Visualizzazione post con etichetta Benjamin Christensen. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Benjamin Christensen. Mostra tutti i post

martedì 23 novembre 2010

La stregoneria attraverso i secoli - Benjamin Christensen (1922)

(Häxan)

Visto in VHS.

Il film si sviluppa come una sorta di documentario su ciò che si credeva fosse la stregoneria nel medioevo e sulle metodiche utilizzate per “scoprirla”, con diverse scene rappresentate in chiave drammatica e con considerazioni di parte del regista che si schiera apertamente a favore delle condannate.

Il film sarebbe già di per se eccezionale per il punto di vista non scontato (io immagino gli anni ’20 come una propaggine del medioevo) e per la realizzazione pratica che non lesina in creature mostruose e demoni vari, realizzati con maschere decisamente efficaci per l’epoca. Come dicevo il film sarebbe già eccezionale per le ragioni tecniche se nel finale non mostrasse un animo illuminista oltre ogni dire, mostrando come le streghe del medioevo altro non sono che le attuali (per l’epoca) isteriche, rendendo evidente come una malattia psichiatrica potesse essere confusa e storpiata dalla superstizione, ma il film va oltre ancora e dichiara più o meno apertamente che tra le torture perpetrate dalla chiesa cattolica e le cure psichiatriche dell’epoca non c’è una gran differenza. Uno spirito critico davvero notevole al di là dell’esattezza delle situazioni mostrate.

venerdì 16 ottobre 2009

Desiderio del cuore - Carl Theodor Dreyer (1924)

(Mikael)

Visto in DVD

Questo film è una sorta di copia di "Pagine dal libro di Satana". Dreyer sembra avere capito il segreto per fare un buon film e lo ricalca, ma ora ha più esperienza…

Come nel suo secondo film la costruzione delle scene è centrale, a mio avviso meno articolata che nell’altro, ma stavolta le scenografie sono decisamente superiori, mascherine al posto della camera mobile, ma stavolta sono più delicate, più raffinate, e poi il montaggio parallelo nel finale, che stavolta però non concede nulla al lieto fine. Si perché stavolta ci troviamo di fronte ad un melodramma ben più cupo del precedente, in cui un “padre” (che in realtà è un pittore) si trova tradito dal “figlio” (che in realtà è il suo modello) e nonostante se ne renda conto continua a sostenerlo fino al mirabile finale; il figlio dal canto suo cerca una libertà che probabilmente già ha, ma soffre di sudditanza psicologica, se ne libera grazie al coraggio datogli dall’amore di una donna, la quale, ironicamente, lo legherà a se forse anche in maniera più ferrea che non il “padre”, e questo senza esserne consapevole.

Un gran film e, stranamente per Dreyer, neppure troppo noioso, come non era noioso "Pagine dal libro di Satana", altra somiglianza.