(Höstsonaten)
Visto in Dvx.
Alla morte del compagno una donna alle porte dell'anzianità accetta l'invito della figlia a raggiungerla per alcune settimane. La donna è un narcisista con difficoltà nell'empatizzare che ha sacrificato la famiglia per la carriera di pianista, la figlia è oscura e porta dentro di sé un rancore decennale che cerca di nascondere con eccessi di bontà.
Un drammone enorme sulle relazioni famigliari e sull'odio nascosto dietro l'affetto e da cui nasce di nuovo affetto (vero o falso che sia).
Un film titanico di Bergman, scritto alla Bergman, con evidenti eccessi e manierismi (anche solo la scansione temporale), simbolismi piuttosto semplici (il colore dei vestiti, l'utilizzo o meno degli occhiali) e un enorme problema di montaggio verso il finale.
Se questi difetti (beh, le metafore semplici non sono un difetto in sé) potrebbero far vacillare chiunque, la sceneggiatura che si muove con dialoghi eccessivi (addirittura ci sono diversi momenti in cui la madre parla a lungo da sola ad alta voce!) affosserebbe chiunque.
Ma dietro la macchina da presa c'è Ingmar Bergman e il film, nonostante la logorrea parla con le immagini, si muove con interesse infinito in una matassa di sentimenti eccessivi, fa dei piccoli dettagli (gli occhiali, appunto, il mal di schiena) dei punti nodali, ma messi in secondo piano; avvalendosi di una coppia di attrici eccezionali (per la prima e uni ca volta Bergman lavora con la Bergman) veicola informazioni maggiori con i volti piuttosto che con i monologhi (esemplare e perfetta la sequenza delle due donne al pianoforte) e si può permettere una scena madre finale, lunga complicata senza perdere in dignità
Un film imperfetto, enormemente imperfetto, che riesce a portare a casa un risultato insperato, un'efficacia incredibile al di là di tutti i suoi difetti; una visione soddisfacente ed entusiasmante.
Inoltre, per chi, come me, è appassionato di Ingrid, qui può godere di un'interpretazione come mai vista prima nella carriera dell'attrice.
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venerdì 26 luglio 2019
mercoledì 26 settembre 2018
Stromboli (terra di Dio) - Roberto Rossellini (1950)
(Id.)
Visto in Dvx.
Finita la guerra una ragazza lituana si sposa con un militare italiano; innamorata lo segue fino al paese natale di Stromboli. In questa isola fuori dal tempo dovrà scendere a patti con la solitudine, un mondo selvaggio e scostante e una natura inquietante.
A metà tra un film in cui la natura modifica l'animo degli uomini e uno di disagio sociale, Rossellini firma il primo capitolo della sua, ideale, trilogia della solitudine.
Il film è, giustamente famoso, più per le vicissitudini produttive che per l'opera in sé (ho conosciute molte persone che lo conoscono, ma, per ora, nessuno fra questi lo ha visto). Il film doveva essere girato con Anna Magnani protagonista, con cui aveva una relazione, che venne eliminata all'ultimo momento in favore della Bergman. La Magnani si vendicò girando "Vulcano", ma la Bergman conquistò l'amore di Rossellini. A conti fatti la fisicità della Magnani avrebbe reso molto di più in questo film (come, infatti, rende moltissimo in "Vulcano"), ma come si fa a resistere alla Begman se si propone con una lettera come questa?
Caro Signor Rosssellini,
ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice scedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo "ti amo", sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.
Il film venne girato senza sceneggiatura e improvvisato giorno per giorno dal regista e, questa mancanza di un obiettivo chiaro si vede moltissimo, ma ancora di più è evidente la totale indipendenza di molte scene che vanno dal documentaristico (la pesca dei tonni) all'espressionista (il finale sul vulcano) passando per diversi momenti di banale dramma da camera, le une senza alcuna connessione con le altre.
Al di là della Bergman fuori posto che con il suo italiano buono, ma zoppicante, fa tenerezza e vince nonostante tutto, è proprio la totale mancanza di un'idea di fondo univoca che, a mio avviso, ammazza il film, rendendolo un tentativo fallito. Se poi lo si paragona al suo gemello, "Vulcano", questa variazione sullo stesso tema, risulta decisamente più banale, ma molto più efficace, riuscita e avvincente.
Visto in Dvx.
Finita la guerra una ragazza lituana si sposa con un militare italiano; innamorata lo segue fino al paese natale di Stromboli. In questa isola fuori dal tempo dovrà scendere a patti con la solitudine, un mondo selvaggio e scostante e una natura inquietante.
A metà tra un film in cui la natura modifica l'animo degli uomini e uno di disagio sociale, Rossellini firma il primo capitolo della sua, ideale, trilogia della solitudine.
Il film è, giustamente famoso, più per le vicissitudini produttive che per l'opera in sé (ho conosciute molte persone che lo conoscono, ma, per ora, nessuno fra questi lo ha visto). Il film doveva essere girato con Anna Magnani protagonista, con cui aveva una relazione, che venne eliminata all'ultimo momento in favore della Bergman. La Magnani si vendicò girando "Vulcano", ma la Bergman conquistò l'amore di Rossellini. A conti fatti la fisicità della Magnani avrebbe reso molto di più in questo film (come, infatti, rende moltissimo in "Vulcano"), ma come si fa a resistere alla Begman se si propone con una lettera come questa?
Caro Signor Rosssellini,
ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice scedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo "ti amo", sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.
Il film venne girato senza sceneggiatura e improvvisato giorno per giorno dal regista e, questa mancanza di un obiettivo chiaro si vede moltissimo, ma ancora di più è evidente la totale indipendenza di molte scene che vanno dal documentaristico (la pesca dei tonni) all'espressionista (il finale sul vulcano) passando per diversi momenti di banale dramma da camera, le une senza alcuna connessione con le altre.
Al di là della Bergman fuori posto che con il suo italiano buono, ma zoppicante, fa tenerezza e vince nonostante tutto, è proprio la totale mancanza di un'idea di fondo univoca che, a mio avviso, ammazza il film, rendendolo un tentativo fallito. Se poi lo si paragona al suo gemello, "Vulcano", questa variazione sullo stesso tema, risulta decisamente più banale, ma molto più efficace, riuscita e avvincente.
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mercoledì 11 ottobre 2017
Io ti salverò - Alfred Hitchcock (1945)
(Spellbound)
Visto in DVD.
Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.
Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).
Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.
Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.
Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).
Visto in DVD.
Una psichiatra scopre che il nuovo direttore dell'istituti dove lavora (e di cui si innamora immediatamente) non è chi dice di essere. Verrà ricercato dalla polizia per omicidio, ma lei, sicura della sua buona fede e certa che vi sia un trauma alla base della sua amnesia circa la propria indentità, lo aiuta a fuggire.
Un film dalla storia particolarmente inverosimile, progettato a tavolino per essere il primo a tema psicoanalitico. Di fatto si riduce tutto a una caccia all'uomo con l'uomo già presente (questa sì è un'idea buona) con molto chiacchiericcio (questa invece è la pecca fondamentale).
Al netto delle critiche che gli si possono muovere (molte dovute a Truffaut); questo è un film realizzato da dio.
Al di là degli hitchcockismi classici che rappresentano il minimo sindacale. Regia molto mobile e diverse soggettive (di cui quella della pistola nel finale è piuttosto brutta) sono solo la punta dell'iceberg; questo è, soprattutto, un film fatto di montaggio interno. Sembra che Hitchcock non sia riuscito a inquadrare Peck senza farlo muovere all'interno della scena; si va dall'incontro dei due protagonisti, con Peck in avvicinamento fino allo scambio di sguardi, al loro re-incontro in albergo; ma su tutte le scene è da enciclopedia la sequenza dell'incontro notturno con il vecchio professore in cui la macchina da presa si muove in maniera minima, ma, carica di un panfocus, passa dal campo medio al dettaglio del rasoio senza nessuno stacco... e lo vorrei sottolineare, se a volte queste chicche sono gesti di stile, in quella specifica sequenza tutto è funzionale.
Noto per la sequenza onirica realizzata da Dalì (che Hitchcock avrebbe voluto più lunga) devo ammettere che ha una fama immeritata; sicuramente interessante, ma senza idee fondamentali. Il film si pregia inoltre di una delle più brutte scene di sci della storia del cinema e di un'incursione brevissima di colore (rosso) nello sparo finale, efficace per rendere anche a livello visivo l'impressione dello sparo.
Buona come sempre la Bergman che fa il suo, terribile Peck per lo più inespressivo (e da giovane era sempre inquietante, anche quando faceva la vittima).
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venerdì 4 aprile 2014
Angoscia - George Cukor (1944)
(Gaslight)
Visto in dvd.
Una ragazza assiste alla morte della ricca zia senza riuscire a fermare (o identificare) il colpevole. Fugge in Italia dove rimane fino alla maggiore età. Lì divenuta cantante d'opera e donna nel contempo, decide di sposarsi e tornare a vivere a Londra nella casa della zia. Spoiler alert: non sarà una buona idea. Lì comincerà ad avere strane sensazioni, a dimenticare le cose e le azioni, a vedere e sentire cose che non esistono.
Detto così sembra un thriller interessantissimo e moderno; in realtà è evidente fin da subito chi sia il colpevole; eppure nonostante questo il film funziona.
Il cast enorme (tutti bravi, solo Cotten recita con il pilota automatico, ma è la parte a richiedere pochissimo sforzo) da vita al tormento di una donna, al suo scivolare verso la follia e all'apparente inesorabilità della cosa.
Curiosamente, nonostante tutto sia evidente fin da subito, è proprio quando viene svelato ufficialmente ciò che sta accadendo che il film perde forza; nel finale la tensione crolla completamente e ci si addentra pure in un paio di idee francamente imbarazzanti; ma il gigantesco gioco psicologico fatto nella prima ora e mezza non si può dimenticare così facilmente.
Cukor poi sorprende in maniera incredibile; il bianco e nero è di una grana affascinante (ma spesso mi succede d'essere affascinato dal B/N) Cukor passa oltre, gioca un poco con le ombre e con le luci, ma soprattutto decide di superare il noir e di giocare con gli elementi della scena mettendo in primo o secondo piano ciò che gli interessa mostrare assieme agli attori e si muove con brevi ma bellissimi movimenti di macchina che sottolineano la relazione fra gli oggetti, la tensione che aumenta, la claustrofobia.
Oscar alla Bergman che fa egregiamente la parte della matta tutta tesa a nascondere le emozioni che le traspaiono sul viso; e primo film di una giovanissima Angela Lansbury che riesce comunque a dire la sua.
Visto in dvd.
Una ragazza assiste alla morte della ricca zia senza riuscire a fermare (o identificare) il colpevole. Fugge in Italia dove rimane fino alla maggiore età. Lì divenuta cantante d'opera e donna nel contempo, decide di sposarsi e tornare a vivere a Londra nella casa della zia. Spoiler alert: non sarà una buona idea. Lì comincerà ad avere strane sensazioni, a dimenticare le cose e le azioni, a vedere e sentire cose che non esistono.
Detto così sembra un thriller interessantissimo e moderno; in realtà è evidente fin da subito chi sia il colpevole; eppure nonostante questo il film funziona.
Il cast enorme (tutti bravi, solo Cotten recita con il pilota automatico, ma è la parte a richiedere pochissimo sforzo) da vita al tormento di una donna, al suo scivolare verso la follia e all'apparente inesorabilità della cosa.
Curiosamente, nonostante tutto sia evidente fin da subito, è proprio quando viene svelato ufficialmente ciò che sta accadendo che il film perde forza; nel finale la tensione crolla completamente e ci si addentra pure in un paio di idee francamente imbarazzanti; ma il gigantesco gioco psicologico fatto nella prima ora e mezza non si può dimenticare così facilmente.
Cukor poi sorprende in maniera incredibile; il bianco e nero è di una grana affascinante (ma spesso mi succede d'essere affascinato dal B/N) Cukor passa oltre, gioca un poco con le ombre e con le luci, ma soprattutto decide di superare il noir e di giocare con gli elementi della scena mettendo in primo o secondo piano ciò che gli interessa mostrare assieme agli attori e si muove con brevi ma bellissimi movimenti di macchina che sottolineano la relazione fra gli oggetti, la tensione che aumenta, la claustrofobia.
Oscar alla Bergman che fa egregiamente la parte della matta tutta tesa a nascondere le emozioni che le traspaiono sul viso; e primo film di una giovanissima Angela Lansbury che riesce comunque a dire la sua.
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venerdì 2 settembre 2011
Notorius, l'amante perduta - Alfred Hitchcock (1946)
(Notorious)
Visto in DVD.
Grant è una spia americana che assolda la Bergman (figlia di un collaborazionista nazista) per incastrare Rains una sua vecchia fiamma, tedesco, che lavora in Brasile in oscuri traffici; purtroppo anche lui si innamorerà della donna e il lavoro diventerà sempre più difficile.
Stupendo film di Hitchcock che mescola il melodramma sentimentale con il mystery, mix che gli riesce benissimo come il successivo Vertigo. Ecco, qui sembra esserci il meglio di Hitchcock, non limitandosi a fare un film giallo canonico mette in risalto alcune capacità davvero notevoli, tutta la lunga scena finale è un capolavoro, di romanticismo con l’incontro tra Grant e la malata Bergman e di minaccia suggerita messa in un ambiente che più borghese non si può, con la parte della “fuga”. Affascinante anche il gioco delle parti tra i due protagonisti che non esplicitano mai (almeno Grant) i sentimenti se non quando sembra troppo tardi. Curioso anche notare come il buono della vicenda subordini i propri sentimenti al dovere di stato risultando spesso sprezzante e aggressivo, mentre il nazista della vicenda risulta mostrare un sentimento ingenuo ma onesto… questo Hitchcock fa sempre vedere un lato positivo nei nazisti.
L’altro grande pregio del film è nella regia. Se Hitchcock è sempre grandioso qui lo è di più. La famosissima scena della festa in cui da un’inquadratura a campo lungo finisce sul dettaglio della mano con la chiave della cantina è solo al punta dell’iceberg. Mille sono i momenti meritevoli, i continui ed insistenti dettagli sparsi per tutto il film, il primo piano dei due innamorati che li segue per le varie stanze nella loro prima scena d’amore nell’albergo, l’inquadratura che suggerisce l’avvelenamento tramite il caffè senza bisogno che nessuno l’abbia mai detto e la successiva inquadratura della tazzina che incombe sulla Bergman, ecc…
Un film sorprendentemente buono che mette in ombra anche gli altri film dello stesso regista; probabilmente uno dei migliori Hitchcock anni ’40.
Visto in DVD.
Grant è una spia americana che assolda la Bergman (figlia di un collaborazionista nazista) per incastrare Rains una sua vecchia fiamma, tedesco, che lavora in Brasile in oscuri traffici; purtroppo anche lui si innamorerà della donna e il lavoro diventerà sempre più difficile.Stupendo film di Hitchcock che mescola il melodramma sentimentale con il mystery, mix che gli riesce benissimo come il successivo Vertigo. Ecco, qui sembra esserci il meglio di Hitchcock, non limitandosi a fare un film giallo canonico mette in risalto alcune capacità davvero notevoli, tutta la lunga scena finale è un capolavoro, di romanticismo con l’incontro tra Grant e la malata Bergman e di minaccia suggerita messa in un ambiente che più borghese non si può, con la parte della “fuga”. Affascinante anche il gioco delle parti tra i due protagonisti che non esplicitano mai (almeno Grant) i sentimenti se non quando sembra troppo tardi. Curioso anche notare come il buono della vicenda subordini i propri sentimenti al dovere di stato risultando spesso sprezzante e aggressivo, mentre il nazista della vicenda risulta mostrare un sentimento ingenuo ma onesto… questo Hitchcock fa sempre vedere un lato positivo nei nazisti.
L’altro grande pregio del film è nella regia. Se Hitchcock è sempre grandioso qui lo è di più. La famosissima scena della festa in cui da un’inquadratura a campo lungo finisce sul dettaglio della mano con la chiave della cantina è solo al punta dell’iceberg. Mille sono i momenti meritevoli, i continui ed insistenti dettagli sparsi per tutto il film, il primo piano dei due innamorati che li segue per le varie stanze nella loro prima scena d’amore nell’albergo, l’inquadratura che suggerisce l’avvelenamento tramite il caffè senza bisogno che nessuno l’abbia mai detto e la successiva inquadratura della tazzina che incombe sulla Bergman, ecc…
Un film sorprendentemente buono che mette in ombra anche gli altri film dello stesso regista; probabilmente uno dei migliori Hitchcock anni ’40.
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