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mercoledì 31 marzo 2021

Ride - Jacopo Rondinelli (2018)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Due amici, youtuber "estremi" cominciano ad avere vite distinte, uno ha messo su famiglia, l'altro ha problemi di gioco. Uno dei due iscrive entrambi a un gara misteriosa dove, presto si scopre, si può morire davvero.

Diciamoci la verità; qualunque giudizio su questo film sarà influenzato dal fatto che sia italiano.

Un piccolo film a basso budget con un'idea (iniziale) molto facile e uno svolgimento ancora più semplice che però riesce ad essere efficace.

Inizia a metà strada tra il colpo di fucile e il fastidio. Sfrutta a piene mani l'estetica dei videogiochi (le tappe con le ricompense, l'intera schermata del "gioco", gli spiegoni iniziali e nel mezzo.... vabbè tutto, dalla struttura al comparto visivo) per portare avanti una trama minimale che guadagna tutto dal ritmo (anche se vorrebbe funzionare con le evoluzioni sulla bicletta... che però presto divengono ripetitive e perdono mordente) e sfrutta l'altro idea della soggettiva costante. Anche la soggettiva viene dal videogioco e viene integrata con videocamere esterne e droni; un'idea un pò patetica che risulta fastidiosa nel POV continuo, ma che a lungo andare viene messa da parte in favore di un montaggio più articolato e normalizzante.

Non starò qui a fare la morale alla trama di un film action, ma il vero tallone d'Achille è tutto lì; una serie di plot twist non completamente efficaci con un finale (che non ho capito del tutto) che prende a piene mani dall'horror inglese e americano egli ultimi anni, ma con meno cognizione di causa. Lo sviluppo tesso dei personaggi e della storia è irrisorio e con uno forzo minimale poteva essere la svolta per avere un pò già di carne al fuoco, perché quel poco che c'è è cotto molto bene.

mercoledì 6 gennaio 2021

Lazzaro felice - Alice Rohrwacher (2018)

 (Id.)

Visto su Netflix.


Un gruppo di mezzadri d'altri tempi lavora per una nobildonna che va a trovarli periodicamente. La fuga del figlio della signora porterà la modernità nel microcosmo e si scoprirà che i contandini erano sfruttati ai limiti della schiavitù. tornati alla "modernità" dovranno ricominciare da capo, ma non saranno aiutati.

Intriso di un realismo magico di campagna con il protagonista un "semplice" dostoevskiano il film sembra prendere a piene mani dal naturalismo norditaliano alla Olmi. Il tono lieve nonostante tutto ciò che di abietto succede, la dolcezza dei rapporti umani e un passo continuo seppure senza una meta chiara riesce a rendere il film scorrevole e interessante fino alla fine.

Non vengono risparmiate allegorie urlate o ingenuità dimenticabili (su tutte, la musica che esce di chiesa... un poco didascalico direi) e non è chiaro neppure il concetto di fondo (se c'è), ma forse è solo un muovere i personaggi ai limiti di ogni società e farli mantenere in piedi grazie ai rapporti umani. Semplice, ma non semplicistico,l ben condotto e con un cast all'altezza (c'è pure una irriconoscibile Nicoletta Braschi che rimane incapace di recitare, ma è l'unico neo ed è quasi voluto per la parte più inutilmente enfatica).

Buona prova imperfetta che lascia sul fuoco molto materiale che potrebbe essere sviluppato, ma che gioca con le aspettative in maniera vincente (se non si conosce la storia si rimane interdetti nella prima parte) e che con un ritmo lento non annoia mai.

giovedì 2 aprile 2020

The perfection - Richard Shepard (2018)

(Id.)

Visto su Netflix.

Una ex violoncellista (la più grande del suo "corso") incontra la nuova migliore nel settore durante una selezione in Cina. Le due si piacciono, pure molto, e decidono di prendersi due settimane nella Cina selvaggia (e curiosamente preda di un virus misterioso) da sole. ovviamente le cose andranno malissimo.

Un Thriller che vive tutto dei 3 o 4 colpi di scena che cambiano radicalmente il punto di vista e l'appartenenza ai buoni o ai cattivi dei personaggi.
Siamo onesti, un film thriller ben costruito con 4 twist plot può funzionare bene anche se non siamo davanti a Hitchcock... ma qua si esagera.
Posto che dopo i primi gli altri cambi improvvisi diventano telefonatissimi; ma quello che manca è il senso della misura (e una buona mano alla sceneggiatura specie nella seconda parte).
A partire dal secondo twist gli avvenimenti diventano iperbolici, sempre meno credibili mettendo a dura prova la nota sospensione. anche questo sarebbe probabilmente accettabile se la scrittura fosse decente... Invece i personaggi indugiano in spiegoni lunghissimi, in flashback in cui si capisce tutto dopo 30 secondi, ma la scena viene tenuta in una (fallimentare) suspense per 10 minuti, i personaggi diventano stereotipati in maniera idiota (il maestro di musica che deve sempre mimare la direzione d'orchestra con le mani quando ascolta la musica, pure mentre guida!).
Talmente è scritto male che non risulta brutto, ma fastidioso.

giovedì 12 marzo 2020

Climax - gaspar Noé (2018)

(Id.)

Visto su Amzon prime

Un gruppo di ballerini si trova perso nel mezzo del nulla per delle prove. La festa di chiusura verrà alterata da un massiccio utilizzo involontario di LSD che slatentizzerà ogni istinto.

Il film è spezzato in tre parti distinte. L'incipit dove viene ripresa la sequenza di ballo; la seconda dove ci sono i dialoghi rivelatori fra i personaggi (circa metà film); la terza è quando la droga darà i suoi effetti (altra metà film).
L'incipit è, probabilmente, la cosa migliore. Con la regia mobile che ormai contraddistingue Noé, ma incredibilmente rigorosa, si mette in mezzo alla scena dando il senso del ritmo, del movimento, della carne e della musica. magnifico.
La seconda parte è quella che dovrebbe creare la rete di relazioni (ufficiali e ufficiose) e di tensioni reciproche che dovrebbero esplodere nella seconda parte. Qui è probabilmente il punto più basso; inquadrature statiche ben costruite, ma in favore di una scrittura claudicante. Viene detto tutto, fatto capire tutto senza tanta delicatezza o rispetto per lo spettatore e il tutto utilizzando dialoghi spesso mal scritti.
A questo punto arriva il titolo con i bellissimi (ma va?!) titoli di testa... trucchetto sconfortante degno di un Weerasethakul qualunque.
La seconda parte dovrebbe essere l'apocalisse di questo microcosmo slatentizzato (e giustificato) dagli allucinogeni. E qui si incontrano due grandi tendenze di Noé; la capacità di regia mostruosa e l'incapacità di empatia.
Tutta la seconda parte è un lussureggiante piano sequenza (ma va?!) in cui la macchina da presa si inclina sempre di più a mano a mano che si sprofonda nella follia (idea che sarebbe genaile se il film fosse riuscito, rimane una metafora ingenuotta dato il risultato) con un uso delle luci e, soprattutto, delle musiche invidiabile. Noé è un regista dalle capacità immense.
La mancanza di empatia però ammazza tutto. Noé si impegna tantissimo in efferatezze (SPOILER: donne incinte prese a calci, bambino sotto acido chiusi al buio che urlano, madri che condannano a morte i figli, incesto, ecc..), ma rimangono sulla superficie, senza un serio lavoro di empatia con i personaggi (o la gestione migliore dei loro rapporti fatta nella prima parte) sono solo un elenco di amenità fine a sé stesso, paragonabile ai jump scare. Si può soffrire della sofferenza della madre, ma appena la macchina da presa si gira a inquadrare qualcun altro ci si dimentica fino a giungere al finale in cui, tutto sommato, non ce ne frega niente di quanto successo.

lunedì 6 gennaio 2020

Mug. Un'altra vita - Malgorzata Szumowska (2018)

(Twarz)

Visto al cinema.

In un paesino polacco che vuole battere Rio de Janeiro costruendo la statua di Gesù più grande al mondo, un operaio vive la sua vita lievemente fuori dal tracciato (va in chiesa, ma ha uno sguardo scettico). Lavorando alla statua subisce un incidente e rimane sfigurato. Lo stato lo abbandona (subisce un intervento innovativo di cui l'ospedale si bulla, ma non gli forniscono i farmaci), la comunità lo accoglie, ma a lungo andare il suo atteggiamento scostante, il suo volto difficile da guardare e la piccolezza insita in una comunità bigotta lo portano ad essere scaricato da tutti.

Una commedia nera che non inventa nulla e che risulta decisamente a tesi, ma con un'idea semplice, tenuta bene a fuoco e gestita senza acrimonia. L'ipocrisia della piccola comunità religiosa (anche Gesù, nel finale si volterà dall'altra parte) che si mostra accomodante solo con chi lo è a sua volta e che pretende di dimenticarsi di chi non rientra nei propri canoni è semplice, scontata (Tim Burton ci campa da 30 anni), ma diretta con la cura dovuta.
Forse il maggior pregio del film sta nell'avere un pesante comparto simbolico, ma riuscire a tenerlo in piedi senza esserne zavorrato, senza farlo scontare tutto allo spettatore.
Il difetto invece sta in una delle doti, il distacco, la mancanza di rabbia nei confronti di un tema evidentemente fastidioso. Questo distacco però diventa estremo e condiziona il film in toto che rimane lontano anche dallo spettatore.

venerdì 27 dicembre 2019

Auf der Suche nach Ingmar Bergman - Margarethe von Trotta, Bettina Böhler, Felix Moeller (2018)

(AKA Searching for Ingmar)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Il film inizia con la Von Trotta nella location della prima sequenza de "Il settimo sigillo" che ripercorre a memoria scena per scena quell'incipit. Il film inizia quindi con una regista che descrive l'opera di un regista dal suo punto di vista, non tecnico, ma emotivo.
Il documentario poi si sposta su un piano di genere; pochi registi hanno avuto un rapporto così stretto con le attrici feticcio delle loro opere e la Von Trotta fa parlare le dirette interessate su Bergman.
Infine la regista cerca di gettare un ponte fra il regista svedese e i nuovi (?) volti della regia internazionale.

Per me questo documentario piuttosto scontato nella messa in scena (campi lunghi con la regista come narratore e poi interviste a mezzo busto inframezzate a porzioni di film) semplicemente non sa che strada prendere. Parte dalla descrizione emotiva di quello che può essere il cinema di Bergman, ma la abbandona per il racconto del personaggio (indubbiamente interessante) fatto dalle attrici (dunque limitato) con qualche curiosità interessante; infine cerca l'apertura contemporanea, ma per farlo imbarca registi giovani e interessanti, ma che sono di seconda fascia e hanno ancora molto da dimostrare (discorso che non vale per Assays), niente di grave in questo, ma un pò poco per parlare di un lascito tangibile.

lunedì 25 novembre 2019

La favorita - Yorgo Lanthimos (2018)

(The favourite)

Visto in aereo.

Io e Lanthimos abbiamo un rapporto contrastato. Lui fa film shockanti che sulla carta non possono non piacermi, ma spesso si limita a espandere l'idea iniziale senza costruirci attorno un vero e proprio film, se tanto basta piace, se ciò non basta, lo si odia... io appartengo alla seconda categoria.
Da un paio di film a questa parte sembra essersi sforzato sempre di più di mettere in scena una trama oltre a un'idea forte (che rimane comunque la sua cifra) e se all'inizio sembrava un caso, si sono avute conferme piacevolissime.
Con "La favorita" si ha, finalmente, un cambio di paradigma. L'idea di fondo è un rapporto a tre, lì'idea di base è un mondo di sopraffazioni con intrighi di palazzo. L'idea di fondo è una trama prima che un singolo dettaglio shockante; non sarà originalissimo, ma il film ne guadagna.

Lanthimos costruisce una sfida fra due favorite della regina inglese (una regina adulta, ma mentalmente infantile) che si dimostra una lotta tra cani disposti a sbranarsi. L'idea vincente, però , è il trasformare il tutto in una sfida di sopraffazione che coinvolge chiunque. Lathimos prima crea un mondo di violenza trattenuta e volontà di prevaricare ad ogni costo e poi vi fa muovere due personaggi magnifici (anzi tre vista l'importanza della regina nell'economia del film).
Per costruire questo mondo in maniera credibile si concentra in maniera gustosissima nei dettagliatissimi interni e nei costumi eccessivi arrivando a vette quasi pornografiche di precisione per poi aggiungere elementi stranianti (idea a mio avviso senza utilità che diventa ridicola solo nel ballo) senza particolare motivo. Per dare vigore e fiato agli interni e aumentare il senso di weirdness riprende con grandangoli quasi ogni scena e frequenti movimenti di macchina.

Un encomio all'intero cast completamente in parte riuscendo a sostenere perfettamente il trio di coprotagoniste che non sbaglia un colpo.

lunedì 10 dicembre 2018

BlacKkKlansman - Spike Lee (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

La storia vera di un infiltrato nel KKK... nero. Iniziato tutto con una telefonata e mantenuto in piedi da un collega bianco (ebreo) negli incontri dal vivo durante i turbolenti anni '70. Il confronto con la comunità afroamericana in subbuglio (che odia la polizia), con la politica che cerca di dare un aspetto pulito al razzismo vecchio stampo e i rapporti con i colleghi alle prese con il primo nero tra la fila delle forze dell'ordine.

Spike Lee al suo meglio crea film compattissimi e dal ritmo esaltante ("Inside man") anche se predicatori o morilazzanti o semplicemente sociali ("Fa la cosa giusta", "La 25a ora"). Al suo peggio realizza film interessanti, ma sfilacciati e torstuosi ("Bamboozeled") o del tutto fuori fuoco ("Lei mi odia")... e non ho mai visto "Miracolo a Sant'Anna" e non voglio parlare di "Oldboy".
Qui, finalmente, Lee torna in fase crescente della sua carriera e porta a termine un film con molti difetti, ma ben costruito; in cui la critica sociale (e razziale) non affoga la trama e i personaggi (il vero problema di "Bamboozled"); in cui la storia ha un suo ritmo, un suo sviluppo e una sua autonomia; in cui la molta carne messa al fuoco riesce a essere sfruttata quasi interamente (il co-protagonista che ritrova una sorta di identità culturale ebraica solo quando dovrà fingersi membro del KKK è una dei pochi argomenti buttati nella mischia senza uno sviluppo).
Per una volta Lee si mette al servizio del film creando una storia convincente e riuscendo a mettere i suoi topos (dalla passione per il cinema, Griffith, ai diritti civili) all'interno della vicenda e non appiccicati sopra.
La regia è, al solito, ottima, più curata nella fotografia (anche questa una cifra riconoscibile) che nel montaggio (comunque di livello).
Unico neo il genere. Il film comincia con l'atmosfera della commedia e un annuncio di comicità che non sarà mai realizzato e vira sempre più verso il dramma dando la sensazione di non aver mantenuto le promesse fatte.

venerdì 7 dicembre 2018

L'uomo che uccise Don Chisciotte - Terry Gilliam (2018)

(The man who killed Don Quixote)

Visto al cinema.

Un regista deve girare una pubblicità con protagonista Don Chisciotte; per farlo pretende di utilizzare come location la zona della Spagna dove realizzò un suo primo film indipendente 10 anni prima. L'occasione lo portarà a re-incontrare alcune del suo passato che lo porteranno in un viaggio lisergico fra fantasia e realtà.

Come spesso nel cinema di Gilliam l'intera vicenda è la descrizionedi un uomo sospeso fra due mondi, fra quello reale e quello allucinato causato dallo scollamento verso la realtà. Come (un pò meno) spesso nel cinema di Gilliam il film si muove con il passo del road movie, con sequenze slegate che fanno entrare sempre di più nel conflitto visionario fino ad un finale dove niente saarà chiaro prima dello scioglimento vero e proprio.
Come talvolta nel cinema di Gilliam la vicenda appare un patchwork di situazioni, un collage lungo (di minutaggio) e con continue accelerazioni e marce indietro che rendono la vicenda sempre meno appassionante, con in più l'aggravante (in questo caso) di non avere alla base un'idea mai raccontata (almeno con quella forza) come per "Paura e delirio a Las Vegas".

Si, insomma, tecnicamente un film ben realizzato, location fantastiche e un cast perfetto (la regia di Gilliam non discute neppur ein film meno riusciti di questo), eppure non mi è piaciuto...
ma improvvisamente un'epifania, tutto questo l'ho già vissuto la prima volta che vide proprio "Paura e delirio" e solo le visione successive riuscirono a darmi la visione d'insieme, una calvacata folle che nella struttura stessa cercava di ricreare il costante squilibrio dei protagonisti (oltre a un film divertente, profondo e realizzato come pochi altri). il mio dubbio, quindi, è se mi trovo di fronte a un film simile che apprezzerò e capirò a fondo dalle prossime visioni.

venerdì 28 settembre 2018

Loro 1 - Paolo Sorrentino (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

La vita di Berlusconi ai suoi minimi storici, siamo nel 2006, il Cavaliere è senza presidente con una fauna politica che gli si muove intorno ienescamente valtuando se abbandonare la barca che affonda o mantenersi a galla con l'ex capo; a livello privato la relazione con la Lario non è mess amolto meglio. Ancora più esternamente un mondo di soldi facili tramite la pornocrazia sembra essere il vero leit motiv del lobbing all'italiana.

Il film, diviso in due parti, inizia con un lunghissimo intro; si potrebbe dire che fin oltre la metà il film presenta solo l'incipit dove viene descritto il mondo più satellite alla politica di quel priodo: piccoli imprenditori e magnaccia, droga e sesso ai luoghi di comando al loro apice.
L'incipit è puro stile Sorrentino (primo periodo), uno stile che (preso da Scorsese) fa con la velocità e il montaggio il ritmo, ma anche il tono e parte della narrazione; una gratifacante goduria per gli occhi. Il difetto, in questo caso, è la pretestuosità. Il lungo intro è troppo lungo, gran parte di ciò che viene mostrato è ridondante o non molto significativo sul resto del film (almeno per ora) e rischia di scollare parte dlel'attenzione.

L'arrivo sulla scena di Berlusconi cambia le carte in tavola. Lo stile rallenta e si avvicina al racconto dei soliti (bellisimi) freaks di cui è costellato l'universo sorrentiniano; simpatico guascone e famelico squalo nello stesso tempo il protagonista risalta e sposta l'itnera attenzione della vicenda nel bisogno di affetto che gli viene negato.

Film fiume che poteva essere notevolmente asciugato, ma che riesce, con due tempi quasi in contrpaposizione, a intrattenere con interesse e freschezza (molto distante la fossa delle Marianne rappresentata da "Youth"), ma che essendo solo la prima non autoconclusiva (come poteva essere invece, parzialmente, "Kill Bill") risulta claudicante e dir poco.

venerdì 21 settembre 2018

Mission: Impossible. Fallout - Christopher McQuarrie (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

Ho mollato la saga di "Mission: Impossible" al numero 2, un pò per inerzia un pò su consiglio di amici che tuttora sostengono che dal 3 in poi siano tutti inguardabili. Torno al sesto capitolo senza avere nessuna competenza, duqnue, ma quello che porto a casa è qualcosa di magnifico.

Le aspettative alte, ma non altissime, sono stato pienamente soddisfatte da un film ritagliato su un protagonista, Tom Cruise, che superati i 50 anni mena e corre come un 20enne, si da agli stunt anima e corpo (soprattutto caviglie) senza pensare al domani. Ecco dunque che si riesce a realizzare alcune sequenze incredibili come il salto dall'aereo su Parigi che raggiungi i picchi di ansia per tutto il film (lo showdown finale con le bombhe atomiche non riuscirà a fare altrettanto).
Il resto è un action perfetto calibrato per stupire sotto ogni punto di vista, colleziona alcune sequenze che avrebbero fatto invidia a John Woo (la collutazione nei bagni che probabilmente è la parte mgiliore del film) e alcuni isneguimenti orchestrati da Dio (il doppio inseguimento in macchine poi in moto per Parigi che sono riusciti a togliere il fiato anche al pubblico). Di fatto un film che è la spiegazione del perché l'action (quando ben realizzato) è il genere più cinematografico in assoluto. 

Nella seconda parte invece è la trama a prendere il posto del movimento rallentando il film, ma dandogli più gusto (non ho molto apprezzato l'inqeguimento in elicottero) realizzando una aprabola umana, quella di Hunt; che inizia a diventare più umano. Invecchiato e stanco, spesso senza piani e preda di sogni disturbanti nelle frequenti pennichelle, non è mai stato così provato; senza eccedere in enfasi, nel finale si riesce a percepire lo scoramento di un uomo rinchiuso nel suo personaggio senza possibilità di uscita (molto più di quanto ci si potesse apsettare).
Il resto della storia con spy vs spy, tradimenti e inganni è la salsa perfetta per chi apprezza gli intrighi di palazzo, non inventa niente, ma porta avanti con dignità un genere.

venerdì 24 agosto 2018

Hereditary: le radici del male - Ari Aster (2018)

(Id.)

Viato al cinema.

Alla sua prima prova sul lungometraggio Ari Aster non delude, anzi, continua il discorso iniziato nei suoi cortometraggi, lo amplifica e lo arricchisce.
Parte dalla solita idea della famiglia disfunzionale, la ammanta di un clima da tragedia greca incombente e (dalla metà in poi) scatena un horror devastante.
Si può paragonare a "Kill list" per l'incedere lento che accelera con il passare dei minuti (e per il finale "di accettazione"), si può paragonare a "The Babadook" per l'orrore che si infiltra in una famiglia spezzata che cerca di scendere a patti con il lutto, si può paragonare a "Rosmery's baby" per l'intero clima cospirativo e satanista (e per un certo interesse più sul dramma che sull'horror).
Ci sta tutto, di fatto però il film si muove più dalle parte di un Haneke (se vogliamo modernizzarci, dalle parti di un Lathimos), dove i propri personaggi vengono bistrattati senza un minimo di compassione e con un'insistenza quasi psicotica. L'intera prima parte è, di fatto, un piccolo dramma famigliare dove tutti sembrano voler sbranare tutti, dove tutti soffrono senza particolare possibilità di uscire dal loop e, soprattutto, dove il destino imperversa senza pietà. Ma, sempre in questa prima, magnifica, parte Aster si avvicina ai livelli di Cronenberg, crea un clima gloomy dove l'ansia è costante per un dramma che si respira chiaramente anche quando non succede nulla, dove un nonnulla (un'allergia, un hobby, un'espressione) hanno impatti devastante sui personaggi e sul pubblico.

Nella seconda parte invece, il film parte per la fase schiettamente horror. Il sovrannaturale entra all'improvviso e si espande gradualmente, ma quello che più conta saranno le reazioni dei personaggi. Il primo incontro con lo spirito del bambino la co-protagonista avrà una delle reazioni più credibili di sempre, il sovrannaturale non è un'evento scontato, quando arriva erode tutto. L'orrore non mancherà (decapitazioni, persone in fiamme, cadaveri decomposti), ma sarà sempre filtrato attraverso le reazioni dei personaggi che rimarranno il centro della vicenda (il lungo primissimo piano del figlio dopo la prima decapitazione è splendido).

Affascinante anche l'uso perfetto degli interni (già accennato nel primo cortometraggio di Aster), luoghi normali e austeri, ma immacolati come un diorama e, altrettanto, misteriosamente inquietanti (tutto le scene vengono incastrate in uno sfondo chiuso che è gabbia e cornice). Da ammirare anche l'intricato utilizzo dei personaggi, in un film in cui il protagonista sembra cambiare 2 o 3 volte.
Finale tecnicamente stupendo.

Ovviamente il film ha anche dei difetti e, su tutti, a mio avviso c'è l'incapacità di utilizzare tutte le suggestioni suggerite (i diorami della madre veicolano pochissime informazioni, la figura della nonna è utilizzata meno di quanto avrebbe potuto offrire) e la disonestà di aver realizzato un dramma famigliare sovrannaturale che di horror ha solo un lungo lunghissimo) finale.

Ottimo tutto il cast con la solita Collette che si porta a casa il risultato con facilità, un grandioso Wolff che è la vera scoperta, l'inquietante Shapiro e il Gabriel Byrne più vecchio di sempre (ok, mi ha stupito scoprire che l'anziano marito fosse lui!).

giovedì 9 agosto 2018

Ocean's 8 - Gary Ross (2018)

(Ocean's eight)

Viato al cinema.

Per la trama vedere quella di "Ocean's eleven", ma declinarla al femminile, oppure vedere qui (e si, se verrà declinata al maschile sembrerà incredibilmente quella di "Ocean's eleven").

Il remake del remake di Soderbergh ha l'incredibile dote di cambiare praticamente nulla della struttura del film, partendo da un rilascio di prigione, l'incontro con il partner di una vita, la costruzione di una banda per un colpo gigantesco e fighissimo e il colpo nel colpo che si trasforma in un colpo elevato alla terza. Il tutto con un cast stellare messo li per ingolosire il pubblico e che gioca tutto sulla simpatia, sull'affiatamento e una figaggine (noi giovani diciamo coolness) che dovrebbe spettinare lo spettatore.

Se il piano è solo quello il film funziona abbastanza; la trama scorre via rapida senza troppi intoppi (riempiendo le fantasmagorie poco credibili, ma accettabili del film originale con buchi di trama, diluizioni o incongruenze un poco fastidiose, ma poco significative) intrattenendo il giusto.
Il cast fa il suo lavoro magnificamente, permettendo a tutte allo stesso modo (almeno alle attrici di peso) di sfogarsi e prendere il proprio minutaggio (unica che mi è sembrata più sacrificata è stata la Blanchett) e dimostrando un affiatamento sufficiente pur senza arrivare al buddy movie estremo della coppia Clooney/Pitt. Meno ficcante il contributo ironico, diverte, ma senza iperbole; meno cesellata anche la coolness che rimane più la location in cui far muovere la storia che non essa stessa parte dei personaggi.

In ogni caso, il difetto principale di questo buon film medio è il fatto di non dire nulla, non aggiungere niente, non aver guadagnato nulla dal cambio di genere e di risultare, alla fine della visione, meno dirompente dell'originale.

lunedì 4 giugno 2018

Il prigioniero coreano - Kim Ki Duk (2018)

(Geomul)

Visto al cinema.

Un pescatore nordcoreano viene trascinato dalla corrente nelle acque sudcoreane. Verrà arrestato e tenuto in stato di prigionia come spia; davanti a sé solo due opzioni, ammettere di essere una spia ed essere condannato o firmare un documento in cui chiede asilo politico e ammette la propria diserzione volontaria dalla Corea del Nord; in entrambi i casi la sua famiglia (rimasta al nord) subirà gravi conseguenze. Grazie all'aiuto della sua guardia del corpo e di pubblicità dai media la situazione si sbloccherà e verrà rimandato a nord, ma anche la subirà le stesse vessazioni.

Io e Kim Ki Duk ci siamo voluti molto bene una 15ina di anni fa, poi è successo qualcosa nel nostro rapporto (per colpa sua) e ormai non ci frequentavamo da qualche ann, tornare a vedersi, per di più al cinema (cosa che non ci succedeva dai tempi de "La samaritana") è stato un passo importante, ma non si può negare che il tutto sia partito con molti pregiudizi.

Cosa ne è venuto fuori da questo nuovo incontro. Ne è venuto fuori un film diverso dal Kim Ki Duk che ricordavo, ma con molti difetti.
Diverso perché il film ha una trama quasi scontata rispetto alla dolorosa surrealtà a cui si era abituati; qui la trama è concreta, dall'incedere kafkiano, ma assolutamente credibiel; simbolica in maniera esplicita, ma meno prepotentemente allegorica dei precedenti, ma soprattutto, senza poesia (anzi senza la pretesa di poesia a tutti costi che era diventata la vera palla al piede del regista, più interessato a farsi dire bravo dagli amichetti del circolo letterario che non a realizzare film concreti).
Il problema è tutto nella sceneggiatura, il plot di base è buono e gestito con uan quantità di dialoghi che (probabilmente) superaro tutte le parole dette nei film precedenti, am gestite malissimo.
I personaggi sono costruiti con l'accetta e il cattivo è  cattivissimo fino alla follia, blandamente demonizzato dagli altri personaggi di contorno (su tutti il direttore, un automa equilibrato dai cambi d'idea repentini) e una gestione dei fatti assurda (in uno dei film più verosimili del regista), con dei picchi di pietas da far venire il diabete. I racconti di spie coreani hanno il vantaggio di parlare di persone da entrambe le parti (in Europa, le spie stanno a Berlino e sono gli alleti contro i nazisti o l'occidente contro i sovietici, in entrambi i casi sono i buoni contro figura disumanizzate, in Corea non potrebbe esistere Harry Lime), ma sprecare il tutto per aumentare la  melassa e non per dare  un significato più profondo alla vicenda è del tutto inutile.

venerdì 1 giugno 2018

Dogman - Matteo Garrone (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

La storia d'invenzione basata sul delitto del canaro; un uomo semplice, vessato da un bullo fuori età (sono tutti adulti) e "costretto" a compiere rapine e tradimenti, perfettamente inserito in un contesto sociale periferico in cui ci si trova. Quando il mondo in cui vive lo rigetterà  per le azioni dell'altro si vendicherà.

Partito da un efferato fatto di cronaca che poteva essere uno slasher efferato o un lisergico viaggio nel lato oscuro; Garrone, invece, declina la vicenda (edulcorata) in uno dei suoi film con più sentimenti positivi.
La vicenda è un dramma nerissimo e senza speranza ambientato in una periferia geografico che lo è anche socialmente; ma i sentimenti del protagonista sono tutti, sempre positivi.
Il dogman del titolo è un uomo che ama a dismisura sua figlia a cui darebbe tutto ciò che ha, ama i suoi amici e colleghi con cui ha un rapporto di rispetto reciproco e su queste due colonne ha basato la sua vita, una vita da sconfitto che non si percepisce come tale proprio per la richezza emotiva. Addirittura, il protagonista, ha un affetto immotivato per il suo vessatore, anche lui è suo amico, anche lui fa parte del suo mondo e a lui è legato quanto agli altri e sarà proprio questo affetto il motivo della perdita dello status quo.
Un film di buoni sentimenti e delle estreme conseguenze di un uomo che vuole riacquistare l'affetto degli altri.

Ovviamente poi c'è il solito lavoro sull'ambiente e sugli attori. Ogni film di Garrone parte da questi due elementi che fanno da base anche più della trama (che molte volte risulta minimale).
Dopo la parentesi levigata de "Il racconto dei racconti" (che per il suo tono apertamente favolistico si è appoggiato ad attori di fama internazionale) si ritorna a costruire i personaggi su attori dal fisico particolare, riconoscibile e non canonico (incredibile la performance di Fonte, davvero ottimo, ma anche i comprimari, su tutti un irriconoscibile Pesce) che sembra nato e perfettamente sagomato per l'ambientazione.
La location, invece, non è mai sata messa in secondo piano (neppure ne "Il racconto dei racconti") e rappresenta (anche) qui parte integrante della vicenda, come specchio della società che vi abita, come ambiente western di vite di provincia e come mero scenario per scaricare le proprie emozioni.

venerdì 4 maggio 2018

Ready player one - Steven Spielberg (2018)

(Id.)

Visto al cinema.

Spielberg torna ai film per ragazzi (età media aumentata rispetto ai classici Amblin anni '80) e, contemporaneamente, all'action; per farlo prende una storia moderna, ma citazionista al massimo, icnentrata sulla cultura pop anni '80... Spielberg che gioca la carta del post-modernismo citando sé stesso...

La confezione è data da un libro che parla di un futuro distopico dove un videogioco a realtà aumentata è il centro della vita di ognuno. Dove il creatore di quel gioco è morto e ha lasciato 3 chiavi nascoste nel mondo digitale e chi le dovesse scoprire diverrebbe il nuovo proprietario delle azioni dell'azienda. Una compagnia di videogiochi al cui vertici si trova un uomo senza scrupoli sarà l'antagonista di una gilda di regazzini, tutti outsiders, che lotteranno da soli per non lasciare che il mondo digitale finisca nelle mani sbagliate.

Assolutamente niente di nuovo per quanto concerna il plot, ma quello che è rinfrancante è il piglio senza prese di posizione preconcette del film. La vita virtuale è complessa tanto quella reale e le interazioni altrettanto articolate e i sentimenti sviluppati nel videogioco contano tanto quelli della vita fuori dal digitale. Il problema e la soluzione combaciano dando al mondo videoludico l'assenza di connotazione aprioristica. Un bel passo in avanti (rovinato da pochi secondi del finale, ma ci arriveremo).
Dall'altra parte c'è il solito rispetto che Spielberg da al suo pubblico e ai suoi personaggi (chiunque essi siano) e con il suo gruppo di eroi adolescenti ritorna nel proprio, ma aumentandone l'età si associa alla serie di film iniziati con le grandi saghe pre e post puberali dell'ultimo decennio (da "Harry Potter" ad "Hunger Games") dove lo scontro generazionale diventa esplicito e il nuovo non è il male.
Infine, Spielberg da sfogo alla sua capacità dio creare azione, anzi, azioni. Nei suoi ultimi film "action" ("Tintin", l'ultimo "Indiana Jones"), il regista ama mettere sequenze action tra le più disparate per tipologia e qua (seppure decisamente meno che nei precedenti) passa dagli inseguimenti in auto, allo scontro fra robbottoni, dalla battaglia epica, alle arti marziali (molto poco a dire il vero).
Il tutto in una sequenza di scene dal ritmo costante, in cui le pause di dialogo sono mantenuto attive dal ritmo complessivo in una cavalcata che non riesce mai ad annoiare.

Ah si, c'è pure un citazionismo costante di tutta la cultura pop (film, tanti, ma anche musica e videogiochi) anni '80 (solo la Disney ne è rimasta fuori per questioni legali) che è un piacevole gioco al riconoscimento su più livelli; ma questo punto di vista riesce a rimanere comunque secondario rispetto al resto del film, un'aggiunta gustosa, ma non determinante.

L'unico neo è un argomento "di nicchia" come i videogiochi trattato in un film il più possibile mainstream. Per amor di chiarezza Spielberg si dilunga in alcune spiegazioni eccessive sulle dinamiche videoludiche piuttosto banali, ma utili per allargare lo spettro di fruibilità del film. Spiegazioni che, salvo pochissimi momenti, riescono ad essere ben camuffate nella vicenda.
Totalmente non camuffata, invece, la svolta reazionaria a pochi secondi dalla fine, con un finalino che smentisce l'intero castello di dignità dato alla vita virtuale. Poca cosa, lo ammetto, ma messo in una posizione determinate e che disfa gran parte dell'encomiabile lavoro fatto fino a quel punto.