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giovedì 15 settembre 2011

Alta tensione - Mel Brooks (1977)

(High anxiety)

Visto in tv.
Thriller comico dedicato a Hitchcock. Brooks è uno psichiatra appena trasferito in un manicomio di fama di cui è divenuto direttore causa morte del predecessore. Ovviamente non è stata morte naturale. Indagando sugli ospiti del manicomio scoprirà esserci un famoso industriale di cui conoscerà la figlia ad un convegno, che sia lui la causa della serie di morti che si trascinano anche dopo il suo insediamento?

Solita parodia di genere che, nello specifico, parodia proprio i film del regista inglese in maniera più o meno evidente; palesi le situazioni tratte da Psyco, Vertigo e Uccelli (quest’ultima è forse la scena parodiata migliore). Complessivamente Brooks azzecca alcune situazioni comiche, ha alcune intuizioni geniali (nel viaggio in macchina iniziale la musica enfatica che accompagna uno svelamente che dovrebbe essere sconvolgente, proviene da un autobus che passa a fianco in cui un’orchestra sta facendo le prove, scena che verrà poi ripresa praticamente inalterata nei Simpson), ma complessivamente il film risulta invecchiato, con battute adatte ad un pubblico anni ’50 (ok, sto esagerando, ma mi fa strano pensare che negli anni ’70 ridessero per battute del genere) che ormai non hanno più la forza di sostenere un filmetto senza nessun altra forma di interesse. Frankestein Jr sembra essere una gemma solitaria.

lunedì 4 aprile 2011

L'ultimo spettacolo - Peter Bogdanovich (1971)

(The last picture show)

Visto in DVD. La storia di un gruppo di ragazzotti di un paesino del Texas pesantemente del sud, dalla spensierata giovinezza all’età della responsabilità, ma il tutto nel giro di un solo anno.

Agli americani piace la perdita dell’innocenza e dell’ingenuità; in questo caso il tutto va di pari passo con la scoperta della sessualità. Si insomma, una sorta di “American graffiti”, ma condito col sesso.

La regia è quella dinamica e cinefila di Bogdanovich, che qui però si limita il più possibile ed evita gli sproloqui dei carrelli (e mi piacevano pure) che c’erano nel suo primo film, il che rende questa seconda opera più asciutta, meno pasticciata e più in linea con la storia di periferia. Bellissima la fotografia in bianco e nero con alcune luci da brivido. Infine un elogia a praticamente tutto il cast, su tutti però spicca il giovanissimo Jeff Bridges, non bravo, ma fondamentale a creare la psicologia di un personaggio con la sola camminata.

Ora il lato negativo; la sceneggiatura. Per quanto potesse risultare a tratti idiota, “American graffiti” aveva un andamento della trama inappuntabile. Qui invece gli eventi sembrano susseguirsi senza troppa attenzione, senza una regolazione da parte dello sceneggiatore e la storia è descritta in maniera lenta e quietamente noiosa… oddio alla noia vera e propria non si arriva mai, ma il ritmo è troppo dilatato perché rimanga legato alla storia nel suo insieme piuttosto che alla scena che sto guardando. Il che riduce il film ad un ottimo esercizio di stile, ma senza particolare interesse.