domenica 4 aprile 2021

Father and son - Hirokazu Kore'eda (2013)

 (Soshite chichi ni naru)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Una coppia upper class giapponese riceve la notizia che il loro figlio di 4-5 anni è stato scambiato alla nascita. Incontreranno la coppia con l'altro figlio e dovranno decidere se tenere la situazione attuale o scambiarsi di nuovo il figlio. 

A fronte di un problema emotivamente devastante, ma pragmaticamente piuttosto semplice da risolvere (credo), con personaggi che fanno scelte o compiono gesti solo parzialmente comprensibili (differenza culturale?), Koreeda imbastisce un film di sentimenti esplosivi che vengono trattenuti.

Perché l'idea di fondo del film è tutto sul cercare parte di sé negli altri; e viene tutto giocato sullo sguardo (metaforico, ma anche quelli letterali) del padre protagonista verso suo figlio putativo e quello naturale nella continua ricerca di parte di sé stesso; il suo sguardo sull'altra famiglia per cercare la propria superiorità all'inizio e i punti di incontro nel finale.

Niente di nuovo, niente di realmente dirompente, ma l'intera trama è gestita con stile ed empatia. Una visione dei protagonisti che li affianca e sembra volerli supportare; una vicinanza che commuove in sé indipendetemente dalla trama già toccante. Qualche minuto in meno e sarebbe stato potentissimo.

mercoledì 31 marzo 2021

Ride - Jacopo Rondinelli (2018)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Due amici, youtuber "estremi" cominciano ad avere vite distinte, uno ha messo su famiglia, l'altro ha problemi di gioco. Uno dei due iscrive entrambi a un gara misteriosa dove, presto si scopre, si può morire davvero.

Diciamoci la verità; qualunque giudizio su questo film sarà influenzato dal fatto che sia italiano.

Un piccolo film a basso budget con un'idea (iniziale) molto facile e uno svolgimento ancora più semplice che però riesce ad essere efficace.

Inizia a metà strada tra il colpo di fucile e il fastidio. Sfrutta a piene mani l'estetica dei videogiochi (le tappe con le ricompense, l'intera schermata del "gioco", gli spiegoni iniziali e nel mezzo.... vabbè tutto, dalla struttura al comparto visivo) per portare avanti una trama minimale che guadagna tutto dal ritmo (anche se vorrebbe funzionare con le evoluzioni sulla bicletta... che però presto divengono ripetitive e perdono mordente) e sfrutta l'altro idea della soggettiva costante. Anche la soggettiva viene dal videogioco e viene integrata con videocamere esterne e droni; un'idea un pò patetica che risulta fastidiosa nel POV continuo, ma che a lungo andare viene messa da parte in favore di un montaggio più articolato e normalizzante.

Non starò qui a fare la morale alla trama di un film action, ma il vero tallone d'Achille è tutto lì; una serie di plot twist non completamente efficaci con un finale (che non ho capito del tutto) che prende a piene mani dall'horror inglese e americano egli ultimi anni, ma con meno cognizione di causa. Lo sviluppo tesso dei personaggi e della storia è irrisorio e con uno forzo minimale poteva essere la svolta per avere un pò già di carne al fuoco, perché quel poco che c'è è cotto molto bene.

domenica 28 marzo 2021

La ragazza senza nome - Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne (2016)

 (La fille inconnue)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Una dottoressa di base, dopo una giornata di lavoro decide di non aprire a uno squillo del citofono fuori orario. Il giorno dopo scoprirà che nei pressi dell'ambulatorio è stata uccisa una donna e che era lei ad averla chiamata per cercare di salvarsi. La dottoressa cercherà di scoprire cos'è successo e il nome della vittima sconosciuta come mezzo per zittire il senso di colpa.

I Dardenne hanno fatto un marchio di fabbrica del loro distacco verso i protagonisti e il girovagare con pervicace verso uno scopo difficile da ottenere è quasi sempre la trama principale. Questo film non si esime, ma aggiunge una nota di fatalismo e di colpa che sono una piccola novità... comunque poco sfruttata, buttata all'inizio e alla fine, ma senza un valore nello svolgimento della trama. Ma almeno il finale ne guadagna.

A questo si lega una freddezza generale (come detto nota stilistica) anche nella recitazione (anche qui, molte volte richiesta, ma qui troppo calcata) Che rende il tutto di un'anempatia incredibile.

Rimane la fluidità e la capacità di coinvolgere di un racconto ripetitivo e senza spunti d'interesse particolare, la capacità dei registi di aggrapparsi a un personaggio e di fartene partecipare che tu lo voglia o meno. Lontano dall'essere il migliore, riesce comunque ad essere un buon film.

mercoledì 24 marzo 2021

Don Jon - Joseph Gordon-Levitt (2013)

 (Id.)

Visto su Raiplay.


Un dipendente dal porno parla della sua vita, la famiglia, gli amici, i rapporti occasionali (frequenti) e il continuo rivolgersi alla pornografia in maniera ossessiva. Ne parla con pragmatismo, convinzione divertimento, nessun discorso morale. Quando consocerà la sua fidanzata, nonostante si tratti di Scarlett Johansson, le abitudini non cambieranno.

Opera prima di Gordon-Levitt alla regia è un film sorprendentemente buono venendo da un attore. Sarò razzista, ma gli attori prestati alla regia hanno al tendenza a fare un film in funzione di sé stessi, assecondando la recitazione e non tendendo la macchina da presa indipendente a narrare la storia mentre gli attori recitano. Qui Gordon-Levitt invece sorprende; decide il ritmo del racconto con la regia, mostra un sunto della vita del suo personaggio (e di riflesso la sua storia e la sua psicologia) giocando tutto sul montaggio frenetico e inquadrature che si rimandano a vicenda. 

Gestita da dio la vicenda riesce a coinvolgere e divertire per tutta la sua durata; senza pretese arriva al finale consolatorio (fino a un certo punto, e puritano solo in minima parte) con il giusto piglio e lo rende meno indigesto di quanto avrebbe rischiato d'essere.

Gli attori fanno il loro, curiosamente Gordon-Levitt ha forse la parte meno interessante dal punto di vista della recitazione; la Moore si tiene un paio di scene madri (secondarie... se esistono) per sé portando a casa il solito buon risultato; la Johansson si mangia la scena con la sua versione di working class bitch.

domenica 21 marzo 2021

The forty-years-old version - Radha Blank (2020)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Una ex scrittrice prodigio (una delle migliori sotto i 30 anni) si trova alla vigilia dei 40 anni a insegnare in una scuola sgarruppata, in perenne procinto di scrivere l'opera teatrale politica definitiva, ma sempre alla ricerca di un produttore e pronta ad adattarsi ad ogni richiesta fatto poi salvo pentirsene. Troverà una via di fuga (e un sostegno) nel rap.

Detto così sembra un film cretino, in realtà è, nella prima metà, un film comico magnifico che a fronte di un divertimento continuo e un ritmo perfetto porta avanti un'istanza politica efficace. L'istanza politica non ha molto di nuovo, ma i tentativi di un ex enfant prodige che lotta per rimanere a galla e per tenere in equilibrio le leggi di mercato con l'integrità morale rovinando continuamente ogni passo avanti.

Fotografato in un bianco e nero da applausi e tenuto in piedi con il giusto tono (con un mestiere che è sorprendete in un esordiente) è godibilissimo e interessante per tutta la prima parte... nella seconda parte si spegne.

Nella seconda parte il comico lascia il posto alla commedia scaldacuore, alla vittoria morale della vittima del sistema che riesce, nello stesso tempo, a mantenere in piedi tutti i rapporti umani che sarebbero stati a rischio con quella scelta. Insomma, parte come una commedia donchisciottesca con un personaggio obiettivamente perdente, finisce (all'americana) con il successo dell'arte con la A maiuscola contro un mondo conquista... terribile. Se si considera che tutto il divertimento è lasciato all'inizio la delusione è totale.

PS: le parti rap costringono a vederlo (almeno quelle parti) in lingua originale, la versione italiana è imbarazzante e farebbe spegnere dopo la prima mezzora. 

mercoledì 17 marzo 2021

Scene da un matrimonio - Ingmar Bergman (1974)

 (Scener ur ett äktenskap)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Un decennio nella vita di una coppia, l'amore fra i due, l'apparente benessere, lo sviluppo dle rapporto, il distacco, il disprezzo, la violenza, il divorzio, il riavvicinamento.

Un film fiume che da solo rappresenta alcuni dei tratti fondamentali di Bergman:

Come sempre Bergman mette in scena un'esposizione di anime (perse); e come spesso il tardo Bergman mette in scena uno scontro, un gioco al massacro fra anime.

Continua anche ola ricerca della demistificaizone delle peculiarità borghesi e ci gode a mettere in scena la rete di sentimenti che aggroviglia e complica la vita di una coppia normale, addirittura felice (!), ama ravanare nella palude di frasi trattenute e sentimenti inconfessati e lavora di fino sui dialoghi lunghissimi.

La struttura del film è tutta concentrata sui suoi due co-protagonisti. Salvo l'incipit (con una coppia dia mici) tutto il minutaggio e organizzato come una serie di showdown fra i due coniugi in ambienti chiusi e familiari, da soli, senza l'intromissione di nessuno.

L'effetto finale raggiungi grandi momenti quando segue il climax classico, all'aumento dell'emotività dei personaggi aumenta il godimento dello spettatore, ma nell'insieme il film soffre del difetto principale di Bergman: la verbosità. Da sempre il regista svedese si concentra sui dialoghi per dire tutto, ma la regia glaciale è sempre stata all'altezza del compito di snellire il flusso di coscienza, di non impaludare il ritmo in conversazioni da camera; qui, complice la scarnificazione della messa in scena o il minutaggio, l'effetto snellente è diminuito, quasi assente. A fronte di un incipit ottimo e un finale "a sorpresa" nel mezzo c'è di tutto di buono, ma molto di noioso.

domenica 14 marzo 2021

La truffa dei Logan - Steven Soderbergh (2017)

 (Logan lucky)

Visto su Raiplay.


Soderbergh ha la fissa dei film indipendenti, ogni tanto si sveglia la mattina e prova ribrezzo per sé stesso per aver accettato di fare, di nuovo, il seguito di "Ocean's elven" e decide che deve essere più indie, più libero, più autoriale.

All'ennesima prova produttiva indipendente che fa Soderbergh? Rifà "Ocean's eleven", ma con i redneck... vabbè a quel punto chiedi i soldi alla Warner no? (ok, a onor del vero la Warner fu solo distributore della saga di Ocean).

Comunque sia, Soderbergh sa di essere sempre sul pezzo negli hesit movie ironici, vagamente adrenalinici e inutilmente complicati; è il suo mondo, ci sguazza, porta sempre a casa il risultato e si allontana sempre di più dall'idea di autor classico per cui poi va espiare con un biopic sul "Che".

Al di là degli aspetti morali e i miei pregiudizi sul regista il film è più camp del suo predecessore; ha un gusto per l'intrico che è una posa chiramente voluta più che il tenjtativo di trovare una soluzione originale a un problema complesso e ha pure un finale scalda cuore che ci saremmo risparmiati. 

Si, insomma, è un film molto più banale, manierista e scontato rispetto a "Ocean's eleven", ma il ritmo regge, il divertimento rimane (e i pregiudizi sul suo regista pure).