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domenica 31 gennaio 2021

La lunga strada verso casa - Richard Pearce (1990)

 (The long walk home)

Visto su Mubi, in lingua orignale sottotitolato.


A montgomery, nel 1955 la vita di una domestica di colore verrà stravolta dal boicottaggio dei mezzi pubblici (dopo l'episodio di Rosa Parks). Aderirà anche lei a quello sciopero, con gravi ripercussioni personali, ma il suo gesto (pacato e dimesso) farà maturare una coscienza anche nella padrona di casa bianca.

Film sui diritti civile, buono e buonista come molti che arriva dove arrivano un pò tutti i film di questo genere (scene madri con prese di posizione morali che fanno stringere i rapporti umani e scaldano il cuore dello spettatore).

Condotto con una regia pacata quanto la sua protagonista è un filmetto che non aggiunge e non toglie nulla, ma ha la dote di mostrare il solito genere (1quello dei diritti civile ha alcuni stilemi a sé negli USA) da punti di vista lievemente differenti.

Il pregio maggiore è il presentare dei fatti storici epocali dall'esterno, mostrando gli effetti sulle ultime ruote del carro anziché sui protagonisti più eroici. 

Ha l'intelligenza di evitare alcune delle scene madri che potrebbe avere (purtroppo se inanella alcune evitabilissime) e si appoggia su un tono pacato e sussurrato che è un piacere. Non si legga questo come un rallentamento del ritmo, ma si tratta proprio di un portare avanti la trama in punta di piedi che rassicura e appaga molto.

Rimane nei fatti un film ovvio, ma che si lascia guardare con tranquillità.

PS: le due protagoniste sono splendide, la Spacek completamente in parte, la Goldberg ancora esperta della recitazione dimessa da il meglio di sè.

lunedì 8 giugno 2020

Chi ha paura delle streghe? - Nicolas Roeg (1990)

(The witches)

Visto su Netflix.

Un ragazzo rimasto orfano viene allevato dalla nonna che gli racconta storie e aneddoti sulle streghe come si trattasse di un corso di sopravvivenza. In ferie sulla costa inglese finiranno nello stesso albergo di un gruppo di donne che si scopriranno essere (rullo di tamburi) delle streghe, con un piano, tanto diabolico quanto inutilmente complicato per sbarazzarsi dei bambini. Trasformato in topo inizierà l'avventura vera.

C'è stato un tempo in cui i film per regazzini non erano accomodanti sugli scopi dei villain e neppure sulla loro estetica, anzi erano apertamente repulsivi; e personalmente ancora rimpiango quel periodo.
Ovviamente il character design non è tutto e una trama tra il dozzinale e il ridicolo affoga fin dall'inizio un film che è si per bambini, ma non per questo dev'essere idiota. C'è poi una vera e proprio mancanza di competenza nella scrittura che si dilunga per oltre la metà con la preparazione degli eventi per lasciare alla parte dell'avventura un minutaggio limitato (serviva un convengo così lungo?).
L'ultima aprte, quella più dinamica rimane godibile e si concede un finalone che riecheggia (per uso degli effetti protesici, delle inquadrature sghembe e delle metamorfosi) "Splatters".

Quello che però più colpisce di un filmetto del genere è la qualità del cast artistico messo in mezzo.
la Zetterling era (ed è) ormai una semisconosciuta, ma la Huston era all'apice, ma soprattutto c'è alla regia un insospettabile Roeg. Irriconoscibile, pagato per mettere il pilota automatico e rimanere il pi possibile lontano dalla sua comfort zone.

venerdì 2 novembre 2018

Légami! - Pedro Almodóvar (1990)

(Átame!)

Visto in DVD.

Un ragazzo appena uscito dal manicomio cerca un'attrice porno da cui è ossessionato. la trova e la rapisce per obbligarla ad innamorarsi di lui. Fra i due si instaurerà un rapporto, ambiguo, di amore/paura.

Il film successivo a "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" e, quindi, al successo internazionale, è un film decisamente più canonico per gestione e scansione dei tempi, solo il tema sembra voler essere atipico.
La storia di una sindrome di Stoccolma (?) che diventa amore vero è, in tutto e per tutto, un romanzo d'appendice (il finale eccessivamente positivo tanto contestato si inserisce in questo contesto) d'altri tempi, un melò sul sadomasochismo.
Un film sentimentale e, a suo modo, dolcissimo, che dall'ironia dell'inizio deraglia sempre di più su un sentimentalismo classicissimo.

L'estetica è quella almodovariana, ma meno caricaturale, i colori accesi ci sono, gli interni ampi e colorati; ma la fotografia tende di più al pastello.

Film molto bello, molto classico, ma molto maltrattato per il suo essere così insoddisfacente per chi si aspetta un film romantico standard e anche per chi si aspetta un film totalmente fuori dagli schemi. Questo è Almodovar.

PS: bravissimi i due protagonisti, fondamentali per la riuscita del film.

venerdì 20 gennaio 2017

Rakkî sukai daiamondo - Izô Hashimoto (1990)

(Id. AKA Lucky sky diamond )

Visto in Dvx, in lingua originale.

Una donna con delle visioni viene operata al cervello da un medico dalle dubbie qualità e da un'infermiera che imdb mi dice essere sua sorella (o la sorella del medico...). Dopo l'intervento la situazione anziché migliorare precipita in un incubo continuo.

Spesso considerato il settimo capitolo della serie "Guinea pig", questo in realtà è un film indipendente, ma che, palesemente, si basa sul noto seriel. Riprende le ambientazioni realistiche, lo slasher estremo, l'idea di riprese dal vero, oltre che la durata. Sembra, inoltre riprendere dalla serie quella nota di ironia (talvolta involontaria, sia per questo film sia per le altre sei opere) che per me rimane il tratto distintivo di questo gruppo di horror giapponesi.
Questo film di pregia anche di una certa difficoltà nel reperire sottotitoli (AKA, ho letto in giro che non si trovano, quindi li ho cercati poco e senza aspettative) rendendone la visione una delle esperienze cinematografiche più surreali di sempre. Questo dettaglio, unito a qualche idea veramente cretina , ma ad una realizzazione che sarebbe stata da 10 e lode, rende il filmato superiore ai veri "Guinea pig" (che troppo spesso sono noiosissimi e senza significato se non il tentare di sconvolgere gli adolescenti; oppure pigiano su una pretesa ironia che diventa stucchevole).

Le prove a carico di una superiorità sono molte: qui c'è dell'involontaria ironia che raggiunge parossismi da capolavoro nella serie di visioni (forse?) con l'infermiera che succhia l'occhio fuori dalle orbite della paziente, mentre il medico compare davanti alla macchina da presa come un muppet; o durante l'intervento al cervello in cui il medico si fa fare una fellatio dall'infermiera e nell'acme del piacere si mangia uno scarafaggio che passeggiava sul cervello della signora.
Inoltre c'è una scena finale che sarebbe sicuramente piaciuta a Cocteau: la paziente operata al cervello si  sveglia con una ferita al fianco, cammina per la sala operatoria dove vede delle interiora uscire da un forno a microonde, viene quindi aggredita a suon di bisturi da una bella donna con dei fiori tra i capelli come al primavera di Botticelli (è l'infermiera/sorella di prima) e che mangia yogurt per poi fuggire nel corridoio dove incontrerà un temibile uomo scatolone che la inseguirà a lungo, intanto la bella donna si impegna in un possibile atto di autoerotismo. Questa sequenza non può essere liquidata solo come "scema", questo non è surrealismo, questo è dadaismo gore.
Comunque è fuori discussione che se un giorno qualcuno mi chiederà perché penso che i giapponesi abbiano un problema, gli mostrerò questo film.

PS: a essere onesti bisogna ammettere che anche se dura a mala pena un'ora è già troppo lungo.

venerdì 22 luglio 2016

Due occhi diabolici - Dario Argento, George Romero (1990)

(Two evil eyes)

Visto in Dvx.

Due storie ispirate ai racconti di Poe, la prima (girata da Romero) è un adattamento in chiave moderna del caso aldermar. La seconda (di Argento) è un mix di citazioni inserite in una storia basata su "Il gatto nero".

Di per sé l'operazione è molto affascinante; due maestri del cinema di nicchia, rielaborano secondo il loro mood dei racconti del maestro dell'inquietudine.
Purtroppo quello che ne viene fuori è, nell'insieme un burtto film.

Ad abbassare l'umore generale è l'episodio di Romero. Il racconto di Poe è preso e inserito in una storia di amanti ed eredità (il signor Valdemar viene mesmerizzato per tenerlo in vita in maniera tale da fargli "firmare" documenti nonostante il grave handicap della morte...), poi Romero, che ha un riflesso condizionato, improvvisamente trasforma tutto in un film di zombie. Efficace il dialogo dall'aldilà, ma tutto il resto non funziona. Ritmo assente, struttura narrativa noiosa (il racconto originale di Poe è affascinante, ma già di per sé è uno dei meno avvincenti) gestione della regia con il pilota automatico, fotografia imbarazzante. Giuro questo segmento è la morte dell'interesse.

L'episodio di Argento è un film con gli usuali problemi di sceneggiatura quando i regista (anche writer ovviamente) non si pone dei limiti. L'episodio è una versione de "Il gatto nero" con un gatto particolarmente satanico, ossessivo, profetico e con un'incredibile capacità di non morire e di entrare nei sogni; il tutto condito con continui riferimenti ad altri racconti dello scrittore (meraviglioso, a dirla tutta, l'incipit con la scena del crimine de "Il pozzo e il pendolo").
Nonostante l'eccessiva voglia dis trafare il segmento argentiano regge benissimo, perché si avvale di un ottimo Keitel che porta avanti con incredibile coerenza la trama raffazzonata e perché dietro la machcina da presa c'è un Argento nella sua seconda fase positiva. Si muove come faceva negli anni '70, crea sequenze efficaci (il rapido finale) e costruisce scene d'impatto (l'incipit, il ritrovamento del gatto nel muro), ma soprattutto gestisce la macchina da presa con la grazia dei decenni passati, danza con le immagini e ti fa ricordare perché una volta era considerato il più grande.

mercoledì 23 dicembre 2015

Frankenstein oltre le frontiere del tempo - Roger Corman (1990)

(Roger Corman's Frankenstein unbound)

Visto in Dvx.

Uno scienziato del futuro sta creando un'arma che distrugga le truppe senza danneggiare le strutture circostanti, per farlo vengono gettate in uno squarcio spaziotemporale; l'arma creerà un'apertura che risucchierà lo scienziato stesso e lo getterà nella Svizzera dell'ottocento dove coesistono i due Shelley, Byron e il vero Dr. Frankenstein. Lo scienziato verrà coinvolto nella creazione della compagna della creatura, ma lo squarcio li risucchierà nuovamente in un futuro ancora più distante.

Ultimo film di Corman, dopo vent'anni di inattività (beh alla regia... nella produzione non ha ancora smesso). Ovviamente sono incline ad apprezzarlo proprio per questo motivo.... tuttavia diciamo subito le cose come stanno, la creatura è bruttissima... molto molto molto brutta.
Corman si distingue soprattutto nella gestione dei tempi che, in una trama così caotica e raffazzonata (ma l'andamento della trama non è sempre il punto focale di un film di Corman, non è una condizione necessaria) riesce comunque a portare fuori il film con un unico momento di stanca nella parte finale della sequenza ottocentesca. Viene anche realizzata qualche sequenza splatter inaspettata che definirei di buon gusto (nell'ottica di un horror), senza essere esplosive.

Fantastica la coppia di protagonisti con un Hurt come sempre impeccabile e un Julia... beh, non perfetto, un pò troppo ridanciano e sopra le righe, ma è sempre un piacere vederlo sullo schermo.

Inoltre (ma forse questo è solo campanilismo) ho apprezzato la ricostruzione della Svizzera ottocentesca tra il lago di Como e il centro storico di Bergamo (per chi lo conosce è divertente vedere come venga accuratamente evitata la cappella Colleoni; forse troppo rappresentativa e fuori contesto o forse vincolata in qualche modo)
                                       
In definitiva è un film molto godibile con un buon cast in toto, ma sostanzialmente insignificante.

PS: applausi per la locandina, dopo decenni di Frankenstein non c'era molto da aggiungere.

mercoledì 29 ottobre 2014

Predator 2 - Stephen Hopkins (1990)

(Id.)

Visto in Dvx.

Gli alieni del film capostipite si ritrovano in una Los Angeles spaccata dalla guerriglia fra bande rivali; nel mezzo la polizia, condotta da un Danny Glover poco credibilmente nella parte del macho. Si inseguiranno, indagheranno, si picchieranno duro.

Questo è uno dei film che avendo visto da regazzino è riuscito a lasciarmi sempre una profonda impressione pur non ricordandolo affatto. Rivedendolo oggi dopo qualche decennio ho capito perché l'avevo dimentica. Questo film è bruttissimo.
Il primo capitolo era un capolavoro dell'action con quasi niente fuori posto, un gioco al massacro con regole semplice e sempre rispettate; un antagonista potente, affascinante e stronzo fronteggiato da uno Schwarzenegger cazzutissimo.
Qui le regole sono completamente mandate in vacca, si entra nell'astronave, si vedono i trofei, si vedono tecniche di caccia e di riparazione delle ferite che vorrebbero essere un succoso soprammobile scifi, ma riescono soltanto a rendere non credibile una storia che (per quanto assurda) nel primo potevano anche farmi passare per un found footage. L'antagonista si rivela non stronzo e potentissimo, ma cavalleresco e distruttibile con estrema facilita. Il protagonista è Danny Glover... beh che dire, qui gli si vuole anche bene, ma questa non è proprio la parte per lui... e poi voglio dirla tutta, io ricordavo perfettamente che il protagonista fosse, di nuovo, Schwarzenegger, quindi si può immaginare il mio disappunto quando il poliziotto normale di "Arma letale" fa piroette con la macchina sventando una guerriglia da solo, al posto di un austriaco pompato.

La storia poi si sviluppa ripetitiva e noiosetta, in una prima parte in cui nessuno capisce niente, si inseguono questi misteriosi figuri cercando di creare un'atmosfera di paura (con scarsi risultati); nella seconda parte c'è la lotta vera e proprio, ma i problemi arrivano subito, nel primo film era una lotta sproporzionata vinta con l'astuzia e la tenacia (perché non ri poteva fare altrimenti), qui invece è una lotta quasi alla pari vinta per una tenacia dall'origine non proprio cristallina.
Personalmente lo considero un fallimento di per se, neppure lo voglio affiancare al film che lo precede.

lunedì 2 giugno 2014

La fiammiferaia - Aki Kaurismaki (1990)

(Tulitikkutehtaan tyttö)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Una operaia di una fabbrica di fiammiferi vive una vita insipida. Vive con la madre ed il patrigno a cui versa tutto lo stipendio, prepara la cena e non parla mai; comunica talvolta col fratello che ha rotto i rapporti con la madre; non ha amici, passeggia da sola per la città; va in balere dove non viene mai approcciata. Una sera conosce un uomo con cui passerà la notte; ma ovviamente non siamo in un film Disney e, per quanto lei lo tampini, lui dal giorno dopo la ignora.

Terzo film dell'ideale trilogia dei perdenti iniziato con "Ombre nel paradiso"e proseguito poi con "Ariel".
All'apparenza un classico film alla Kaurismaki, ambienti popolari e scarni (un magnifico incipit sulle macchine che fanno i fiammiferi), attori bressonianamente impassibili, regia piuttosto statica (anche se ha ancora qualche guizzo) ed una leggerezza nel mostrare anche momenti atroci che è la cifra stilistica del regista.
In realtà questo è un film che mi ha colpito per le piccole differenze che esplodono nel finale.
Qui l'impassibilità dei personaggi è solo apparente, la Outinen riesce a dare una espressività alla sua mancanza di espressività tale che ci si abitua a vedere la gioia nei suoi rari sorrisi (ma soprattutto nel suo sguardo) e a riconoscere il dolore, la rabbia, la malinconia nella sua maschera; un'immobilità facciale che riesce a mostrare in maniera pazzesca il dolore del personaggio (su tutte la scena in cui nel ristorante in cui le viene detto di sparire è un bignami di emozioni trattenute). La protagonista diverrà del tutto fredda solamente nel finale, ma per dei buoni motivi.
Inoltre questo è un dramma. Non un film malinconico (come quasi tutti quelli del regista finlandese) e neppure una tragedia shakespeariana da guardare a distanza, ma un melodramma vero e proprio, atroce e determinato. Incredibile quindi come riesca a rimanere leggero.
Infine (ma forse è anche la cosa che più mi ha colpito) è la totale mancanza di ironia (e dell'assurdo), una nota della quale è usualmente presente ad alleggerire il degrado di molti altri film di Kaurismaki.

lunedì 9 gennaio 2012

Rischiose abitudini - Stephen Frears (1990)

(The grifters)

Visto in tv.

Questo è un film che ho praticamente guardato di spalle (stavo facendo altro)… in ogni caso ne parlo perché il finale (che ho guardato bene!) mi ha davvero colpito.

John Cusack è un piccolo truffatore che si guadagna da vivere usando le regole imparate da vecchio, pragmatiche, sagge e da vero gentleman. Lui sta con un’inquietantemente giovane, bella e disponibile Annette Bening che si procaccia da vivere allo stesso modo, ma in maniera decisamente più sfacciata, avara e gelida del moroso. La madre di Cusack (una Anjelica Huston che tutti nel film definiscono giovane e bella… beh, mi permetto di dissentire) lavora, con una botta di originalità, per un boss, lei gli piazza delle scommesse farlocche nelle corse dei cavalli pilotate per abbassare le quotazioni; ovviamente non resiste alla tentazione di fregargli dei soldi. I tre si incontreranno quando il povero John finisce all’ospedale, le due donne si odiano e i rapporti fra i tre collidono. Poi la Huston se ne va. Quando la Bening offre a John Cusack un colpo enorme, pericoloso, ma apparentemente facile, Cusack sente puzza di fregatura (si sa che tra truffatori ci si truffa sempre l’un l’altro, cosa che viene anche detta apertamente in questo film), torna dalla mamma per chiedere aiuto, ma le due donne si incontreranno prima… e poi il destino si muoverà in maniera inesorabile…

Ovviamente questo è noir, non importa il fatto che si tratti di un film di truffe è un noir, c’è tutto… Però è anche un film sulle relazioni famigliari. La vera idea originale è il rapporto con la madre, l’essere truffatori è tutto in dipendenza dei rapporti madre-figlio, e viceversa i rapporti famigliari vengono subordinati alle attività criminali e all’avidità che ne sta alla base.
Detto ciò non intendo dilungarmi troppo sulla regia (m’è parsa buona), la fotografia (credo pregevole anche se terribilmente “inizio anni ‘90”) o il ritmo (che invece mi è sembrato leggermente troppo lento, ma giusto un pelo); dicevo che non intendo dilungar mici perché in definitiva non l’ho seguito abbastanza bene…
Fosse solo un discorso di truffe incrociate non avrebbe particolare appeal rispetto a molte altre pellicole sull'argomento...

SPOILER ALERT
Quello su cui voglio soffermarmi è il finale. Anjelica Huston uccide Annette Bening, le spara in faccia e finge di essere lei a essersi uccisa (scambiando il corpo sexy della appena trentenne Bening con il proprio, oppresso e consunto, corpo da cinquantenne… anche se all’epoca aveva quarantanni, ma ne dimostrava ben di più) così da depistare il boss che la sta cercando per l’ammanco di denaro di cui si è accorto. John Cusack deve riconoscere il cadavere; si rende conto dello scambio, ma sta al gioco; tornato a casa torva la madre che lo sta derubando. Dopo un breve dialogo i due hanno una colluttazione minima e Cusack rimane accidentalmente ferito con un vetro (non ferito nel senso “Buon Dio! Mi si è spezzata un’unghia”, ma ferito nel senso “Buon Dio! Mi si sono spezzate le carotidi”), la Huston si rende conto d’aver ucciso il figlio e scoppia in lacrime… ma mentre Cusack agonizza lei, sempre piangendo, prende i soldi e se ne va… finalone col botto, molto noir, che mostra come i rapporti famigliari siano del tutto subordinati alla propria fame di denaro, no perché prima di uccidere il figlio tentarà di sedurlo convincendolo di non essere realmente sua madre... Che arrivino ad ammazzarsi lo si intuisce fin dall'inizio, ma se lei l'avesse ucciso sarebbe stata solo una persona "cattiva" e disposta a tutto pur di appagare il suo egoismo, ma in questo modo, un incidente involontario e lei, affranta, che fugge con i soldi del figlio è lei stessa vittima della sua dipendenza dai soldi, una persona disperata che fa violenza a se stessa prima che agli altri. Un finale torbido, tetro e disperato come pochi altri... La potenza di questi pochi minuti è grandiosa. Bravi tutti.

PS: carrellata di caratteristi di livello nelle retrovie.

domenica 8 maggio 2011

La voce della luna - Federico Fellini (1990)

(Id.)

Visto in VHS.
Più che una storia unitaria è la solita collezione di momenti, di scene disgiunte alla Fellini, tutte che rincorrono un tema comune, nella fattispecie l’elogio della follia come fonte principale dei sentimenti veri, della vita autentica e bla bla bla…

Si insomma il tema non è originale, ma Fellini lo esalta e lo migliora col suo tocco leggero e surreale, con le sue ricostruzioni antinaturalistiche degli esterni in studi di posa e con la scelta del solito corredo di volti felliniani. In più il film si pregia della partecipazione di Benigni (personaggio non sempre in parte e che rischia sempre di sfociare nell’irritante) che viene usato al meglio e diventa semplicemente fondamentale, in più c’è pure un Villaggio che, pur non eccellente, riesce bene nel suo sporco lavoro.

Nell’insieme il film, l’ultimo del regista emiliano, risulta il migliore fra quelli dell’ultimo decennio (ammetto di non aver mai visto "E la nave va”), poetico e godibile nella sua illogica distribuzione dei fatti.

mercoledì 20 aprile 2011

Il falò delle vanità - Brian De Palma (1990)

(The bonfire of the vanities)

Visto in DVD.
Un giovane broker (Hanks) che vive a Manhattan, figlio di una cultura dell'edonismo e dell'ipocrisia, con moglie isterica e amante ninfomane rimane, per caso, invischiato in un incidente stradale di cui, tecnicamente, non ha colpa, è stata la sua amante a tirare sotto un ragazzo di colore nel Bronx. Peccato che gli interessi economici della famiglia del ragazzo e di un ambiguo reverendo locale, gli interessi politici di procuratori e legulei, nonchè gli interessi di vendita dei giornalisti, montino un caso estremo di razzismo al contrario dove il povero Hanks viene accusato e perseguitato sostanzialmente perchè è un bianco.
Storia ironica e graffainte dell'homo homini lupus, dove tutti sono personaggi beceri con doppi fini e dove tutte le categorie sociali sono infilate nel calderone dei bastardi.

De Palma non rinuncia a tutti i suoi tecnicismi estetici (un brutto split screen, alcuni pan focus, una macchian da rpesa mobilissima, e i soliti 5 minuti buoni di piano sequenza all'inizio, questo si molto bello), ma complessivamente si tira indietro, firma un film decisamente più sobrio, dove la sua inventiva non è invadente e lascia alla storia e agli attori la parte che gli è proprio.

Il vero difetto del film è nella trama stessa. Per prima cosa il finale troppo positivo stona tantissimo con tutto l'andamente della storia; il colpo di scena finale è troppo debole e muore se paragonato all'aspettativa che viene creata in precedenza; infine il pistolotto morale di Morgan Freeman è davvero dannoso all'andazzo generale (ma immagino che l'abbiano lasciato per dare un monologo a Freeman).

Compessivamente, comunque, il film diverte, intrattiene, non annoia mai e, credo, sia la miglior prova d'attore di Bruce Willis, nonchè la prova d'attore meno irritante di Tom Hanks.

sabato 18 settembre 2010

Atto di forza - Paul Verhoeven (1990)

(Total recall)

Visto in VHS, registrato dalla tv.

Dato che non c'ho molta voglia di riassumere crtl-alt-cancio il riassunto di mymovies.it: nel 2084 d.C., desideroso di compiere un viaggio su Marte, l'operaio edile Doug Quaid si rivolge all'agenzia Recall che vende viaggi e avventure di turismo virtuale, ma scopre di essere già stato su quel pianeta come Hauser, agente segreto al servizio dello spietato dittatore locale, e si unisce al movimento popolare di rivolta.
Sceneggiatura tratta dal solito Philip K. Dick (ma possibile che il futuro immaginato negli ultimi 30 anni sia tutto stato pensato da una sola persona?) che viene svilita da alcune sequenze d'azione veramente imbarazzanti e oggigiorno improponibili e da un'estetica anni '80 del futuro terrestre...
Tutto il discorso sull'identità (la doppia identità così diversa del protagonista e il dover ammettere che lui è l'altro) e sulla percezione di se, discorso molto complesso e mai del tutto trattato al cinema è lasciato assolutamente in disparte. Viene trattata meglio la questione del rapporto realtà/memoria/sogno, non molto originale forse, ma quantomeno Verhoeven, gli da lo sazietto minimo che merita e si concede il lusso di non risolvere mai la questione (bravo!).
tuttavia questo è un film con molteplici motivi di interesse (ok, io sono abbastanza indulgente perchè il ricordo del trailer visto da bambino ancora mi perseguita, con la testa parlante della tizia pelata e l'impronta della mano con 4 dita...):

1) Ci sono 3, e dico ben 3, calci nelle palle a Schwarzenegger dati dall'allora in forze Sharon Stone (mamma quant'è cambiata!).

2) C'è un accenno di catfight, interessante per lo più per motivi antropologici in quanto mi sembra un buon esempio di quest'antica pratica in versione anni '80 (niente fango, niente bikini, niente tirate di capelli, ma pseudo-kung fu).

3) 3 tette. No, non ho detto 2, ho detto 3 tette, e tutte su un'unica donna.

4) Beh, poi ci sono gli effetti speciali (premiati con l'oscar), che sono in puro stile anni '80, ma sono la quintessenza nel loro genere ( no dico, i pupazzi del Johnnycab sono perfetti, e la la finta testa di Schwarzenegger? no, tanto per dire, e poi non ho citato la mano mutante del tassista...); e le scenografia all'altezza di un kolossal.

5) L'estetica anni '80 risulta perfetta per descrivere il mondo proletario e ghettizzato di marte.

6) Ah già! dimenticavo, c'è pure una prostitua nana in versione sexy, sexy e letale.

Si insomma, per appassionati del genere, genere Schwarzenegger...

martedì 18 maggio 2010

Crocevia della morte - Joel Coen, Ethan Coen (1990)

(Miller's crossing)

Visto in DVD.

C'è poco da fare, quando i Coen fanno un film, semplicemente si masturbano per un'ora e mezza... quando però sono particolarmente ispirati, con la loro pratica autoerotica fanno godere anche te... e qui siamo esattamente in una di queste situazioni.
Crocevia della morte è un noir in un'ambientazione più propriamente gangster che salta dalla commedia alla tragedia con una semplicità ed una naturalezza impressionanti.
Negli anni '30 è in corso (o meglio comincia con l'inizio del film) uno scontro tra gang rivali per il controllo della zona (anche se tecnicamente non è questo il motivo), uno dei boss si scontra anche con il suo consigliere e amico che passa dall'altra parte cercando di rimanere a galla... il film è uno scontro tra menti con una mente sola (solo il protagonista è effettivamente un genio) dove tutti presto o tardi tradiscono. Un protagonista granitico magnificamente interpretato da Byrne, come non mai, conclude una trama degnissima; complicata quanto lo può essere un noir e terribilmente interessante.
Fotografia splendida e colpi di scena a non finire coronano un film che è un capolavoro, forse superiore anche a "Non è un paese per vecchi". Per quello che li conosco, al momento, questo è realmente il vertice dei fratelli Coen.

PS: solita comparsata di Turturro e Buscemi.

martedì 23 febbraio 2010

Boiling point, i nuovi gangster - Takeshi Kitano (1990)

(3-4x jūgatsu)

Visto in DVD.

Il secondo film di Kitano...beh delude. Sempre sospeso e trasognato, sempre segnato da una violenza stilizzata mai preannunciata, ogni scena è statica anche quelle d'azione... ma stavolta non funziona. La storia circolare è certamente positiva ma tutto quello che c'è in mezzo non interessa, non convince e non affasciana. Anche la poesia che di solito permea i suoi film è lasciata molto in disparte (al momento mi viene in mente solo la scena in cui Kitano uccide con il mazzo di fiori).ù
Unica cosa degna di nota, qui c'è ironia, è il primo film del regista giapponese con scenette apertamente divertenti.

venerdì 1 gennaio 2010

Days of being wild - Wong Kar Wai (1990)

(A fei zheng chuan)

Visto in DVD.

Al secondo film Wong Kar Wai espone tutte le sue tematiche tipiche. Rimane il gusto per la violenza non fine a se stessa del precedente e si sviluppa il gusto per i sentimenti.

Il film non ha una trama precisa, presenta solo dei personaggi caratterizzati in maniera personali, ma per il resto assolutamente normali; la storia si muove nel mostrarne gli sviluppi sentimentali. Non c'è un giudizio da parte del regista, nessun personaggio è interessante perché buono o cattivo, perché vittima o carnefice, semplicemente Kar Wai cerca di porsi nell'ottica giusta per poter riconoscere esattamente i sentimenti in gioco; nient'altro.

La macchina da presa perde le sbavatura dell'opera prima e diviene ben più sicura, senza smussare troppo le invenzioni stilistiche.

L'ambiente degli anni '60 ben ricostruito trasporta il film in una sorta di zona di sogno. Decisamente è nato un nuovo cinema.