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lunedì 15 aprile 2019

Sono nato, ma... - Yasujirô Ozu (1932)

(Otona no miru ehon - Umarete wa mita keredo)

Visto in Dvx.

Un uomo si trasferisce con la famiglia nella periferia di Tokyo, i due figli dovranno integrarsi con i ragazzini della zona, ma la parte più difficile sarà accettare le umiliazioni a cui il padre si sottopone in favore del proprio boss.

Un film delizioso completamente votato alla commedia che sembra voler semplicemente mostrare le dinamiche di socialità dei bambini, ma che nel finale si soffermerà nel mostrare la scoperta dei rapporti di forza tra gli adulti e la loro accettazione, nonostante tutto. Un finale con il sorriso sulle labbra, ma un sapore amaro in bocca.

Ozu, ancora muto data la sua diffidenza nei confronti del sonoro, ripulisce la sua tecnica degli anni precedenti e confezione un film godibile e agro-dolce che resiste tranquillamente agli anni passati.
Ancora, però, non ha ottimizzato la sua regia in favore del minimalismo assoluto e regala dei virtuosismi tecnici estremamente gustosi, con un uso continuo dei carrelli (utilizzando il movimento anche come unione fra le scene come nella sequenza dei lavoratori messi in relazione con la classe e con i due ragazzi nel prato; ma su tutte vince il carrello con i lavoratori che sbadigliano che torna indietro ad aspettare che anche l'ultimo dimostri stanchezza, per poi proseguire), un paio di panoramiche, ma soprattutto un uso esteso dei punti di vista differenti (su tutte, nelle lunghe sequenze in esterni dei ragazzi i punti di vista aumentano per aumentare il dinamismo).

Lontani anni luce dall'Ozu dei decenni successivi, complesso nella regia, ma estremamente semplice nella trama, rimane un gioiello da ripescare nella filmografia del regista.

lunedì 27 agosto 2018

The purchase price - William Wellman (1932)

(Id.)

Visto in Dvx, lingua originale sottotitolato in inglese.

Una showgirl di Broadway si sostituisce a una sua sottoposta per sposare un uomo scelto da un'agenzia di cuori solitari. Lo fa per sfuggire alla sua vita e a una serie di spasimanti. Si troverà sperduta nelle innevate montagne (?) canadesi. Dopo una discussione durante la prima notte di nozze il rapporto fra i due coniugi andrà malissimo, mentre il suo inserimento tra gli abitanti del posto andrà benissimo.

Buffo e incomprensibile film di un Wellman particolarmente assente. Incomprensibile per le connessioni fra i vari momenti, per i motivi che spingono i personaggi e per l'idea produttiva che gli sta alle spalle; si so fosse voluto soltanto fare un film con la Stanwyck sulla neve e/o in Canada, sono sicuro che qualcosa di meglio si sarebbe potutto tirar fuori.
Gradevole comunque la primissima parte, meno interessante la seconda. Buono il cast che si impegna anche se talvolta le capacità sono limitate; sempre splendida la protagonista.
Direi che è solo per completisti della Stanwyck o di Wellman.

lunedì 23 aprile 2018

Proibito - Frank Capra (1932)

(Forbidden)

Visto in DVD, in lingua originale.

Una giovane donna, insoddisfatta della propria vita decide di buttare tutti i suoi risparmi in una crociera a Cuba. Durante il viaggio incontrerà l'uomo della sua vita... ma che, per sua sfortuna, è sposato (anche se lei lo scoprirà incredibilmente tardi). Innamorata, lo odierà solo parzialmente e per lui si sottoporrà a ogni privazione (fino a fargli adottare la figlia) per finire la propria esistenza in un completo silenzio.

Storia altalenante di una vita vissuta volontariamente sottotono fino all'annichilimento personale, il tutto per amore. Il sottotesto di una relazione sbilanciata, di una sudditanza psicologica quasi patologica e il finale amarissimo, rendono questo film uno dei più estremi sulle coppie disfunzionali (che funzionerebbero benissimo) trainandolo fuori dal melodramma classico. Il valore aggiunto compensa la discontinuità e l'implausibilità della trama; inverosimiglianza che viene tenuta a bada anche dal tono smorzato della vicenda.
In aggiunta a tutto questo c'è una fotografia impeccabile sotto ogni punto di vista (che tecnicamente è la cosa migliore del film) e un'interpretazione estremamente vitale da parte della Stanwyck che fa il paio con la prima parte solare sostenuta da un inaspettato Menjou. Ottima comunque la costruzione dei personaggi, anche quelli secondari (Bellamy).
A livello di regia c'è un Capra sottotono che conduce bene il gioco senza interferire troppo, ma senza i guizzi che gli sono consueti; l'ordinaria amministrazione è però realizzata in tono con l'atmosfera del film e le scene finali (pur nella loro enfasi eccessiva) rimangono impresse.

venerdì 25 novembre 2016

L'avventura di Teri - William Dieterle (1932)

(Jewel robbery)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una donna viene sedotta (si fa sedurre) da un ladro gentiluomo che con incredibile eleganza e charme rapina la gioielleria dove lei si sta facendo comprare un costoso anello dal marito. Ovviamente neanche lui sarà completamente immune al fascino di lei e la cercherà a casa sua.

Commedia sentimentale upper class pre codice Hays... come si può ben notare per gli ammiccamenti sessuali e il riferimento più che evidente per la marijuana.

Io ho indubbiamente una passione per i personaggi british che siano uomini o donne, tuttavia credo di non esagerare nel dire che Powell è strepitoso e nelle vesti del ladro gentiluomo potrebbe anche battere un Niven qualunque.

Regia dinamica, rimane sul pezzo e cerca di non farsi notare, ma quando viene lasciata libera si sfoga con controcampi di profilo o piccoli piani sequenza. Le dinamiche però sono piuttosto ingessate con lunghe sequenze ambientate negli stessi locali a tirare di lungo, quando per seguire il dinamismo dei dialoghi e dei personaggi avrebbero dovuto essere più snelle.
La storia in sé non è originale, ma si risolve alla svelta con un minutaggio minimo. In definitiva però l'intero film (e l'intera regia) però si basa moltissimo sui volti, sui corpi, i movimenti e le smorfie degli attori, e come detto, non sbaglia.

Un un film impeccabile, ma sicuramente efficace.

lunedì 11 gennaio 2016

Venere bionda - Josef von Sternberg (1932)

(Blonde Venus)

Visto in Dvx.

Una ex cantante di locali notturni tedesca sposa un giovane americano, vanno a vivere negli USA dove nascerà un figlio. lui si ammalerà (di una brutta malattia chiamata radiazioni), lo possono curare solo in Europa e la moglie torna a cantare dopo anni per poter pagare le spese al marito; lì conoscerà un facoltoso playboy che si innamorerà di lei, pagherà tutto quello che c'è da pagare e diventerà il suo amante. Lei lascerà il playboy quando il marito tornerà dall'Europa. purtroppo il marito non perdonerà il tradimento e la moglie sarà costretta a fuggire con il figlio per paura che le venga tolto.

Drammone dei buoni sentimenti con una Dietrich per la prima volta vittima e melodrammatica (ok, anche in "Marocco" ne usciva sconfitta, ma anche li era lei a condurre il gioco fino a un certo punto).
Buona le gestione delle scene di von Sternberg che conduce bene le scene, un uso magnifico delle ombre nelle scene in notturna e qualche accorgimento per rendere dinamica la ripetitività di scene simili (utilizza oggetti per velare la visione, come stoffe o palme).
Il vero tallone d'Achille è la sceneggiatura a salti eccessivi, alcune sequenze di dubbia utilità e una pressione sul melò di poco spessore che poteva essere evitato; si difende invece per l'onestà della vicenda e per gli espliciti riferimenti sessuali, crollando rovinosamente in un happy ending posticcio inaccettabile.

Ovviamente i veri motivi per vedere questo film sono due delle tre scene di canto della Dietrich, soprattutto "Hot voodoo" dove indossa un costume da gorilla e "I couldn't be annoyed" dove indossa un frac bianco (scena comunque inferiore a quella in frac nero in "Marocco").

mercoledì 13 maggio 2015

Gli uomini, che mascalzoni... - Mario Camerini (1932)

(Id.)

Visto in Dvx.

Lui e lei sono due ragazzi milanesi, lavoratori e seri. Lui la nota, la segue, pastura il giusto, si da delle arie e la conquista. Ma la sfortuna e una serie (interminabile) di equivoci o ripicche sembrano allontanarli ogni volta che si riavvicinano; almeno fino (all'inevitabile) lieto fine.

Commediola romantica ovvia fin dall'inizio, tenera e leggera che è un piacere da guardare. Non ci saranno colpi di scena, ma quello che vince è la freschezza dei protagonisti (grandissimo un Vittorio De Sica incredibilmente giovane) e il ritmo sempre ben tenuto.

Camerini però è modernissimo nella regia. Si muove con al macchina da presa da una stanza all'altra, nella fiera vengono usati frequenti carrelli, la scena del ritorno con la macchina da un perfetto senso della velocità con inquadrature traballanti dall'automobile alternate a inquadrature degli pneumatici.
Le location non si limitano a fare da tappezzeria, ma, pur non diventando mai parte fondamentale della storia, vengono scrutate con curiosità.
Infine viene infilata qualche buona idea degna di un Frank Capra, come la scena della confessione del reciproco amore tra i due dentro al taxi del padre di lei.
Il vero amaro in bocca lo lascia la consapevolezza di cosa poteva essere il cinema italiano se non fosse stato tarpato dal fascismo...

Noto il fatto che la canzone "Parlami d'amore Mariù" nasce in questo film (fu un successo enorme) in una scena deliziosa con i due che ballano e De Sica che la improvvisa.


venerdì 12 dicembre 2014

Addio alle armi - Frank Borzage (1932)

(A farewell to arms)

Visto in Dvx.

Dal libro di Hemingway viene presa solo l'ambientazione italiana durante la grande guerra e la storia d'amore fra un soldato e un'infermiera; il resto è la classica storia hollywoodiana di un amore contrastato da fattori esterni, separazione, ricongiungimento... ma siamo negli anni '30, talvolta l'happy ending non è scontato...

Questo è un film breve ricco di motivi d'interessa, ma narrato malissimo. La storia è terribilmente banale e mal scritta, noiosa nella sua linearità, senza idee particolari e, se solo avessero osato farlo durare oltre l'ora e venti minuti (circa), probabilmente l'avrei abbandonato o l'avrei "guardato" mentre facevo dell'altro. La guerra (che viene mostrata in diversi momenti) è in realtà un McGuffin; non c'è tragedia, non c'è dramma militare; è solo una storia d'amore in un ambiente militaresco (ma neppure troppo).

Quello che il film non ha nella sceneggiatura lo recupera tutto nella regia. La macchina da presa è dinamica, si muove spesso soprattutto con carrellate laterali bevi, ,a anche in inseguimenti alla Arnofsky (che per me sta diventando un aggettivo) per non parlare della lunga sequenza in soggettiva dalla barella con gli ampi soffitti che si aprono mentre le voci fuori campo parlano (poi i visi delle persone in primo piano). Ma anche le inquadrature cercano di non essere scontate, spesso vengono incorniciate (da delle finestre, dalle zampe della cavallo di bronzo, i soldati in marcia mostrati attraverso l'apertura di una tenda , ecc...) Borzage poi si diverte con gli intermezzi, quello con le marionette per il mostrare il passare dei mesi; quello più espressionista con i soldati in marcia (con un attacco aereo che sembra un mash up di Picasso e Eisenstein) nonché un piccolo gioiello di surrealtà per feticisti nella breve scena in cui Cooper chiacchera da ubriaco con il piede di una donna.

Infine la scelta degli interpreti è contestabile. Bravi entrambi, ma Cooper è un gigante, la Hayes no, e la scena del bacio a Milano, dove fanno fatica a raggiungersi, è abbastanza ridicola.

In sostanza un film molto più interessante che bello.

venerdì 2 maggio 2014

Il castello maledetto - James Whale (1932)

(The old dark house)

Visto qui, in lingua originale.

Marito, moglie e amico, finiscono fuori strada durante una notte di tempesta, vittime al contempo di un'alluvione e una frana; verranno "accolti" in una lugubre casa (quella del titolo originale) da un uomo terrorizzato da tutto, la sorella che odia apertamente tutti e un maggiordomo muto, alcolista e violento. Ai tre si aggiungerà un'altra coppia arrivata li per lo stesso motivo (zona molto trafficata mi pare). Quello che non sanno, ma scopriranno a breve è che ai piani alti della casa c'è pure un centenario morente ed il terzo fratello dei padroni di casa, piromane e assassino.

Il film è composto da una prima metà apertamente nel genero commedia (anche brillante, soprattutto all'inizio) ed una secondo più dinamica e drammatica.
Delle due metà, a mio avviso, non se ne salva nessuna.
La parte della commedia è irrimediabilmente invecchiata, non è divertente, intrattiene a stento e si perde nel chiacchericcio spesso inutile dei personaggi intorno al tavolo, al fuoco o nella macchina. La seconda parte appare più assurda; non mi è chiaro come e perché i personaggi si comportino in quel modo, per quale motivo il terzo fratello sia una minaccia così pericolosa; non mi è arrivata tensione (neppure al netto del tempo passato) e anche nelle parti più dinamiche il tedio ha il sopravvento.

Film di impostazione teatrale (tutto dialoghi continui e ambientato in 2 o 3 stanze senza dinamismo), Whale indugia poco nel gotico che solo l'anno prima lo ha reso famoso; gioca un poco con le ombre (molto poco) e con gli specchi (un poco in più), con qualche bell'effetto che però si perde nel mare di noia.
Nuova collaborazione del regista con un irriconoscibile Karloff messo li come carta da parati; il film si fregia della partecipazione di un giovane (ma qui inutile) Laughton e di un intero cast di nomi interessanti completamente sprecati.

venerdì 14 giugno 2013

L'isola delle anime perdute - Erle C. Kenton (1932)

(Island of lost souls)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in italiano.

Dal celeberrimo libro di Wells (celeberrimo proprio per le versioni cinematografiche o le citazioni in tv) la storia di uno scienziato folle che si rifugia in una sperduta isola del pacifico per poter effettuare i suoi esperimenti di missaggio uomo-animale.

Il film del 1932 soffre un poco di una sceneggiatura rapida e forse un poco claudicante, ma per il resto è un formidabile film di una modernità invidiabile.

La regia è dinamica senza mai essere sensazionalistica, usa i movimenti di macchina per spezzare le immagini, nascondere o rivelare i personaggi (a questo scopo viene usato ogni artificio, dalle ombre all'acqua mossa dalle onde) fino al finale della rivolta dove da il meglio di se nella creazione di una sequenza che mostra perfettamente la lotta impari di un uomo contro una moltitudine (interessante anche notare come in questo caso siano i “mostri” ad impugnare le torce per dare la caccia all'uomo). Utilitaristico in maniera encomiabile anche il già citato uso delle luci, che come spesso in questi film, è più un uso delle ombre.

Infine Charles Laughton, beh lui è bravo a priori, ma nel dar vita ad un viscido personaggio raffinato e che mantiene il potere solo con l’aura di terrore che lo circonda è assolutamente magnifico, con un sorriso beffardo sempre presente. Bravissimo.

lunedì 22 aprile 2013

Io sono un evaso - Mervyn LeRoy (1932)

(I am a fugitive from a chain gang)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Grande depressione, un uomo (Paul Muni), uno dei tanti lasciati a piedi dalla crisi, rimane coinvolto in una rapina e viene considerato colpevole (bisogna ammettere che un paio di prove le aveva contro) e condannato ai lavori forzati. Inizia a questo punto la prima parte del film con una descrizione meticolosa della durissima vita nelle carceri e con essa la descrizione della voglia di libertà dei detenuti. Da questa voglia Muni riesce a trarne il meglio, una via di fuga, riesce a scappare dal carcere e rifugiarsi in un altro stato, dove troverà una nuova identità, l’amore, il rispetto della società e la fama. Il passato però torna sempre e Muni patteggia una lieve pena detentiva se si costituisce nuovamente, a malincuore cede, ora cittadino onesto e stimato, per poter pulire completamente il proprio passato. Una volta in carcere però la fine della pene viene costantemente prorogata nonostante i tentativi di farla finire subito… Muni si vedrà costretto a d evadere nuovamente, ma ormai la sua identità, la sua faccia, sono conosciute e la sua vita sarà rovinata per sempre.

Solidissimo film carcerario diretto da un LeRoy che sembra bruciato dal fuoco della denuncia sociale, tanto rimarca le condizioni dei carcerati e si muove con fare sicura fra i vari genere che il film incontra. Certo la trama non è scevra di qualche ipocrisia all'americana (il self made man che se lasciato libero di mostrare le proprie capacità dimostra d’essere degno di pubblica stima e d’essere un uomo buono), ma che tutto sommato relega queste regole in un ambito piuttosto limitato e si dibatte soprattutto per far uscire il dramma della situazione.

Poi c’è Paul Muni… Paul Muni è uno dei vari attori che mi infastidisce a pelle, non c’è un motivo, ma la sua faccia mi irrita… eppure ogni volta che lo vedo dopo pochi minuti dimentico il disturbo che mi provoca e rimango catturato dal personaggio; e anche stavolta non è andata diversamente; inutile dire quindi che Muni, sulla scena, è un gigantesco performer.

Complessivamente il film può risultare un poco stucchevole, ma se ci si lascia coinvolgere dalla vicenda, non si può rimanere inerti. Se si arrivo poi alla scena finale non si può non rimanere estasiati; incredibile come diventi d’antologia del cinema una sequenza di una semplicità imbarazzante con un Paul Muni con il viso stravolto che arretra lentamente venendo inghiottito dalle tenebre dicendo soltanto “I steal”. Un film riassunto tutto in una dissolvenza. Bellissimo. 

venerdì 25 marzo 2011

Shanghai Express - Josef von Sternberg (1932)

(Id.)

Visto in DVD.
Su un treno che da Pechino va a Shangai si danno appuntamento vari personaggi facenti parte dell’elite colonizzatrice della Cina, una galleria di personaggi medio borghesi piuttosto ipocriti e generalmente tutti apparenza e niente sostanza (come il generale francese che in realtà non è più nell’esercito, ma indossa ancora la divisa per non far sapere alla sorella dello smacco). Su questo treno però c’è pure la Dietrich, che incontrerà l’unico suo vero amore, peccato che gli anni siano passati e che lei nel frattempo si sia riciclata come entreneuse di classe (a tutti nota come Shangai Lili); ma l’amore non è scomparso, è solo vittima del distacco e dell’orgoglio. Quando il treno sarà assaltato dai ribelli cinesi, il capo dei guerriglieri sceglierà come ostaggio chiave proprio l’amato della Dietrich; e vuoi che Marlene, che a parole lo disprezza e basta, non sia disposta a tutto pur di liberarlo.

Drammone sentimentale come neanche “Marocco”, dal ritmo rilassato, ma non noioso, che passa via abbastanza innocuo e senza scossoni. La più importante innovazione di questo film è la trasformazione della Dietrich da donna carnale e sensuale com’era in precedenza (si veda soprattutto “L’angelo azzurro”) in algida rappresentazione della femminilità assoluta, tanto perfetta quanto irraggiungibile. Non a caso infatti in questo film alla protagonista non sono concessi numeri musicali o vestiti scosciati, ormai non è più una donna sexy, ora è la donna per definizione; come a dire, da star la Dietrich è diventata leggenda.

martedì 15 febbraio 2011

La bella maledetta - Leni Riefenstahl (1932)

(Das blaue licht)

Visto in DVD, in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Sulle alpi altoatesine (curioso come chi parla italiano lo parla con accento tedesco, anche se chi ha di fronte è un tedesco e sarebbe più comodo parlare la lingua comune…) viene raccontata la storia di Junta (classico nome italiano), del Monte Cristallo e dell’amore tradito della ragazza per un pittore…

Primo film della Riefenstahl, e parte col botto, con una storia di una stupidità snervante. La regia, dal canto suo è ancora completamente legata al muto; in molte parti i personaggi non parlano ma agiscono come nei film senza sonoro, ma in generale il modo di rappresentare la vicenda, le azioni lunghe e reiterate e la recitazione sono ancora quelle del muto.

Il film annoia parecchio,la Riefenstahl confeziona una bella serie di sequenza da cartolina, ma nell’insieme non viene fuori una cosa organica e l’estetica spinta rimane fine a se stessa.

PS: la regista interpreta la bella e maledetta protagonista.

domenica 5 dicembre 2010

L'isola degli zombies - Victor Halperin (1932)

(White zombie)

Visto in DVD.

Classico film horror d'ambientazione esotica anni '30, con zombie che ancora non sono mostri affamati di carne umana e dal contagio epidemico alla Romero, ma sono invece sul modello del gorongoro disneyano; con un Lugosi uscito dal successo di "Dracula" e che ancora si ostina a recitare solo con sguardi truci e movimenti di mani.
Un film senza alcun appeal e con poche attrattive (bella la scena che mostra i due innamorati a distanza con uno split screen dalla forma non convenzionale) ed un Lugosi (vero epicentro del film) che non farebbe paure neanche al suo commercialista.
Solo un pezzo di antologia del cinema horror, per completisti della filmografia di Lugosi.

giovedì 16 settembre 2010

Grand Hotel - Edmund Goulding (1932)

(Id.)

Visto in DVD.

Grand Hotel è il prim film all-star prodotto, e come tale riassume tutti i difetti di questo genere.
Certo, mi fa piacere vedere 2/3 dei fratelli Barrymore assieme alla divina Garbo e con in più pure Joan Crawford... ma non se la sceneggiatura è fatta solo per dare loro le parti più congenialmente classiche e la regia (del mai abbastanza vituperato Goulding) rimane in disparte perchè se solo prova ad essere originale potrebbe distogliere l'attenzione del pubblico.
La trama è quella di varie vite che si incrociano e si uniscono in vario modo in un hotel della Berlino degli anni '20. La Garbo è una ballerina depressa che ritroverà la gioia di vivere nell'amore, J Barrymore è un conte squattrinato ma rico di fascino, L Brrymore un ingenuo buon uomo malato terminale che vuole spendere quanto guadagnato in una vita prima di morire, la Crawford è la stenografa del boss Wallace Beery che deve vincere le di lui avance mentre cerca di ottenere l'amore di L Barrymore... e così via...
Per carità la carica buonista viene stemperata nella tragedia finale a cui Goulding non sottrae il pubblico dalla lacrima facile per strappare un applauso in più.
Il film scorre (con alcune strizzatine d'occhio a doppi sensi), essenzialmente inutile, talvolta irritante, ed in qualche scena anche francamente noioso. Da vedere solo per gusto archeologico, sennò proprio non ne vale la pena.

lunedì 12 luglio 2010

Scarface - Howard Hawks (1932)

(Id., in Italia è anche conosciuto come "Lo sfregiato")

Visto in DVD.

Questo è un film che vive sulla fama che si è fatto; assieme a "Nemico pubblico" e "Piccolo Cesare" ha dato il via alla stagione dei fil di gangster stilizzandone il canone; fu, forse, l'ultima goccia che fece traboccare il vaso del senatore Hays; e no ultimo ha creato l'immagine del mafioso che gioca con la moneta come due facce, immagine questa ripresa più volte da cartoni dell'epoca e fil comici.
Il film però, al di la della fama si conferma un'opera magnifica, ispirata alla scalata al potere di Al Capone, presenta un protagonista arrogante e violento, iperprotettivo nei confronti della famiglia e tutto sommato troppo stupido per arrivare vivo fino alla fine del film, disposto a assare su chiunque pur di avere successo o di punire chi gli mette i bastoni fra le ruote (è chiaro che un personaggio del genere ha fatto scuola).
Ma ciò che più colpisce è la regia, al di la del famoso finale più che citato da De Palma con la morte del protagonista sotto la scritta "The world is yours" (comunque stupenda e degnissima fine di un personaggio dall'ego ipertrofico come questo), colpisce soprattutto il piano sequenza iniziale che comincia con l'inquadratura di un lampione, si sposta in un locale a mostrare l'uccisione di un uomo, qui la macchina da presa danza tra i personaggi e le scenografia in maniera impeccabile, mantenendo comunque il vezzo di non mostrare l'uccisione e neppure l'assassino, ma l'ombra di quest'ultimo e il cadavere, in uno dei momenti più belli in assoluto di tutto il film.

PS: e c'è pure un giovane Karloff, che si può desiderare di più?

venerdì 5 febbraio 2010

La mummia - Karl Freund (1932)

(The mummy)

Visto in VHS, registrato dalla tv.

Questa dovrebbe essere la prima regia del titano della fotografia tedesca Karl Freund, e come accade di solito si rivela un mezzo fiasco.
Il film è quello che è, certamente all'epoca l'atmosfera egizia e gli sguardi in tralice di Karloff potevano provocare brividi lungo la schiena, ma oggigiorno non hanno più significato.
L'atmosfera è quella kitch di chi cerca di ricreare qualcosa che non ha mai visto comprando le cose più egizie che trova dal rigattiera; mentre Karloff in questo film ha certamente l'aplomb giusto per la parte, ma è il personaggio in se ad essere meschino, sempre impassibile e corrucciato anche nelle scene più emotive, oggettivamente la recitazione richiesta è molto poca e Boris non fa nulla più di quanto richiesto.
Che cosa rimane quindi? un film noiosetto che porta molto sentimentalismo in una storia oggi usurata (non è il fatto che Imhotep faccia tutto ciò per amore a colpire, quanto la scelta che farà la sua amata, piuttosto in controtendenza con l'emotività eslpicitata nel film e, seppure non risulti sorprendente, colpisce molto; cioè dai lei è un po bastarda) con qualche scelta di regia decisamente positiva (la scena in cui la mummia si risveglia è splendida, con un paio di panoramiche Freund mostra tutto senza far vedere niente).
Per quanto limitato il Dracula di Browning mi ha soddisfatto decisamente di più, inventando quantomena un clima originale (quello gotico, che ovviamente non poteva starci in questo film)... film che comunque aveva lo zampino di freund...

PS: splendido il trucco di Karloff, giustamente passato alla storia.

martedì 26 gennaio 2010

Freaks - Tod Browning (1932)

(Id.)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

Film capolavoro di Browining ambientato dietro le quinte d'un circo dove vivono i freaks, i fenomeni da baraccone; tra questi Hans, uno dei nani, fidanzato con Frieda, anch'essa nana; tra loro si inserisce Cleopatra, la trapezista, che attirata dai soldi che Hans ha ereditato arriva a sposarlo, l'umiliazione che gli farà provare, ma anche il non dimenticabile tentativo d'ucciderlo (piano archiettetato con Hercules, il suo vero amante), faranno scatenare la vendetta dei freaks, una delle vendette migliori della storia del cinema.

Il film è condotto con maestria dal regista, con piccoli e secchi movimenti di camera utili più per definire l'ambiente dove si svolge la vicenda, piuttosto che mostrare fatti che altrimenti sarebbero preclusi allo spettatore; le scene fnali con i freaks che strisciano nel fango sono estetizzanti al massimo.
Quello che più colpisce è però l'utilizzo di freaks reali, nani, uomini senza gambe, donne senza braccia, uomini torso, donne barbute ecc... certamente la scelta è stata fatta, un po per questioni di budget (in questo modo non c'era bisogno di effetti speciali), un po per colpire lo spettatore. Ma quelo che è l'intento del film è restituire ai mostri il senso di umanità; oggigiorno il cncetto è banale, ma questo credo sia uno dei primi film che si chieda chi è il vero mostro.
Da non confondere l'intento di umanizzare i freaks con l'intento di mostrarli buoni. I freaks non sono buoni, sono esseri umani, ed ecco allora che compaiono, gioia, ingenuità, amore, tristezza (questi ultimi due magnificamente mostrati da Frieda, non una buona attrice, ma decisamente la maschera perfetta del dolore e dell'amore, il suo affetto per Hans che è interessato solo alla felicità dell'amato verrà poi copiato da migliaia di film romantici), ma anche odio, disprezzo, rabbia, e quel senso di cameratismo proprio delle comunità chiuse.

Il film è stato spesso accusato d'essere cinico e grottesco. Francamente non credo.
Non c'è cinismo nel mostrare i freaks, li mostra perchè la storia di cui parla perderebbe molto se non ci fossero, se fosse ambientata in una comunità d'altro tipo sarebbe meno diretto il significato, perderebbe di forza la vendetta finale (atroce per la vittima, ma certamente atroce anche per chi la compie perchè implica una presa di coscienza della propria condizione) e tutto il film cambierebbe di senso e mostrerebbe solo quanto possono essere malvagi gli uomini, non si chiederebbe chi è il vero mostro e tutto ciò che ne consegue.
Spesso si sostiene il cinismo di Browning sia evidente quando inquadra i freaks fare ciò che li contraddistingue, come la donna senza braccia che mangia con i piedi o l'uomo torso che si accende una sigaretta; beh pur non escludendo che Browning fosse un bastardo e ammettendo che certamente è stato fatto per impressionare lo spettatore, va data una certa onestà al regista, che inquadra pure le inutili scene dell'uomo che ingoia la spada o del mangiafuoco, così come le piccole gag del clown, Browining mostra tutti nel loro lavoro, riducendo tutti ai fenomeni da baraccone che tanto attraggono la gente al circo; normodotati compresi.
Per quanto riguarda il grottesco, beh, lo è per ciò che mostra, non perchè decide di mostrarlo; ignorare le cose non le elimina, quindi più che essere grottesco per aver deciso di mostrare persone con problemi fisici notevili è forse grottesco per impone agli apettatori di guardarle, senza dare l'illusoria consolazione della finzione. Guadare un film del gobo di Notre Dame no inquieta nello stesso modo perchè il protagonista è truccato, eppure c'è la stessa quantità di dramma e di grottesco. Browning obbliga a non ignorare.

Certo nel film c'è una quantità notevole di violenza psicologica, terribile infatti la sequenza in cui Cleopatra prende sulle spalle Hans in un girotondo d'umiliazione (beh tutta la famosa sequenza del banchetto di nozze trasuda umiliazione e violenza), quindi certamente il film non è una passeggiata nei boschi.

Inutile dire che il film fu un fiasco all'epoca (fa fatica ad essere visto oggi) e segnò tutta la carriera di Browning.
Il finale è un po affrettato, ma quello, forse, per via dei pesanti tagli imposti dalla produziono; quelo originale non prevedeva la morte di Hercules, ma la sua evirazione (!!) e lo si sarebbe visto poi in mezzo al sideshow (il tendone affiancato al circo vero dove stavano i fenomeni da baraccone), effemminato ed ingrassato cantare in falsetto per i visitatori.

Complessivamente il film impressione tantissimo, per ciò che mostra e per come lo fa. Ricordo che lo vidi in tv per sbaglio una notte, e lo vide anche mia sorella, lei ne rimase terribilmente scossa, io non posso negare di esserne rimasto impressionato; da allora in tv non è più stato trasmesso...
Non è un film che consiglierei a tutti; bisogna essere pronti a guardare quello che di solito ci fa voltare la testa.
Comunque sia, applausi a scena aperta.

lunedì 18 gennaio 2010

La pericolosa partita - Ernest B. Schoedsack, Irving Pichel (1932)

(The most dangerous game; in Italia è anche conosciuto come Caccia fatale)

Visto in DVD.

Un film che ha avuto un tale seguito di citazioni pop che molti conoscono la storia senza neppure sapere che esiste. La trama tratta di un miliardario russo "cavallerescamente sanguinario" che costringe uomini naufragati sulla sua isoletta solitaria a fargli da preda in una battuta di caccia.
Un'idea fenomenale, modernissima e cinica; la sceneggiatura non è malvagia ma spesso eccede in retorica ed ha un paio d incongruenze di troppo, ma questo forse solo per un occhio moderno abituato a ben altro...
La regia (per metà) di Schoedsack (che l'anno successivo realizzarà "King Kong") si caratterizza per un uso felicissimo del dolly, mai così bello negli anni 30, per una scenografia della natura davvero invidiabile e un buon utilizzo degli effetti speciali; dal punto di vista registico, è un film perfetto (magnifica l'inquadratura finale).
Francamente gli interpreti mi hanno parecchio deluso, adattissimo Banks nella parte del folle grazie ai suoi occhi diseguali, ma per il resto la recitazione m'è parsa troppo affettata, troppo artificiosa, il tutto a scapito del coinvolgimento (soprattutto con i buoni).
Il film, che ha avuto un paio di remake ufficiali tra cui uno di Wise, è tutto sommato da riscoprire, per la storia eccessiva che non sfigurerebbe in un film odierno e per l'ottima regia.

martedì 29 dicembre 2009

Mancia competente - Ernst Lubitsch (1932)

(Trouble in paradise)

Visto in VHS registrato dalla tv.

Quanti film ha fatto Lubitsch nel 1932?!!!
Beh comunque sia, questo è il film più tecnicnicamente ben fatto che abbia visto; il regista muove le macchine come vuole, suggerisce con le immagini senza dire mai (il codice Hays non era ancora entrato in vigore), cambia registro e tono al film in due battute. Veramente notevole.
Un insieme di personaggi simpatici, anche quelli secondari e meno delineati hanno il loro momento, e Lubitsch è li ad asservirsi al movimento della scena per inquadrare il necessario.
Se fino a pochi giorni fa snobbavo il regista tedesco, e schifavo la commedia sofisticata, ora non posso che ammettere la grandezza di Lubitsch e la bellezza di questo tipo di cinema ancora attuale e alla portata di tutti; questo film soprattutto non ha perso nulla neppure dopo ottant'anni.

PS: mentre il titolo originale ha un senso, mi sfugge completamente il significato di quello italiano.

venerdì 25 dicembre 2009

Broken lullaby - Ernst Lubitsch (1932)

(Id., in Italia è anche conosciuto come "L'uomo che uccisi")

Visto in VHS registrato dalla tv.

Non una commedia, ma un dramma, che all'epoca aveva ancora ampia attualità, ma che è comunque universale.
Se avevo dei dubbi su Lubitsch, ora se ne sono completamente andati. Un inizio folgorante, dove le immagini dicono tutto quello che c'è da sapere, e forse anche di più, e che comunque mantengono una bellezza propria. Lubitsch realizza solo inquadrature classiche, armniche, semplici, ma per arrivare li compie ogni giro, ogni movimento possibile; per arrivare all'inquadratura più banale crea un gioco di macchina da presa e disposizione degli attori assolutamente originale.
La trama cupissima anche nei momenti romantici è forse affetta da troppa demagogia; però con che arte viene esposta; come si fa a rimanere inerti quando il padre tedesco di un soldato ucciso (siamo subito dopo la grande guerra) grida al soldato francese "Non può esserci cmprensione fra voi e me, milioni di morti ci separano, un mondo di morti". Eh no, non si può non applaudire.
Lubitsch comunque, anche nel dramma non esita ad aggiungere un pò d'ironia qua e la, come nel passaparola tra le signore del paese.
Un film veramente bello, e, ovviamente, dimenticato.