Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
lunedì 22 novembre 2010
Un homme qui crie - Mahamat-Saleh Haroun (2010)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
sabato 20 novembre 2010
Soul boy - Hawa Essuman (2010)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale sottotitolato.
venerdì 19 novembre 2010
London River - Rachid Bouchareb (2009)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).
Il film è stato presentato come evento speciale alla memoria di Sotiqui Kouyaté, uno degli attori africani (neri, sennò ci stava anche Charlize Theron nel novero) scomparso nell'Aprile di quest'anno. Questo è stato il suo ultimo film.
Dopo gli attentati del 7 luglio a Londra, una madre (Brenda Blethyn) rimasta senza marito non riceve più notizie dalla figlia. Spaventata decide di andare a cercarla. Una volta giunta alla casa della figlia inizierà a scoprire lati di lei che non conosceva (conviveva con un ragazzo africano, stava studiando l'arabo e frequentava la moschea), mentre sempre di più le serpeggia la certezza che sia morta durante gli attentati. Nel frattempo anche il padre del ragazzo sta cercando notizie del figlio, dopo le prime diffidenze, i due si uniranno nella disperata ricerca.
Classico melodrammone dai risvolti sociali (i soliti discorsi sulla diversità e sull'accettazione) e realizzato con la sempre più odiosa camera a mano... però devo ammetterlo, i drammi inglesi mi conquistano sempre. Sarà la loro verosimiglianza, il loro voler sembrare autentici il più possibile (ecco perchè usano la camra a mano fino allo spasimo), sarà Brenda Blethyn che nelle parti di madre disperata è sempre bravissima, sarà che i drammi inglesi non sono mai consolatori. Anche in questo caso l'accettazione del diverso (che in un film americano, o italiano, sarebbe stato il finale morale prima dell'happy ending) è sostanzialmente inutile, le cose non cambiano, e l'intero film si può riassumere nelle due scene finali; da una parte Kouyaté che da ordine di abbattere uno dei suoi amati olmi, quasi senza combattere; nell'altra la Blethyn che, tornata a casa, zappa la terra, in un impeto disperato, che sembra quasi voler fare del male al terreno, da sola, senza possibilità d'essere aiutata.
giovedì 18 novembre 2010
Ndoto za Elibidi - Nick Reding, Kamau Wa Ndung'u (2010)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale.
Opera premiata dalla delegazione del Festival di Cinema Africano allo ZIFF (Zanzibar International Film Festival) e che pertanto lo presenta in Italia nella speranza che trovi una distribuzione (non per essere pessimista, ma faccio una previsione… non troverà nessun distributore interessato)
Il film è una sorta di pubblicità progresso sull’uso del preservativo e d’educazione sessuale e sulle malattie sessualmente trasmissibili (HIV)… il che non è positivo… ma non lo si capisce subito…
Il film parte con l’arrivo di un gruppo teatrale (teatro di strada) in una baraccopoli, e mostra lo show degli stessi (il protagonista dello è quell’Elibidi del titolo, a proposito, il titolo significa “Il sogno di Elibidi”); il protagonisti racconta la sua prima volta a Nairobi con il fratello, l’incontro con una ragazza ed il matrimonio… e fin qui le cose vanno da dio. Fotografia di qualità, recitazione stupenda, ed un’idea grandiosa, la commistione tra lo show teatrale mostrato come tale (con costumi di seconda mano, senza alcun oggetto di scena, e con l’unica scenografia rappresentata dalla baraccopoli e dal pubblico sghignazzante) e l’equivalente mostrato come film tout court. Idea ottima realizzata davvero bene, con le azioni iniziate sul palco che si concludono nel luogo reale (Nairobi) e viceversa… va detto che lo spettacolo teatrale è all’origine del film ed è uno show itinerante per il Kenya a scopo educativo realmente esistente.
Poi arrivano le storie delle 4 figlie del protagonista e per un po il film regge; finchè non diventa pesantemente educativo e didascalico; il rapporto tra realtà/finzione, tra teatro/film si annacqua e si perde; e soprattutto quando avviene lo shift verso la tragedia. Per carità tutto ha il suo scopo, e questo è prima di tutto un film educativo, però l’altra carta vincente del film è la leggerezza con cui viene trattato il tema, la levità nel mostrare i rapporti dei personaggi con lo spauracchi dell’HIV, con la scena dello stupro questo effetto viene perso integralmente… ci mette un po a ritornare sul seminato, ma nel finale il film torna quello che era all’inizio…
Che dire, nel complesso è un ottimo film-progresso, ma se solo avessero voluto osare un poco di più e si fossero impegnati nel rendere meno schematica la storia avrebbero potuto realizzare un grande film.
PS: come detto il cast è eccezionale, credibilissimo, spontaneo e bravo in ogni situazione; e i complimenti sono d’obbligo dato che il cast non è fatto da professionisti, ma preso dalla baraccopoli (con qualche show itinerante sulle spalle come gavetta)
Hyènes - Djibril Diop Mambéty (1992)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale
Opera presentata nell’ambito dei festeggiamenti del trentennale del festival.
Film atipico nel panorama cinematografico africano ad opera di Mambéty, uno dei rinnovatori della settima arte del continente nero. Atipico in quanto è tratto da un'opera di Dürrenmatt: “La visita della vecchia signora”.
La storia è quanto di più affascinante si possa volere. Una donna umiliata e derisa da giovane, fuggita dal suo villaggio torna decenni dopo, ricca e potente, e promette soldi, tanti, a tutto il villaggio, in cambi chiede che venga ucciso l’uomo che ne causò la fuga. Immediatamente tutti si ergono a proteggere il vecchio (come chiosano ad un certo punto; non sono mica in America), ma i regali che l’anzian fa alla popolazione scatenano una serie di reazioni che condurranno all’inevitabile finale. Impossibile la fuga, impossibile il perdono.
Il film rende da dio la tranquilla ansia di vendetta della donna, ma anche il suo immutato affetto per l’uomo che vuole morto (magnifica in questo senso la scena in riva al mare), nonché l’acquisita arroganza dovuta alla sua nuova posizione. Il film voleva essere soprattutto un atto d’accusa contro la corruzione (dello stato, delle forze di polizia, della giustizia, della religione, e una corruzione morale dilagante) densa di simboli tuttora efficaci (l’evidente parallelo con le iene; il grottesco tribunale finale nel cimitero degli elefanti; o la bellissima immagine finale del baobab in lontananza), più qualcuno tipico del luogo (la rete da pesca come immagine della corruzione, che viene usata dal giudice ed indossata al collo del capo della polizia; o le facce dipinte di bianco nel giudizio finale a simbolo del male). In questo senso il film funziona; e funziona bene la regia, abbastanza sicura in toto, con qualche decisa virata autoriale nella costruzione di alcune inquadrature (soprattutto nella chiesa) o nell’utilizzo di alcuni paesaggi (la già citata immagine del baobab, il deserto durante il viaggio in macchina, la costa nella scena sul mare dell’incontro fra i due “antagonisti”).
Non tutto però funziona. I dialoghi sono buoni solo in parte e la storia nel complesso ingrana bene solo ad un certo punto (durante la prima mezzora ho rischiato più volte di addormentarmi). Gli attori presi dalla strada fanno pesare la loro verginità cinematografica e l’intera opera risente di quell’amatorialità dovuta alla mancanza di mezzi.
Ma nonostante questo, nel complesso funziona. Funzione e obbliga a vedere il precedente film tratto dalla stessa opera, stavolta però americano.
mercoledì 17 novembre 2010
Imani - Caroline Kamya (2010)
Visto al Festival di Cinema Africano (in concorso); in lingua originale.
Nell'Uganda contemporaneo si muovono le vite di una colf la cui sorella è stata arrestata per l'omicidio del marito; un ex bambino soldato che ritorna dalla famiglia che l'aveva perduto; e di un ballerino hip hop che dovrà fare i conti con un ex amico ora capo della mala locale.
Il film si muove su tre binari indipendenti, che non si incorciano mai, ma che vogliono essere l'emblema dell'Uganda contemporaneo (la situazione della donna, la gestione degli strascichi della lunga guerra civile e la voglia di rinascita al di sopra del marciume che ancora ricopre tutto), nonchè un racconto moralizzante sulla forza della fede (questo significa il titolo) per superare le avversità.
Posto che 2 racconti su 3 non hanno un vero e proprio finale (quella del ragazzo che torna dalla famiglia non si conclude, mentre a quella del ballerino vengono dati i titoli di coda in cui vi è il tanto agognato spettacolo), quello che più sorprende è la bravura nel raccontare le storie, più delle storie in se. Gli avvenimenti sono chiari, narrati bene, ottimamente connessi gli uni negli altri e senza mai un attimo di stanca (nonostante non siano storie molto articolate o d'azione). La chiusura del film lasciata allo spettacolo hip hop è un tocco di stile kitaniano che apprezzo molto.
Se si considera poi che questo film è il primo della storia dell'Ugando ad essere ripreso con una red camera, e comunque di qualità decente; il che è decisamente un valore aggiunto.
Niente di eclatante, ma un buon film medio, messo ancora più in luce dalle pessime visioni dei giorni scorsi.
Il film è stato anticipato dal corto "Maibobo", di Yves Montand Niyongabo. Film che dura quasi quanto un mediometraggio e narra, con pochi mezzi e poche pretese, di alcuni ragazzi di strada (i maibobo appunto), orfani della guerra, del loro vivere di espedienti e delle loro aspirazioni... in realtà detto così sembra meglio di com'è; in pratica è solo mezzora di una pubblicità progresso non molto cinematografica, ma estremamente melodrammatica ed ingenua (c'è addirittura una scena in cui uno di questi ragazzi scrive una lettera ai 5 grandi leader della terra per far cessare le discordie e nel farlo piange calde lacrime che bagnano quanto sta scrivendo...sic!)
Heliopolis - Ahmad Abdalla (2009)
martedì 16 novembre 2010
Nha fala - Flora Gomes (2002)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso); in lingua originale.
Quest’anno al Festival di Cinema Africano di Verona hanno deciso di festeggiare il 30 anni con una rassegna dei più importanti film africani (a sentire loro almeno) degli ultimi 3 decenni.
Si comincia con questo Nha fala, film atipico del regista Flora Gomes; questo almeno è quello che dicono, io non ne ho mai visto uno, quindi non mi stupirà vedere frizzi e lazzi (a quanto pare Gomes è un tipo piuttosto uggioso).
Una ragazza dalla Guinea Bissau parte per Parigi dove ha vinto una borsa di studio per 5 anni; prima però saluta tutti e molla l’attuale moroso, un po perché la tradisce con tutte, e un po perché è diventato un ricco trafficone. A Parigi si fa ben volere da tutti, conosce una ragazzo, se ne innamora… i problemi arrivano adesso, perché pare che nella sua famiglia vi sia una maledizione che colpisce le donne, non possono cantare, pena la morte (uuuuhh)… il problema sorge perché il ragazzo la vuole far cantare, anzi la fa cantare, anzi le fa incidere un cd, che vende un casino in tutta Europa… e tutti a questo punti si chiederanno, lei muore? La risposta è no. E il problema allora dov’è? Che sua madre di lei ne soffrirà un casino… non che lei sia rimasta viva, ma che lei abbia infranto la promessa di non cantare mai… si vabbè, a questo punto il film si fa un po incomprensibile, ma la ragazza ha la grande idea di tornarsene a casa ed inscenare il proprio funerale, nel quale si metterà a cantare convincendo anche sua mamma a farlo…
Non una commedia, perché cantano troppo; non un musical, perché cantano troppo poco… in ogni caso è il mio primo mezzo musical africano e c’è da dirlo subito; le musiche sono belle. I testi non sempre e la metrica stride, ma la musica no. Il fatto più curioso è la danza; come nei musical americani classici, la gente all’improvviso si mette a ballare tutta insieme, solo che qui non c’è una coreografia ben delineata; sembra che sia stato detto loro di ballare, muoversi a ritmo della musica, e di fare certi movimenti solo durante il ritornello. Le scenografia, come i vestiti, sono coloratissime; peccato però che la regia non sia adeguata ad un musical e risulti incapace di inquadrare adeguatamente le scene di ballo.
Un peccato soprattutto perché Flora Gomes è tutt’altro che un cretino; sa quello che fa per la maggior parte del tempo, con un piano sequenza piuttosto interessante, un uso incessante del dolly, una fotografia non eccezionale, ma pulita e soprattutto un budget di tutto rispetto, si vede chiaramente.
Alla fin fine, tutto considerato, sarebbe un buon esperimento, un film quantomeno carino se non fosse per la sceneggiatura… è vero che lancia diverse frecciate ironiche alla speranza di vita in Guinea, ai rapporti di forza cambiati nel post-colonialismo, alla convivenza di cattolicesimo e animismo, ecc…, ma manca proprio la storia. La trama è assente per buona parte del film, e quando compare è confusa e assurda; intrisa di un metaforone urlato all’inizio, e di una morale buonista alla fine…
Spiace, ma la delusione è troppa.