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lunedì 30 aprile 2018

La corta notte delle bambole di vetro - Aldo Lado (1971)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un giornalista americano a Praga cerca di scoprire la verità circa la scomparsa della sua amante; le ricerche lo porteranno alla morgue, ma non sarà morto, lo sembrerà soltanto a causa di una droga.

Particolarissimo thriller all'italiana che, pur con i consueti stilemi diffusisi negli anni '70, cerca una sua personale visione del mondo. Al di là dell'indagine, francamente trattata all'acqua di rose e che in più di un momento rallenta fino all'esaurimento (dello spettatore), ed è questa la pecca maggiore, il film ha la sua forza nel mondo che descrive. Il sistema organizzato che sta dietro a tutta la vicenda, il clima di paranoia diffuso, di un potere più o meno occulto che tutto può riescono (o almeno dovrebbero riuscire) a fare breccia in chiunque, ricordando, in parte il miglior Polanski, in parte anticipando un pò dei complottismi internettiani.
Altra intuizione carina, ma non determinante, è il lungo flashback fatto da un morto; un'idea non definitiva sugli esiti della trama e che avrebbe anche potuto essere accantonata senza colpo ferire, ma che risulta come una gradevole variazione sul tema e che permette un finale inaspettato e teso.
Infine va sottolineato il buon uso della location e la fotografia, non perfetta, ma adeguata.

venerdì 14 aprile 2017

Il silenzio - Ingmar Bergman (1963)

(Tystnaden)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Due sorelle sono i viaggio in un paese straniero dove parlano una lingua a loro sconosciuta; con loro il figlio di una delle due. Il film segue la permanenza del terzetto in un grande hotel, con la malattia di una delle donne, le avvenuture sessuali dell'altra e l'incuriosito peregrinare del ragazzino per l'enorme hotel.

Terzo capitolo della "Trilogia del silenzio di Dio" dopo l'angoscioso "Come in uno specchio" e il gelido "Luci d'inverno".
Come si può intuire dal titolo, un film silenzioso, parlato per lo più in una lingua incomprensibile, dalla trama praticamente inesistente che gira intorno al concetto di incomunicabilità, con l'uso continuo dell'allegoria dal significato sempre criptico (si, ok, l'assenza di Dio, ma nel dettaglio è difficilmente scandagliabile). Quello che ne risulta è un film che è cinema puro (come è stato spesso accusato di essere "Psycho"), una regia essenziale e perfetta (con diversi movimenti di macchina, ma soprattutto con giochi fatti sui piani dell'inquadratura), una fotografia estremamente nitida, un'architettura del film che fa spavento; e credo che sia proprio per questo "cinema puro" che il film riesce a costruire perfettamente il mood, trasmettendo il messaggio di fondo (il silenzio di Dio) in maniera anche più efficace che nei due capitoli precedenti (anche se "Luci d'inverno" era già molto efficace).
Silenzioso e algido, imperscrutabile quando diventa ciarliero, non è un film facile, ma è un film bellissimo.

venerdì 14 gennaio 2011

Sussurri e grida - Ingmar Bergman (1972)

(Viskningar och rop) Visto in DVD.

Questo film di Bergman è come un libro di Ford Madox Ford, o un’opera di Schönberg; si può non apprezzarlo, non arrivare neppure alla fine, eppure la profondità che c’è dentro è indubbia, e la perfezione formale è enorme.

La storia di tre sorelle (e una governante) che si prendono cure di una di loro, malata e morente e che rappresentano 4 archetipi umani, 4 modi di affrontare l’esistenza, o semplicemente 4 facce dello stesso animo (Bergman sosteneva che tutte e 4 fossero prese da sua madre, senza che il film fosse una biografia).

La storia è scarnissima, i silenzi lunghi, gli eventi pochi come i personaggi e i gesti, o quotidiani o eccessivi… eppure tutto è impeccabile, se ci si lascia trascinare dentro la storia non ci si può annoiare, l’unico rischio è il terribile amaro in bocca che lascia questo film, quasi più d’ogni altro fra le opere di Bergman.

Tecnicamente poi è realmente qualcosa di speciale. La macchina da presa indugia sui dettagli e insiste sui primissimi piani, con continui avvicinamenti come mai nella carriera del regista; la storia già chiusa dentro una casa, viene ulteriormente resa intimistica dalle inquadrature. La fotografia tutta improntata sul rosso e sul rapporto tra questo colore e il bianco (e, dopo la morte, anche col nero), con la creazione di un ambiente irreale, senza tempo, a se stante. Lo stesso Bergman sosteneva che ogni suo film a colori avrebbe potuto realizzarlo anche in B/N, tranne questo, perché il film è un’anatomia dell’animo umano e il rosso è il colore dell’anima.

Non ci si aspetti un’opera facile, accogliente o conciliante; non ci si aspetti intrattenimento; questo film deve essere visto come un trattato di filosofia o di teologia, non ti fa passare un’ora e mezza gioiosa, ma ti da spunti, informazioni o punti di vista che non troverai mai su Panorama.

Impeccabile il cast, costretto a recitare come non mai.

PS: i film di Bergman sono una serie di preti, una sequenza di pastori tutti improntati verso la ricerca di una fede che non hanno loro per primo; quello in questo film è forse uno dei più struggenti, è presente in un’unica sequenza eppure lascia il segno. Pregando per la morta al suo capezzale, in realtà prega la morta di dargli un segno dell’esistenza di dio, e facendolo si lascia sfuggire una lacrima; alzandosi poi afferma che quella donna aveva più fede di lui. Stupendo.