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domenica 28 febbraio 2021

le idi di marzo - George Clooney (2011)

 (The ides of march)

Visto su Netflix.


Alla sua quarta regia Clooney decide di entrare a piedi pari nel cinema politico classico americano. La vicenda della corsa alla candidatura democratica (quindi qui tutti sono i "buoni" della politica americana) vengono sondati gli intrighi di palazzo della politica, fatta di spin doctor e scrittori di discorsi, di forma che deve mostrare la sostanza ostentata e, come sempre in questo genere alla Redford, dello scontro morale del protagonista fra ideali e realpolitik.

Di fatto non si inventa niente, ma si costruisce un film solido che viene girato in maniera formalmente ineccepibile e in maniera ottimale senza un manierismo imbalsamato, azzeccando momenti che solo gli americani riescono a darci (il dialogo con la bandiera a stelle e strisce sul fondo).

Il vero pregio è aver virato l'attenzione dai protagonisti della campagna elettorale ai burattinai dietro di loro, di aver affidato queste parti ad alcuni degli attori migliori in circolazione all'epoca (Clooney si ritaglia la parte, perfetta per lui, ma defilata, del candidato alla Obama) e lasciare che siano loro gestire la questione morale di compromessi e minacce.

L'effetto finale è un film dal tono estremamente basso, ma ricco di livore e di energie contenuto, gestito bene, pur nella sua totale mancanza di innovazione. Ma diciamocelo, se i prodotti medi fossero tutti così il cinema sarebbe tutto su un altro livello.

lunedì 4 febbraio 2019

Todo modo - Elio Petri (1976)

(Id.)

Visto in Dvx.

Agli esercizi spirituali di un prete carismatico, partecipano molti dell'intellighenzia dell'epoca (veri e propri protagonisti della politica o dell'economia italiana). Durante la settimana però cominciano a essere perpetrati degli omicidi, sconvolgendo il microcosmo (già piuttosto sconvolto). Ovviamente per le indagini nessuno potrà lasciare l'eremo.

Per capire com'è realizzato questo film direi che si può nominare "Il divo"; una regia dinamica ed estetizzante, un protagonista principale freak, isolato dalla società (qui isolata per il potere che rappresenta e per gli intrighi che vengono orditi); location estetizzanti quanto la regia (in questo caso moderniste ed essenziali, che fanno risaltare il grigiore) oltre a un costante senso di surrealtà.
Ovviamente l'esperimento è molto interessante, in quanto la via migliore per poter parlare della politica dell'epoca (il riferimento alla politica dell'epoca è dato da un Volonté che ricalca pedissequamente Aldo Moro) sembra essere quello della distopia. Non è fantascienza, ma l'ambientazione, il tono e il rapporto fisico e assurdo con la religione (l'uso insistito della fustigazione, il "Padre nostro" con i respiri profondi, oltre al rosario nell'episodio centrale del film) rendono il film alla stregua dei suoi contemporanei in cui il futuro era in mano a società para-religiose.
Come dicevo la regia punta molto sull'estetica. Una fotografia dai colori neutri (tutto è grigio, nero o color legno), le location dagli interni asettici e senza fronzoli (con alcune statue di intento religioso, ma dalla realizzazione inquietante); molta attenzione alle inquadrature e ai movimenti di macchina (molto bella la scena del rosario fatto camminando ad esempio).
Ottimi gli attori con un Volonté macchiettistico (come richiesto dalla parte) e un Mastroianni finalmente in una parte diversa dal solito (con un solfureo personaggio preso direttamente dagli imbonitori da fiera americani); purtroppo la Melato è utilizzata malissimo.

Le singole parti sembrano poter dare luogo a qualcosa di importante; purtroppo il risultato non è all'altezza delle aspettative. Il film è troppo surreale, troppo teso a voler essere metafora grottesca, senza avere il senso delle proporzioni o idee totalmente originali. Talmente estremo da risultare più farsesco che graffiante.

venerdì 4 marzo 2016

Il ministro, l'esercizio dello stato - Pierre Schoeller (2011)

(L'exercice de l'État)

Visto in Dvx.

Alcuni giorni nella vita del ministro dei trasporti francese mentre deve occuparsi di gestire l'opinione pubblica circa un incidente dove hanno perso la vita alcuni adolescenti, i sindacati e le proteste per la privatizzazione delle stazioni dei treni (che lui non vorrebbe fare, ma il resto del governo si, oltre ai rimaneggiamenti del governo e di partito.

Ho letto da molte parti delle similitudini con Sorrentino e "Il divo"... onestamente no, non c'è molta attinenza; fatto salvo per un incipit onirico e piuttosto dinamico dal punto di vista della regia (che effettivamente ha qualche assonanza con il film su Andreotti), il resto (e cioè tutto quello che c'è dopo i primi 5-10 minuti) è tutto su un altro registro e con un altro scopo.
Ecco, quello che più mi sfugge è lo scopo. Nei primi minuti sembra poterne avere innumerevoli; un film sorrentiniano. appunto, con una figura solitaria che si dimena in un mondo che esteticamente rappresenta ciò che lui ha dentro; potrebbe essere l'evoluzione di un uomo schiacciato dal potere e dalla responsabilità; potrebbe essere un political drama all'americana in salsa europea. Invece non è nessuna di queste cose; sembra essere solo una descrizione (né troppo cattiva, né troppo indulgente) degli intrighi di palazzo ai tempi della democrazia.
Di fatto la storia a lungo andare può lasciare insoddisfatti quasi tutti.

Dal punto di vista estetico è ben costruito, ma quasi senza guizzi. In realtà i guizzi ci sono, ma possono essere riassunti in due scene topiche. il già citato incipit onirico e la notizia dell'incidente dell'autobus con i ragazzi; e l'altra scena è quella dell'incidente del ministro sull'autostrada vuota. Questo secondo incidente è realizzato benissimo un colpo improvviso senza spiegazioni, efficace, rapidi cambi di prospettiva dall'interno dell'auto che rotola con le inquadrature di ciò che avviene dell’altra parte dl telefono con una rotazione attorno al personaggio che sta parlando.

Ultimo encomio agli attori, davvero tutti molto bravi.

venerdì 5 giugno 2015

House of cards. Gli intrighi del potere - Beau Willimon (2013, 2014, 2015)

(House of cards)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Ormai è noto, da tre anni Underwood lavora nei retroscena della politica americana per perseguire i propri scopi, niente di prettamente materiale, quanto il potere per il potere (insomma, in questa serie si è costretti ad amare ciò che nella realtà tutti noi amiamo odiare). Attorno a lui si muovono un nugulo di politici tronfi e scarsamente idealisti, tra i pochi "buoni" sono più quelli che cedono alle lusinghe, alle minacce o alle proprie debolezze che quelli che rimangono integri. A fianco del protagonista la moglie; probabilmente il vero valore aggiunto, bella, elegante, gelida e sorridente, condivide con i consorte le ambizioni e i piani.

Una serie televisiva perfetta (almeno per le prime due serie) che ha il suo punto di forza nella scrittura impeccabile di un personaggio antico quanto Shakespeare, fatto di astio e hybris, che si muove in un mondo che vive di intrighi di palazzo, di scontro tra poteri e tra menti. Il debito shakespeariano non è detto tanto per dire, il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico spiegando le situazioni o ciò che pensa piuttosto che le sue caratteristiche macbethiane sono evidenti (ma un MacBeth con le palle); valore aggiunto, come già si diceva, la compagna, una Lady MacBeth senza tentennamenti o sensi di colpa.
A questa scrittura memorabile si sommano le due scelte più azzeccati di sempre, gli attori protagonisti e il regista (almeno il primo). Credo sia noto a tutti che questa è la prima serie decisa dalla rete, che ha indicato il libro da cui trarla il cast principale e la regia; beh direi che la rete si è dimostrata il produttore più intelligenti di sempre. Un Kevin Spacey in grandissimo spolvero che sguazza sornione nei panni del magnifico stronzo (il personaggio sembra essere stato scritto per lui solo) e un Robin Wright (nelle ultime serie anche regista si alcune puntate) incredibilmente in parte, riesce a trasmettere un mondo di significati anche con l'impassibilità caratteristica del suo personaggio. Infine Fincher; da le linee guida su come condurre la storia; con una regia ortogonale, spigolosa, dove i protagonisti sono spesso manichini che si muovono in interni asettici, grigio o terrei e con luci piuttosto basse di notte e un uso parsimonioso dei suoni che però schiaccia l'acceleratore quando serve (giocando con i dialoghi fuori campo anticipatori di scene successive o che avvengono in contemporanea) una direzione che verrà costantemente tenuta (per fortuna).

Prima serie. Incipit perfetto dove Spacey da sfoggio delle proprie capacità e delle linee principali della serie; scena che mostra la sua determinazione mentre uccide un cane guardano direttamente in macchina da presa spiegando ciò che sta facendo, poi un'elenco dei principali personaggi con piglio sicuro e strafottente. In 5-10 minuti si sono già buttate la base da qui si può cominciare a raccontare la storia.
Le prime puntate (4 o 5) si portano dietro il difetto di dover dimostrare la capacità del protagonista e mostrano come, con mezzi non ortodossi, ottenga tutto ciò che desidera: la mancanza di una vera difficoltà è il limite all'interesse, ma il fomento è ancora molto. Poi la lunga chiusura di stagione con Spacey accerchiato da inchieste giornalistiche e sottoposti con remore morali mettono tutto in bilico, ultima stagione con il botto; succede quello che tutti si aspettano fin dall'inizio, ma nessuno ha mai osato pensare che sarebbe avvenuto davvero (ci si rende conto che si vuol bene a uno stronzo completo).

Seconda serie. Inizia dove si ferma l'altra e nella prima puntata di mettono le cose in chiaro; il solco tracciato è netto e in pochi minuti Spacey sistema tutti i problemi che erano sorti alla fine della serie precedente con gesti estremi e insperati. Questa è la serie migliore; le carte in tavole vengono radicalmente cambiate, Spacey usa chiunque per i suoi scopi e a lui viene contrapposto un personaggio di peso, Tusk, un miliardario americano speculare al protagonista e inizia una succulenta battaglia tra due menti.

Terza serie. La più debole. Fatti da parte molti dei personaggi delle serie precedenti e introdotti di nuovi la serie sembra aver perso grip. L'antagonista principale se ne è andato, Spacey ha raggiunto obiettivi personali enormi, per quanto gli venga contrapposto Lars Mikkelsen ormai si è tornati al problema iniziale, tutto avviene con troppa facilità, mancano sfide vere e proprie e l'effetto novità è svanito. Conlcusione con enorme twist fondamentale per tenere acceso l'interesse, anche se, secondo me, è stata messa ormai troppo tardi.

Una serie costruita in maniera impeccabile che merita di essere vista, ma rigorosamente in ordine cronologico per non conoscere in anticipo i molti sconvolgimenti della trama. Salvo una ripresa di ritmo nella prossima stagione, però, sembra avere già esaurito il proprio impatto.

PS: impropriamente classificata (da me) come serie tv per facilità tassonomica.


mercoledì 4 febbraio 2015

Va' e uccidi - John Frankenheimer (1962)

(The manchurian candidate)

Visto in DVD.

Un gruppo di soldati americani vengono catturati in Corea, ma riescono a fuggire quasi tutti. Una volta tornati negli States vengono tutti funestati da uno strano (e comunitario) incubo...

Thriller psicologico condotto con mano pesante da un Frankenheimer in spolvero. Di fatto questo regista è stato relegato alla serie B concettuale dei film di nicchia anni '70, ma (a parte "Il braccio violento della legge 2") in realtà è stato autore di film godibilissimi girati con vera maestria, pochi come lui (specie in quegli anni) hanno utilizzato così tanto la profondità di campo.
Anche qui ci siamo, la profondità di campo è utilizzata in diverse occasioni e si usano parecchie inquadrature enfatiche dal basso o sghembe.
Ma quello che fa davvero la differenza stavolta sono le idee di messa in scena, gli usi di montaggio e le alternative al mostrare direttamente le cose. Fenomenale la parte del sogno/lavaggio del cervello in cui tutti i soldati vedono in parte gli ufficiali comunisti inframezzati dalla propria versione delle signore anziane che parlano di giardinaggio. Bellissima la sequenza del discorso alla stampa del segretario con l'azione che avviene in secondo piano, mentre in primo piano vengono mostrati i televisori delle troupe che fanno vedere i primi piani dei personaggi. Ma anche semplicemente il tetrapak del latte che fa le veci della ferita sanguinante.

La trama, forse non regge più per la parte della tensione, ma certamente mantiene interesse fino in fondo, fino al finale prevedibile, ma incredibilmente efficace.

Se a questo uniamo un buon cast con un Sinatra (che spesso non sopporto) estremamente solido e una Angela Lansbury magnifica stronza.

PS:per chi l'ha visto fino alla fine... beh tutto questo prima della morte di Kennedy!


venerdì 4 ottobre 2013

Mr. Smith va a Washington - Frank Capra (1939)

(Mr. Smith goes to Washington)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un giovane di provincia puro nelle intenzioni e idealista nel rapportarsi con le istituzioni americane (ammantante di quell’aura di misticismo e integrità che hanno solo loro) viene scelto come secondo senatore del suo stato. La scelta è stata pilotata da un magnate locale e dall'altro senatore (un tempo anch’esso puro); i due stanno tentando di far passare al congresso la costruzione di una diga che farà guadagnare loro parecchi soldi e cercano un nuovo senatore che non faccia troppe domande. Una volta a Washington per tenerlo buono gli offriranno al possibilità di portare avanti un suo emendamento circa la costituzione di un campo per ragazzi, purtroppo gli interessi di quella campo si scontreranno con quelli della diga; il neo eletto sarà pronto a denunciare i brogli, ma verrà battuto sul tempo e si attiverà una enorme macchina del fango.

Film  idealista fino alla nausea, semplice e lineare fino alla fantascienza si ricorda volentieri per lo sguardo disincantato che già in quegli anni c’era nei confronti delle istituzione (è vero che, comunque, questo sguardo serve a sottolineare l’assurda redenzione finale). Personalmente non ho molto apprezzato l’interpretazione di Stewart che da vita all'eterno suo personaggio del ragazzone semplice, ma qui è proprio eccessivo. Devo ammetter inoltre di non aver capito esattamente perché avrebbe dovuto convincere l’opinione pubblica della sua innocenza tenendo la parla 24 ore…

Tutto sommato è un film di Frank Capra (solare, idealista e buono), ma a questo gliene preferisco molti altri, qui è tutto eccessivo e troppo meccanico. Qualche buona idea non manca di sicuro, il cartoonismo della caccia a i giornalisti; l’enfasi esagerata, ma esteticamente impeccabile dell’arrivo a Washington; il mostrare i sentimenti di Stewart attraverso l’impossibilità di tenere il cappello in mano.

lunedì 4 marzo 2013

Le mani sulla città - Francesco Rosi (1963)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un faccendiere napoletano (Steiger), palazzinaro senza remore, è profondamente invischiato nella vita politica del comune, ma alla vigilia delle elezioni uno dei suoi palazzi crolla, apparentemente senza motivo. Le elezioni alle porte, le indagini di un consigliere dell'opposizione, l'arroganza del palazzinaro che vuole essere assessore a tutti i costi e le beghe interne al partito (mai nominato) provocheranno molte reazioni, non ultima la fuga del faccendiere dalla maggioranza per finire in un partito di centro (moralizzatore a parole) con cui riuscirà a costituire una nuova maggioranza.

Asciutto e spietato (ma con una certa tendenza all'ostentazione dei caratteri) Rosi delinea un mondo più che un singolo personaggio. Descrive un modo di vivere, un sistema che crea mostri e che si auto mantiene e riproduce. Si muove fra caratteri e personaggi, agli antipodi, ma solo perché rappresentano le due facce di una stessa moneta. Carica il lavoro di un nitore e una trasparenza impressionante e butta tutto il peso di un film densissimo sulle solide spalle di un ottimo Rod Steiger e su quelle più gracili, ma forse più esperte, di una selva di caratteristi tutti perfetti al loro posto. Quello che ne viene fuori è un film che sembra un documentario tanto è dettagliato, a che scorre via con la velocità e la grazia di una puntata di un telefilm, tanto è ben narrato. L’eternità della storia lo rende sempre attuale.
Magnifico, osannato con cognizione di causa.

mercoledì 26 maggio 2010

Tempesta su Washington - Otto Preminger (1962)

(Advise & consent)

Visto in DVD.

Il presidente degli Stati Uniti sceglie come segretario di stato un uomo dal passato non limpidissimo, nel senato, organo che deve accordare la "fiducia" sulla scelta del candidato si innalzano la barricate, si contano i voti, si creano commissioni ad hoc, si minaccia, si muore per portare avanti o per fermare questa scelta.
Un film che porta all'interno del sistema politico americano mostrando come avvengono le cose, come le differenti personalità reagiscono ad uno stimolo unico e a come si possono portare avanti o bocciare le iniziative del capo di stato. Tutti sono disposti a tutto ed i più deboli rimangono schiacciati; ma alla fine nessuno riesce a vincere.
Film stupendo e grottesco magistralmente interpretato, fra gli altri qui c'è l'ultima interpretazione di Laughton, cosa che di per se sarebbe motivo sufficiente per vederlo, e fa pure il senatore repubblicano del sud tipico.
Girato con impressionante maestria mette spesso a confronto la realtà della vita (la famiglia, le relazioni, le visite guidate nei palazzi del potere) con il diverso piano di realtà della politica. Nelle scene dentro al senato usa panoramiche ariose e immensi piani sequenza per dare continuità ai dialoghi fra senatori. Anche questo sarebbe di per se un motivo sufficiente per vederlo.
Unico difetto è un pò troppo didascalismo all'inizio, specie quando la moglie di un senatore spiega alla moglie di un diplomatico francese come funziona il sistema americano...situazione che blocca tutto il film, ma oggettivamene necessaria per l'esportazione del film in Europa.
Inoltre è il uno dei primi film a parlare di omosessulità e a girare una scena in un locale gay!
Da vedere.