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mercoledì 4 novembre 2020

La legge della tromba - Augusto Tretti (1962)

 (Id.)

Visto sul sito della Cineteca di Milano.

per la trama qui.

Collaboratore di Fellini, Tretti tentò la via indipendente con questa sua opera prima. Data la particolarità dell'intreccio e della realizzazione i finanziatori si tirarono indietro (come descritto nel prologo da Maria Boto), venne quindi finanziato personalmente dal regista (e dalla stessa Boto, motivo per cui venne realizzato la sequenza della Boto film che imita la MGM) in un progetto very low budget. Una volta realizzato in maniera piuttosto fortunosa non trovò mai un distributore e divenne irreperibile per anni (anche in tempi recenti post internet). Ora viene riproposto sia dalla Cineteca di Milano sia su Youtube.

Il film è una lunga satira sul potere che tromba i meno abbienti e di come tutti siano equamente invischiati in un allegro gioco al massacro reciproco (tutti compiono qualche infamia, dagli amici che pugnalano alle spalle, alla morosa che punta ai soldi); tematiche che saranno riprese anche nei due lavori successivi.

Il film è ingenuo e didascalico (e soffre tantissimo della mancanza di fondi in ogni settore), ma vince per una regia ottima e folle; folle della follia dei bambini con idee di messa in scena che sono giochi fumettistici (la Boto che fa 4 parti, uno dei coprotagonisti quasi mai inquadrato in volto perché troppo alto per stare nell'inquadratura, i numeri dei carcerati, ecc..). Ma come si diceva è una regia ottima, ma folle, ottima per la sicurezza nella composizione delle scene (con molti personaggi incastrati nella stessa inquadratura) che va dal dinamismo caotico della fuga alla perfezione ortogonale nelle precedenti scene della prigione.

Su tutto però l'effetto maggiormente straniante è il sonoro. Il film venne registrato muto e ridoppiato dagli attori con la sonorizzazione solo dei rumori che Tretti riteneva utili e spesso realizzati con effetti sonori cartooneschi e dozzinali.

Nell'insieme è un film semplice da guardare, stranissimo e non completamente soddisfacente, che darebbe voglia di vedere altro dell'autore per capire se c'è sostanza o solo ideette. Tretti realizzò solo altri 2 film ed entrambi azzoppati da problemi di budget e cast tecnico, il giudizio, pertanto, non può che essere parziale.

lunedì 2 marzo 2020

Uno sguardo dal ponte - Sidney Lumet (1962)

(Vue du pont)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato.

Una coppia di emigrati italiani negli USA si prendono cura della nipote ormai adulta mentre lavorano al porto e aiutano dei connazionali a entrare nel paese. Un cugino della moglie appena arrivato si innamorerà ricambiato della ragazza, ma l'affetto del "padre" adottivo non sarà solo paterno.

Drammone teatrale tratto da Miller di stampo verista che fa di questi elementi la base del racconto; e qui già arriva il problema del film. L'impianto teatrale è evidente, la storia fatta di moltissime parole (anche se, come spesso nel teatro, c'è tanto di non detto apertamente), emozioni fortissime e personaggi "normali" con comportamenti sopra le righe.
Se anche Lumet è un esperto di trasposizioni teatrali al cinema, il film fatica a mantenersi equilibrato. Il regista si muove moltissimo per non rendere statica la vicenda sfruttando il più possibile il panfocus e la fotografia sporca, ma non è ispirato quanto ne "La parola ai giurati" e l'effetto finale ne risulta smorzato.
Non aiuta una storia che è interessantissima e vagamente perturbante (un padre putativo innamorato della figlioccia), ma non s quando finire, portando la vicenda oltre il dovuto per arrivare all'inevitabile morte finale che viene anche trattata in maniera poco verosimile anche se simbolica (una cosa che a teatro potrebbe anche avere il suo motivo, ma qui è eccessiva).
Rimane comunque un film guardabilissimo, molto più cinematografico del successivo "Il lungo viaggio verso la notte", con un Vallone eccessivo (come richiesto), ma bravissimo.

mercoledì 3 aprile 2019

Un uomo da bruciare - Valentino Orsini, Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1962)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di un sindacalista nella sicilia dei latifondisti, le sue battaglie per l'indipendenza dei braccianti, ma, ancora di più, le lotte contro il sindacato stesso.

Se non sbaglio il primo film di fiction dei fratelli Taviani con Orsini (prima fiction per lui pure), i tre avevano già collaborato per un documentario e, in effetti, partono da un terreno affine, il biopic.
Evitano con facilità l'eccesso di documentarismo e si inseriscono in una storia già iniziata, con il ritorno del protagonista già famoso e con il ritrovarsi con un gruppo già organizzato. Le relazioni fra i personaggi non sono da costruire, ma lo spettatore deve scoprirle in base alle reazioni che tutti hanno nel vedere tornare a casa il personaggio di Volontè.

La regia è già raffinata, con un uso intelligentissimo degli spazi: esterni nelle camapagne con piani lunghi, interni sfruttati pienamente con movimenti di macchina brevi e scene in notturna trattate come interni grazie alle tenebre fotografate in maniera netta, come fossere un muro.

Il problema del film non è nell'immaturità della tecnica, quanto nella totale mancanza di ritmo. Un tema interessante e uno stile già elaborato soccombono a una noia che trascina avanti la vicenda anziché far appassionare a un personaggio moderno e misconosciuto.

mercoledì 28 novembre 2018

L'odio esplode a Dallas - Roger Corman (1962)

(The intruder)

Visto in Dvx, in lingua originale.

A Dallas dieci ragazzi di colore vengono ammessi, per la prima volta, in una scuola peer bianchi; la posssibilità è data da una legge che tutti sembrano essere intenzionati a seguire anche se nessuno sembra apprezzare. Un uomo arriva in città con il preciso intento di fomentare la folla per riuscire a far abolire la legge a colpi di protesta popolare e sotterfugi.

Eccezionale film di Corman, per la prima volta (per mia esperienza) nei panni dell'autore politico che tocca un tema all'epoca attualissimo, ma che, nel contempo, precorre alcuni dei fatti (prevedibilissimi) che succederanno in Mississippi.

Il film si pone per essere il migliore della filmografia del regista. Una sceneggiatura solida che induce lo spettatore a seguire le vicende di un protagonista negativo e viscido. Un climax ben modulato che alterna le vicende private a quelle pubbliche. Una serie di scelte di casting perfette; ogni singolo personaggio ha la faccia e il fisico adatto, tutti sono in paerte... la qualità delle recitazione un pò meno; ma Shatner è una scelta magnifica, affascinante, energetico, gigioneggia in maniera perfetta lavorando sullo stare sopra le righe senza mai cadere (solo in paio di momenti in maniera eccessiva) dando corpo a un personaggio che riesce a comunicare negatività con un sorriso o con il suo continuo tirar su di maniche.
Infine c'è la regia; molti primi piani che danno spazio agli attori (Shetner soprattutto) di dare il meglio, alcuni carrelli, inquadrature dal basso e una scena madre, quella del discorso pubblico, a metà fra il monologo e il dialogo fatto da un campo/contro campo con la folla.
La fotografia, nelle immagini trovate su internet sembra essere precisa e pulita, purtroppo la versione che ho trovato è piuttosto malmessa e non è possibile giudicarla.
L'unico neo è il finale, uno scale down troppo rapido e troppo poco credibile che spreca tutta la tensione accumulata; con una quindicina di minuti in più sarebbe potuto venire fuori un capolavoro.

L'impegno sociale del film sembra essere distantissimo dalle produzioni sci-fi anni '50 o dal filone alla Edgar Allan Poe di quegli stessi anni, ma rispecchia la stessa sfrontatezza nel voler toccare ogni tema che salti in mente al regista e la sua precisa volontà di cogliere lo zeitgeist del momento che si stava vivendo (che negli anni '70 lo porterà alla più onesta e sfacciata exploitation).
Il film fu accolto malissimo, il fratello del regista (qui produttore) fu accusato di comunismo e, a conti fatti, fu l'unico fiasco della carriera di Corman.

lunedì 19 marzo 2018

Mamma Roma - Pier Paolo Pasolini (1962)

(Id.)

Visto in Dvx.

Una prostituta romana di mezza età torna a riprendersi il figlio 16enne dalla campagna. Lo aveva lasciato anni indietro per permettersi di mettere via soldi per avere una casa dignitosa. Il figlio però si unirà a una cattiva compagnia, scoprirà il sesso e sarà perseguitato dalla voglia di non fare niente quanto la madre sarà perseguitata dal suo ex protettore.

Al suo secondo film Pasolini tira fuori un melodrammone famigliare (ovviamente molto inserito nel contesto urbano delle periferie, a livello geografico e sociale), ancora non del tutto maturo (il montaggio ha diversi momenti piuttosto grezzi). Ma la potenza emotiva è semplicemente perfetta.
Ricco di primi piani e campi medi che servono entrambi a descrivere il paesaggio (il volto umano è, a sentir Kinski, uno dei possibili paesaggi), Pasolini si muove con continui carrelli che seguono o lavorano di soggettiva o si avvicinano, tutto perfettamente dosato per trarre il massimo dal lavoro del cast.
La trama è sicuramente scontata, ma altrettanto efficace, muovendosi con maestria nel descrivere un rapporto d'amore assoluto incastrato in un ambiente che ne determinerà il destino.
Gli attori presi dalla strada per lo più non convincono per recitazione, ma il casting non può che essere definito perfetto; i volti sono quelli giusti in ogni situazione e l'amimia di certi momenti viene completamente compensata. Inoltre c'è una Magnani da album dei ricordi; ormai credo sia stucchevole che in ogni film in cui recita si sottolinei quanto brava è, ma qui è davvero incredibile e entra di diritto fra le sue migliori interpretazioni (almeno fino al prossimo film che vedrò con le protagonista).
Il risultato è pazzesco; sfiora la perfezione e regala alcune scene enormi (nonostante il poco mostrato), come la passeggiata della Magnani sotto i lampioni che, nella sua semplicità, è da antologia.

lunedì 1 febbraio 2016

Il trionfo di King Kong - Ishirô Honda (1962)

(Kingu Kongu tai Gojira)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Godzilla, nel precedente film, era rimasto imprigionato sotto una valanga di ghiaccio. Quello che i giapponesi non potevano prevedere è che il ghiaccio ha una curiosa caratteristica fisica, a una temperatura adeguata si scioglie; e se per caso contiene dei mostri, questi si liberano. Nel frattempo una ditta vuole assumere come star di alcuni spot King Kong, un mostro gigante che sta in un'isola del pacifico del sud, lo vanno a prendere, lo sedano. Purtroppo, poco prima di arrivare in Giappone, si risveglia e fugge, ci saranno pugni in faccia tra mostri, ma King Kong se ne andrà sconfitto. Visto che Godzilla ancora imperversa l'esercito ha un'idea, sediamo di nuovo King Kong e lanciamolo addosso a Godzilla finché almeno uno dei due non muore.
Lo so, la storia sembra fantastica, ma trattenete l'entusiasmo.
Il terzo film della saga (nonché il primo a colori) è un episodio abbastanza importante. importante dal punto di vista sentimentale perché mette uno contro l'altro i due mostri più famosi della storia del cinema (e correttamente decide di non far vincere nessuno dei due); oltre al fatto che il primo film di Godzilla era nato come risposta al successo della riedizione di "King Kong", quindi in un certo senso si chiude il cerchio. Ma è anche importante perché si decide qui un taglio nel mood del film che viene traghettato dall'horror ecologista del primo, all'action eroistico del secondo, per sfondare la barriera della farsa in questo. basta eroi, basta tematiche a sfondo ambientalista, questa è una commedia, con dei mostri giganti, ma pur sempre una commedia.

La storia è pretenziosa, ma ancora accettabile, non si dilunga troppo nell'introdurre Godzilla, ma occorre tempo per far entrare in gioco King Kongm (appena compare sulla scena si mette a lottare contro un polipo gigante!). Splendida l'ambientazione nell'isola del pacifico dove gli indigeni sono interpretati da giapponesi travestiti da polinesiani con costumi Zulu e suoni che sembrano degli indiani d'america... direi che "Termae Romae" non ha inventato nulla.
I costumi dei mostri sono in linea con i precedenti, posticci e poco credibili; quello di king Kong è particolarmente buffo e ilo scimmione si muove in maniera francamente imbarazzante. Quello che però ci si può godere con gusto è il secondo scontro fra i mostri: uno splendido incontro di wrestling fra un drago e una scimmia.
Non c'è molto di più da dire su questo film, che però rimane ancora godibilissimo anche per la sua ingenuità.

lunedì 13 aprile 2015

Salvatore Giuliano - Francesco Rosi (1962)

(Id.)

Visto in DVD.

Dopo l'omicidio di Salvatore Giuliano viene ripercorsa brevemente la sua storia, gli uomini che lo circondavano, le indagini, i collegamenti.

Se fosse un regista dei giorni nostri (intendo dire, se fosse nato negli anni '70 e stesse realizzando ora questo film) Rosi avrebbe fatto un mockumentary. All'epoca invece l'idea del falso documentario non esisteva e Rosi fa qualcosa di diverso, qualcosa di più. Inizia dalla fine, ripercorre con lunghissimi flashback, riporta le indagini e mostra le scene di cui discutono il giudice e gli avvocati come fossero...beh dei flashback; gioca con le fotografie (tre direttori diversi per le tre situazioni del film, le indagini, le ricostruzioni, il cadavere del bandito); realizza situazioni verosimili nei luoghi in cui sono avvenuti con personaggi presi dalla strada.
La cosa realmente bella del film è che di Salvatore Giuliano ci si interessa poco (addirittura non lo si vede praticamente mai in viso), la sua morte è un pretesto per spiegare brevemente quanto successo fino a quel momento, mostrare un ambiente (splendide le parti dei carabinieri, di quello che pensavano di andare a fare e di quello che hanno trovato), la creazione di un sistema interconnesso di malavita e istituzioni.
A tutto questo poi si aggiungono scene obiettivamente ben realizzate; su tutte le parti Rosi sembra particolarmente efficace nelle scene di massa, quelle della strage di Portella della Ginestra e quelle dell'arresto di massa degli uomini di Montelepre.
Il difetto è un gusto per la lungaggine che asfissia tutto il film, soprattutto la seconda metà, il ritmo ne viene minato e così l'interesse.

mercoledì 4 febbraio 2015

Va' e uccidi - John Frankenheimer (1962)

(The manchurian candidate)

Visto in DVD.

Un gruppo di soldati americani vengono catturati in Corea, ma riescono a fuggire quasi tutti. Una volta tornati negli States vengono tutti funestati da uno strano (e comunitario) incubo...

Thriller psicologico condotto con mano pesante da un Frankenheimer in spolvero. Di fatto questo regista è stato relegato alla serie B concettuale dei film di nicchia anni '70, ma (a parte "Il braccio violento della legge 2") in realtà è stato autore di film godibilissimi girati con vera maestria, pochi come lui (specie in quegli anni) hanno utilizzato così tanto la profondità di campo.
Anche qui ci siamo, la profondità di campo è utilizzata in diverse occasioni e si usano parecchie inquadrature enfatiche dal basso o sghembe.
Ma quello che fa davvero la differenza stavolta sono le idee di messa in scena, gli usi di montaggio e le alternative al mostrare direttamente le cose. Fenomenale la parte del sogno/lavaggio del cervello in cui tutti i soldati vedono in parte gli ufficiali comunisti inframezzati dalla propria versione delle signore anziane che parlano di giardinaggio. Bellissima la sequenza del discorso alla stampa del segretario con l'azione che avviene in secondo piano, mentre in primo piano vengono mostrati i televisori delle troupe che fanno vedere i primi piani dei personaggi. Ma anche semplicemente il tetrapak del latte che fa le veci della ferita sanguinante.

La trama, forse non regge più per la parte della tensione, ma certamente mantiene interesse fino in fondo, fino al finale prevedibile, ma incredibilmente efficace.

Se a questo uniamo un buon cast con un Sinatra (che spesso non sopporto) estremamente solido e una Angela Lansbury magnifica stronza.

PS:per chi l'ha visto fino alla fine... beh tutto questo prima della morte di Kennedy!


lunedì 22 dicembre 2014

Mafioso - Alberto Lattuada (1962)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un siciliano lavora come supervisore in una fabbrica del nord, si è sposato con una milanese da cui ha due figlie; finalmente dopo quasi 10 anni riesce a tornare nella nativa Alcamo (portando per la prima volta la famiglia in Sicilia). Il film si dipana nel mostrare lo sconcerto della nordica nei confronti dell'ambiente, le abitudini, i preconcetti e i servilismi del sud. Verso la fine della vacanza però il capo mafia locale chiede un favore che non si può rifiutare al protagonista.

Un film stranissimo che parte come una commedia sulle differenze nord-sud piuttosto carina seppure con alcuni (molti) luoghi comunissimi sfruttati per divertire a colpo sicuro. La mafia viene trattata con sussiegosa ironia, seppure rimane come convitato di pietra in ogni inquadratura.
Nella seconda parte il film vira verso il dramma, con un regolamento di conti e la tragedia di un uomo normale invischiato in questioni immorali più grandi di lui a cui è costretto ad assoggettarsi; il finale normalizzante non è certo consolatorio.
Lo stacco fra le due parti non è improvviso. Lentamente il capo mafia dimostra di avere un piano e pur rimanendo ironico, se non proprio macchiettistico, il concetto aleggiante di mafia si fa sempre più presente, pervasivo ed inquietante. Lo stacco più netto si ha nel bellismo incontro notturno, da li inizia il dramma. Ma anche nel pieno svolgersi della tragedia, l'atteggiamento e la fisicità di Sordi (magnifico protagonista) continuano a puntare sull'ironia.

Mix incredibile di generi che si fondono in maniera impeccabile. Effetto straniante che colpisce davvero molto. Il mash up nasce dalla fusione di due sceneggiature una di Marco Ferreri e una di Age e Scarpelli (guess who è per il dramma grottesco e chi per la commedia regionale?), nate indipendentemente ed immotivatamente unite. Beh l'unione delle due crea un film particolarissimo.
Il comparto artistico è però meritevole degli encomi e credo sia proporzionalmente investito dalla responsabilità della riuscita perfetta.
Sordi macchina comica molto fisica (che solitamente non amo troppo per la tendenza alla caricatura e per essere un caratterista esagerato) qui è bravissimo nella prima parte (il suo entusiasmo all'arrivo in nave in Sicilia è così veritiero da essere contagioso) e nella seconda riesce ad essere credibile nel dramma divenendo necessario per garantire quel trait d'union con la commedia precedente.
Lattuada invece è solido e concreto, inquadra con gusto per la composizione, utilizza alcuni panfocus molto belli, costruisce tutte le scene (almeno nella prima parte) su più piani, gioca molto con il bianco accecante della Sicilia per controbilanciarlo con le ombre del dramma; inoltre il ritmo dell'incipit è enorme tutto tenuto in piedi da una macchina da pesa che si ferma solo per inquadrare i personaggi in movimento. La scena dell'incontro in notturna con Don Vincenzo è un capolavoro di primissimi piani, silhouette, luci crude ed ombre vicino all'espressionismo o al noir classico. Il viaggio stilizzato con una schermata nera, due spiragli di luce in movimento e la voce fuori campo di Alberto Sordi che prega e pensa alla famiglia è un altro colpo di genio.
Un film da recuperare assolutamente. Locandine tutte fuorvianti.

venerdì 8 agosto 2014

La jetée - Chris Marker (1962)

(Id.)

Visto qui.

Un uomo abita in una Parigi postapocalittica dove gli uomini sono costretti a stare nel sottosuolo per le radiazioni; lui ha un solo ricordo chiaro del passato, di quando da bambino si trovava all'aeroporto di Orly. Per riuscire ad avere supplementazioni di energia, ma anche cibo, gli scienziati stanno testando i viaggi nel tempo, ma sono viaggi incredibilmente sconvolgenti e utilizzano solo persone con un chiaro ricordo del passato per poterli inviare in quel periodo. Ovviamente il protagonista sarà scelto, incontrerà una donna (di cui ricordava il volto), se ne innamorerà; ma una volta abituato ai viaggi nel tempo verrà mandato nel futuro per avere un aiuto dai proprio pronipoti... il finale è assolutamente a sorpresa.

Film (cortometraggio) estremamente ben costruito nella trama che però si fa ricordare per la realizzazione. Tutto il film è una sequenza di immagini fisse, di foto; e tutta la storia è raccontata da una voce fuori campo. Direi che sulla carta avrebbe tutti i motivi per essere disprezzato (almeno da me).
Invece il film regge magnificamente; per due pregi essenziali.
Il primo è la storia, l'ho già detto, ma merita di essere sottolineato; la trama è molto breve, ma ben costruita, drammaticissima e senza speranza con quel senso di leggera ineluttabilità dei film francesi dell'epoca.
La seconda è che un film non è fatto solo di movimenti di macchina da presa, ma di luci ed ombre, di inquadrature diverse e di montaggio; e tutte queste parti di un film ci sono e sono anche notevoli. Le luci sono intense quanto le ombre, un sistema facile, ma espressivo; le inquadrature sono multiple per le stesse scene e mai banale; ma è il montaggio che vince, accelera o rallenta il ritmo a piacere e crea effetti magnifici (su tutte la sequenza della donna a letto che con una serie di foto in rapida successione con gesti simili e con una dissolvenza continua crea un effetto simile al movimenti, ma più leggero, dolce e luminoso).
L'unico dettaglio che continuo a non sopportare è la voce fuori campo; lo ammetto qui era necessaria, ma comunque odiosa.

Un esperimento interessante che, giustamente, ha avuto la sua versione cinematograficamente più canonica un trentennio dopo.

lunedì 17 febbraio 2014

Carnival of souls - Herk Harvey (1962)

(Id.)

Visto qui, in lingua originale sottotitolato.

Una ragazza sopravvive fortunosamente ad un incidente (l'auto finisce in un fiume); dopo questo evento lascerà la città per andare a lavorare come suonatrice d'organo. Ben presto si accorgerà di essere curiosamente attratta da un edificio fatiscente utilizzato come parco divertimenti, si renderà conto di essere perseguitata da uno strano uomo e le accadranno alcuni fatti difficilmente spiegabili.

Un horror d'atmosfera figlio di Tourneur, cugino di Clouzot e che darà i natali ad un'ampia schiera di horror moderni, cinematografici e videogame, di cui val la pena ricordare Silent hill e ha in sé anche caratteristiche successivamente riscontrate nel cinema di Lynch.

Vabbè parentele a parte il film è un b movie onesto, diretto dall'esperto Harvey (regista di documentari, ma la mano non digiuna dalla macchina da presa si vede nelle inquadrature interessanti) che mette in moto una corazzata di effetti sonori più che visivi che vanno dall'organo (grande classico del cinema di genere) ad un utilizzo fenomenale del silenzio come forza straniante. A questo si aggiunge l'utilizzo di location (il parco divertimenti abbandonato) estremamente buono; altrettanto non si può dire del comparto visivo dei persecutori, francamente risibile.
L'idea in linea con un certo cinema è buona anche se non geniale; la gestione è ottima ottenendo il massimo utilizzando il minimo (il budget fu men che risibile all'epoca) e gli stratagemmi messi in pratica sono encomiabili. Purtroppo il film è invecchiato, affascina e può dare spunti, ma non inquieta e non sorprende più.

lunedì 11 giugno 2012

Il sorpasso - Dino Risi (1962)


(Id.)

Visto in VHS.
Per la trama passo ad un ente superiore.

Uno spaccato dell’Italia caciarona e godereccia degli anni ’60? Bah, non saprei. Quello che appare evidente è la descrizione di un personaggio drammatico perfettamente descritto, uno spaccone vittima di se stesso che non riesce ne ad avere reale successo nella vita per il suo comportarsi da adolescente e neppure riesce a godere in pieno della sua libertà e frenesia proprio perché abbastanza lucido da riconoscere d’essere un perdete. Che poi nel mezzo ci mettano tutta la musica di successo dell’epoca e citino film è solo un fatto incidentale… al massimo contestualizzante, ma non fondamentale.

Se il film fu un successo gran aprte del merito va a Gassman, mattatore assoluto come non mai, affiancato dalla spalla Trintignant, ma di fatto unico vero personaggio del film, vero protagonista della vicenda.
In secondo luogo, l’altro grande merito, è tutto della sceneggiatura. Non è solo l’idea delle situazioni create, dall’incipit con io vuoto di ferragosto dove per caso si incontrano le due solitudini dei protagonisti; quello che più conta è il ritmo sempre a livello, utili comunque a veicolare qualcosa. Poi c’è il divertimento; so che il film è stato improvvisato al 70% (cifra casuale ovviamente), ma fatico a crederlo, una serie di battute degne di essere raccolte in un bignami di aforismi, una serie di sequenze così rapide, è difficile pensare che vengano fuori dalla sola verve di Gassman. Se davvero è così, questo film è quasi esclusivamente merito suo.

PS: impossibile da credere anche che fu snobbato dalla critica dell’epoca… ma perché?!

mercoledì 4 maggio 2011

Il processo di Giovanna d'Arco - Robert Bresson (1962)

(Procès de Jeanne d'Arc )

Visto in DVD.

Uno dei registi più spirituali della storia del cinema, nonché francese, prima o poi doveva incappare in Giovanna D’Arco.


La storia è quella nota, e si basa sugli atti ufficiali resi pubblici ad inizio 900, Bresson affermò di non aver quasi toccato per nulla i dialoghi, si butta quindi a capo fitto nel mostrare i sentimenti unicamente con le immagini, in un campo-contro campo precisissimo interrotto da alcune sequenze fuori dal tribunale che tornano al gusto per i dettaglio dei film precedenti.


Inoltre, cosa nuova per Bresson, il ritmo è molto sostenuto, per i dialoghi serrati e anche in virtù di un minutaggio limitato (dura circa un’ora).


Quello che ne viene fuori è il ritratto, piuttosto originale specie per l’epoca, non di una vittima (com’è invece nell’opera di Dreyer), ma di una donna forte, artefice del suo destino, sicura di se e senza paura di fronte ad un nemico decisamente più vigliacco. Si insomma, risulta lei la vincitrice di questo processo. In questo senso il film è decisamente da vedere, ma ancora preferisco la sofferta opera di Dreyer.

venerdì 8 aprile 2011

Il lungo viaggio verso la notte - Sidney Lumet (1962)

(Long day's journey into night)

Visto in VHS. Una famiglia di 4 persone deve fare i conti, giorno per giorno con i propri demoni; un padre spilorcio ed ex stella del teatro; una madre morfinomane; un primogenito dedito all’alcool e alle prostitute ed un figlio minore malato di tubercolosi.

Dramma famigliare teatrale che è pervaso completamente dalla teatralità. Se le opere di Tennessee Williams sono ottimi lavori per il teatro che si adattano pure al cinema, qui O’Neill non riesce nell’intento, e da un dramma teatrale ottiene un film teatrale. Ogni scena è eccessivamente verbosa, eccessivamente sopra le righe, drammatica, c’è sempre qualcuno che piange, che insulta in maniera pesante qualcun altro per poi scusarsi e tutto ricomincia come se niente fosse successo; la sceneggiatura è un tripudio di anti-naturalismo pieno di parole che colmano il vuoto.

Vero è che Lumet è riuscito nel miracolo di portare al cinema una piece non cinematografica come “La parola ai giurati”; ma qui ha un bel daffare a muovere carrelli impossibile, ad abusare del dolly per inseguire i personaggi anche nei movimenti minimi, ad inquadrare dal basso piuttosto che da una distanza impossibile… tutti sforzi sprecati, il film rimane incompleto, tutto teso a parlare piuttosto che mostrare.

Anche gli attori, tutti bravissimi (ovviamente eccellente la prova della Hepburn) senza nessuno sconto di lodi… ma devono recitare parti eccessive, lacrimose e macchiettisti che, il che li penalizza a priori.

Magari è un ottima piece teatrale; e certamente le forze in campo sono quelle del miglior cinema possibile… ma come film è di difficile sopportazione.

mercoledì 15 dicembre 2010

Jules e Jim - François Truffaut (1962)

(Id.)

Visto in DVD.

Allora che dire…. Certamente Truffaut sa come si gira un film. La macchina da presa è sempre nel posto giusto, giustamente in movimento a inquadrare sempre le cose più adatte… da questo film si evince che Truffaut è un gran regista…

Però ho un problema, non riesce proprio a piacermi questo Jules e Jim. Sarà colpa di Jeanne Moreau, che, mi spiace, ma mi irrita tantissimo, con quel suo fare di distaccato disprezzo. Oppure sarà la trama, un triangolo amoroso senza una regola specifica, non vuol giustificare nessuno dei personaggi (e questo è lodevole), ma neppure ha dei motivi, e questo un po mi fa perdere interesse… il nulla mi annoia sempre. Infine c’è da dire che i momenti chiarificatori tra i personaggi sono sempre pippe mentale lunghe e fini a loro stesse che vogliono far vedere quanto sono artistoidi e sensibili i personaggi, come a dire Woody Allen senza ironia…

No, non riesco proprio ad apprezzarlo.

mercoledì 6 ottobre 2010

L'urlo della battaglia - Samuel Fuller (1962)

(Merril's marauders)

Registrato dalla tv.
Ghezzi ha fatto il regalo di una serata dedicata a Fuller, personaggio poco noto di cui ho visto un solo film in vita mia… dunque in preparazione a “Il grande uno rosso” mi son guardato questo urlo della battaglia…
Un film di guerra in cui un manipolo di americani si trova in missione in birmania (WWII) sotto controllo giapponese. Avanzano, vincendo, tra gesti eroici, sopportazioni disumane, stupendi (?) gesti di virilissima amicizia e lo stoicismo proprio di chi si fa beffe financo della malattia per la sua nazione… si esatto, è stupido, ma non solo, è pure banale, ma non solo, è pure noioso. Molto noioso. Credo d’aver smesso di seguirlo ad un certo punto per cercare di ricordare il nome di tutti i mariti di Liz Taylor
No sul serio, non è neppure definibile ingurdabile, semplicemente è inutile, uguale a 2000 cose simili fatte in tempo di guerra per i cinegiornali… è inutile nella maniera più tediosa e noncurante possibile.
La cosa migliore del film è il filmato iniziale che mostra l’espansione dell’esercito giapponese…
Fuller comincia sotto i peggiori auspici... grazie Ghezzi, bel regalo del ca...

mercoledì 26 maggio 2010

Tempesta su Washington - Otto Preminger (1962)

(Advise & consent)

Visto in DVD.

Il presidente degli Stati Uniti sceglie come segretario di stato un uomo dal passato non limpidissimo, nel senato, organo che deve accordare la "fiducia" sulla scelta del candidato si innalzano la barricate, si contano i voti, si creano commissioni ad hoc, si minaccia, si muore per portare avanti o per fermare questa scelta.
Un film che porta all'interno del sistema politico americano mostrando come avvengono le cose, come le differenti personalità reagiscono ad uno stimolo unico e a come si possono portare avanti o bocciare le iniziative del capo di stato. Tutti sono disposti a tutto ed i più deboli rimangono schiacciati; ma alla fine nessuno riesce a vincere.
Film stupendo e grottesco magistralmente interpretato, fra gli altri qui c'è l'ultima interpretazione di Laughton, cosa che di per se sarebbe motivo sufficiente per vederlo, e fa pure il senatore repubblicano del sud tipico.
Girato con impressionante maestria mette spesso a confronto la realtà della vita (la famiglia, le relazioni, le visite guidate nei palazzi del potere) con il diverso piano di realtà della politica. Nelle scene dentro al senato usa panoramiche ariose e immensi piani sequenza per dare continuità ai dialoghi fra senatori. Anche questo sarebbe di per se un motivo sufficiente per vederlo.
Unico difetto è un pò troppo didascalismo all'inizio, specie quando la moglie di un senatore spiega alla moglie di un diplomatico francese come funziona il sistema americano...situazione che blocca tutto il film, ma oggettivamene necessaria per l'esportazione del film in Europa.
Inoltre è il uno dei primi film a parlare di omosessulità e a girare una scena in un locale gay!
Da vedere.

giovedì 6 maggio 2010

L'angelo sterminatore - Luis Buñuel (1962)

(El angel exterminador)

Visto in VHS.

Ad una festicciola molto borghese, in cui ci si diverte proprio un sacco, la servitù comincia a fuggire, con scuse patetiche, ma piuttosto sincere. Rimane un solo cameriere... e la festa prosegue, spostandosi in un salone, con chiacchericcio faceto, musiche e quant'altro. Arriva l'ora di congedarsi, ma chi con una scusa chi con un'altra, nessuno lascia la stanza, e tutti si ritrovano a dormire in quel salone, la maggior parte chiedendosi il perchè... La mattina dopo , nessuno sembra ancora intenzionato ad andarsene e la colazione viene servita... finalmente qualcuno prova ad uscire dalla stanza, e semplicemente si rende conto che non può; non riesce. Non si può attraversare l'uscio. Una forza, un muro invisibile impedisce la fuga. E finalmente si entra nel vivo. Una decina di persone chiuse nella stessa stanza, senza sapere il perchè, il come uscirne, il quanto durerà. Senza acqua (la troveranno nei tubi dentro i muri), ne cibo. Con i consueti problemi fisilogici, ald isperazione del momento, le malattie e le pastiglie da prendere. Ma ovviamente anche con tutte le tensioni interne, rese evidenti dalla situazione estrema e senza speranza; lanci di accuse, sospetti e odi si palesano fin nel finale quando incredibilmente la situazione viene risolta.
Nel frattempo da fuori hanno pure provato ad entrare, ma senza riuscirvi, ovviamente.
Il secondo finale, ambientato in chiesa, è piuttosto prevedibile, ma oggettivamente adatto a compeltare il film.
Splendido film, stranamente godibile, di Bunuel; che certo accusa una certa lentezza; ma decisamente meno degli standard soliti del regista spagnolo. Il film riesce pure ad avere un senso superficiale evidente e geniale, completamente basato su un'unica splendida idea assolutamente surreale.
Si insomma il film di un surrealista che tutti vorrebbero vedere.

mercoledì 27 gennaio 2010

L'infanzia di Ivan - Adrei Tarkovsky (1962)

(Ivanovo detstvo)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

Grandioso film di Tarkovsky che dimostra tutto il genio e tutta la spettacolare visione d'insieme che aveva il regista russo; una conoscenza enciclopedica del mezzo cinematografico ed un'idea precisa dell'obbiettivo. Tutto il film è un continuo dimenarsi di soluzioni esteticamente grandiose e tecnicamente perfette; piani sequenza, disposizione degli oggetti e degli attori, costruzione delle scene spesso su più piani, movimenti di camera, costruzione degli ambienti e delle scenografie, soluzioni di montaggio; tutto è preciso e pianificato, tutto ha uno scopo ed un significato, neppure un passo del protagonista appare casuale. Uno sforzo titanico nella ricerca della perfezione.
La trama del film passa completamente in secondo piano, si tratta di un film di guerra ricco di profonde metafore che si possono notare solo a metà; quello che conta è che alla fine della visione rimane un tale senso di perfezione, una tale reverenza per Tarkovsky, che ci si riappacifica con il cinema.
Le scene dei sogni di Ivan sono tra le cose migliori che abbia mai visto, c'è gran parte di quello che si può pensare di fare con una macchina da presa.
Splendidi anche gli attori (specie il giovane protagonista).