore al personaggio storico; inserisce riferimenti alla sue opere che si intersecano con le emozioni che devono essere rappresentata riuscendo a mostrare la pittrice senza bisogno né di tesserne le lodi, né di spiegare il genio.

lunedì 3 agosto 2015

Il figlio - Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne (2002)

(Le fils)

Visto in Dvx.

Complicato parlare del film senza svelarne un dettaglio importante... non è un colpo di scena epocale (oddio è abbastanza grosso), però è un velo che viene tolto da davanti gli occhi dello spettatore.
Comunque, è la storia di un uomo che lavora in una scuola professionale insegnando a diventare falegnami; arriva nel suo corso un ragazzo a cui lui sembra particolarmente interessato.

Lo stile è identico a quello di "Rosetta", ma qui è la trama che radicalizza lo stile. Nella prima mezzora non succede nulla, si vede solo quest'uomo che lavora, poi inizia la storia senza che lo spettatore se ne renda conto; il protagonista reagisce in maniera strana, fino allo scioglimento in cui viene rivelato quanto successo.
Questo è un film fatto per sottrazione; non succede nulla, il succo della storia viene nominato due o tre volte in tutto; il nome del ragazzo è detto solo una volta (poi nessuno lo nominerà più), il protagonista non tocca mai il ragazzo e non esprime mai le proprie emozioni (tranne nel finale) e, ovviamente, il film si conclude senza una conclusione. E grandissima la performance quasi impassibile di Gourmet.
Nonostante lo stile sia repulsivo (per tutti noi pentiti di "The Blair witch project") e la trama sia particolarmente scarna questo film colpisce ancora di più rispetto al precedente; il protagonista è una perfetta maschera tragica anche quando ancora non lo sa, la storia e l'emotività esposta (e anche non esposta) colpiscono nel segno e ti crescono dentro anche a film finito. Spettacolare; nessuno riesce a fare così tanto con così poco.

venerdì 26 giugno 2015

Hukkle - György Pálfi (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un anziano con il singhiozzo si siede fuori da casa sua. Da lì si dipana una giornata come tante nella campagna; una giornata solare e felice dove la natura si mostra in ogni pezzetto di terreno e dove ogni persona ha una parte importante. Ma ogni animale mostrato diviene il cibo di qualcun altro e gli esseri umani vengono visti solo mentre lavorano come non ci fosse nient'altro al di fuori di questo. Nel villaggio cominciano a morire delle persone... che sia colpa della vecchietta che maneggia le bottigliette?

Un film strutturato come un documentario sugli animali e sui lavori della campagna, si dipana calma senza alcun dialogo e senza alcuna musica, ma supportato dalla colonna sonora realizzata dai suoni presi dal vivo. Uno sguardo entomologico pazzesco nel prendere ogni dettaglio e renderlo affascinante, interessante, importante. In questo ambiente si inserisce la scia di omicidi e quindi un thriller legato ai dettagli che si sono visti fino a quel momento e che devono essere uniti fra loro per avere una possibile risposta su quanto sta accadendo. Ma soprattutto gli omicidi sottolineano una malignità mantenuta di bordone per tutto il film e solo allora ci si rende conto che ogni animale (o quasi) viene mangiato o ucciso da qualcuno e che gli umani sono macchine da lavoro senza altra funzione.
A livello estetico la fotografia è impagabile, ci sono molte inquadrature ravvicinate e voyeristiche e ci sono splendide connessioni fra scene disgiunte.
Visivamente bello, andamento autoriale, ma se si ha la pazienza di farsi trasportare da questo fiume di immagini si mostra anche molto interessante.

lunedì 6 aprile 2015

Eliminate Smoochy - Danny DeVito (2002)

(Death to Smoochy)

Visto in Dvx.

Il presentatore di un programma per bambini viene beccato prendere tangenti e scaricato dal network, che lo rimpiazza in fretta e furia con un giovane idealista abbastanza scemo che crea il personaggio del rinoceronte Smoochy. Il giovane si attira le antipatie del vecchio presentatore andato fuori di testa, di molti rappresentati del network per il suo idealismo eccessivo e della mafia che non riesce più a stornare parte dei guadagni come faceva prima.

Conosciamo tutti il DeVito regista, si sa che non è impeccabile, ma che ama sguazzare nella commedia nera, gli piace andare sopra le righe e sporcarsi le mani con il grottesco, a volte gli riesce da dio, altre volte meno... ecco qui siamo a livello meno.
Da sempre è al limtie nella scelta delle storie e nella messa in scena e quindi è facile per lui strafare. Qui la storia è inutilmente ingarbugliata, si dilunga ad aggiungere parti che non servono per poi virare velocemente per non perdere altro tempo (due dei più agguerriti nemici del protagonista si redimono nel giro di una scena rendendosi conto che lui è autentico!) arrivando troppo spesso all'implausibile, allo sciatto, all'inutile. Il resto del film è condotto come un cartone animato, colori chiassosi (ma non ben utilizzati), recitazione esageratissima (che ammazza le performance di un Norton all'epoca all'apice del successo e di un Williams che poteva sguazzarci davvero bene nella parte del buffo psicotico) e regia che fa di tutto per non essere convenzionale, ma non colpisce mai.

Un film che se fosse stato un pò meno esagitato sarebbe diventato una perla del grottesco; però è stato ammazzato dalla tracotanza.

PS: film ricchissimo di caratteristi di valore che avrebbero aggiunto qualcosa ai protagonisti di peso

mercoledì 18 marzo 2015

Hellraiser: hellseeker - Rick Bota (2002)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un uomo in macchina con la moglie è vittima di un incidente stradale, lui riesce a salvarsi, ma non riesce a far uscire la moglie in tempo dalla macchina. La polizia però non trova nessun corpo e comincia a indagare... che sia stato proprio il marito a ucciderla e nasconderne il cadavere?
Nel frattempo l'uomo è vittima di continue allucinazioni dove vede le donne che lo circondano che vengono uccise. Twist plot finale.

Sesto, se non sbaglio, capitolo della saga, ancora una volta con uno script pensato per altro e riadattato, ancora una volta che gioca tantissimo con la realtà e la finzione (come nel film precedente); qui però ci sono ancora meno cenobiti, qui c'è ancora meno Hellraiser del solito. Produzione a basso costo (il regista, Bota, lavorò gratis) che però non si vede neppure troppo, con la partecipazione (importante, ma limitata) della Kirsty originale.
Più che essere un horror è un thriller onirico simile a prodotti come (SPOILER) "Stay". I fatti si susseguono in maniera sconclusionata e solo nel finale ne verranno tirate le fila.

Lati positivi? pochi e poco importanti, ma ce ne sono. Questo film come il precedente e "Nightmare" rendono bene il senso di essere presi in gabbia, di essere dentro un incubo senza via d'uscita. Finalmente Pinhead viene collegato all'agopuntura; sul serio, cominciavo a temere che fosse stato Sorrentino il primo a pensarci. Si torna (ma solo come accenno) all'idea che il dolore e il piacere siano collegati (l'idea sadomasochista che stava alla base dell'originalità del primo film della serie).

Lati negativi? Il film è proprio fatto male, fa più casino che sfruttare l'atmosfera onirica come dovrebbe; e questo sarebbe già sufficiente. Poi c'è uno dei momenti WTF più intensi di sempre con l'anguilla che viene vomitata dal protagonista mentre sta facendo il guardone. Inoltre continua l'idea del film precedente per cui i cenobiti vengano sulla terra per punire, idea che rende morale anche uno dei pochi horror un poco amorale che siano mai stati fatti. Tutte le donne (fighe) di questo film vogliono fare sesso con il protagonista in maniera irritantemente inspiegabile, davvero, ha una faccia da scolopendra. I cenobiti qui sono relegati a poche inquadrature con un minutaggio misero (compreso Pinhead). Infine c'è qualche scena con una configurazione del lamento sferica... buffo che venga poi citata ironicamente allo stesso modo in "The cabin in the wood".

venerdì 22 agosto 2014

Shin Jingi no hakaba - Takashi Miike (2002)

(Id. aka Graveyard of honor... La tomba dell'onore)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Remake dell'omonimo film di Fukasaku ne ricalca la trama in maniera piuttosto precisa... D'altra parte vedendo nell'opera capostipite un protagonista che da di matto, ammazzando anche i suoi e si mangia le ossa dell'amata, chiunque avrebbe subito pensato a Miike.

Le differenze sono però tra le pieghe della storia. Esattamente come nel precedente il protagonista violenta una ragazza che poi si innamorerà di lui, attaccabrighe arriva ad eliminare i suoi protettori, viene messo in prigione, si da alla droga, muore suicida (lo posso dire con tranquillità, c'è nella scena d'apertura). Ma se il protagonista del film di Fukasaku era un coglioncello, che rimaneva bloccato in situazioni pericolose e ne usciva senza pensare compiendo ogni sorta di idiozia (la ragazza non progetta di violentarla fin dall'inizio, la droga era solo un modo per far soldi, lui inizialmente reagisce in maniera violenta per proteggere il suo clan); il protagonista di Miike invece è un pazzo senza una regola (chiede alla ragazza di andare con lui al karaoke solo per poterla violentare, attacca chi lo sta proteggendo dal boss che lo cerca solo perché si annoia, si da alla droga per lo stesso motivo), assolutamente senza pudore e morale, quello che ci si aspetterebbe da un personaggio miikiano. La differenza fra i due è di sostanza, ma forse riesce anche a dire qualcosa sullo zeitgeist; il film di Fukasaku fu u involontario manifesto della generazione post-bellica, quella cresciuta con un Giappone ex imperiale, ora ridotto a provincia degli USA, senza un esercito, senza un leader, senza più la famiglia reale-divinità, cresce indipendente ed insofferente nei confronti di ogni autorità (l'unica a cui si obbedisce è una potenza esterna) e senza più quei concetti di lealtà e obbedienza bruciati dalla guerra. Il film di Miike potrebbe essere letto come un involontario manifesto post esplosione (esplosione della bolla economica degli anni '90, "esplosione" della città di Kobe a causa di un terremoto [eventop enorme per un Giappone che si scopriva debole nei confronti dei terremoti e nei confronti dell'illegalità visto che molte strutture "anti-sismiche" erano stata costruite con materiali scadenti], "esplosione" della metropolitana di Tokyo ad opera di Shoko Asahara), il Giappone (ormai senza valori tradizionali fatti fuori negli anni '70) si scopre vulnerabile a tutto, senza più un appoggio solido, una speranza concreta; se tanto si rischia costantemente di morire, chissenefrega delle autorità, le istituzioni (come la yakuza) o delle altre persone.

La regia di Miike è sempre lei, decisamente agli antipodi rispetto a quella di Fukasaku, predilige la precisione nelle inquadrature, alcuni piani sequenza, la bellezza delle immagini, un copioso uso del sangue (ok, questo c'era pure in Fukasaku) e una violenza esposta. Bellissimo il finale, una versione moderna ed esagerata dello spargimento di sangue del film capostipite, come se il protagonista fosse un otre pieno di tutto il sangue versato durante la vita.
Seppure la sceneggiatura risulti molto più solida del precedente muore dello stesso male, la ripetitività, qui spalleggiata anche da qualche momento di noia in più.

In definitiva, pregi simili e stessi difetti per quella che è una delle migliori operazioni di attualizzazione di un film mantenendone la spirito che abbia visto finora.

venerdì 25 aprile 2014

La generazione rubata - Phillip Noyce (2002)

(Rabbit proof fence)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Anni '30 il governo australino prende i figli mezzosangue degli aborigeni per farli diventare dei bravi bianchi in modo che, con le generazioni, ogni traccia di meticciato venga persa (questione spinosa che è rimasta attiva fino agli anni '70 del 900!!!). Due sorelle e la loro cugina decidono di fuggire da quella specie di orfanotrofio per tornare a casa a oltre 3000km (parlano in miglia quindi non son sicuro). Ce la faranno, a piedi nel giro di mesi, facendosi guidare dall'enorme recinzione che va da oceano ad oceano che serve a tenere i conigli lontani dai campi coltivati.

Phillip Noyce gira con un rigore encomiabile, senza guizzi, tutto concentrato sulla storia e sui paesaggi (lo so che è quasi un luogo comune far parlare i paesaggi in un film australiano, ma qui è la storia di un viaggio in mezzo ad un deserto da parte di tre bambini!), con una fotografia ben curata; si concede solo l'utilizzo della soggettiva per tentare una maggior amplificazione delle emozioni, la usa molto, ma sempre in momenti utili. La storia si muove nella prima parte (che potremmo definire rapimento e carcere) in maniera inutile e totalmente accusatoria (siamo tutti d'accordo che i bianchi idioti abbiano commesso un'infamia, ma proprio perché siam tutti d'accordo si potrebbe evitare di mostrare il gretto e freddo funzionario che compie il suo dovere); ma nella seconda, dove il viaggio diventa inseguimento a distanza (distanze siderali), fatto di piccole arguzie, incontri fortuiti, piccoli colpi di sfortuna, tutto a misura di bambini (un tono un poco sognante riempe ogni scena) e tutto incredibilmente arioso e ampio, lento e tranquillo anche nei sussulti.
Non un film perfetto, ma un'opera ammirevole che fa dell'inseguimento un "luogo dell'anima" (se mi si passa l'usurata espressione fuori contesto).

PS: ovviamente c'è l'immancabile David "The tracker" Gulpilil che fa la sua porca figura

martedì 11 giugno 2013

The tracker; la guida - Rolf de Heer (2002)

(The tracker)

Visto in DVD.

Tutti i film australiani che arrivano fin da noi tendono ad essere compresi in un genere, ma poi dire qualcosa in più. In questo caso, che non fa eccezione, il fatto è stemperato dalla scelta del genere iniziale che sembrerebbe essere il western moderno (quindi il western metafisico, quello con il deserto come luogo dell’anima); un genere che di per se vuole offrire qualcosa in più rispetto alle premesse. In questo caso però il west (beh, l'outback australiano, ma negli anni ’20 del novecento) è solo la location, quello che viene portato sullo schermo è un “Aspettando Godot” in movimento.

Un ufficiale navigato, una recluta appena giunta al “fronte” ed un anziano civile inseguono un fuggiasco aborigeno accusato di omicidio, per seguirne le tracce in mezzo al deserto si fanno condurre da una guida anch'essa aborigena, ma un aborigeno che conosce bene i bianchi, sa come trattarli e sa come reagire. La guida, che dal titolo si intuisce essere il vero protagonista, è una sorta di Buddha aborigeno sceso in mezzo agli inglesi per donare loro l’illuminazione, qualora ne siano degni o anche solo interessati; tutto ciò sopportando soprusi su di se o sulla propria gente. La trama si sviluppa con ampie scene ripetitive, ma mai noiose o banali, di inseguimento, dubbi reciproci, incontro con tribù pacifiche brutalmente sterminate. Il finale, molto chiaro, assolutamente non in sospeso è fin troppo definitivo e risulta un poco stucchevole.

Ma d’altra parte la forza del film non sta nella trama di per se carina, ma non originale (ed in alcuni punti troppo sbrigativa); ma nella forza dei personaggi (anch'essi non originalissimi) standardizzati e nel modo di rapportarsi fra loro, nonché nel ruolo dell’ambiente e nel modo che  vari personaggi utilizzano per rapportarsi pure con lui. A questo si aggiunge un uso delle musiche particolare, non come sfondo, ma come contrappunto alla vicenda; le musiche che fanno parte della trama e della location del film tanto quanto i personaggi e l'outback, descrivono ciò che succede, gli avvenimenti interiori e i grandi temi della condizione degli aborigeni; inoltre sono estremamente belle. Infine vi è l’uso di disegni naif per sottolineare alcuni fatti od oggetti importanti (e questo è l’uso più interessante, anziché uno zoom o un dettaglio viene realizzato un disegno) o per censurare scene cruente (nessun omicidio viene mostrato anche se ve ne sono almeno 4).
Non un film fondamentale, ma una interessante variazione sul tema.

mercoledì 15 maggio 2013

Bubba Ho-tep, Il re è qui - Don Coscarelli (2002)

(Bubba Ho-tep)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Elvis non è morto, si sa. Quello che non si sa è che si trova rinchiuso in una casa di riposo in texas dopo uno scambio d’identità che gli è costata la fama. Li dentro, lontano da droghe, donne e famiglia si ritrova a dover fare i conti con se stesso e con ciò che ha fatto della sua vita, mentre si intrattiene con alcuni (pochi) amici non dementi. Tutto sembra ormai destinato ad un lento declino, fino a quando una serie di strane morti si diffondono nell'ospizio; che centri forse la mummia di un faraone?.... ovvio!

Filmo culto dl regista di culto Don Coscarelli, basato su un racconto dello scrittore di culto Joe Lansdale e con protagonista Bruce Campbell (che non dico essere un attore di culto, perché, almeno lui, dovrebbe essere comunemente adorato da tutti).

Un film cazzaro che non vuole raccontare niente di più di una mummia che succhia l’anima dal culo sconfitta da Elvis e Kennedy; tuttavia il film riesce ad essere molto di più.
Tutta la prima parte del film, senza mai eccedere in divagazioni o momenti di noia, riesce ad intessere un racconto sulla resa dei conti con la propria vita, su quanto anche ai grandi prima o poi tocchi fare i conti con quanto fatto e che non importa quanti dischi hai venduto e per quante persone sei stato importante, c’è sempre qualcosa che manca. Tutto questo riesce a farlo con un’ironia impagabile, senza dover mai immergere il film nel genere comico vero e proprio. 

Certo Coscarelli e Lansdale si dividono il merito di una rappresentazione del genere, ma la credibilità ed il successo del film deve parecchio anche all'incredibile interpretazione di Campbell che personalmente considero coma la migliore della sua carriera.
La seconda parte, con la comparsa della mummia, non solo non elimina la prima,ma la arricchisce di ironia, “azione” da geriatria e un gusto dadaista fantastico. Il finale è una delle vittorie meno scontate che fosse possibile dare al protagonista.

lunedì 11 febbraio 2013

Hae anseon - Kim Ki Duk (2002)

(Id. AKA The coast guard)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un gruppo di militari stanziati sulla costa lungo il confine con la Corea del Nord attendono l'arrivo di eventuali spie. Nell'attesa si fomentano vicendevolmente e vengono visti con disprezzo e derisione dalla gente del posto. Tutto precipita quando un ragazzo viene ucciso per sbaglio da un soldato. Il soldato verrà premiato (in fondo pensava fosse il nemico), ma congedato; mentre la ragazza dell'ucciso impazzirà. I due protagonisti involontari diverranno l'uno il carnefice psicologico del plotone (ma anche il capro espiatorio che consentirà alle pulsioni più primitive di venire fuori senza pudore), l'altra la vittima.

Kim Ki Duk si diverte a presentare la buzzantiana posizione dei militari coreani, in perenne attesa di un nemico invisibile che potrebbe arrivare in qualunque momento, ma che poi non arriva mai; addestrati a reagire d’istinto e premiato anche quando quest’istinto eccede e si colpiscono degli innocenti (idioti finché si vuole, ma pur sempre innocenti). Poi quando il nemico arriverà sarà un nemico interno e si muoverà in maniera più fantasmatica dell’immaginario nemico esterno.

Dopo una certa data (il 2003 di primavera estate ecc..) i film di Kim Ki Duk sono tutti esteticamente splendidi; questo The coast guard purtroppo non è fra questi (è stato realizzato subito prima nel 2002), le immagini sono ancora sporche e sgranate, non per necessità, per intenti, ma proprio per il mezzo a disposizione (si guardi la locandina invece per vedere come avrebbe potuto essere). Nelle trame dei suoi film Ki Duk ha sempre messo dentro un’idea di base potente e surreale che fa da motore immobile di tutta la vicenda; in questo caso invece le idee messe in scena sono diverse, almeno tre (l’attesa alla Buzzati, l’omicidio che trasforma la ragazza in una pazza e il soldato in un fantasma, lo sfruttamento della presenza del fantasma per compiere ciò che si vuole ed incolpare l’invisibile nemico) che si susseguono lasciando aperte miriadi di porte, senza chiuderne nessuna, soltanto dimenticando le più vecchie e proseguendo.

Forse il problema è che questo è un film di raccordo. Tutte le opere precedenti sono caratterizzate da una violenza visiva importante e da una volontà di sangue che è alla base della poetica dei film stessi (cose in parte rintracciabili anche qui), quelli successivi sono opere  più poetiche e più lievi, più inclini al buonismo e allo sfociare verso il cazzeggio mentale (ma quando riescono bene sono splendide). Questo è un film a metà, lo stupro della ragazza impazzita ed il suo aborto, nonché gli omicidi del finale fanno parte del primo Kim Ki Duk; l’attesa, l’essere al limite della società e lo stato di paranoia che colpisce dapprima i soldati della base e poi fuoriescono anche dal campo militare sembrano più del secondo periodo. Però non riescono a dialogare perfettamente e sembrano invece portarsi via tempo vicendevolmente senza mai concludere nulla. Tutto sommato un film non riuscito e uno dei pochi del regista che ho trovato piuttosto noioso.

venerdì 30 novembre 2012

Ubriaco d'amore - Paul Thomas Anderson (2002)

(Punch-drunk love)

Visto in tv.

C’è poca storia in questo film. Un impressionante Adam Sandler è un svampito ragazzone con problemi d’ansia e d’insicurezza circondato da un nugolo di sorelle; cerca la fuga in concorso a premi e in una linea erotica, finché non incontra l’amore. Tutto migliora all’improvviso finché i nodi non giungeranno al pettine. Ma c’è l’amore nella sua vita e saprà districarsene.

Storia poco influente sul film che è in realtà una prova di forza muscolare di un Anderson in stato di grazia. Un film del genere sarebbe cestinato da qualunque regista se si volesse davvero veicolare un messaggio o intrattenere; quello che Paul Thomas Anderson vuol fare è mostrare la sua regia e far vedere come si possono veicolare le informazioni con il linguaggio non parlato in un film.

E allora eccolo il profluvio di colori brillanti sfacciatamente rivelatori e colori al neon; ecco i piani sequenza sinuosi, i movimenti di macchina che sottolineano gli avvenimenti esposti e i carrelli fatti con il righello tanto da sembrare Wes; ecco la costruzione della scena che comunica più dell’inespressività (voluta) degli attori; ed ecco la musica che si muove quanto la macchina da presa diventando silenziosa quando non richiesta, aumentando di volume gradatamente fino ad esplodere quando necessario a descrivere una scena.
Un film tutto sommato poco godibile nel complesso perché è senza capo né coda; ma è fenomenale nel mostrare cosa si può comunicare senza parlare, un bignami di regia post moderna.

giovedì 16 agosto 2012

Sud sanaeha - Apichatpong Weerasethakul (2002)

(Id.) aka Blissfully yours

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Apichatpong Weerasethakul (che da ora chiamerò Joe come ama farsi chiamare) è il regista che vinse, a sorpresa, la palma d’ora al festival di Cannes del 2010, edizione che viene menzionata negli annali come la meno interessante da quella del 1968. Ora, io sono una persona filologicamente corretta e ci tenevo a vedere quel famoso “Zio Boonmee” senza preconcetti e conoscendo il passato del regista. Senza usare francesismi e cercando di non scadere nel pecoreccio mi sento di poter dire che Joe ha un bel passato del cazzo.


Questo è un film totalmente inutile. Un film di 2 ore totalmente inutile è una cosa che ti fa odiare chi l’ha fatto. Per dirla brevemente il protagonista è un ragazzo birmano che tutti pensano non parli e che ha un grave problema di pelle secca (giuro) che vive con una ragazza che se lo farebbe in ogni salsa e un donna che non ho capito che rapporto abbia con la ragazza. La storia parte da qui e mostra i 3 che se ne vanno a fare un picnic, la donna con il suo compagno, ma poi lui fugge a inseguire un ladro e lei si perde nella foresta e vagando a caso e prendendo oggetti da terra per metterseli addosso incappa nel protagonista e nella ragazza impegnati in una importante felltio. Poi le due donne fanno un bagno nel fiumiciattolo, la donna torna a riva, si corica, fuma e piange mentre la ragazza si corica, accarezza il pene del protagonista e si addormenta. Il film è realmente tutto qua.
L’unica cosa che si può pensare a questo punto è WTF?

Poi uno magari ci ripensa e dice, si vabbè, ma anche a raccontare la trama di un fil di Malick si eprde la voglia di vederlo, però poi lui è bravo. Ecco Joe proprio non è brava, le inquadrature sono tutte banali e con il pilota automatico, la fotografia inesistente, la sceneggiatura era un foglio bianco e poi credo ci fosse una sfida a far finire ogni scena almeno 10 minuti dopo la conclusione dell’ultima scena utile.
E come se non bastasse i titoli di testa arrivano dopo 45 minuti di film.

Io odio profondamente Joe.

lunedì 9 luglio 2012

Blood feast 2: all u can eat - Herschell Gordon Lewis (2002)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo (o portoghese, non ricordo)
L’idea di realizzare un seguito di Blood feast sarebbe stata folle quarantenni fa, quella di realizzarlo negli anni zero è decisamente non giudicabile… se non fosse che a realizzarla ci si mette proprio Herschell Gordon Lewis in persona. Allora diciamoci la verità, glielo si concede per questioni di rispetto, non perché le aspettative siano alte… e invece.


La storia è quella del nipote Fuad Ramses, il protagonista del film originale. Fuad Ramses III (il nome è originalissimo), torna nel negozio del nonno, scopre quello che successe proprio in quel posto nei sixties e ne rimane sconvolto, poi scopre una statua di Ishtar e ne rimane soggiogato (trova pure il libro di ricette del nonno “To serve man including tasty dessert”), tanto da uccidere tutte le pollastre più in della città (che sono anche le donnine più sensibili).
La storia è proprio li dove si è partiti decenni prima, ma cos’è cambiato? Praticamente tutto. Lewis decide di non fermarsi ad una riproposizione pedissequa di ciò che è stato e confeziona il miglior film horror/demenziale anni ’70 che sia mai stato fatto. Si, questo è proprio quel genere che Tarantino ha provato a riportare in auge con “Grindhouse” creando una schiera di registi idioti che ritengono necessario fare film fatti male per essere belli. Lewis invece conosce il mezzo, è solo rimasto indietro nel tempo, e se 20 anni fa sarebbe stato fuori moda, ora è vintage.
Il film è un campionario base di inquadrature sghembe ed effetti speciali senza CGI (per fortuna), di recitazione macchiettistica nei protagonisti (il detective sembra Patrick Bateman con camicia e cravatta anni ’80, mentre Ramses è un Javier Bardem che fa le faccette di Oliver Hardy) mentre trova caratteristi bravi nelle spalle (su tutti John McConnell, il collega del detective), prepotente colonna sonora spesso fuori tema (questo devo dire mi ha più disturbato che altro) ed effetti splatter molto insistiti.
In più Lewis si aggiorna con due idee vincenti: le tette e l’ironia. Le tette non hanno bisogno di spiegazioni, le donne uccise saranno spesso spogliate. L’ironia invece è una grande novità che riesce a smussare il peggior difetto del precedente, la noia. Su tutto sono fenomenali il gioco all’idiozia dei protagonisti positivi, l’autoironia con cui il film si prende per il culo da solo (cito a memoria: “ho trovato informazioni sulla dei babilonese Ishtar” “Ishtar? Pensavo fosse egizia” “lo pensavamo tutti”), più qualche guizzo di comicità completamente anarchica alla Hellzapoppin che davvero non ci si aspetta (come il cadavere del padre che compare in molte scena senza motivo e che viene ignorato dagli astanti, si veda durante il sopralluogo nel negozio di Ramses, durante la festa per il matrimonio o nel massacro finale).
Paradossalmente la parte decisamente peggiore di questo film è la componente splatter che si limita ad un mero elenco da macelleria, ma senza guizzi particolari, si fosse limitato agli schizzi di sangue sarebbe stato decisamente meglio.
Complessivamente direi, senza paura di bestemmiare, che questo film sia migliore, più gradevole, dell’originale.
PS: da sottolineare le strizzatine d’occhio che il film  fa verso i frequentatori delle nicchie cinematografiche, dal poliziotto che si chiama Michael Myers, al cameo di lusso (di serie B) di John Waters nei panni del reverendo.

mercoledì 23 novembre 2011

800 balas - Alex de la Iglesia (2002)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Un ragazzo, orfano di padre e oppresso da madre e nonna scopre di avere ancora il nonno in vita. Lo cerca e lo trova in un villaggio del west ricostruito utilizzato negli anni ’70 come set degli spaghetti western. Li il nonno fa spettacoli per i turisti, ma una volta ero lo stuntman ufficiale di Clint Eastwood. Quando la madre del ragazzo scopre dov’è finito, per vendicarsi decide di distruggere il villaggio per farci… un qualcosa che non ho ben capito (è a capo di una ditta). I figuranti decidono di chiudersi nel villaggio e resistere con le armi contro le ruspe. E qui il film diventa veramente un western a tutti gli effetti con le dinamiche che prima sono state raccontante che si innescano ad una ad una fino al duello finale.

De la Iglesia passa di genere in genere e stavolta tocca il western e lo fa nel migliore dei modi. Non si accontenta di realizzare un film citazionista nelle scene, no, lui dichiara chi vuole imitare, fa i nome ed i cognomi, racconta quello che c’è stato e poi porta la storia a dover per forza diventare identica ad uno spaghetti western, imitandone anche alcune scene (la sequenza del ragazzo sotto le travi presa da Per un pugno di dollari), ma de la Iglesia ci è arrivato alla citazione, l’ha cercata e se l’è meritata. Non cita per mancanza di idee, ma per motivi di regia. Bravo…

Complessivamente poi il film è divertente e abbastanza movimentato, con la regia classica dello spagnolo… però manca completamente il classico cinismo delle opere precedenti e successive. I personaggi non sono brutti sporchi e cattivi come al solito, si limitano ad essere solo brutti e sporchi, ma sotto sotto sono degli eroi tout court, senza macchia e senza colpa. Il film intrattiene da dio, ma manca quel lato negativo dei protagonisti che rendono i film di de la Iglesia qualcosa di originale e di unico.

Buffo comunque l'aspetto totemico che ha assunto la figura di Clint Eastwood in ambito westerniano e questo mentre è ancora in vita (non per tirargliela), neppure Marlon Brando... questo film e Rango sono solo gli esempi più recenti.

PS: non sono sicuro che sia del tutto legale la scena in cui la prostituta insegna al bambino a toccare le tette

PPS: le 800 pallottole del titolo sono quelle che vengono comprate per difendere il villaggio del west.

venerdì 27 maggio 2011

Minority report - Steven Spielberg (2002)

(Id.)

Registrato dalla tv. In un futuro non eccessivamente lontano i crimini si possono rpevedere grazie ad alcuni umani mutanti. I tre utilizzati a… non ricordo più la città, Boston?... sono gli unici in uso e appaiono sostanzialmente infallibili. Vuoi vedere che tutto il sistema si incrina solo quando il capo di questo reparto speciale viene accusato di essere un futuro assassino? Corri di qua e corri di la, Cruise scoprirà alcuni retroscena sul funzionamento del macchinario della previsione e alcuni loschi scheletri negli armadi.

Credo che negli anni zero Spielberg si sia interessato allo studio delle luci; infatti anche in questo film, come in “Prova a prendermi” i colori sono desaturati (e qui si vira sempre su toni freddi, come sempre nei film ambientati nel futuro) e le luci fanno la parte del leone, con fasci intensi che tagliano le scene e talvolta colpiscono anche la macchina da presa. Ovviamente il sistema è perfetto e ben si adatta a descrivere l’algido ambiente in cui si svolge la vicenda.

Per il resto è un film di Spielberg classico, spigliato, diretto benissimo, con scene girate magistralmente e con chiarezza (le scene d’azione sono orchestrate in maniera impeccabile e mai confusa) e la storia tratta da Philip K. Dick si lascia a dissertazioni filosofiche belle pese (volendo)… però stavolta mi ha preso poco, il sistema mi è parso prevedibile e farraginoso, e questo mi è sembrato un fil come un altro… anche se diretto da dio.

lunedì 18 aprile 2011

My name is Tanino - Paolo Virzì (2002)

(Id.)

Visto in DVD. Il giovane Tanino, ragazzo dagli ideali alti, ma dalle esigenze quotidiane, che abita nella provincia siciliana rimane invaghito di una ragazza americana, tanto da decidere di mollare tutto (tecnicamente sarebbe costretto ad andare alla leva) per andarla a trovare. Una volta in amercia si troverà davanti ad una realtà diversa da quella che immaginava, si troverà invischiato in fatti assurdi, pericolosi o esaltanti che siano e si troverà ad un passo dal ricostruire il suo passato.

Divertente film di Virzì, meno verosimile e più cartoonesco delle altre sue opere, ma decisamente ben congegnato. Intrattiene e diverte senza pretese e questo sarebbe tutto; se non fosse per il protagonsita (Corrado Fortuna), totalmente in parte, tanto da essere personaggio perfetto con la sola espressione attonita, vero fiore all'occhiello del film.
Come si è detto è una commedia inverosimile e basta (niente affreschi sociali frizzanti e graffianti come nello stile del regista), ma qui e la ci tiene a far vedere la sua impronta, come il contrasto fra ideali e realtà del protagonista paragonato all'amico intellettuale, o il gioco di semi-svelamento dell'oscuro passato del padre del protagonista (Virsì poi si diverte anche a sottolinearlo facendolo dire direttamente a Tanino)... si insomma, siamo sempre li, non un grande film, ma una buona commedia alla Virzì.

domenica 13 marzo 2011

K-19 - Kathryn Bigelow (2002)

(K-19: the widowmaker)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

Un sottomarino nucleare russo, il K-19 appunto, costruito in tutta fretta per poter incutere del sacro timore agli USA comincia a mietere vittime ancor prima di partire… figuriamoci dopo… viene mandato a lanciare un missile di prova, ma nel ritorno il reattore nucleare ha problemi… qualcuno deve entrare a ripararlo, ma mancano i mezzi e le protezioni…

La regia mi tocca dirlo non è niente di che. Per carità, fa il suo lavoro, ci infila pura qualche piano sequenza vero (con camera a mano dentro i meandri del sottomarino) e qualcuno farlocco (che entra nel sottomarino da finestre e pertugi), ma la Bigelow sembra aver abbandonato lo spirito innovativo di “Strange days” e non ha ancora raggiunto l’asciuttezza e bellezza visiva di “The hurt locker”.

Il film però è decisamente ben narrato. Un film di 2 ore e passa pieno di tecnicismi incomprensibili che non cala quasi mai di tensione, ma anzi, nell’acme degli avvenimenti riesce a commuovere esattamente come dovrebbe, è un film che funziona.

Assolutamente originale il soggetto, una storia di eroismo e patriottismo dell’Unione Sovietica fatta dagli americani… no per dire…