(Id.)
Visto in Dvx.
Due navi spaziali cercano di raggiungere un pianeta da cui arriva un segnale radio; nel tentativo di atterraggio perdono conoscenza, una volta svegliati iniziano una serie di eventi strani, morti inspiegabili in un ambiente inquietante.
Film di serie B fatto con pochi mezzi e meno tempo che si basa su un racconto degnamente Urania che cerca di interessare e il povero Bava dietro la macchina da presa che fa i salti mortali per trasformare un filmetto di fantascienza in una dignitosa opera horror.
Meglio essere chiari fin da subito; il film è un'opera camp come poche, piuttosto noiosetta, senza brividi nonostante l'impegno e con un cast tra i più inespressivi di sempre.
Ciononostante riesce a fare il giro e a dare qualcosa in cambio della pazienza dello spettatore. Se si ha un minimo di gusto per il kitsch questo profluvio di colori fluo, nebbia alle caviglie, capelli cotonati e tute in pelle dal colletto improbabile riuscirà a farsi apprezzare, soprattutto per gli amanti dei 60's.
Se si sopporta l'idea di un'operazione pesantemente totalmente senza budget si possono apprezzare gli enormi sforzi del regista, che personalmente non ho mai trovato totalmente efficaci, ma indubbiamente affascinanti (si pensi all'esplorazione della nave spaziale aliena).
Infine, per gli amanti di "Ai confini della realtà" questo film non è altro che una puntata del telefilm allungata a dismisura.
In conclusione trovo che le lodi sperticate per questo film siano, quantomeno esagerate; ma ha più di un motivo per essere ripescato, consapevoli che nasce come serie B e serie B invecchiata rimane.
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lunedì 17 giugno 2019
lunedì 6 maggio 2019
Chillerama - Registi vari (2011)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Nato da un'idea di Rifkin e Sullivan di creare un film a episodi dedicato ai mostri classici del cinema (a spanne quelli Universal con in più gli zombie alla Romero) con segmenti dedicati a 4 epoche diverse del cinema. All'idea si aggiunsero in un secondo momento Green e Lynch. Ecco a fronte di un'idea apparentemente accettabile (anzi, auspicabile) il progetto nasce fin dal primo istante come un'idea cazzara avuta da due amici che si sentono troppo fighi per questa industria cinematografica che non capisce niente di cinema, il tutto in una serata alcolica; a tutto questo poi si aggiungono altri due giuggioloni.
Perché l'apertura in bianco e nero col tipo che sotterra sua moglie che, sfortunatamente si sveglia e gli strappa il pene a morsi (e comincia a secernere un curioso liquido azzurro), con tutta la buona volontà può sembrare una citazione amorevole di un certo cinema fatta da un regazzino che ha più passione che capacità, ma poi in sequenza c'è una citazione di "Godzilla" (che in realtà lo cita nel senso che c'è un mostrone gigante che distrugge una città e nessun altro collegamento) assolutamente idiota, poi arriva l'apice dell'ironia linguistica con una storia di licantropi gay che sono degli orsi mannari (tutta l'idea dello spezzone sta nel doppio senso di werebears!), si continua con un crossover fra Anna Frank e un Frankenstein ebreo (con Hitler come protagonista) si conclude con una sequenza di merde merde che fanno cose; poi si finisce con il quadro entro cui tutto è inserito, cioè una apocalisse zombie-sessuale in un drive in.
Inutile ulteriormente sottolineare la pochezza delle trame che non provano neppure a fare omaggi o citazioni, ma si accontentano di citare un nome e creare giochi di parole e sequenze ironiche per motivi tra il demenziale e il coglione. Non si tratta di parodie, ma di sfruttamento di nomi che, forse, neppure si conoscono davvero. Non si tratta di omaggi perché bisognerebbe sapere cos'è il materiale di partenza.
A livello estetico, ancora una volta, lo sforzo è minimo virando solo i colori in maniera totalmente pretestuoso (in "Wadzilla" che significato hanno quei colori?).
Dunque una parodia che sembra non sapere su cosa si basa e realizzata con l'idea che se è camp allora andrà bene per forza (una delle idee peggiori nate, involontariamente, da Tarantino), il tutto con l'idea continua di parlare di horror senza neppure provarci a fare degli horror.
Al di là del titillamento dell'ego dei registi non si capisce molto il motivo di questo film.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Nato da un'idea di Rifkin e Sullivan di creare un film a episodi dedicato ai mostri classici del cinema (a spanne quelli Universal con in più gli zombie alla Romero) con segmenti dedicati a 4 epoche diverse del cinema. All'idea si aggiunsero in un secondo momento Green e Lynch. Ecco a fronte di un'idea apparentemente accettabile (anzi, auspicabile) il progetto nasce fin dal primo istante come un'idea cazzara avuta da due amici che si sentono troppo fighi per questa industria cinematografica che non capisce niente di cinema, il tutto in una serata alcolica; a tutto questo poi si aggiungono altri due giuggioloni.
Perché l'apertura in bianco e nero col tipo che sotterra sua moglie che, sfortunatamente si sveglia e gli strappa il pene a morsi (e comincia a secernere un curioso liquido azzurro), con tutta la buona volontà può sembrare una citazione amorevole di un certo cinema fatta da un regazzino che ha più passione che capacità, ma poi in sequenza c'è una citazione di "Godzilla" (che in realtà lo cita nel senso che c'è un mostrone gigante che distrugge una città e nessun altro collegamento) assolutamente idiota, poi arriva l'apice dell'ironia linguistica con una storia di licantropi gay che sono degli orsi mannari (tutta l'idea dello spezzone sta nel doppio senso di werebears!), si continua con un crossover fra Anna Frank e un Frankenstein ebreo (con Hitler come protagonista) si conclude con una sequenza di merde merde che fanno cose; poi si finisce con il quadro entro cui tutto è inserito, cioè una apocalisse zombie-sessuale in un drive in.
Inutile ulteriormente sottolineare la pochezza delle trame che non provano neppure a fare omaggi o citazioni, ma si accontentano di citare un nome e creare giochi di parole e sequenze ironiche per motivi tra il demenziale e il coglione. Non si tratta di parodie, ma di sfruttamento di nomi che, forse, neppure si conoscono davvero. Non si tratta di omaggi perché bisognerebbe sapere cos'è il materiale di partenza.
A livello estetico, ancora una volta, lo sforzo è minimo virando solo i colori in maniera totalmente pretestuoso (in "Wadzilla" che significato hanno quei colori?).
Dunque una parodia che sembra non sapere su cosa si basa e realizzata con l'idea che se è camp allora andrà bene per forza (una delle idee peggiori nate, involontariamente, da Tarantino), il tutto con l'idea continua di parlare di horror senza neppure provarci a fare degli horror.
Al di là del titillamento dell'ego dei registi non si capisce molto il motivo di questo film.
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mercoledì 2 gennaio 2019
The disappointments room - D. J. Caruso (2016)
(Id.)
Visto in aereo in lingua originale.
Trasferiti nella casa nuova dopo la morte di una figlia (rimane ancora un figlio da far fuori), la famigliola infelice comincia ad assistere a strani fenomeni collegati con una camera chiusa. Che non sia una disappointments room, una vecchia abitudine delle famiglie nobili della zona (quella di chiudere i figli deformi in una camera della casa... per sempre); e che quella disappointment room non contenga uno o due spiriti irrequieti.
Terribile film horror di Caruso; dove per terribile intendo proprio brutto. Trama trita che tenta la (falsa) originalità con l'idea di queste stanze prigione, ma senza un minimo di inventiva, senza riuscire a trovare un qualcosa che catalizzi davvero l'interesse o che riesca a distinguere il film rispetto alle centinaia di horroretti senza nerbo prodotti ogni anno.
Ma sinceramente non è la mancanza di originalità il problema (come il magnifico "", antitesi all'originalità); così come non è la regia piatta. Il vero problema è la mancanza di tensione; la trama farraginosa che impiega una vita a venir fuori e fatica a farsi capire ingloba, con il suo fastidio e la sua noia, anche i pretesi momenti di paura, realizzati con il pilota automatico e senza una vera comprensione di come gestire tempi e spazi.
In poche parole un fallimento laddove ogni film horror, per quanto scalcinato, deve riuscire.
PS: in tutto questo la Beckinsale affoga senza possibilità di salvezza, non spicca, non migliora, a mala pena ci si accorge chi lei sia.
Visto in aereo in lingua originale.
Trasferiti nella casa nuova dopo la morte di una figlia (rimane ancora un figlio da far fuori), la famigliola infelice comincia ad assistere a strani fenomeni collegati con una camera chiusa. Che non sia una disappointments room, una vecchia abitudine delle famiglie nobili della zona (quella di chiudere i figli deformi in una camera della casa... per sempre); e che quella disappointment room non contenga uno o due spiriti irrequieti.
Terribile film horror di Caruso; dove per terribile intendo proprio brutto. Trama trita che tenta la (falsa) originalità con l'idea di queste stanze prigione, ma senza un minimo di inventiva, senza riuscire a trovare un qualcosa che catalizzi davvero l'interesse o che riesca a distinguere il film rispetto alle centinaia di horroretti senza nerbo prodotti ogni anno.
Ma sinceramente non è la mancanza di originalità il problema (come il magnifico "", antitesi all'originalità); così come non è la regia piatta. Il vero problema è la mancanza di tensione; la trama farraginosa che impiega una vita a venir fuori e fatica a farsi capire ingloba, con il suo fastidio e la sua noia, anche i pretesi momenti di paura, realizzati con il pilota automatico e senza una vera comprensione di come gestire tempi e spazi.
In poche parole un fallimento laddove ogni film horror, per quanto scalcinato, deve riuscire.
PS: in tutto questo la Beckinsale affoga senza possibilità di salvezza, non spicca, non migliora, a mala pena ci si accorge chi lei sia.
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mercoledì 5 settembre 2018
Tragedia a Santa Monica - André De Toth (1948)
(Pitfall)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un dipendente di un azienda di assicurazioni ingaggia un detective privato per scoprire dove sono i soldi rubati da un carcerato, li scoprono nella casa della donna del detenuto. Il detective però si innamora della donna (non corrisposto), mentre l'assicuratore (ok, non è un assicuratore) se ne innamora ricambiato. Il detective comincerà un stalkeraggio di entrambi e un'accurata distruzione delle loro vite.
Noir originale (e molto sussurrato) per la trama comprensiva di una femme fatale involontaria e vittima innocente lei per prima, ma anche per come i protagonisti siano eroi in senso positivo, ma che si macchiano di un peccato (alla fine vengono puniti in quanto complici di un doppio tradimento che viene "espiato" del tutto dopo il perdono della moglie del protagonista). Interessante la figura psicotica di Burr e di come si muova con grazia e sulla distanza distruggendo tutto ciò che incontra (peccato per un eccesso di straniamento nella recitazione).
L'effetto finale però è deludente. Non tanto per il finale tanto consolatorio e tanto rapido da essere stato, sicuramente, la gioia di Hays, ma per la totale assenza di ritmo che affossa il film fin dalla seconda scena, che si dilunga troppo nel sentimentalismo per tentare il colpo al cuore, ma che ottiene solo un deragliare dell'attenzione dello spettatore.
Peccato, perché da un film di serie B ci si poteva aspettare più coraggio e con le premesse che c'erano l'effetto finale poteva essere potente.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un dipendente di un azienda di assicurazioni ingaggia un detective privato per scoprire dove sono i soldi rubati da un carcerato, li scoprono nella casa della donna del detenuto. Il detective però si innamora della donna (non corrisposto), mentre l'assicuratore (ok, non è un assicuratore) se ne innamora ricambiato. Il detective comincerà un stalkeraggio di entrambi e un'accurata distruzione delle loro vite.
Noir originale (e molto sussurrato) per la trama comprensiva di una femme fatale involontaria e vittima innocente lei per prima, ma anche per come i protagonisti siano eroi in senso positivo, ma che si macchiano di un peccato (alla fine vengono puniti in quanto complici di un doppio tradimento che viene "espiato" del tutto dopo il perdono della moglie del protagonista). Interessante la figura psicotica di Burr e di come si muova con grazia e sulla distanza distruggendo tutto ciò che incontra (peccato per un eccesso di straniamento nella recitazione).
L'effetto finale però è deludente. Non tanto per il finale tanto consolatorio e tanto rapido da essere stato, sicuramente, la gioia di Hays, ma per la totale assenza di ritmo che affossa il film fin dalla seconda scena, che si dilunga troppo nel sentimentalismo per tentare il colpo al cuore, ma che ottiene solo un deragliare dell'attenzione dello spettatore.
Peccato, perché da un film di serie B ci si poteva aspettare più coraggio e con le premesse che c'erano l'effetto finale poteva essere potente.
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mercoledì 31 gennaio 2018
Schiava del male - Jacques Tourneur (1944)
(Experiment perilous)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Uno psichiatra rimane invischiato in un ambiguo dramma famigliare; mentre studia la follia della moglie ne rimane innamorato e presto, comincerà a dubitare su chi sia il folle, a meno che lui stesso non stia scivolando verso la pazzia.
Adattamento dell'ennesimo romanzo thrilling, costruito sulla falsariga dell'eterno "Rebecca"; uscito lo stesso anno di "Angoscia" (con cui condivide l'ambientazione storica), rimane a tutti gli effetti un film di serie B che sfrutta la scia di altri più quotati.
Alla regia l'ottimo (di solito) Tourneur fa di tutto con i soliti elementi; un'ambientazione quasi solo notturna, giochi di ombre e luce e una messa in scena della casa di famiglia barocca, misteriosa e soffocante come la psicologia dei suoi abitanti.
Al di là di questi tentativi ben congegnati, però, la tensione latita. Il film è costruito con fiacchi flashback che non danno ritmo alla vicenda; le ambiguità che la storia offre vengono rapidamente eliminate mostrando fin da subito il colpevole e, in aggiunta, la statica recitazione di Brent e Lukas (la Lamarr si salva con una recitazione sottomessa e sussurrata come il suo personaggio) che tende solo a rallentare un treno già fermo.
In definitiva un versione fiacca di un genere di moda trattata con stile da un Tourneur troppo sfiancato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Uno psichiatra rimane invischiato in un ambiguo dramma famigliare; mentre studia la follia della moglie ne rimane innamorato e presto, comincerà a dubitare su chi sia il folle, a meno che lui stesso non stia scivolando verso la pazzia.
Adattamento dell'ennesimo romanzo thrilling, costruito sulla falsariga dell'eterno "Rebecca"; uscito lo stesso anno di "Angoscia" (con cui condivide l'ambientazione storica), rimane a tutti gli effetti un film di serie B che sfrutta la scia di altri più quotati.
Alla regia l'ottimo (di solito) Tourneur fa di tutto con i soliti elementi; un'ambientazione quasi solo notturna, giochi di ombre e luce e una messa in scena della casa di famiglia barocca, misteriosa e soffocante come la psicologia dei suoi abitanti.
Al di là di questi tentativi ben congegnati, però, la tensione latita. Il film è costruito con fiacchi flashback che non danno ritmo alla vicenda; le ambiguità che la storia offre vengono rapidamente eliminate mostrando fin da subito il colpevole e, in aggiunta, la statica recitazione di Brent e Lukas (la Lamarr si salva con una recitazione sottomessa e sussurrata come il suo personaggio) che tende solo a rallentare un treno già fermo.
In definitiva un versione fiacca di un genere di moda trattata con stile da un Tourneur troppo sfiancato.
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lunedì 30 ottobre 2017
Lo sconosciuto del terzo piano - Boris Ingster (1940)
(Stranger on the third floor)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un giornalista, unico testimone di un delitto diviene testimone involontario anche dell'omicidio del vicino di casa, ma prima di chiamare la polizia il dubbio lo assale, i fatti sembrano contro di lui; quando finalmente si deciderà di denunciare l'accaduto non verrà creduto e sarà arrestato. Spetterà alla fidanzata trovare lo "sconosciuto" che ha commesso entrambi i delitti.
Un film di serie B dal minutaggio limitato; un riempitivo che è diventato sperimentazione che è diventata un genere. Di base c'è un thriller classicheggiante, ma l'estetica è presa pesantemente dall'espressionismo tedesco; il risultato è il primo noir della storia. C'è un finale solare e una storietta d'amore, ma i fondamentali ci sono tutti: luci crude, ombre nette e spigolose, angoli d'inquadratura dal basso o sopraelevati, inquadrature oblique, prospettive esagerate, uso del flashback, voice off e pure della paranoia.
Nel complesso il film è deboluccio, ma la parte centrale è una gallerie di scene da ricordare; il lungo incubo del protagonista è un bignami d'espressionismo (è questa la vera base per la futura estetica del genere), mentre Lorre che esce dalla porta del terzo piano è un'immagine iconica senza tempo (potrebbe anche venire da "M").
A livello di contenuti c'è anche un'interessante estremizzazione del concetto langiano dell'assassino nascosto anche nella persona più buona; qui si va oltre, si suggerisce infatti che tutti siamo potenziali innocenti condannati ingiustamente.
L'ho solo citato, ma non l'ho sottolineato abbastanza; c'è Peter Lorre che fa il Peter Lorre che tutti vorremmo vedere sempre; la parte è minimale, ma come sempre lascia un'impronta sulla pellicola e si mette in lizza per diventare un istant classic o un archetipo per il genere.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un giornalista, unico testimone di un delitto diviene testimone involontario anche dell'omicidio del vicino di casa, ma prima di chiamare la polizia il dubbio lo assale, i fatti sembrano contro di lui; quando finalmente si deciderà di denunciare l'accaduto non verrà creduto e sarà arrestato. Spetterà alla fidanzata trovare lo "sconosciuto" che ha commesso entrambi i delitti.
Un film di serie B dal minutaggio limitato; un riempitivo che è diventato sperimentazione che è diventata un genere. Di base c'è un thriller classicheggiante, ma l'estetica è presa pesantemente dall'espressionismo tedesco; il risultato è il primo noir della storia. C'è un finale solare e una storietta d'amore, ma i fondamentali ci sono tutti: luci crude, ombre nette e spigolose, angoli d'inquadratura dal basso o sopraelevati, inquadrature oblique, prospettive esagerate, uso del flashback, voice off e pure della paranoia.
Nel complesso il film è deboluccio, ma la parte centrale è una gallerie di scene da ricordare; il lungo incubo del protagonista è un bignami d'espressionismo (è questa la vera base per la futura estetica del genere), mentre Lorre che esce dalla porta del terzo piano è un'immagine iconica senza tempo (potrebbe anche venire da "M").
A livello di contenuti c'è anche un'interessante estremizzazione del concetto langiano dell'assassino nascosto anche nella persona più buona; qui si va oltre, si suggerisce infatti che tutti siamo potenziali innocenti condannati ingiustamente.
L'ho solo citato, ma non l'ho sottolineato abbastanza; c'è Peter Lorre che fa il Peter Lorre che tutti vorremmo vedere sempre; la parte è minimale, ma come sempre lascia un'impronta sulla pellicola e si mette in lizza per diventare un istant classic o un archetipo per il genere.
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lunedì 13 giugno 2016
Hellraiser: reveletions - Víctor García (2011)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Due amici vanno in vacanza in Messico; li scopriranno l'esistenza del sesso nei bagni più sporchi del mondo e l'esistenza della configurazione del lamento. Solo uno dei due tornerà a casa, proprio la sera in cui i genitori di entrambi si sono incontrati a cena. Sconvolti per l'improvviso ritorno non sanno che il peggio deve ancora accadere.
Ultimo (finora) capitolo della saga realizzato in due settimane (due, 2, settimane!) per non perdere i diritti e contro ogni pronostico, la realizzazione è pure accettabile.
Gli attori non sono perfetti, non recitano benissimo, ma direi che stanno nella media alta dei film balordi americani.
Dato il principio alla base (fare un film in fretta e furia sul mondo di Hellraiser) viene costruita una sceneggiatura rapida, ma originale, che ha l'enorme vantaggio di far tornare al centro della vicenda la scatola di Lemarchand e ridà ai cenobiti (per la prima volta dal lontano capostipite) il loro lato più sadomasochistico (in certi momenti riesce anche discretamente bene l'unione fra sensualità e violenza potenziale).
Ovvio però che tra i lati negativi principali ci sia la totale mancanza di idee. Il film ruba tutto quello che può per mettere insieme 75 minuti totali: la componente messicana è ormai figlia di Rodriguez (che sta vendendo tutto quello che c'è fuori dal confine USA come terre desolate popolate da mostri), il rapporto fra i due amici è copia-incollato dai protagonisti del primo Hellraiser, il found footage dell'inizio (per fortuna finisce alla svelta) è figlio dei nostri tempi dissoluti, la motivazione che muove tutto il progetto vorrebbe essere la classica morale anti american way of life in salsa adolescente violento (con, forse, una punta minimale di Haneke). Insomma utilizza 1000 cliché vecchi e usurati (e molti anacronistici) per mettere insieme delle sequenze scombinate che, anche singolarmente, non riescono mai a fare paura. (a un certo punto paventa anche un home invasion che però non avviene mai).
PS: Doug Bradley ovviamente non ha accettato il progetto (poco il preavviso, pochissimi i soldi... immagino). Il nuovo Pinhead però è terribile. Se il nostro Doug ha una faccia da bamncario, ma con i chiodi in faccia fa paura, questo Stephan Smith Collins, che normalmente sarebbe adatto in un film horror, quando si mette gli spilli in testa è ridicolo.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Due amici vanno in vacanza in Messico; li scopriranno l'esistenza del sesso nei bagni più sporchi del mondo e l'esistenza della configurazione del lamento. Solo uno dei due tornerà a casa, proprio la sera in cui i genitori di entrambi si sono incontrati a cena. Sconvolti per l'improvviso ritorno non sanno che il peggio deve ancora accadere.
Ultimo (finora) capitolo della saga realizzato in due settimane (due, 2, settimane!) per non perdere i diritti e contro ogni pronostico, la realizzazione è pure accettabile.
Gli attori non sono perfetti, non recitano benissimo, ma direi che stanno nella media alta dei film balordi americani.
Dato il principio alla base (fare un film in fretta e furia sul mondo di Hellraiser) viene costruita una sceneggiatura rapida, ma originale, che ha l'enorme vantaggio di far tornare al centro della vicenda la scatola di Lemarchand e ridà ai cenobiti (per la prima volta dal lontano capostipite) il loro lato più sadomasochistico (in certi momenti riesce anche discretamente bene l'unione fra sensualità e violenza potenziale).
Ovvio però che tra i lati negativi principali ci sia la totale mancanza di idee. Il film ruba tutto quello che può per mettere insieme 75 minuti totali: la componente messicana è ormai figlia di Rodriguez (che sta vendendo tutto quello che c'è fuori dal confine USA come terre desolate popolate da mostri), il rapporto fra i due amici è copia-incollato dai protagonisti del primo Hellraiser, il found footage dell'inizio (per fortuna finisce alla svelta) è figlio dei nostri tempi dissoluti, la motivazione che muove tutto il progetto vorrebbe essere la classica morale anti american way of life in salsa adolescente violento (con, forse, una punta minimale di Haneke). Insomma utilizza 1000 cliché vecchi e usurati (e molti anacronistici) per mettere insieme delle sequenze scombinate che, anche singolarmente, non riescono mai a fare paura. (a un certo punto paventa anche un home invasion che però non avviene mai).
PS: Doug Bradley ovviamente non ha accettato il progetto (poco il preavviso, pochissimi i soldi... immagino). Il nuovo Pinhead però è terribile. Se il nostro Doug ha una faccia da bamncario, ma con i chiodi in faccia fa paura, questo Stephan Smith Collins, che normalmente sarebbe adatto in un film horror, quando si mette gli spilli in testa è ridicolo.
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venerdì 29 gennaio 2016
Gacy - Clive Saunders (2003)
(Id.)
Visto in Dvx.
In origine era Gacy, prima dei "Balada triste de trompeta" o dei "Clown", prima che Johnny Depp dicesse di soffrire di Coulrofobia (come dci spiega bene l'affidabile sito holahollywood); prima di tutto questo, naturalmente, viene Pennywise; ma anche lui si era ispirato a Gacy, in origine dunque, c'è sempre stato Gacy.
Gacy era un amichevole omone di Chicago il cui nome completo era John Wayne Gacy (applausi ai genitori), che amava rallegrare i bambini vestendosi da clown nel tempo libero (Pogo il clown), omosessuale represso, in una notte un po' matta scoprì che ciò che lo eccitava di più non era il sesso, ma uccidere i suoi partner. Ne uccise parecchi sotterrandoli in cantina, e quando venne arrestato passò diversi anni a disegnare clown... per maggiori informazioni wikipedia è fornita di molti aneddoti utili a sostenere una conversazione durante una cena formale.
Questo film, direct to video, vorrebbe essere un biopic interessante su un interessante serial killer. Purtroppo è un filmetto senza capacità; i mezzi ci sarebbero anche visto che la ricostruzione degli anni '70 è decisamente buona e (fatto salvo per i vermi in cantina) non ci sono scene palesemente finte. Il problema è che alla sua prima (e finora ultima) prova su un lungometraggio Saunders dimostra di non sapere cosa fare. La storia è piatta (il soggetto e la sceneggiatura sono anch'essi di Saunders), senza enfasi, inquietudine o emozioni di sorta, le cose avvengono in maniera scomposta, i personaggi sono figurine senza spessore, molte situazioni sono poco comprensibile se non proprio ridicole (non si capisce come sia riuscito a sfuggire alla polizia così a lungo visto che sospettano di lui fin da subito e semplicemente non perquisiscono la casa), gli attori sono mediocri come p mediocre pure il doppiaggio e ci sono pure alcune parti della sua vita che sono risolte con scritte lette da una voce fuori campo. Quel che è peggio è che non riesce a sfruttare la mitopoiesi del personaggio, il motivo per cui il film deve essere stato realizzato è proprio che ci si trova davanti a un clown assassino, ma la cosa si risolve in un paio di battute e in una sequenza dove Pogo fa del waterboarding a un ragazzo.
Film totalmente inutile.
Visto in Dvx.
In origine era Gacy, prima dei "Balada triste de trompeta" o dei "Clown", prima che Johnny Depp dicesse di soffrire di Coulrofobia (come dci spiega bene l'affidabile sito holahollywood); prima di tutto questo, naturalmente, viene Pennywise; ma anche lui si era ispirato a Gacy, in origine dunque, c'è sempre stato Gacy.
Gacy era un amichevole omone di Chicago il cui nome completo era John Wayne Gacy (applausi ai genitori), che amava rallegrare i bambini vestendosi da clown nel tempo libero (Pogo il clown), omosessuale represso, in una notte un po' matta scoprì che ciò che lo eccitava di più non era il sesso, ma uccidere i suoi partner. Ne uccise parecchi sotterrandoli in cantina, e quando venne arrestato passò diversi anni a disegnare clown... per maggiori informazioni wikipedia è fornita di molti aneddoti utili a sostenere una conversazione durante una cena formale.
Questo film, direct to video, vorrebbe essere un biopic interessante su un interessante serial killer. Purtroppo è un filmetto senza capacità; i mezzi ci sarebbero anche visto che la ricostruzione degli anni '70 è decisamente buona e (fatto salvo per i vermi in cantina) non ci sono scene palesemente finte. Il problema è che alla sua prima (e finora ultima) prova su un lungometraggio Saunders dimostra di non sapere cosa fare. La storia è piatta (il soggetto e la sceneggiatura sono anch'essi di Saunders), senza enfasi, inquietudine o emozioni di sorta, le cose avvengono in maniera scomposta, i personaggi sono figurine senza spessore, molte situazioni sono poco comprensibile se non proprio ridicole (non si capisce come sia riuscito a sfuggire alla polizia così a lungo visto che sospettano di lui fin da subito e semplicemente non perquisiscono la casa), gli attori sono mediocri come p mediocre pure il doppiaggio e ci sono pure alcune parti della sua vita che sono risolte con scritte lette da una voce fuori campo. Quel che è peggio è che non riesce a sfruttare la mitopoiesi del personaggio, il motivo per cui il film deve essere stato realizzato è proprio che ci si trova davanti a un clown assassino, ma la cosa si risolve in un paio di battute e in una sequenza dove Pogo fa del waterboarding a un ragazzo.
Film totalmente inutile.
![]() |
| Ciao bambini; Pogo il clown vi saluta |
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venerdì 19 dicembre 2014
Hellraiser 5: Inferno - Scott Derrickson (2000)
(Hellraiser: Inferno)
Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.
Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.
La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.
Un poliziotto sul modello del cattivo tenente herzogiano viene in contatto con la scatola di Lemearchand sulla scena di un crimine, da quel momento sembra che una serie di omicidi prendano di mira le persone a lui vicine; mentre una serie di visioni, di sogni dentro sogni, di messaggi diretti e di mostri grotteschi lo perseguitano.
Buffo che il miglior film della saga finora sia il 5° capitolo, ancora più buffo se si pensa che questo è il primo film fato per andare direttamente al videonoleggio e con trama riciclata da un progetto precedente; buffissimo se si pensa che comunque è un filmetto mediocre.
La parte di trama che compete ai cenobiti è ridotta all'osso, attaccata malamente ad un film che vive per conto proprio e sono proprio buttati a caso. Il concetto di scelta (il volere scoprire cosa c'è nella scatola) e il sadomasochismo dei film precedenti (l'idea che siano demoni per qualcuno, angeli per altri) viene completamente violentato in favore della più banale idea demonologica di traghettatori verso l'inferno, di angeli del male che colpiscono il poliziotto per le sue colpe (cosa di per se carina, ma che svilisce il concetto precedente decisamente migliore e che si affianca a decine di altri film dello stesso stampo). Unica nota positiva il ritorno (in versione 2.0) di Chatterer.
Il film che sarebbe venuto fuori senza cenobiti è comunque l'idea vincente. Un thriller soprannaturale senza satana, zombi o fantasmi, ma con una vena di surrealtà presa direttamente da Lynch (il locale pieno di cowboy, la soggettiva sulla strada, il filmato dato al detective, la madre del protagonista che io pensavo essere la signora del ceppo...) ed un gioco di sogni a scatole cinesi che sembra Nightmare. Non inventa nulla, ma nella prima metà funziona. Nel finale invece non si riesce a tirare le somme, le idee vengono affastellate senza una struttura chiara e tutto quello che si riesce a capire è che c'è un gran casino ed una supponenza pure superiore.
Cast irritante.
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*Hellraiser,
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Caig Sheffer,
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Scott Derrickson,
Serie B,
Thriller
lunedì 17 febbraio 2014
Carnival of souls - Herk Harvey (1962)
(Id.)
Visto qui, in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza sopravvive fortunosamente ad un incidente (l'auto finisce in un fiume); dopo questo evento lascerà la città per andare a lavorare come suonatrice d'organo. Ben presto si accorgerà di essere curiosamente attratta da un edificio fatiscente utilizzato come parco divertimenti, si renderà conto di essere perseguitata da uno strano uomo e le accadranno alcuni fatti difficilmente spiegabili.
Un horror d'atmosfera figlio di Tourneur, cugino di Clouzot e che darà i natali ad un'ampia schiera di horror moderni, cinematografici e videogame, di cui val la pena ricordare Silent hill e ha in sé anche caratteristiche successivamente riscontrate nel cinema di Lynch.
Vabbè parentele a parte il film è un b movie onesto, diretto dall'esperto Harvey (regista di documentari, ma la mano non digiuna dalla macchina da presa si vede nelle inquadrature interessanti) che mette in moto una corazzata di effetti sonori più che visivi che vanno dall'organo (grande classico del cinema di genere) ad un utilizzo fenomenale del silenzio come forza straniante. A questo si aggiunge l'utilizzo di location (il parco divertimenti abbandonato) estremamente buono; altrettanto non si può dire del comparto visivo dei persecutori, francamente risibile.
L'idea in linea con un certo cinema è buona anche se non geniale; la gestione è ottima ottenendo il massimo utilizzando il minimo (il budget fu men che risibile all'epoca) e gli stratagemmi messi in pratica sono encomiabili. Purtroppo il film è invecchiato, affascina e può dare spunti, ma non inquieta e non sorprende più.
Visto qui, in lingua originale sottotitolato.
Una ragazza sopravvive fortunosamente ad un incidente (l'auto finisce in un fiume); dopo questo evento lascerà la città per andare a lavorare come suonatrice d'organo. Ben presto si accorgerà di essere curiosamente attratta da un edificio fatiscente utilizzato come parco divertimenti, si renderà conto di essere perseguitata da uno strano uomo e le accadranno alcuni fatti difficilmente spiegabili.
Un horror d'atmosfera figlio di Tourneur, cugino di Clouzot e che darà i natali ad un'ampia schiera di horror moderni, cinematografici e videogame, di cui val la pena ricordare Silent hill e ha in sé anche caratteristiche successivamente riscontrate nel cinema di Lynch.
Vabbè parentele a parte il film è un b movie onesto, diretto dall'esperto Harvey (regista di documentari, ma la mano non digiuna dalla macchina da presa si vede nelle inquadrature interessanti) che mette in moto una corazzata di effetti sonori più che visivi che vanno dall'organo (grande classico del cinema di genere) ad un utilizzo fenomenale del silenzio come forza straniante. A questo si aggiunge l'utilizzo di location (il parco divertimenti abbandonato) estremamente buono; altrettanto non si può dire del comparto visivo dei persecutori, francamente risibile.
L'idea in linea con un certo cinema è buona anche se non geniale; la gestione è ottima ottenendo il massimo utilizzando il minimo (il budget fu men che risibile all'epoca) e gli stratagemmi messi in pratica sono encomiabili. Purtroppo il film è invecchiato, affascina e può dare spunti, ma non inquieta e non sorprende più.
mercoledì 27 novembre 2013
Sharknado - Anthony C. Ferrante (2013)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
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Una delle più
grandi paure dell’uomo sono gli squali. Per fortuna è una paura autolimitante,
si sta fuori dal mare e ogni problema è risolto… Era solo questione di tempo e
prima o poi qualcuno avrebbe portato gli squali sulla terraferma; o meglio, il
mare in città.
Un uragano si
abbatte su Los Angeles con un carico di 20.000 squali. Un carico di 20.000
precisissimi squali, che ti piombano addosso con le fauci aperte e riescono a
staccarti un braccio prima di schiantarsi sull'asfalto.
Filmaccio di
serie B con effetti speciali ridicoli, ma dignitosi (no, non trovo che sia un
controsenso); una regia di nome, ma non di fatto (tutto è costantemente
sbagliato, dalle luci diverse da una scena all'altra, al montaggio). Quello che
rimane è il gusto per l’idiozia che non si prende sul serio, ma anzi cavalca se
stessa e propone esattamente quello che le si chiede; gambe staccate di netto, persone
schiacciate da squali volanti, motoseghe dall'azione chirurgica, persone
estratte vive (!), atti di inaudito (ma anche assurdo e scientificamente
casuale) eroismo e giusto quel po’ di romanticismo e family drama che sono la base di ogni film made in USA. Insomma confeziona un film di serie B vero e
proprio, non un omaggio canzonatorio, ma la materia prima cruda e onesta.
Se si ha un
buon gruppo di amici e la birra giusta, la serata sarà un successo.
Etichette:
2013,
Anthony C. Ferrante,
Fantascienza,
Film tv,
Horror,
John Heard,
Serie B
venerdì 1 novembre 2013
L'assalto dei granchi giganti - Roger Corman (1957)
(Attack of the crab monsters)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
A seguito di un
esperimento nucleare un gruppo di scienziati viene mandato su un atollo a
studiare gli effetti delle radiazioni. Ovviamente scompariranno. Una seconda
squadra viene mandata alla ricerca della prima. Sull'atollo si inizierà male,
con morti violente, continue scosse di terremoto e voci fantasma. Ma l’orrore,
inevitabile, non sarà quello che ci si può aspettare.
Che dire, un
filmaccio di serie B degli anni ’50, ma dietro al macchina da presa c’è Corman,
che se non è per forza sinonimo di qualità, almeno tenta sempre di dare il
meglio col poco che ha.
Di fatto qui
riesce benissimo a creare un’atmosfera di malsana inquietudine e di pericolo
imminente nella prima parte; per carità niente di enorme, ma le continue
scosse, il girare in interni angusti e in esterni disabitati riesce nello scopo
di inquietare (all'epoca, immagino, in maniera esponenziale). Lo sviluppo è
sospeso fra l’idiota e l’intelligente (idiota il mostro, intelligente l’idea di
fondo); se a questo si aggiunge che il granchio gigante sempre un incazzoso
signore calvo con delle enormi chele il divertimento è servito.
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Horror,
Roger Corman,
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Serie B
lunedì 7 gennaio 2013
L'ascensore - Dick Maas (1983)
(De lift)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Sono talmente sul pezzo che prima
di vedere questo film ne ho visto il remake americano fatto da Maas stesso
oltre 15 anni dopo… quindi paragonerò questo film all'altro e non viceversa.
Detto ciò la storia è la stessa;
in un grattacielo cominciano ad esserci strani, e frequenti, incidenti con gli
ascensori, il tecnico incaricato di controllarne la parte meccanica rimane
sempre più coinvolto nella cosa finché, grazie all'aiuto di una giornalista,
scoprirà che cosa sta succedendo.
È incredibile notare che questo
sia il migliore tra i due film. Nonostante le tecniche siano avanzate
notevolmente (e quindi più possibilità d’effetti speciali), nonostante un
budget chiaramente più alto e nonostante il ripetere delle stesse scene (e
quindi vien spontaneo smussare gli inevitabili difetti) il remake sia un boiata
senza possibilità di salvezza, mentre questo film sia decisamente buono.
Per carità, rimane un horror
tecnologico/metafisico anni ’80 a budget ridotto con tutti gli attori che si
ostinano a parlare in olandese, ma al netto di tutto ciò rende decisamente
meglio del cugino americano. Dirò di più, l’ambientazione anni ’80, con tutte
le loro problematiche di gestire la grande incognita tecnologica rappresentata
dall'evoluzione dei neonati computer, il rapporto fra uomo e macchina che tanto
affascinò metà della cinematografia scifi dell’epoca e pure quel tocco
ingenuone così eighties a cui si perdona tutto, rendono decisamente più
credibile il finale che, tutto sommato, si discosta di poco da quello della
controparte made in USA.
La qualità migliore del film è
però in tutto il resto, in una ambientazione credibile, e non kitsch come
nell'altra; in una serie di personaggi che hanno una personalità, dei problemi,
una vita e non sono solo le vuote creazioni di uno sceneggiatore strafatto di
film di serie B (il protagonista deve gestire un ascensore assassino, un
matrimonio in bilico e il figlio che ha una voglia matta di prendere delle
sberle); la sceneggiatura è decisamente più compatta, meno voli pindarici
ingiustificati, meno salti poco credibili e meno scene clou (di fatto si vede
pochissimo in questo film, giusto una testa mozzata, e pure male, ma in
confronto al pessimo uso del computer e alle idee dementi del remake questo
minimalismo è un toccasana). Infine si vede che Maas qui ci credeva sul serio,
ci prova a fare del suo meglio e in alcune occasioni riesce pure ad ottenere
qualche punto in più (buona tensione nel finale dentro al vano
dell’ascensore; esteticamente splendida la sequenza dall'ascensore che “gioca”
con la bambina, degna di “Shining”).
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1983,
Dick Maas,
Fantasy,
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Horror,
Huub Stapel,
Serie B,
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Willeke van Ammelrooy
mercoledì 2 gennaio 2013
Azione mutante - Alex de la Iglesia (1993)
(Acciòn mutante)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
In un futuro distopico un gruppo
di guerriglieri deformi si ribella ai simboli della bellezza e della salute
rapendo la figlia di un magnate di biscotti dietetici. Purtroppo anche tra i
freaks non tutti sono realmente ciò che sembrano e durante il viaggio che deve
condurli al pianeta deputato per lo scambio cominceranno a farsi fuori a
vicenda.
Il primo film di De la Iglesia è
un compendio di tutto quello che verrà dopo. Ci sono deformità fisiche e
mentali, c’è un continuo ribaltamento del concetto di buono, c’è splatter ed
un’accenno di action, c’è ironia e grottesco, c’è il graduale distruggersi
vicendevole dei personaggi, ci sono dei titoli di testa imbarazzanti ma
soprattutto c’è l’idea di mondo che verrà poi riproposta in maniera
praticamente continua nel suo cinema. In questo film infatti i rappresentanti
del bello sono o dei nazisti mancati o degli idioti completi, a dimostrazione
che la bellezza esteriore non corrisponde all’interiorità; tuttavia i
guerriglieri freak sono tanto mostruosi fuori quanto dentro, dimostrando una
stupidità fuori dal comune o una crudeltà degna degli antagonisti di questo
film (se non di più) e uno spregio per la vita umana quasi invidiabile; in
poche parole, come al solito nei film di De la Iglesia, il brutto esteriore
corrisponde all’interno e in una società dove tutto è negativo a vincere non
sono i buoni, ma i meno peggio (se va bene) o in alternativa vince solo chi ha
più fortuna.
Detto ciò devo ammettere che il
film è troppo idiota anche per me. L’ambiente creato è esagerato e la trama
diluita per metterci in mezzo quante più amenità è possibile annoia abbastanza.
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Alex de la Iglesia,
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Serie B
sabato 8 dicembre 2012
I 27 giorni del pianeta Sigma - Wialliam Asher (1957)
(The 27th day)
Visto in Dvx, in una pessima versione registrata dalla tv.
Visto in Dvx, in una pessima versione registrata dalla tv.
Cinque uomini scelti a caso (ma
con una netta preponderanza europea e nessun campione dall’Africa) vengono
portati su una nava spaziale da un alieno che (cosa buffa) non vuole
distruggere la terra per conquistarla perchè la sua moralità non permette di uccidere
esseri superiori, da invece a tutti loro un astuccio con dentro alcune capsule,
ognuna delle quali può uccidere milioni di persone senza fare alcun danno a
nessun altro. Se in 27 giorni non si ammazzeranno fra loro andrà a cercarsi un
altro posto da non conquistare, sennò si insederà li con la sua civiltà dalla
moralità superiore.
Onestamente la strampalata
premessa è un evidente figlia degli anni in cui è stato fatto il film; la
guerra fredda non rimane solo un sottotesto perché tutto si gioca con il fatto
che tre astucci sono al di qua e due al di la dalla cortina. Il film però punta
solo su questo, su una sfida al noi e loro in un mondo dove i cinque personaggi
scelti a caso sono così puri di cuore da non voler far del male neppure
indirettamente. Peccato, perché invece che una sorta di crisi cubana con armi
più potenti, il film poteva essere declinato in un gioco di paure e astuzie
reciproche.
Il finale poco sensato innestato
su un impianto appena appena sensato non aiuta.
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George Voskovec,
Serie B,
William Asher
lunedì 22 ottobre 2012
Chi giace nella mia bara? - Paul Henreid (1964)
(Dead ringer)
Visto in tv.
Visto in tv.
Sto per andare a letto quando
accidentalmente in tv becco i titoli di testa di un film in bianco e nero; ci
butto un occhio senza interesse, in maniera molto passiva. Quando compaiono i
nomi di Bette Davis e Karl Malden uno dietro l’altro la curiosità mi prende
prepotentemente (che film avranno mai fatto insieme quei due?!), quando
finalmente vedo il titolo italiano mi rendo lucidamente conto che non andrò a
dormire finché non arriverò ai titoli di coda...
Bette Davis interpreta due
gemelle (!), una povera ed astiosa, l’altra svampita e ricca. La prima ama il
marito della seconda che ha lasciato la prima perché la secondo era rimasta in... vabbè dai sta di fatto che per motivi lodevolissimi la Bette Davis povera
uccide quella ricca e si sostituisce a lei dando vita ad una raffinata menzogna
dove deve stare costantemente attenta ad ognuno; amici, parenti o servitù che
sia. Tutto riuscirà abbastanza a stare in piedi fino all'arrivo dell’amante
della sorella...
Ah già in tutto questo Karl
Malden è un poliziotto amico/innamorato della Bette Davis povera, ma astiosa.
Personalmente sono molto
affascinato della doppi (o tripla) vita artistica della Davis, da ragazzina
sdolcinata degli anni trenta, a femme fatale perfida dei quaranta fino alla
matrona/vecchia strega malvagissima dei ‘60s. ciò che trovo più incredibile è
con che abilità e con che risultati sia sempre stata in grado di sostenere ogni
parte; non è possibile dire in quale veste abbia dato il meglio, al massimo si
può preferire uno dei suoi generi.
Qui ovviamente siamo negli anni
sessanta e questo è un suo classico film in bilico fra normalità e follia di
quel periodo. Strepitoso nel suo spirito totalmente di serie B con una
realizzazione solo in parte di serie B
non raggiante per inventiva o idee di messa in scena. Ma tutto sommato
qui la regia è secondaria. In primo piano c’è una storia noir solidissima e
disperata e un coppia d’attori da fare
impressione a chiunque. Volendo essere completamente onesti bisogna ammettere
che la Davis non è perfetta nel doppio ruolo, risultando poco veritiera
nell'interpretazione della sorella ricca e, a lungo andare durante il
film, riempie di sbavature anche il
personaggio principale; non vorrei sembrare un giannizzero di Bette, ma temo
che la maggiore responsabilità sia del regista non del tutto in grado di
mantenere sotto controllo la sua protagonista. Poi va aggiunta una regia non
proprio ottimale, un uso delle musiche troppo di maniera e una serie di
personaggi con una personalità tagliata con l’accetta.
Detto ciò un film che non potrà
non essere amato intensamente da chi apprezza l’ultimo periodo della carriera
di Bette Davis, ma continuamente in odore di anni ’50 (sarà per Malden che non
sembra mai invecchiare).
PS: negli anni quaranta la Davis
interpretò già la parte di due gemelle di cui una si sostituirà all’altra (post
mortem) per amore dello stesso uomo; ma credo che in questo “L'anima e il volto” l’idea
fosse declinata in senso romantico. Si impone il recupero.
PPS: in questo film la Davis
assomiglia alla Rampling...
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lunedì 9 luglio 2012
Blood feast 2: all u can eat - Herschell Gordon Lewis (2002)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo (o portoghese, non ricordo)
L’idea di realizzare un seguito di Blood feast sarebbe stata folle quarantenni fa, quella di realizzarlo negli anni zero è decisamente non giudicabile… se non fosse che a realizzarla ci si mette proprio Herschell Gordon Lewis in persona. Allora diciamoci la verità, glielo si concede per questioni di rispetto, non perché le aspettative siano alte… e invece.
Visto in Dvx, in lingua originale con sottotitoli in spagnolo (o portoghese, non ricordo)
L’idea di realizzare un seguito di Blood feast sarebbe stata folle quarantenni fa, quella di realizzarlo negli anni zero è decisamente non giudicabile… se non fosse che a realizzarla ci si mette proprio Herschell Gordon Lewis in persona. Allora diciamoci la verità, glielo si concede per questioni di rispetto, non perché le aspettative siano alte… e invece.
La storia è quella del nipote
Fuad Ramses, il protagonista del film originale. Fuad Ramses III (il nome è
originalissimo), torna nel negozio del nonno, scopre quello che successe
proprio in quel posto nei sixties e ne rimane sconvolto, poi scopre una statua
di Ishtar e ne rimane soggiogato (trova pure il libro di ricette del nonno “To
serve man including tasty dessert”), tanto da uccidere tutte le pollastre più
in della città (che sono anche le donnine più sensibili).
La storia è proprio li dove si è
partiti decenni prima, ma cos’è cambiato? Praticamente tutto. Lewis decide di
non fermarsi ad una riproposizione pedissequa di ciò che è stato e confeziona
il miglior film horror/demenziale anni ’70 che sia mai stato fatto. Si, questo
è proprio quel genere che Tarantino ha provato a riportare in auge con
“Grindhouse” creando una schiera di registi idioti che ritengono necessario fare
film fatti male per essere belli. Lewis invece conosce il mezzo, è solo rimasto
indietro nel tempo, e se 20 anni fa sarebbe stato fuori moda, ora è vintage.
Il film è un campionario base di
inquadrature sghembe ed effetti speciali senza CGI (per fortuna), di
recitazione macchiettistica nei protagonisti (il detective sembra
Patrick Bateman con camicia e
cravatta anni ’80, mentre Ramses è un Javier Bardem che fa le faccette di
Oliver Hardy) mentre trova caratteristi bravi nelle spalle (su tutti John McConnell, il
collega del detective), prepotente colonna sonora spesso fuori tema (questo devo
dire mi ha più disturbato che altro) ed effetti splatter molto insistiti.
In più Lewis si aggiorna con due
idee vincenti: le tette e l’ironia. Le tette non hanno bisogno di spiegazioni,
le donne uccise saranno spesso spogliate. L’ironia invece è una grande novità
che riesce a smussare il peggior difetto del precedente, la noia. Su tutto sono
fenomenali il gioco all’idiozia dei protagonisti positivi, l’autoironia con cui
il film si prende per il culo da solo (cito a memoria: “ho trovato informazioni
sulla dei babilonese Ishtar” “Ishtar? Pensavo fosse egizia” “lo pensavamo
tutti”), più qualche guizzo di comicità completamente anarchica alla Hellzapoppin che davvero non ci si aspetta (come il cadavere del padre che compare in molte
scena senza motivo e che viene ignorato dagli astanti, si veda durante il
sopralluogo nel negozio di Ramses, durante la festa per il matrimonio o nel
massacro finale).
Paradossalmente la parte
decisamente peggiore di questo film è la componente splatter che si limita ad
un mero elenco da macelleria, ma senza guizzi particolari, si fosse limitato
agli schizzi di sangue sarebbe stato decisamente meglio.
Complessivamente direi, senza
paura di bestemmiare, che questo film sia migliore, più gradevole,
dell’originale.
PS: da sottolineare le
strizzatine d’occhio che il film fa
verso i frequentatori delle nicchie cinematografiche, dal poliziotto che si
chiama Michael Myers, al cameo di lusso (di serie B) di John Waters nei panni
del reverendo.
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Herschell Gordon Lewis,
Horror,
John McConnell,
Serie B
giovedì 21 giugno 2012
Blood feast - Herschell Gordon Lewis (1963)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Un egiziano, devoto alla dea Ishtar, decide che il momento per riportarla in vita è finalmente giunto. per farlo dovrà sembrare in modo poco motivato diverse borghesucce di bella presenza
Film che viene universalmente considerato la nascita dello spaltter ed in effetti è curioso vedere strappare delle lingue a mani nude ad una donna con un vestito anni ’60. Il ritmo è moribondi fin da subito, la sceneggiatura da 3° elementare, il protagonista ha una faccia veramente poco credibile… però le sequenze splatter sono dignitosissime per l’epoca e l’incipit didascalico come un film muto si fa seguire con interesse.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Film che viene universalmente considerato la nascita dello spaltter ed in effetti è curioso vedere strappare delle lingue a mani nude ad una donna con un vestito anni ’60. Il ritmo è moribondi fin da subito, la sceneggiatura da 3° elementare, il protagonista ha una faccia veramente poco credibile… però le sequenze splatter sono dignitosissime per l’epoca e l’incipit didascalico come un film muto si fa seguire con interesse.
Un film più importante che non
interessante… senza alcun motivo lo stesso Gordon Lewis ha deciso di farne un
seguito 40 anni dopo
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Film,
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Serie B
venerdì 20 aprile 2012
Fluido mortale - Irvin S. Yeaworth Jr. (1958)
(The blob)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in italiano.

Un liquido vischioso venuto dallo spazio si nutre degli esseri umani diventando sempre più grande, ma quel che è peggio è che sembra indistruttibile.
Ingenuo film anni ’50 incredibilmente ben realizzato, sia come trama (non eccezionale, ma non ha i classici voli pindarici), sia, soprattutto, come realizzazione (la realizzazione del blob con del silicone, così come i suoi attacchi al cinema e al fast food fatti con dei modellini sono molto credibili); sia, infine, come personaggi, dove pur ei secondari sono incredibilmente ben delineati nonostante non ci sia Mankiewicz alla sceneggiatura.
Inoltre è questa la prima apparizione di McQueen in un film e bisogna ammettere che ha veramente una faccia qualunque e che come attore non ci sapeva fare. Trivia, nella scena dell’incontro fra McQueen e la ragazza nel giardino dalle spalle del protagonista si vede levarsi del fumo, perché Steve stava nascondendo una sigaretta dietro la schiene che fumava fra un ciak e e l’altro.
C’è anche da dire che questo è il primo film in cui un mostro attacca un cinema (…ne sentivamo il bisogno), tradizione che da allora si è propagata almeno fino a “Mant”.
L’idiota canzone dei titoli di testa “Beware of the Blob”, hit dell’epoca, fu il primo successo di uno sconosciuto Bacharach… come a dire che blob ha fatto del bene a tutti nel mondo dello spettacolo.
Negli anni ’70 ebbero la folle idea di dargli un seguito, mentre negli ‘80s pensarono bene di realizzare un (brutto) remake.
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mercoledì 18 aprile 2012
La casa di Dracula - Erle C. Kenton (1945)
(House of Dracula) aka La casa degli orrori.
Visto in DVD.
Il quinto film della Universal su Dracula (dopo “Dracula”, “La figlia” e “Il figlio” ci sarebbe stata “La casa di Frankestein” che sto cercando di recuperare); nonché il secondo film reunion dei mostri classici (dopo la già citata casa di Frankestein) e sempre il secondo film in cui il conte è interpretato dall’ossuto e anemico John Carradine. Scelta che sulla carta potrebbe funzionare (e dopo il tracagnotto e buffo Lon Cheney Jr è decisamente un passo avanti), ma che nella realtà non trasmette un solo grammo di fascino o di emozioni di qualunque tipo. D’altra parte Dracula (nonostante il titolo italiano) è solo un comprimario e direi anzi che è in secondo piano.
La storia è quella di uno scienziato che si trova a dover curare quasi in contemporanea Dracula e l’uomo lupo (i cui goffi panni sono di nuovo vestiti da Lon Cheney), inciampa sul corpo della creatura di Frankestein e per un morso di troppo diventa una specie di Dr Jekyll.
In definitiva un’accozzaglia inutile di situazioni sempre al limite del WTF? (limite spesso valicato), che non appassiona a nessun livello e non riesce portare a termine neppure una storia in maniera accettabile (Dracula semplicemente se ne va). Decisamente un riempitivo più che un film.
Ho visto di peggio: Van Helsing (almeno questo film dure poco).
Visto in DVD.
Il quinto film della Universal su Dracula (dopo “Dracula”, “La figlia” e “Il figlio” ci sarebbe stata “La casa di Frankestein” che sto cercando di recuperare); nonché il secondo film reunion dei mostri classici (dopo la già citata casa di Frankestein) e sempre il secondo film in cui il conte è interpretato dall’ossuto e anemico John Carradine. Scelta che sulla carta potrebbe funzionare (e dopo il tracagnotto e buffo Lon Cheney Jr è decisamente un passo avanti), ma che nella realtà non trasmette un solo grammo di fascino o di emozioni di qualunque tipo. D’altra parte Dracula (nonostante il titolo italiano) è solo un comprimario e direi anzi che è in secondo piano.La storia è quella di uno scienziato che si trova a dover curare quasi in contemporanea Dracula e l’uomo lupo (i cui goffi panni sono di nuovo vestiti da Lon Cheney), inciampa sul corpo della creatura di Frankestein e per un morso di troppo diventa una specie di Dr Jekyll.
In definitiva un’accozzaglia inutile di situazioni sempre al limite del WTF? (limite spesso valicato), che non appassiona a nessun livello e non riesce portare a termine neppure una storia in maniera accettabile (Dracula semplicemente se ne va). Decisamente un riempitivo più che un film.
Ho visto di peggio: Van Helsing (almeno questo film dure poco).
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