Visualizzazione post con etichetta 2000. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2000. Mostra tutti i post

domenica 22 novembre 2020

La principessa + il guerriero - Tom Tykwer (2000)

 (Der Krieger und die Kaiserin)

Visto su Mubi, in lingua originale.


Un'infermiera di un reparto psichiatrico rimane vittima di un incidente potenzialmente mortale, viene salvata da un giovane che scompare prima dei soccorsi. Lo cercherà mettendo in piedi una piccola indagine privata. Trovato rimarrà invischiata in una rapina.

Storia d'amore complicata da una trama che non ha chiaro cosa voglia essere. Inizia con due personaggi da noir messi in due storie disgiunte, si fonde con un'indagine privata che è più sul versante della commedia piuttosto che del thriller, passa al film di rapine classico, poi una romance wannabe atipica, ma in realtà piuttosto scontata.

Realizzato dopo l'incredibile esplosione di "Lola corre" si separa dal precedente (tutto basato su una sola idea, un trucco di prestigio di poco conto, ma magnificamente realizzato) per una storia vera e propria, complessa e articolata. Rimane legato a quello (a parte per la Potente) da una sorta di reiterizzazione, qui ci sono luoghi che tornano fino alla catarsi (che si collegano ad eventi della vita precedente), molti dettagli o primissimi piani ravvicinati. Reitera continuamente le fughe, la tranquillità e la fuga di nuovo quasi non riuscendo a separarsi del tutto dalla ripetitività del film precedente (ok, forse sto esagerando in dietrologia). Quello che è evidente è la banalità nella gestione di una trama confusa, l'insistenza in momenti e metafore al limite dell'imbarazzo (ovviamente parlo dello sdoppiamento finale). Quello che però c'è di buono è la tendenza di Tykwer di realizzare sequenze complesse quasi senza farsene accorgere; su tutto regna la macchina d presa circolare che parte da posizioni difficili per poi cercarsi una situazione stazionaria... anche se la sequenza che più colpisce è la ricostruzione dell'incidente, tutta fatta di suoni e di assenze.

Di fatto una commedia romantica with extra step che la diluiscono più che renderla originale.

lunedì 1 aprile 2019

Dancer in the dark - Lars von Trier (2000)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Una donna cecoslovacca, emigrata negli USA, lavora in una fabbrica e si arrabatta di mille lavoretti per mettere via abbastanza soldi per poter pagare un'operazione agli occhi del figlio che, per una tara genetica, è desitnato a divenire cieco; lei stessa lo sta diventando quasi del tutto. Donna entusiasta della vita e dolce con tutti è però estremamente determinata a portare a termine il suo dovere senza che nessuno lo sappia, per non dover spaventare il figlio. Andrà incontro a un crimine per il quale sarà condannata, ma non cederà di un millimetro dalla sua posizione.

Per chi non l'ha visto la trama sa di melodrammetto spiccio come ce ne sono molti. Invece questo film è il più grande rappresentante del melodramma moderno, un riuscito concentrato di sentimenti ostacolati, ma giganteschi che non può non colpire.
La storia di un personaggio minore che vive per gli altri e si mantiene viva con un ottimismo contagioso; la storia di un personaggio del genere che è costretta a ogni umiliazione, sofferenza e delitto per arrivare in fondo al suo unico obiettivo è qualcosa che di per se sarebbe sufficiente; resa in maniera tanto realistica, quanto trattenuta; sentimentale, ma mai stucchevole con uno dei gradi di empatia più alti della storia del cinema. Ripeto, tutto questo sarebbe già di per sé sufficiente.
Invece von Trier si inventa il musical. La sua protagonista ama i musical americani, perché nei musical non possono succedere cose troppo brutte e perché c'è sempre qualcuno pronto a prenderti quando cadi. Li ama a tal punto che nei momenti di maggior difficoltà, quelli in cui deve ragionare, distrarsi o razionalizzare quanto avvenuto, riesce a farlo solo pensando in quella maniera; raccoglie i suoni che la circondano (un treno che passa, un giradischi che viaggia a vuoto, i rumori di una fabbrica) e li fa diventare musica su cui canta i propri pensieri.

Von Trier, finalmente, abbandona il Dogma, anzi, lo sfrutta nella misura in cui gli è ancora necessario; con lunghe scene sgranate, dalla fotografia povera e dai continui, dondolanti piani sequenza. Uno stile secco che aiuta la verosimiglianza dell'opera e ne aumenta l'impatto emotivo (i sentimenti esposti sono aumentati dall'ambiente arido in cui esplodono) e l'empatia. Ma questo stile cambia completamente nelle scene musicali; dove la macchina da presa diventa fissa, il montaggio rapidissimo, le inquadrature si allargano e i colori vengono saturati; rendono la differenza fra il mondo reale e la fantasia indiscutibilmente potente.

Il film poi si avvale di Bjork in maniera egregia. Non siamo di fronte a musical vero e proprio (la prima canzone è dopo 45 minuti di film), ma le sette canzoni scritte sono perfette, in linea con il film e dolcissimi o strazianti anche ascoltate in maniera avulsa dal contesto; la performance canora è di quelle che lasciano il segno. Come attrice Bjork sorprende; ha sicuramente il viso e il piglio giusti per la parte dell'innocente, ma riesce in alcuni picchi emotivi su cui era lecito aspettarsi un risultato inferiore. Il film inoltre è arricchito da un cast che va da una Deneuve in disparte, ma che fa il suo lavoro con dignità, a una serie di facce da secondo piano del cinema americano sfruttate al meglio; su tutte Stormare, utilizzato, finalmente, fuori dal luogo comune del villain in una delle parti più delicate dell'opera.

Un film enorme per potenza ed efficacia, originale e spiazzante nonostante attinga da generi più che abusati. Un film che, nonostante l'abbia rivisto per l'ennesima volta, non riesce a non commuovermi.

venerdì 14 dicembre 2018

Cry Freetown - Sorious Samura (2000)

(Id.)

Visto qui.

Il regista di questo documentario di circa 30 minuti era un montatore di video per UNICEF, si ritrovò addosso la battaglia di Freetown (evento finale... più o meno, della lunga e terribile guerra civile sierraleonese); decise di scendere in strada e riprendere quello che successe. Montando il tutto il documentario che ne risultò venne reso pubblico dalla CNN e da lì i premi furono ad un passo.

Data la storia particolare non stupisce di trovarsi di fronte a un documentario che è più un documento, mostra eventi particolari e minimali (con troppa enfasi, blame insistiti e un portagonismo del regista che sa di tracotanza più che scelta di stile) che rimangono fini a sé stessi, non spiega gli eventi, la situazione più ampia o l'intera guerra, non spiega neppure la battaglia nella capitale; si limita mostrare immagini truculente che rimangono importanti quanto il filmato di Zapruder, ma con la stessa qualità che rimane costantemente a zero.

Niente più che un documento, solo immagini, nessun valore aggiunto, nessun chiarimento.

venerdì 31 agosto 2018

Harry, un amico vero - Dominik Moll (2000)

(Harry, un ami qui vous veut du bien)

Visto in Dvx.

Due ex compagni di scuola si icontrano per caso in un autogrill; uno dei due neppure riconosce l'altro, ma il secondo lo ricorda bene essendo rimasto fortemente influenzato dal primo.
Il primo è imbottigliato in una vita insoddisfacente fatta di un lavoro normale, una moglie con figli e genitori ancora in vita; il secondo è ricco e si diverte. Il secondo si intrufolerà nella vita del primo e cercherà di fare di tutto per aiutarlo, fino alle estreme conseguenze del caso.

Thriller da camera francese che, partendo da un'idea ormai adeguatamente sfruttata decide di realizzarla in maniera estremamente credibile e rigorosa. L'inquietudine nei confronti di quest'uomo appiccicoso c'è fin da subito, il suo infiltrarsi nella vita della famiglia appena incontrata è costante, tuttavia non scade mai nel ridicolo, nella scena weird che, in una situazione verosimile, farebbe fuggire a gambe levate. Incredibile equilibrio che riesce perfettamente a rendere la storia senza sospendere mai la sospensione dell'incredulità.
Della verosimiglianza tutto il film ne fa una bandiera, con una fotografia molto realistica un cast normalissimo (donne belle, ma non bellissime, uomini con volti rassicuranti) e nessuna esplosione di violenza inquadrata. il film sfrutta solo la costante presenza di un individuo al limite e la suspense che questo crea.
Unico difetto, a mio avviso, il finale; incredibilmente trattenuto (dati i presupposti pensavo avrebbe deragliato verso un tentativo di gore maggiore) perde molto per l'eccessiva velocità e facilità di esecuzione.
Rimane comunque un ottimo prodotto, coerente e ben realizzato.

lunedì 6 marzo 2017

Bread and roses - Ken Loach (2000)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una ragazza messicana riesce a passare il confine illegalmente grazie all'aiuto della sorella (da anni sposata a un americano) e, sempre grazie a lei, riesce anche a ottenere un lavoro (sottopagato) come donna delle pulizie in uno stabile di Los Angeles. I rapporti con la sorella e con i colleghi si faranno più tesi quando entreranno in contatto con un giovane sindacalista che cercherà di far prendere coscienza dei loro diritti. Ovviamente la lotta per un trattamento più equo non sarà facile.

A me Ken Loach piace maggiormente quando la politica nei suoi film non prende il sopravvento mangiandosi tutto; a me, in poche parole, Ken Loach piace quando fa il sentimentale. Se "Looking for Eric" è decisamente una mosca bianca per la totale mancanza di politica (e quindi non posso pretendere che i suoi film li faccia tutti su quel modello), credo che lo standard ottimale per il regista sia quello realizzato qui.
La lotta sindacale è il motore che innesca tutti fatti salienti di questa storia, determina la costruzione (o la distruzione) di rapporti e lo svelamento di segreti indicibili, ma rimane solo un tema determinante in un film che, in definitiva è un melodramma allegro.
I rapporti esposti, l'innamoramento improvviso e l'impossibilità di amarsi, i segreti del passato che inquinano il presente, sono tutti i componenti più gustosi di questo film, ma la vera forza non è neppure quella essere riuscito a gestire con empatia e poca enfasi questi sentimenti; la vera forza è al vitalità della protagonista. Nonostante succeda di tutto il tono rimane solare, nonostante molte certezze crollino, la freschezza della protagonista rimangono inalterate (su tutto si prenda il finale, assolutamente non positivo, ma di un agrodolcezza piena di speranza). Il film è un film politico, ma per fortuna c'è molto di più.

Non un film indimenticabile, e neppure fondamentale, ma questo è il Loach che mi piace, quello che alla guerriglia cinematografica non subordina l'intrattenimento.


lunedì 31 ottobre 2016

Il cerchio - Jafar Panahi (2000)

(Dayereh)

Visto in Dvx.

Una coppia di donne fuggita dal carcere cerca di trovare rifugio, nella famiglia o nella fuga. Una donna incinta chiede a un'amica infermiera di aiutarla ad abortire. Una donna in macchina con un uomo (che non è suo marito) viene portata in carcere.
Storie di donne che si affiancano, si incrociano e poi si lasciano. Storie disgiunte unite da un ambiente in comune e dalla mancanza di libertà personali.

Con uno stile estetico più vicino ai Dardenne che a quello de "Il palloncino bianco" (che era molto più rigoroso in confronto a questo) Panahi racconti di questo gruppo di donne che si passano l'interesse della macchina da presa sottolineando la banalità del sessismo della società iraniana che impedisce a loro di poter comprare un biglietto d'autobus, poter andare in taxi da sole, o fumarsi una sigaretta. Proprio la sigaretta diventa il più forte simbolo reiterato della amncanza di libertà e della castrante società iraniana.
Proprio come nei Dardenne si cammina molto, si inseguono i personaggio, ci si concentra sui corpi e sui volti, senza rinunciare ad alcune scelte prettamente geometriche nella costruzione di alcune scene (le due donne sedute ai due lati della panchina nello spogliatoio, divise dalle intenzioni e dallo schienale).

Se in "Dov'è la casa del mio amico?" (ma anche nell'opera prima dello stesso Panahi) venivano usati i bambini come espediente per parlare dei conflitti sociali senza incorrere nella censura; qui Panahi si butta a uso duro senza nascondersi dietro alle metafore, ma usando le metafore per rafforzare ed esemplificare quanto sta dicendo.
Il film è indubbiamente lento, indubbiamente presenta lunghi momenti di noia, ma altrettanto indubbiamente riesce a trasmettere un sentimentalismo frustrato in un film di denuncia; cosa non facile.

venerdì 7 ottobre 2016

Otesánek - Jan Švankmajer (2000)

(Id. AKA Little Otik)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Una coppia non riesce ad avere figli; come gioco e come consolazione il marito intaglia una figura umanoide in un ceppo di legno; la moglie prende però la cosa troppo sul serio e comincia a trattare il ceppo come un bambino vero. Per cercare di dissuaderla il marito sostiene che se li vedessero in giro con un bambino penserebbero a un rapimento; la moglie allora mette in scena una gravidanza di otto mesi e un finto parto. Dopo il finto parto però le cose cambieranno, il ceppo comincerà a vivere e a mangiare. La fame del ceppo sarà sempre maggiore finché non mangerà il gatto di casa.

Fiaba nera e grottesca (come sono tutte le fiabe vere e proprie) basata su un racconto tradizionale.
Dietro la macchina da presa c'è l'assurdo Švankmajer, regista di culto dell'animazione che qui tenta brevemente una tecnica mista live action/passo uno, ma velocemente relega l'animazione vera e propria in un angolo e si dedica completamente al film vero e proprio. Rimangono però le piccole manie di regia mutuate dai suoi corti e film anni '80, con un gusto insistito sui dettagli (come tipo di inquadratura) e il mostrare i piccoli gesti.
Del Švankmajer che conosciamo rimane qualcosa (oltre all'animazione del piccolo Otik) ed è la televisione a casa dei vicini; si vede poco, ma quando si viene inquadrata mostra delle pubblicità realizzate dallo stesso regista e che sono prese dai suoi vecchia, amati cortometraggi); mentre in una scena viene utilizzata per ingannare lo spettatore fingendo che la coppia inquadrata sia in viaggio, mentre si trovano seduti davanti alla tv.

AL di là di questo il film è una godibilissima commedia surreale e inquietante, con un finale già chiaro fin dall'inizio (non si basa solo su una fiaba, ma la storia originale viene sfruttata, facendola leggere alla bambina che quindi capisce cosa sta succedendo e anticiperà il finale, che pertanto può non essere inquadrato e ne viene aumentato l'effetto drammatico), ambientata in un mondo moderno senza tempo (sembrano sempre gli anni '70-'80), in un atmosfera sospesa. Rispetto al precedente (e sicuramente migliore) "Alice" qui c'è una gestione migliore del ritmo che si mantiene abbastanza stabile e un cast che si dà da fare, chi realizzando macchiette perfette, chi (come la madre del piccolo Otik) recitando tout court senza tirarsi indietro.

Non solo si basa su una fiaba ma sfrutta la fiaba stessa raccontandola all'interno del film e sfruttandola per far capire alla bambina cosa sta succedendo e facendola agire di conseguenza e aumentando l'effetto drammatico specie nel finale.

venerdì 19 dicembre 2014

Hellraiser 5: Inferno - Scott Derrickson (2000)

(Hellraiser: Inferno)

Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.

Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.

La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.

lunedì 23 settembre 2013

What women want, Quello che le donne vogliono - Nancy Meyers (2000)

(What women want)

Visto in tv.

Un pubblicitario maschilista viene battuto sul lavoro da una donna; poco dopo, per motivi piuttosto poco chiari, riceve il dono di riuscire a sentire i pensieri delle donne... dopo un periodo di orrore (neanche quello ho ben capito perchè) comincia a sfruttare la cosa per scopi, lacorativi, famigliari e sessuali con un aumento vistoso della sua quality of life... purtroppo si innamorerà della sua avversaria sul lavoro con diverse ripercussione in ambito personale...

Premesse assurde e particolarmente stupide per una commediola americana classicissima e innocua.
Mel Gibson incredibilmente in parte mi è parso irritante dall'inizio alla fine, Helen Hunt potrebbe recitare l’elenco del telefono e sarebbe comunque credibile (quindi l’ho trovata fantastica anche in questa occasione). C’è pure la Tomei che rispetto come una delle (poche) grandi caratteriste femminili del cinema americano, oltre che attrice onnivora e sempre perfetta.

Per il resto il film si muove svogliato nelle pieghe di un’idea cretina senza mai sfruttarla davvero, utilizzando il fantasy come arredamento fantastico e non come mezzo per fare/dire qualcosa di nuovo. Voleva essere una commediola romantica e questo è rimasto. L’idea alla base poteva non esserci affatto.

venerdì 26 aprile 2013

Canzoni del secondo piano - Roy Andersson (2000)

(Sånger från andra våningen)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un uomo da fuoco al proprio negozio per avere i soldi dell’assicurazione, si re-immette nel mondo del lavoro vendendo crocifissi su suggerimento dell’amico, ma la cosa non andrà a buon fine e l’uomo, dilaniato fra un figlio impazzito per troppa poesia, un altro incapace nel prenderne il posto ed un socio di lavoro morto suicida si ritroverà solo ad affrontare una sorta di apocalisse mai dichiarata.
Detto così sembra esserci una storia, in realtà questo riassunto prende vari spezzoni del film che sono inframmezzati da altri con personaggi avulsi dalla vicenda, ma che tornano periodicamente (l’impiegato gay che fugge all'aeroporto, l’ex generale filo nazista in casa di riposo ecc…). Inoltre l’atmosfera generale è un personaggio a se, un ambiente urbano asettico, ma mai riconoscibile, funestato da eventi inspiegabili (una casa che si muove), da un’umanità al limite e anche oltre (le persone vestite da ufficio che si fustigano per le strade) e una serie di eventi normali, ma che avvengono senza una causa (l’ingorgo d’auto); tutto questo si fonde a dare l’idea di una possibile fine del mondo, mai dichiarata (di fatto neppure nella buffa scena di fuga con le valige) e mai spiegata.

Il regista fa scelte precise e costanti: ambienti scarni, personaggi e vestiti anonimi, colori insipidi e malaticci, inquadrature fisse, tempi dilatati, lunghi silenzi, profondità di campo esagerata, un’azione principale svolta in primo piano spesso di dubbio interesse immediato e in secondo o terzo piano un’azione simbolica spesso folle. Tutto ciò concorre a creare un film che è atmosfera più che storia, che è allegoria più che dichiarazione d’intenti. Ovviamente un significato lo si trova ed è la rappresentazione di una società priva di valori che si va sfaldando, dove non c’è comprensione o complicità neppure all'interno delle famiglie dove tutto (dal rapporto genitori-figli ai rapporti sessuali fra coniugi) è declinato ad una freddezza meccanica e ottusa.

A livello di stile, quello che lo differenzia da film dai tempi dilatati tipici di un certo cinema nordico o della pretesa autorialità all'europea è l’ironia, il senso del grottesco che qui fanno da padroni quasi in tutte le scene, quasi su ogni smorfia dei personaggi o sui corpi degli attori. Poi in più c’è la surrealtà. Non ricordo un film surreale meglio realizzato (ma soprattutto meglio narrato) di questo che non fosse di Lynch.

Un film che è una curiosità facile da odiare, ma piuttosto soddisfacente se non ci si annoia.

domenica 17 giugno 2012

Bamboozled - Spike Lee (2000)

(Id.)

Visto in tv.

Un autore afroamericano della tv (un incredibile Damon Wayans in versione seria e chic) alle strette con i superiori decide di andarsene, anzi di farsi cacciare, col botto. Scrive un programma tralmente razzista, caricaturale e umiliante per i neri (riprendendo vecchi stilemi del 1800, ma anche del cinema fino agli anni '40) che il programma non potrà che affossare la rete e determinare il suo licenziamento... Come è ovvio immaginare il programma avrà successo, ma nessuno di quelli che ne prendono parte (dagli attori al produttore, ivi compreso Wayans) capiranno che sfruttare il successo finché dura li porterà alla distruzione fisica o morale.

Va detto, l'idea all'inizio del film non è malvagia, Spike Lee inizia con un film che riprende la sua personale lotta razziale come di consueto, ma deviandola nell'ironia e, per questo, rendendola molto più efficiace; decide poi di scagliarsi con particolare acrimonia contro lo show system tout court, sottolinenando l'idiozia di molta televisione nel maneggiare argomenti delicati, ma anche attaccando il suo amato cinema (molte sono le sequenze originali, tra cui un breve spezzone di "Nascita di una nazione", di "Via col vento" e, credo, de "Il cantante di jazz"). Purtroppo però il gioco si rompe presto, Lee si getta sul prosaico alla svelta ammazzando il ritmo ed il tono del film, non riesce a far ridere davvero nelle lunghe sequenze comiche (lo spettacolo tv ideato dall'autore, così come il cabaret tenuto dal padre), ritorna al suo solito modo di dire le cose che qui sembra un urlare nel deserto come non mai (cita se stesso e gli altri continuamente dalla sua battaglia contro i nigger di Tarantino al concetto di mental slavery degli afroamericani, ma tutto sa di raffazzonato, di già detto e di detto meglio in altre sedi) e il tutto fa deviare il film verso il già visto... Poi nel finale si butta pure nell'improbabile e allora il disastro è fatto.

Inoltre Lee sceglie di girare in digitale tutto il film tranne le scene dello show. Scelta curiosa motivata più che altro da questioni di budget. Di per se l'idea non è negativa, ma devo ammettere che vedere la regia classica di Lee (che usualmente mi piace molto), fatta di un montaggio vario e frenetico,  con questo sistema fa perdere di grazia alle capacità del regista e di credibilità al senso da "presa diretta" del digitale.

lunedì 5 dicembre 2011

Nove regine - Fabián Bielinsky (2000)

(Nueve reinas)

Visto in DVD. Un giovane truffatore incontra per caso un truffatore più scafato che lo assolda per la giornata visto che il suo socio è scomparso. Fatalità proprio durante la stessa mattinata gli capita il colpo della vita. Fra continui sospetta di essere fregato il giovane accetterà di far parte del gioco…

È un film di truffe, quasi un genere a se (che adoro). Qui c’è tutto il compartimento classico. Figure solitarie ed astutissime; una lunga carrellata di trucchi del mestiere; la morale sul fatto che i veri ladri son altri; lo scontro di personalità diverse che devono convivere; poi il colpaccio, la pianificazione, la realizzazione e i continui compromessi per appianare gli inevitabili ostacoli dell’ultimo minuto. Ovviamente ogni film di truffe deve poi avere un colpo di scena finale che sveli la grande truffa nascosta agli occhi dello spettatore (truffa finale che, tra l’altro, viene più volte paventata anche dallo stesso protagonista).

Che dire, il film è un buon esempio di mediocrità. Tutto funziona bene, le regole vengono rispettate senza fantasia, gli attori fanno il loro porco lavoro con stile (più i comprimari che i due coprotagonisti a dire la verità), i trucchi sono abbastanza da appagare la sete di conoscenza di ogni aspirante truffatore di paese…

Quello che fa realmente la differenza qui è il colpo di scena finale, assolutamente inaspettato e perfetto, tutto il film è un lodevole numero di prestigio che distoglie l’attenzione dando continue informazioni superflue e distrae credendo di stare a guadare la solita storia. Il finale alza decisamente il livello del film; per carità non ne migliora la qualità, ma rende più soddisfacente la visione delle due ore precedenti, si insomma per tutta la durata dell’opera pensi di stare guardando l’Ocean’s thirteen del Sudamerica e improvvisamente ti rendi conto che invece era un Ocean’s eleven senza fronzoli e ironia.

PS: reiterata, quanto immotivata, citazione di Rita Pavone.

domenica 20 marzo 2011

La locanda della felicità - Yimou Zhang (2000)

(Xingfu shiguang)

Visto in DVD.
Un operaio con le pezze al culo tenta di fidanzarsi con un’arpia di donna, ma ci guadagna solo di prendersi cura della di lei figliastra… peccato aver fatto credere a tutti essere il proprietario di un hotel, ora deve far credere a lei di farla lavorare in un centro massaggi, per fortuna è cieca… con un gruppo di suoi amici costruisce una stanza ad hoc in una fabbrica abbandonata e a turno li fa andare sotto le mani della ragazza… vuoi vedere che lei ha trovato il suo padre perduto in questo sconosciuto? Peccato che il destino non sia favorevole.

Favola della miseria che ricalca molto Chaplin (si veda “Luci della città”), ma che nell’utilizzo di comprimari in massa sembra riecheggiare un poco i film Capreschi. Favola ironica ma dal finale amaro, che non rinuncia a lasciare il dubbio nello spettatore.

Zhang Yimou confeziona un film delicato con dei colori delicati quanto la storia, il tono è nettamente diverso dagli altri film del regista, ma lo sguardo verso il basso della scala sociale, la storia fatta di rapporti umani mostrati e non spiegati e la Cina che viene esposta è quella della miseria non della gloria; si insomma il tono cambia ma Yimou è sempre lui.

La trama inoltre non si ferma allo svolgimento dei fatti, ma è una storia di menzogne tenute in piedi fino allo stremo, a metà via tra un discorso sul cinema come fabbrica di bugie e le tendenze di un regime a mantenere vive apparenze sopra una voragine vuota.

mercoledì 19 gennaio 2011

Prima che sia notte - Julian Schnabel (2000)

(Before night falls)

Visto in VHS.

La vita dello scrittore cubano Reinaldo Arenas dalla nascita alla morte a NY, inutile dire che essendo libero, spregiudicato e omosessuale, non poteva stare molto simpatico al regime.

Schnabel inizia con un incipit da urlo, che fonde parole, immagini e movimenti di camera in maniera talmente perfetta che sembra non aver mai fatto altro in vita sua. Nel momento del gigantesco dolly dalla buca in cui scava il bambino fino all’alto possono sgorgare spontaneamente lacrimi di gioia.

Poi però il film si perde, la storia diventa ripetitiva e poco incisiva. L’opera dello scrittore, o meglio, la sua importanza, non vengono trasmessi e si perde il significato e la portata degli eventi. Ma soprattutto i virtuosismi di Schnabel diventano sempre più radi ed inutili, autoreferenziali.

Un film carino che però ha troppe pretese, e risultati troppo miseri; sul finale annoia.

PS: Johnny Depp ha uno dei doppi ruoli più curiosi della sua carriera.

lunedì 3 gennaio 2011

Il mistero dell'acqua - Kathryn Bigelow (2000)

(The Weight of water)

Visto in VHS.

La Bigelow è una grande regista, e le piace dimostrarlo. Lo fa vedere con un montaggio rapido, immagini virate in blu, in bianco e nero, o dai colori pieni intercalate le une alle altre; con la realizzazione di un film umidissimo e malato già con 2 inquadrature, o con l’occhio sempre intento a mostrare squarci di vita di 4 personaggi senza significato, ma che sommati insieme fanno un’intera galassia di vite e psicologie… però non basta.

Una fotografa deve fare un servizio su un delitto avvenuto un secolo prima su delle isole da qualche parte negli USA, e decide d’andarci con il marito alcoolista e poeta con cui ha dei grossi problemi, il cognato giovane ed ininfluente e la nuova, sexy, compagna di lui che già conosce il di lei marito… peccato che lei, al di la dei problemi personali, abbia anche la malaugurata idea di interessarsi troppo a quell’antico delitto (scoprendo pure come sono andate realmente le cose) e di immedesimarsi troppo…

Il film sarebbe interessante, ma dopo solo mezzora sembra di essere davanti allo schermo da 2 ore. Il film è lento, ma peggio ancora, è pesante e freddo; distaccato e completamente anempatico. Dispiace ciò che succede nel film, ma si rimane indifferenti, non si viene mai coinvolti.

La Bigelow regala classe da vendere, ma dimentica completamente il calore.

PS: sorprendente come il background culture identifichi delle idee come totalmente connesse con determinati ambienti; dopo una sola inquadratura dall’alto sulla nave a vela mi è venuto in mente “Il coltello nell’acqua” anche se è evidente che la Bigelow non ci stesse pensando (non c’è una sola scena costruita in maniera affine al film di Polanski), ma soprattutto ogni volta che vedo un film umido come questo, possibilmente con il mare inquadrato e donne sull’orlo di una crisi di nervi che zampettano sulla spiaggia sento immediatamente suonare la musica di Nyman.

venerdì 26 novembre 2010

La comunidad, intrigo all'ultimo piano - Alex de la Iglesia (2000)

(La comunidad)
Visto in VHS.
Una dipendente di una ditta di vendita d’immobili si installa per un breve periodo in un appartamento in vendita, dove accidentalmente verrà in possesso di diversi milioni, non sa però che l’intero condominio è a conoscenza della cosa e che sono tutti molto, molto determinati a prendersi i soldi.
Divertente commedia nerissima della mia nuova scoperta personale de la Iglesia (visto quanto ho sentito parlare di “Balada triste de trompeta“ mi sembrava giusto informarmi sulla filmografia precedente prima di vederlo) che con gusto sadico trasforma un colpo di fortuna in una lenta discesa all’inferno praticamente inarrestabile e da cui sembra impossibile uscirne.
La cosa migliore però è la costruzione dei personaggi, tutti hanno una personalità e tutti sono egualmente colpevoli (la protagonista dimostra non poca avidità e si dimostra al pari degli altri condomini, come ci tiene a dirle la sua dirimpettaia), pertanto la fortuna non arride ai più meritevoli, semplicemente ai meno abbietti…
Nel comparto tecnico de la Iglesia sfodera dei colori accesissimi e lussureggianti con una fotografia ben curata; il tutto è incorniciato da una regia circense dalle inquadrature mai banali che trova il suo meglio nelle scene d’azione (il finale sul tetto dei palazzi è realizzato benissimo). Viene poi unito un uso sensato degli effetti speciali, che diventano pacchiani solo in una scena, forse due (come nel salto dell’anziana condomina da un tetto all’altro dove sembra di essere in un film di Stephen Chow).
Una vera scoperta, un film divertente e cattivo diretto da dio e visivamente sorprendente che mi incuriosisce ancora di più sulla “Balada triste”…e ovviamente mi pone in mente la solita questione, perché in Italia non siamo in grado di fare film di questo livello?

domenica 3 ottobre 2010

Le lacrime della tigre nera - Wisit Sasanatieng (2000)

(Fah talai jone)

Visto in DVD.

Il coraggio che hanno i thailandesi è difficile da rintracciare in altre civiltà. Sono allo sbando economico, sempre intenti a difendersi da un golpe e c’hanno pure la forza di fare il verso agli americani. Qui prendono la fotografia sgargiante ma desaturata dei film in technicolor anni 40, pigliano un paio di attori dei loro e gli mettono vestiti da cowboy, raffazzonano scenografia fatte seguendo art attack e ci costruiscono un western (si gente ho proprio detto western) in una Thailandia praticamente contemporanea.

Lo dico subito, il film è una minchiata, comincia come un western classico (o almeno vorrebbe) ma alla prima pallottola fa le zoomate da spaghetti-western, e poi ci aggiunge pure qualche tamarrata al ralenty (tipo la scena esplicativa sulla traiettoria della pallottola all’inizio)… eppure… eppure pur disprezzando il complesso non si può non esserne affascinati, non si può non applaudirne il tentativo; pur estenuati da una visione eccessiva no si può negare la bellezza delle scene dei 2 duelli principali fra i protagonisti all’inizio e alla fine del film, costruite con una sapienza dinamica al punto giusto e sempre originale.

Davvero, anche nelle minchiate, c’è da apprezzare il coraggio dei Thailandesi.

giovedì 15 luglio 2010

Real fiction - Kim Ki Duk (2000)

(Shilje sanghwang) Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese. Uno dei primi film di Kim Ki Duk, che racchiude tutta la sua futura carriera di auteur, portando una storia dall'idea geniale che tende però sempre di più verso la noia a sfondo interpretabile. Al contrario però di alcuni suoi film successivi (quelli che si possono definire poco ruffiani come "Bad guy" o "Adress unknown") è decisamente meno noioso e più appassionante, rispetto a tutta la sua produzione più recente invence è semplicemente più sincero ed onesto. La storia è quella di un giovane ritrattista di strada bistrattato un pò da tutti, taglieggiato dai più e preso per il culo pure dalla morosa. Questo ritrattista viene ripreso da una giovane donna (ripreso con una videocamera), chiaramente dopo un pò lui si fa delle domande, la segue fino ad arrivare in un teatro, dove un attore mette in scena uno psicodramma dove ripercorre i suoi scazzi che più gli pesano (durante la sequenza si capisce che l'attore è il protagonista stesso, o una parte di lui) per poi farsi uccidere alla fine di tutto. Il ritrattista esce piuttosto scosso, abbastanza per andare in giro dai tizi che lo bistrattano e farli fuori ad uno ad uno con gli oggetti che ha a portata di mano in una ghiotta serie di sequenze senza splatter ma con una certa inventiva. Nel finale si vedrà che tutti gli omicidi non sono avvenuti; che fossero solo nella tesa del prtagonista? (omg!). Interessante come esperimento in se, ma trattato in maniera troppo grossolana per poter essere un cult. Comunque l'idea valeva un tentativo. PS: l'attore protagonista, Jin-mo Ju, è nel cast di un film coreano in pre produzione che si intitola "A better tomorrow".... un remake?

giovedì 29 aprile 2010

Battle Royale - Kinji Fukasaku (2000)

(Batoru Rowaiaru)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Film tratto dall'omonimo, e geniale manga. Dico geniale perchè l'idea splatterosa che ci sta sotto è di una semplicità disarmante ma assolutamente inarrivabile. Senza un motivo comprensibile il governo (dittatoriale) di un Giappone distopico sceglie una classe delle medie (o superiori, non ricordo, comunque epoca puberale) e la manda su un'isola dove devono giocare ad ammazzarsi, chi sopravvive entro 3 giorni vince, ma uno solo, se ne rimangono anche solo 2 i collarini che portano elegantemente al collo esplodono. No dico, chi può battere un'idea del genere? No dico, irritanti adolescenti con tutte le loro problematiche che devono eliminarsi fisicamente a colpi di fucile a pompa (i più fortunati) o coperchio di pentola (i più sfigati), con tutto il corollario di "ma noi resteremo amiche", "tu mi sei sempre piaciuto", "pensa che non avevo mai toccato un ragazzo prima". Oltre all'ovvio florilegio di ragazze sexy in divisa da scuola giappo che tanto piace agli orientali... ecco, questo era il manga.
Ora, un film ha tutti i mezzi per venire fuori come il migliore di tutti i tempi. In più ci sono 2 valori aggiunti.
Il primo è Takeshi Kitano; no dico Beat Takeshi che fa il professore sadico e solitario! Beat Takeshi che ammazza 2 adolescentelli nelle prime scene!! Beat Takeshi che parla più in questo film che in tutta la sua filmografia precedente!!!
Il secondo è Fukasaku alla sua ultima regia...da vivo, no perchè il seguito di questo film, sempre diretto da Kinji uscirà postumo completato dal figlio. E va detto, Fukasaku non delude, si comporta benissimo, soprattutto nelle prime scene, dove riesce a rendere le scene d'azione, anche minime, con un dinamismo davvero eccellente, fatto di un montaggio serrato e di una macchina da presa che balla più di un orologio a pendolo sul ponte di una nave.

Però il film tedia... o meglio, diventa rapidamente ripetitivo. No perchè devono far fuori 42 adolescenti... si capisce fin da subito che sarà faticoso e ripetitivo; 42 adolescenti non sono mica bruscolini. E nella fretta di farli fuori tutti i sentimenti vengono lasciati solo alle parole dei personaggi e ci si dimentica di trametterli allo spettatore. Così io, quando vedo i 2 che si suicidano perchè non sopportano l'idea di quel gioco crudele non soffro con loro; o quando le 5 amiche per uno sbaglio di una e la naturale diffidenza, si fanno fuori a vicenda dopo ore di collaborazione, io mi sento appagato splatterialmente parlando, ma rimango indifferente alla loro sofferenza...
Capisco la difficoltà di rendere un manga a puntate in un'unico film, però non posso giustificarlo. Avrebbero dovuto o diminuire i giocatori o fare una serie televisiva. Così ci si perde soltanto.
Inoltre, va detto, non sanno morire. Tutti, e dico tutti, in sto film muiono male, dicono una frase gloriosa e poi buttano la testa in basso trattenendo il respiro... muiono in modo stupido, e in un film dove vengono fatte fuori più di 40 persone la cosa assume il suo valore.
Il film però è esteticamente ben fatto, e merita certamente una visione... Non fosse altro che per Takeshi-ammazza-tutti.

mercoledì 7 aprile 2010

Brother - Takeshi Kitano (2000)

(Id.)

Visto in VHS.

Kitano ritorna allo yakuza movie dopo vari tentativi in altri ambiti. E ricomincia li dove aveva finito.
Un ambiente rarefatto, rapporti umani intensi ma esteriormente freddi e ridotti al minimo, ai piccoli gesti, ironia anche dove non potrebbe esserci, la fedeltà e la lealtà fino alla fine e violenza stilizzata e originale (si veda la scena delle bacchette nel naso).
Di nuovo c'è poco, giusto l'ambientazione americana e di conseguenza il cast... ma poi lo stile di regia rende il deserto californiano uguale all'entroterra Giapponese, Los Angeles uguale a Tokyo; ci sono gli stessi colori sbiaditi e gli stessi spazi ariosi. Il film quindi diventa un'opera di Kitano classica; con tutti i pregi che questo comporta.
Non aggiunge niente di nuovo, ma fa piacere vedere che ancora vengono realizzati film così.