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venerdì 20 ottobre 2017

Lion, La strada verso casa - Garth Davis (2016)

(Lion)

Visto a un cineforum.

Un bambino indiano che vive di espedienti segue il fratello in una missione in una stazione dei treni; si addormenterà perdendo le tracce del fratello e finirà per sbaglio in un treno in partenza. Finirà a centinaia di chilometri di distanza in una regione dove si parla una lingua diversa; considerato orfano verrà adottato da una famiglia australiana. 20 anni dopo rintraccerà il suo villaggio e la sua famiglia con google maps...

Tratto da una storia vera il film è nettamente diviso in due parti.
La prima parte riguarda gli avvenimenti che vive il bambino, il viaggio in treno e le avventure per sopravvivere in una città sconosciuta piena di persone che parlano una lingua ignota. Senza particolare invenzioni, ma con una costruzione scenica essenziale, il film regge benissimo e Davis costruisce lunghe sequenze prive di dialoghi mettendo in piedi un film quasi muto (i personaggi parlano, ma sono parole che non servono per lo sviluppo della trama). La vicenda riesce a snodarsi fluida e ricca di emotività senza sforare (troppo) nel sentimentalismo più basso.
La seconda parte è l'età adulta. Qui il film fa tutto ciò che non ha fatto prima; cerca l'agnizione a tutti i costi, il dolore trattenuto e lo sconforto fisico in ogni scena, le ossessioni rappresentate da stanze in disordine ecc... Il tutto realizzando un ottimo spot per google maps ampiamente mostrato. L'effetto è sminuente sull'efficacia della trama; la parte, in teoria, più emotiva si spegne miseramente in un compitino fatto un tanto al chilo per strappare lacrime facili, ma senza incidere davvero.

Un lavoro a metà che, a conti fatti, è più un fallimento che un successo. Ma la prima parte fa ben sperare per il futuro del regista.

mercoledì 5 marzo 2014

Lei - Spike Jonze (2013)

(Her)

Visto al cinema.

In un mondo di poco futuribile o attuale, ma ipertecnologico, un uomo attraversa una crisi personale (la separazione dalla moglie che non riesce a far diventare un divorzio) mentre deve raffrontarsi con le migliori emozioni umane per il proprio lavoro (scrive lettere per conto terzi). Isolandosi da quasi tutti si butta nella tecnologia. Una nuova uscita, un software in grado di relazionarsi, imparare e con intuito cambierà le cose. Si innamorerà di quella voce e quella voce si innamorerà di lui.

Se Spike Jonze, di fatto, parla sempre e solo d'amore; di uomini messi all'angolo che cercano di costruire qualcosa basato sui sentimenti; qui direi che cambia poco in fatto di tema generale. Nel dettaglio aggiunge qualcosina all'annoso problema del rapporto fra reale e virtuale (ma anche l'immaginario); il rapporto fra l'uomo e la macchina è reale in quanto entrambi provano sentimenti veri oppure è sfalsato dalla mancanza di un corpo da parte di lei?
In ogni caso è evidente che della questione interessa poco; questo è un film d'amore, dove uno dei due elementi della coppia si muove ad una velocità maggiore dell'altro e presto svilupperà necessità che l'altro non potrà capire, ma che verranno accettate.

Spike Jonze controlla tutto. Colori luminosi, luci forti e spesso in camera, ma anche scene in notturna delicate. Dei costumi (bruttissimi) che insieme agli arredamenti, alle location (e alla fotografia calda) rende un futuro vintage piuttosto anni '70, ma sempre lineare, pulito e, spesso, accogliente. Infine la regia, un concentrarsi sui suoi personaggi con primissimi piani continui, un metterli in relazione con il mondo esterno incastrandoli in queste location schematiche, un uso dei suoni per definire e sottolineare i sentimenti messi in gioco; ma su tutto la sua capacità di mostrare le solite cose senza ripetere idee vecchia (su tutto il rapporto sessuale con la voce, fatto con un fade out che ci porta come spettatori nella stessa condizione del protagonista).

Infine, un'ovvio applauso al cast dove troneggia un Phoenix inquadrato in solitaria in quasi tutte le inquadrature e costretto a sobbarcarsi la recitazione di una coppia da solo.