(She's gotta have it)
Visto su Netlfix, in lingua originale sottotitolato.
Il primo vero e proprio film Spike Lee è una commedia sentimentale su una giovane donna indipendente che intrattiene tre relazioni stabili alla luce del sole. Dato che tutti sanno tutto, la maggior parte del tempo è impiegato dai tre uomini per convincerla a mollare gli altri due.
Alla sua opera prima Lee vuole già dimostrare molto. Realizza un film chiacchieratissimo dove i personaggi parlano in camera consapevoli di far parte di un film (nella seconda metà un personaggio ne incontra un altro che sta parlando in camera e chiede se lo disturba a sedersi sulla sua stessa panchina); le loro confessioni sono parte integrante del film (che anzi, si apre e si chiude su Lola a letto che parla agli spettatori) delineano i rapporti e plasmano i personaggi.
la macchina da presa però non si limita ad essere un confessionale, ma si muove, cerca inquadrature particolari porta avanti la storia con immagini fisse (come fosse una Jetée qualsiasi) e si appoggia completamente a una fotografia curata con un bianco e nero molto contrastato che rende densissime le scene in notturna e inserisce una sequenza di ballo a colori (pretestuosa le scena di ballo, ma lo switch fra B/N e il colore è invece motivato e goliardicamente citazionista).
Il vero punto di forza, però, è la sua protagonista; un personaggio leggero e liberatorio, ma estremamente sfaccettato, non banale che sarebbe una mosca bianca anche nel cinema attuale, figuriamoci negli anni '80.
Il neo, invece è il ritmo. Essendo parlatissimo il ritmo parte già svantaggiato, ma la scrittura non esperta (con molte sequenze ripetitive o scene tenute troppo a lungo) rende difficoltosa e strascicata la visione di un film dal minutaggio contenuto.
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lunedì 1 giugno 2020
venerdì 5 luglio 2019
Oldboy - Spike Lee (2013)
(Id.)
Visto in Dvx.
Sono favorevole ai remake. Ci sono quelli falsi che prendono lo spunto di vecchio film per raccontare tutt'altro (come "21 Jump Street"), ci sono quelli che cercano attualizzare cronologicamente un film precedente ("Cat people") e ci sono quelli che cercano di adattare culturalmente un film di un'altra nazione (moda tipicamente statunitense e italiana). Questo ovviamente ricade nell'ultima categoria. Personalmente non ho nulla contro nessuna di queste attività; si tratta sempre di una riproposizione in chiave personale di un progetto ritenuto interessante...
Però ci sono dei però. Obiettivamente è difficile riproporre un film considerato intoccabile se non è stato superato tecnicamente o doppiato da molti decenni (un pò come è successo per "Ben-Hur" in tutte le sue versioni); talvolta invece è impossibile affrontare il remake di un film profondamente polarizzato da una regia muscolare e personalissima... e qui finalmente arriviamo a "Oldboy".
Rifare l'"Oldboy" di Park Chan Wook significa per forza di cose cercare di copiarlo il più possibile o decidere di prendere una strada completamente diversa. La scelta di Spike Lee evidentimente indica la volontà di bissare un'opera.
Inutile dire che il paragone diventa impossibile.
Credo che per chi vede questo film prima dell'originale sia complessivamente un buon film; esagerato, troppo enfatico qui e là, ma tuttavia buono. Per chi ha visto il film coreano appare incredibilmente artificioso, posticcio, pretenzioso e incredibilmente più agitato nel voler arrivare ai punti focali della storia (un pò come se Lee fosse rimasto impressionato da quelle due o tre scene che hanno impressionato tutti noi e accelerasse in tutte le altre per arrivare presto ai climax già conosciuti).
Pertanto l'ottima fotografia dai colori carichi, l'uso pragmatico, ma estetizzante, della violenza, il dinamismo della macchina da presa; tutte le caratteristiche del Lee standard aiutano a rendere gradevole un film che parte dai presupposti sbagliati e in cui Brolin non riesce mai a convincere del tutto.
PS: un encomio comunque per la famosa scena della lotta nel palazzo; copiata a mani basse da quella originale e proprio per questo con poche sbavature.
PPS: Jackson in questo film era quasi un atto dovuto, ma vestirlo da imbecille non era un obbligo.
Visto in Dvx.
Sono favorevole ai remake. Ci sono quelli falsi che prendono lo spunto di vecchio film per raccontare tutt'altro (come "21 Jump Street"), ci sono quelli che cercano attualizzare cronologicamente un film precedente ("Cat people") e ci sono quelli che cercano di adattare culturalmente un film di un'altra nazione (moda tipicamente statunitense e italiana). Questo ovviamente ricade nell'ultima categoria. Personalmente non ho nulla contro nessuna di queste attività; si tratta sempre di una riproposizione in chiave personale di un progetto ritenuto interessante...
Però ci sono dei però. Obiettivamente è difficile riproporre un film considerato intoccabile se non è stato superato tecnicamente o doppiato da molti decenni (un pò come è successo per "Ben-Hur" in tutte le sue versioni); talvolta invece è impossibile affrontare il remake di un film profondamente polarizzato da una regia muscolare e personalissima... e qui finalmente arriviamo a "Oldboy".
Rifare l'"Oldboy" di Park Chan Wook significa per forza di cose cercare di copiarlo il più possibile o decidere di prendere una strada completamente diversa. La scelta di Spike Lee evidentimente indica la volontà di bissare un'opera.
Inutile dire che il paragone diventa impossibile.
Credo che per chi vede questo film prima dell'originale sia complessivamente un buon film; esagerato, troppo enfatico qui e là, ma tuttavia buono. Per chi ha visto il film coreano appare incredibilmente artificioso, posticcio, pretenzioso e incredibilmente più agitato nel voler arrivare ai punti focali della storia (un pò come se Lee fosse rimasto impressionato da quelle due o tre scene che hanno impressionato tutti noi e accelerasse in tutte le altre per arrivare presto ai climax già conosciuti).
Pertanto l'ottima fotografia dai colori carichi, l'uso pragmatico, ma estetizzante, della violenza, il dinamismo della macchina da presa; tutte le caratteristiche del Lee standard aiutano a rendere gradevole un film che parte dai presupposti sbagliati e in cui Brolin non riesce mai a convincere del tutto.
PS: un encomio comunque per la famosa scena della lotta nel palazzo; copiata a mani basse da quella originale e proprio per questo con poche sbavature.
PPS: Jackson in questo film era quasi un atto dovuto, ma vestirlo da imbecille non era un obbligo.
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mercoledì 17 aprile 2019
Summer of Sam. Panico a New York - Spike Lee (1999)
(Summer of Sam)
Visto in DVD.
NEstate del 1977 un serial killer uccide le coppiette appartate in un quartiere italoamericano di New York. Mentre la comunità si mobilita per trovare il colpevole, si intrecciano le vite di un uomo sposato che non riesce a non tradire sua moglie, un ragazzo appena convertito al punk che lavora in un locale gay per mantenersi e il gruppo di amici che gira intorno a loro.
Per la prima volta Spike Lee abbandona gli afroamericano, ma solo per dedicarsi completamente al secondo leit motiv della sua carriera, gli italo-americani.
La storia del serial killer è solo un MacGuffin per giustificare lo stato di paranoia che sfocerà nel finale, ma quello che interessa al regista è mostrare un mondo legato a una mentalità arcaica, l'effetto del gruppo, l'ansia di sdoganarsi dal vecchio e la paura che si crea quando sic erca di farlo. Di fatto, vuole solo raccontare una storia di italo-americani.
Ecco... il problema di Spike Lee spesso sono le sceneggiature troppo dispersive, le storie corali dove molti dei personaggi sono inutili, la ricchezza di dettagli che non servono a nulla, non rendono tridimensionale un mondo, ma riescono invece a rallentare la trama. Ecco, tutti questi difetti sono concentrati in questo film.
Efficace invece la ricostruzione storica e splendidamente utilizzate le musiche più ovvie per sottolineare quel periodo.
Per la regia c'è tutto ml'armamentario standard di Lee (piani sequenza, inserti post-moderni di sequenze in mezzo a un dialogo, macchina da presa mobile, ecc...) quello che manca è il ritmo sincopato di molte sue opere precedenti (e forse anche una certa cura per le immagini che ha sempre avuto) che in questo film, ipertrofico e lungo, sarebbe stato necessario per rendere il prodotto più digeribile.
Bravissimi Leguizamo e la Sorvino, meno Brody, il resto del cast vivacchia.
PS: smaccate, ma calzanti, le citazioni de "La città nuda" e "Strada sbarrata".
Visto in DVD.
NEstate del 1977 un serial killer uccide le coppiette appartate in un quartiere italoamericano di New York. Mentre la comunità si mobilita per trovare il colpevole, si intrecciano le vite di un uomo sposato che non riesce a non tradire sua moglie, un ragazzo appena convertito al punk che lavora in un locale gay per mantenersi e il gruppo di amici che gira intorno a loro.
Per la prima volta Spike Lee abbandona gli afroamericano, ma solo per dedicarsi completamente al secondo leit motiv della sua carriera, gli italo-americani.
La storia del serial killer è solo un MacGuffin per giustificare lo stato di paranoia che sfocerà nel finale, ma quello che interessa al regista è mostrare un mondo legato a una mentalità arcaica, l'effetto del gruppo, l'ansia di sdoganarsi dal vecchio e la paura che si crea quando sic erca di farlo. Di fatto, vuole solo raccontare una storia di italo-americani.
Ecco... il problema di Spike Lee spesso sono le sceneggiature troppo dispersive, le storie corali dove molti dei personaggi sono inutili, la ricchezza di dettagli che non servono a nulla, non rendono tridimensionale un mondo, ma riescono invece a rallentare la trama. Ecco, tutti questi difetti sono concentrati in questo film.
Efficace invece la ricostruzione storica e splendidamente utilizzate le musiche più ovvie per sottolineare quel periodo.
Per la regia c'è tutto ml'armamentario standard di Lee (piani sequenza, inserti post-moderni di sequenze in mezzo a un dialogo, macchina da presa mobile, ecc...) quello che manca è il ritmo sincopato di molte sue opere precedenti (e forse anche una certa cura per le immagini che ha sempre avuto) che in questo film, ipertrofico e lungo, sarebbe stato necessario per rendere il prodotto più digeribile.
Bravissimi Leguizamo e la Sorvino, meno Brody, il resto del cast vivacchia.
PS: smaccate, ma calzanti, le citazioni de "La città nuda" e "Strada sbarrata".
lunedì 10 dicembre 2018
BlacKkKlansman - Spike Lee (2018)
(Id.)
Visto al cinema.
La storia vera di un infiltrato nel KKK... nero. Iniziato tutto con una telefonata e mantenuto in piedi da un collega bianco (ebreo) negli incontri dal vivo durante i turbolenti anni '70. Il confronto con la comunità afroamericana in subbuglio (che odia la polizia), con la politica che cerca di dare un aspetto pulito al razzismo vecchio stampo e i rapporti con i colleghi alle prese con il primo nero tra la fila delle forze dell'ordine.
Spike Lee al suo meglio crea film compattissimi e dal ritmo esaltante ("Inside man") anche se predicatori o morilazzanti o semplicemente sociali ("Fa la cosa giusta", "La 25a ora"). Al suo peggio realizza film interessanti, ma sfilacciati e torstuosi ("Bamboozeled") o del tutto fuori fuoco ("Lei mi odia")... e non ho mai visto "Miracolo a Sant'Anna" e non voglio parlare di "Oldboy".
Qui, finalmente, Lee torna in fase crescente della sua carriera e porta a termine un film con molti difetti, ma ben costruito; in cui la critica sociale (e razziale) non affoga la trama e i personaggi (il vero problema di "Bamboozled"); in cui la storia ha un suo ritmo, un suo sviluppo e una sua autonomia; in cui la molta carne messa al fuoco riesce a essere sfruttata quasi interamente (il co-protagonista che ritrova una sorta di identità culturale ebraica solo quando dovrà fingersi membro del KKK è una dei pochi argomenti buttati nella mischia senza uno sviluppo).
Per una volta Lee si mette al servizio del film creando una storia convincente e riuscendo a mettere i suoi topos (dalla passione per il cinema, Griffith, ai diritti civili) all'interno della vicenda e non appiccicati sopra.
La regia è, al solito, ottima, più curata nella fotografia (anche questa una cifra riconoscibile) che nel montaggio (comunque di livello).
Unico neo il genere. Il film comincia con l'atmosfera della commedia e un annuncio di comicità che non sarà mai realizzato e vira sempre più verso il dramma dando la sensazione di non aver mantenuto le promesse fatte.
Visto al cinema.
La storia vera di un infiltrato nel KKK... nero. Iniziato tutto con una telefonata e mantenuto in piedi da un collega bianco (ebreo) negli incontri dal vivo durante i turbolenti anni '70. Il confronto con la comunità afroamericana in subbuglio (che odia la polizia), con la politica che cerca di dare un aspetto pulito al razzismo vecchio stampo e i rapporti con i colleghi alle prese con il primo nero tra la fila delle forze dell'ordine.
Spike Lee al suo meglio crea film compattissimi e dal ritmo esaltante ("Inside man") anche se predicatori o morilazzanti o semplicemente sociali ("Fa la cosa giusta", "La 25a ora"). Al suo peggio realizza film interessanti, ma sfilacciati e torstuosi ("Bamboozeled") o del tutto fuori fuoco ("Lei mi odia")... e non ho mai visto "Miracolo a Sant'Anna" e non voglio parlare di "Oldboy".
Qui, finalmente, Lee torna in fase crescente della sua carriera e porta a termine un film con molti difetti, ma ben costruito; in cui la critica sociale (e razziale) non affoga la trama e i personaggi (il vero problema di "Bamboozled"); in cui la storia ha un suo ritmo, un suo sviluppo e una sua autonomia; in cui la molta carne messa al fuoco riesce a essere sfruttata quasi interamente (il co-protagonista che ritrova una sorta di identità culturale ebraica solo quando dovrà fingersi membro del KKK è una dei pochi argomenti buttati nella mischia senza uno sviluppo).
Per una volta Lee si mette al servizio del film creando una storia convincente e riuscendo a mettere i suoi topos (dalla passione per il cinema, Griffith, ai diritti civili) all'interno della vicenda e non appiccicati sopra.
La regia è, al solito, ottima, più curata nella fotografia (anche questa una cifra riconoscibile) che nel montaggio (comunque di livello).
Unico neo il genere. Il film comincia con l'atmosfera della commedia e un annuncio di comicità che non sarà mai realizzato e vira sempre più verso il dramma dando la sensazione di non aver mantenuto le promesse fatte.
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mercoledì 30 maggio 2018
Lei mi odia - Spike Lee (2004)
(She hates me)
Visto in Dvx.
Un impiegato di un'industria farmaceutica viene licenziato per uno scandalo; per sopravvivere si vedrà costretto a vendere il proprio seme... facendo sesso con donne lesbiche con intenti materni... tutto questo è un progetto della sua ex quasi moglie che l'ha lasciato dopo aver scoperto la propria omosessualità. Naturalmente troverà anche il tempo per portare in tribunale la sua ex ditta perché tutti sapevano che erano cattivi, ma nessuno li ha fermati.
Terribile film di Spike Lee (ma dopo i primi anni '90 ne ha imbroccati davvero pochi) che, come spesso, latita completamente nella sceneggiatura non sapendo che cosa vuol essere.
Potrebbe essere una commedia romantica, ma non ne ha il tono complessivo, è troppo ingarbugliata, e la parte più onestamente da commedia si perde nel sociale; potrebbe essere un drammetto sulla crisi, ma non ne ha il piglio troppo sopra le righe e i continui cambi di tono; potrebbe essere un film di denuncia (sic), ma relega questa parte a un finalino striminzito attaccato al resto del film con la colla.
Sembra che Lee avesse in mente una commedia, ma che dovesse a tutti i costi metterci un contesto sociale altrimenti non avrebbe tollerato di riderne e che all'ultimo abbia pensato di essere come Oliver Stone e doverci mettere un poco di Watergate. Il risultato finale è imbarazzante.
Su tutto questo non intendo commentare il punto più alto (la regia e la fotografia sempre ottime con picchi davvero eccellenti) o quello più basso (il siparietto indecente di una delle Bellucci peggiori che riesce a trascinare nel ridicolo anche Turturro) perché l'esito del film si gioca su tutto il resto.
PS: e neanche sono stato lì a parlare dell'uso imbarazzante dell'imbarazzante CGI.
Visto in Dvx.
Un impiegato di un'industria farmaceutica viene licenziato per uno scandalo; per sopravvivere si vedrà costretto a vendere il proprio seme... facendo sesso con donne lesbiche con intenti materni... tutto questo è un progetto della sua ex quasi moglie che l'ha lasciato dopo aver scoperto la propria omosessualità. Naturalmente troverà anche il tempo per portare in tribunale la sua ex ditta perché tutti sapevano che erano cattivi, ma nessuno li ha fermati.
Terribile film di Spike Lee (ma dopo i primi anni '90 ne ha imbroccati davvero pochi) che, come spesso, latita completamente nella sceneggiatura non sapendo che cosa vuol essere.
Potrebbe essere una commedia romantica, ma non ne ha il tono complessivo, è troppo ingarbugliata, e la parte più onestamente da commedia si perde nel sociale; potrebbe essere un drammetto sulla crisi, ma non ne ha il piglio troppo sopra le righe e i continui cambi di tono; potrebbe essere un film di denuncia (sic), ma relega questa parte a un finalino striminzito attaccato al resto del film con la colla.
Sembra che Lee avesse in mente una commedia, ma che dovesse a tutti i costi metterci un contesto sociale altrimenti non avrebbe tollerato di riderne e che all'ultimo abbia pensato di essere come Oliver Stone e doverci mettere un poco di Watergate. Il risultato finale è imbarazzante.
Su tutto questo non intendo commentare il punto più alto (la regia e la fotografia sempre ottime con picchi davvero eccellenti) o quello più basso (il siparietto indecente di una delle Bellucci peggiori che riesce a trascinare nel ridicolo anche Turturro) perché l'esito del film si gioca su tutto il resto.
PS: e neanche sono stato lì a parlare dell'uso imbarazzante dell'imbarazzante CGI.
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lunedì 22 maggio 2017
Jungle fever - Spike Lee (1991)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
Visto in Dvx.
Un architetto (mi pare...) si innamora della sua segretaria e inizia una relazione che lo porterà ad allontanarsi dalla moglie (con la quale era felicemente sposato)... storia banale se non fosse che lui è nero e lei italoamericana. Un problema per la New York dell'epoca. I rispettivi ambienti sociali reagiranno alla cosa, per lo più in maniera violenta o scomposta fino a influire sulla relazione; fra i due si insinuerà il dubbio di un problema razziale anche all'interno della coppia.
Tagliamo la testa al toro; nell'Italia d'inizio anni '90 il milkshake era un concetto inesistente ed è stato, assurdamente, modificato in zabaione... come se si potesse realmente bere 4-5 bicchieri da litro di zabaione.
Detto ciò il film è abbastanza nettamente diviso in tre parti. Quella ambientata ad Harlem è una commedia upper class molto chiacchierata, una sorta di Woody Allen con meno ironia; quella nel quartiere italoamericano è un dramma familiare di tutti i personaggi; a questi due emisferi si insinua fino a diventare preponderante nel finale il dramma sociale sulla tossicodipendenza.
L'idea meglio gestita è quella di mostrare il razzismo delle due comunità, vive di pregiudizi ognuno nei confronti degli altri, ma anche il pregiudizio interno rivolto a chi tradisce, alle varie gradazioni di carnagione o quello fra i generi. i caratteri descritti sono piuttosto luogocomunisti ed esagerate, ma l'effetto finale è buono.
Quello che sfugge è la necessità d inserire, non una, ma due storie; quella dell'amico della protagonista (il cui padre è interpretato da un Anthony Quinn vestito esattamente come mio nonno) e quella del fratello del protagonista che introduce la questione della droga. Quest'ultimo è chiaramente una sorta di necessità morale di Spike Lee, vista l'emergenza sociale dell'epoca; ma entrambe queste storie non fanno altro che rendere dispersivo il film e allungare in maniera artificiale una trama indipendente, dando il là a un finale obiettivamente brutto.
La regia è ottima e più rilassata del solito anche se piena di carrelli circolari, macchina da presa che pedina i personaggi e, per la prima volta, il personaggio che si muove di concerto con la macchina da presa entrambi posti sullo stesso carrello (cifra stilistica di Lee, qui utilizzata in mnaiera lenta e delicata con un effetto straniante particolare).
Il cast all'altezza da il destro a un grandissimo Snipes (attore che di solito fatico a sopportare), ma soprattutto permette a Jackson di dare vita a quella che, credo, possa essere considerata la sua migliore interpretazione.
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venerdì 7 febbraio 2014
He got game, Egli ha vinto - Spike Lee (1998)
(He got game)
Visto in Dvx.
Ad un uomo, in prigione per l'omicidio della moglie, viene proposta una riduzione di pena da parte del governatore se, in cambio, convincerà suo figlio (campione di pallacanestro dei college) a iscriversi all'università dello stato. Avrà una settimana di tempo, purtroppo il figlio ancora lo odia per l'uxoricidio. Quella settimana diventerà nello stesso tempo un assaggio di vita normale, un tentativo di ricucire i rapporti strappati con la famiglia, un tentativo di far firmare l'adesione all'università e il ficcarsi in situazioni che non lo riguardano (più ovviamente dover fare i conti con il passato).
Un film che Spike Lee voleva realizzare per mostrare a cosa sono sottoposti i giovani bravi negli sport da parte di un sistema monetizzato fin nel midollo (al ragazzo vengono offerti soldi, auto e donne a non finire); tuttavia questo è quasi il difetto del film. Chiariamoci, la parte della scelta del protagonista (e il crollo di tutte le persone che gli stanno attorno perché tentate dal danaro) è affascinante e ben realizzato, ma toglie spazio alla storia famigliare che sembra più interessante. Più interessante perché qui i personaggi sono esseri umani, Washington da vita ad un padre certamente amorevole, ma autoritario e malato di basket che commette più sbagli che altro (strano poi come Washington mi risulti sempre fuori luogo tranne che nei film di Lee dove è semplicemente perfetto).
Il film si arrotola troppo sui suoi due personaggi facendoli interagire in maniera limitata (anche le lunghe sequenza della prostituta a cosa servono?).
In ogni caso la storia regge e interessa per oltre due ore senza molte cadute.
Da parte di Lee poi ci sono i suoi movimenti di macchina (da non perdersi i titoli di coda, decisamente una sequenza alla Spike Lee senza una trama), i suoi colori saturi, le sue inquadrature particolari e le inserzioni di sequenze che non hanno a che fare con la scena complessiva (il suo montaggio alla Eisenstein).
Molto belle le canzoni dei Public enemy, su tutte questa, con base di For what is worth.
Visto in Dvx.
Ad un uomo, in prigione per l'omicidio della moglie, viene proposta una riduzione di pena da parte del governatore se, in cambio, convincerà suo figlio (campione di pallacanestro dei college) a iscriversi all'università dello stato. Avrà una settimana di tempo, purtroppo il figlio ancora lo odia per l'uxoricidio. Quella settimana diventerà nello stesso tempo un assaggio di vita normale, un tentativo di ricucire i rapporti strappati con la famiglia, un tentativo di far firmare l'adesione all'università e il ficcarsi in situazioni che non lo riguardano (più ovviamente dover fare i conti con il passato).
Un film che Spike Lee voleva realizzare per mostrare a cosa sono sottoposti i giovani bravi negli sport da parte di un sistema monetizzato fin nel midollo (al ragazzo vengono offerti soldi, auto e donne a non finire); tuttavia questo è quasi il difetto del film. Chiariamoci, la parte della scelta del protagonista (e il crollo di tutte le persone che gli stanno attorno perché tentate dal danaro) è affascinante e ben realizzato, ma toglie spazio alla storia famigliare che sembra più interessante. Più interessante perché qui i personaggi sono esseri umani, Washington da vita ad un padre certamente amorevole, ma autoritario e malato di basket che commette più sbagli che altro (strano poi come Washington mi risulti sempre fuori luogo tranne che nei film di Lee dove è semplicemente perfetto).
Il film si arrotola troppo sui suoi due personaggi facendoli interagire in maniera limitata (anche le lunghe sequenza della prostituta a cosa servono?).
In ogni caso la storia regge e interessa per oltre due ore senza molte cadute.
Da parte di Lee poi ci sono i suoi movimenti di macchina (da non perdersi i titoli di coda, decisamente una sequenza alla Spike Lee senza una trama), i suoi colori saturi, le sue inquadrature particolari e le inserzioni di sequenze che non hanno a che fare con la scena complessiva (il suo montaggio alla Eisenstein).
Molto belle le canzoni dei Public enemy, su tutte questa, con base di For what is worth.
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venerdì 5 aprile 2013
Fa' la cosa giusta - Spike Lee (1989)
(Do the right thing)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
In una caldissima giornata nel
Brooklyn si muovono personaggi di quartiere tra i più vari, tutti intenti
alle loro pratiche quotidiane senza apparenti cambiamenti dal solito. Sarà il
caldo, o saranno i continui rapporti conflittuali arrivati ad un’inevitabile
fine oppure solo il destino, ma le tensioni razziali che si respirano
quotidianamente esplodono in una rivolta vera e propria.
Spike Lee costruisce un film corale che
più che a Woody Allen (ad inizio carriera era stato affiancato al regista
newyorkese) fanno pensare ad Altman, con una serie di coprotagonisti non
sconfitti, ma abituati allo status quo che non mettono più in discussione,
senza sogni particolari se non l’arrivare a fine giornata; il regista per se si
ritaglia uno dei personaggi più miseri (emotivamente e culturalmente) dando pure
una buona prova d’attore.
Come stile di regia ancora invece
guarda apertamente agli anni ’40, con un uso della prospettiva,
dell’inquadratura sghemba, del movimento di camera, della costruzione delle
scene che sembra riecheggiare un “Terzo uomo” o un “Citizen Kane” calati nella cultura pop e nei colori chiassosi degli
anni ’80.
Questo non è un film perfetto (i
personaggi fanno colore, ma non si legano mai del tutto, la sceneggiatura ha
qualche piccola zoppia nei dialoghi e tutto sommato non c’è molta empatia), ma
un’opera da vedere assolutamente.
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domenica 17 giugno 2012
Bamboozled - Spike Lee (2000)
(Id.)
Visto in tv.
Un autore afroamericano della tv (un incredibile Damon Wayans in versione seria e chic) alle strette con i superiori decide di andarsene, anzi di farsi cacciare, col botto. Scrive un programma tralmente razzista, caricaturale e umiliante per i neri (riprendendo vecchi stilemi del 1800, ma anche del cinema fino agli anni '40) che il programma non potrà che affossare la rete e determinare il suo licenziamento... Come è ovvio immaginare il programma avrà successo, ma nessuno di quelli che ne prendono parte (dagli attori al produttore, ivi compreso Wayans) capiranno che sfruttare il successo finché dura li porterà alla distruzione fisica o morale.
Va detto, l'idea all'inizio del film non è malvagia, Spike Lee inizia con un film che riprende la sua personale lotta razziale come di consueto, ma deviandola nell'ironia e, per questo, rendendola molto più efficiace; decide poi di scagliarsi con particolare acrimonia contro lo show system tout court, sottolinenando l'idiozia di molta televisione nel maneggiare argomenti delicati, ma anche attaccando il suo amato cinema (molte sono le sequenze originali, tra cui un breve spezzone di "Nascita di una nazione", di "Via col vento" e, credo, de "Il cantante di jazz"). Purtroppo però il gioco si rompe presto, Lee si getta sul prosaico alla svelta ammazzando il ritmo ed il tono del film, non riesce a far ridere davvero nelle lunghe sequenze comiche (lo spettacolo tv ideato dall'autore, così come il cabaret tenuto dal padre), ritorna al suo solito modo di dire le cose che qui sembra un urlare nel deserto come non mai (cita se stesso e gli altri continuamente dalla sua battaglia contro i nigger di Tarantino al concetto di mental slavery degli afroamericani, ma tutto sa di raffazzonato, di già detto e di detto meglio in altre sedi) e il tutto fa deviare il film verso il già visto... Poi nel finale si butta pure nell'improbabile e allora il disastro è fatto.
Inoltre Lee sceglie di girare in digitale tutto il film tranne le scene dello show. Scelta curiosa motivata più che altro da questioni di budget. Di per se l'idea non è negativa, ma devo ammettere che vedere la regia classica di Lee (che usualmente mi piace molto), fatta di un montaggio vario e frenetico, con questo sistema fa perdere di grazia alle capacità del regista e di credibilità al senso da "presa diretta" del digitale.
Visto in tv.
Un autore afroamericano della tv (un incredibile Damon Wayans in versione seria e chic) alle strette con i superiori decide di andarsene, anzi di farsi cacciare, col botto. Scrive un programma tralmente razzista, caricaturale e umiliante per i neri (riprendendo vecchi stilemi del 1800, ma anche del cinema fino agli anni '40) che il programma non potrà che affossare la rete e determinare il suo licenziamento... Come è ovvio immaginare il programma avrà successo, ma nessuno di quelli che ne prendono parte (dagli attori al produttore, ivi compreso Wayans) capiranno che sfruttare il successo finché dura li porterà alla distruzione fisica o morale.
Va detto, l'idea all'inizio del film non è malvagia, Spike Lee inizia con un film che riprende la sua personale lotta razziale come di consueto, ma deviandola nell'ironia e, per questo, rendendola molto più efficiace; decide poi di scagliarsi con particolare acrimonia contro lo show system tout court, sottolinenando l'idiozia di molta televisione nel maneggiare argomenti delicati, ma anche attaccando il suo amato cinema (molte sono le sequenze originali, tra cui un breve spezzone di "Nascita di una nazione", di "Via col vento" e, credo, de "Il cantante di jazz"). Purtroppo però il gioco si rompe presto, Lee si getta sul prosaico alla svelta ammazzando il ritmo ed il tono del film, non riesce a far ridere davvero nelle lunghe sequenze comiche (lo spettacolo tv ideato dall'autore, così come il cabaret tenuto dal padre), ritorna al suo solito modo di dire le cose che qui sembra un urlare nel deserto come non mai (cita se stesso e gli altri continuamente dalla sua battaglia contro i nigger di Tarantino al concetto di mental slavery degli afroamericani, ma tutto sa di raffazzonato, di già detto e di detto meglio in altre sedi) e il tutto fa deviare il film verso il già visto... Poi nel finale si butta pure nell'improbabile e allora il disastro è fatto.
Inoltre Lee sceglie di girare in digitale tutto il film tranne le scene dello show. Scelta curiosa motivata più che altro da questioni di budget. Di per se l'idea non è negativa, ma devo ammettere che vedere la regia classica di Lee (che usualmente mi piace molto), fatta di un montaggio vario e frenetico, con questo sistema fa perdere di grazia alle capacità del regista e di credibilità al senso da "presa diretta" del digitale.
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