(The killing of a sacred deer)
Visto su Amazon prime.
A un cardiochirurgo muore un paziente durante un intervento (per dolo?). Per il senso di colpa si occupa in segreto del figlio adolescente. Quando finalmente lo mostra alla propria famiglia (moglie e due figli piccoli), il ragazzo scatena su di loro una maledizione da tragedia greca: ad uno ad uno moriranno tutti se il padre non uccide uno dei familiari.
Ovviamente prenderanno tutti sottogamba la cosa finché non cominceranno i sintomi; inizierà allora una corsa convulsa a ingraziarsi il padre con ogni mezzo, riaversi sul ragazzo in una lenta spirale di abiezione.
Al suo secondo film americano Lanthimos abbandona il perturbante grottesco e metaforico per addentrarsi in un mondo a là Haneke dove l'idillio borghese viene improvvisamente distrutto da una minaccia esterna.
Come Haneke si compiace della sofferenza che causa ai suoi personaggi, ma al contrario dell'autore austriaco ha un gusto per il comico (certo, virato al grottesco come sempre) che scaturisce molto spesso nel film (dal rapporto fra marito e moglie a letto, i tentativi di ingraziarsi il padre dopo la maledizione o il finale per scegliere chi eliminare), non si ride quasi mai di quelle persone, ma ci si imbarazza per loro, per la loro goffaggine e la loro inettitudine (cosa che con Haneke sarebbe impensabile).
Inoltre il gelo dei film dell'austriaco (cifra stilistica anche di Lanthimos) qui pervade anche i personaggi. L'ambiente è algido, il punto di vista del regista distaccato e freddo, ma i personaggi sono respingenti e anempatici anche nelle scene di agnizione, lavorano per sottrazione per concedere il meno possibile allo spettatore.
L'effetto finale è particolare e quasi unico, non melodrammatico come potrebbe, ma colpisce, in maniera meno efficace che in altri film del regista greco, ma sicuramente si fa ricordare.
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giovedì 4 giugno 2020
venerdì 20 ottobre 2017
Lion, La strada verso casa - Garth Davis (2016)
(Lion)
Visto a un cineforum.
Un bambino indiano che vive di espedienti segue il fratello in una missione in una stazione dei treni; si addormenterà perdendo le tracce del fratello e finirà per sbaglio in un treno in partenza. Finirà a centinaia di chilometri di distanza in una regione dove si parla una lingua diversa; considerato orfano verrà adottato da una famiglia australiana. 20 anni dopo rintraccerà il suo villaggio e la sua famiglia con google maps...
Tratto da una storia vera il film è nettamente diviso in due parti.
La prima parte riguarda gli avvenimenti che vive il bambino, il viaggio in treno e le avventure per sopravvivere in una città sconosciuta piena di persone che parlano una lingua ignota. Senza particolare invenzioni, ma con una costruzione scenica essenziale, il film regge benissimo e Davis costruisce lunghe sequenze prive di dialoghi mettendo in piedi un film quasi muto (i personaggi parlano, ma sono parole che non servono per lo sviluppo della trama). La vicenda riesce a snodarsi fluida e ricca di emotività senza sforare (troppo) nel sentimentalismo più basso.
La seconda parte è l'età adulta. Qui il film fa tutto ciò che non ha fatto prima; cerca l'agnizione a tutti i costi, il dolore trattenuto e lo sconforto fisico in ogni scena, le ossessioni rappresentate da stanze in disordine ecc... Il tutto realizzando un ottimo spot per google maps ampiamente mostrato. L'effetto è sminuente sull'efficacia della trama; la parte, in teoria, più emotiva si spegne miseramente in un compitino fatto un tanto al chilo per strappare lacrime facili, ma senza incidere davvero.
Un lavoro a metà che, a conti fatti, è più un fallimento che un successo. Ma la prima parte fa ben sperare per il futuro del regista.
Visto a un cineforum.
Un bambino indiano che vive di espedienti segue il fratello in una missione in una stazione dei treni; si addormenterà perdendo le tracce del fratello e finirà per sbaglio in un treno in partenza. Finirà a centinaia di chilometri di distanza in una regione dove si parla una lingua diversa; considerato orfano verrà adottato da una famiglia australiana. 20 anni dopo rintraccerà il suo villaggio e la sua famiglia con google maps...
Tratto da una storia vera il film è nettamente diviso in due parti.
La prima parte riguarda gli avvenimenti che vive il bambino, il viaggio in treno e le avventure per sopravvivere in una città sconosciuta piena di persone che parlano una lingua ignota. Senza particolare invenzioni, ma con una costruzione scenica essenziale, il film regge benissimo e Davis costruisce lunghe sequenze prive di dialoghi mettendo in piedi un film quasi muto (i personaggi parlano, ma sono parole che non servono per lo sviluppo della trama). La vicenda riesce a snodarsi fluida e ricca di emotività senza sforare (troppo) nel sentimentalismo più basso.
La seconda parte è l'età adulta. Qui il film fa tutto ciò che non ha fatto prima; cerca l'agnizione a tutti i costi, il dolore trattenuto e lo sconforto fisico in ogni scena, le ossessioni rappresentate da stanze in disordine ecc... Il tutto realizzando un ottimo spot per google maps ampiamente mostrato. L'effetto è sminuente sull'efficacia della trama; la parte, in teoria, più emotiva si spegne miseramente in un compitino fatto un tanto al chilo per strappare lacrime facili, ma senza incidere davvero.
Un lavoro a metà che, a conti fatti, è più un fallimento che un successo. Ma la prima parte fa ben sperare per il futuro del regista.
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venerdì 29 settembre 2017
L'inganno - Sofia Coppola (2017)
(The beguiled)
Visto al cinema.
Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.
Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.
L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.
Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.
PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.
Visto al cinema.
Remake del film di Don Siegel di cui condivide completamente la trama. Durante la guerra di secessione americana, un soldato nordista, ferito e isolato in una foresta del sud trova rifugio in un istituto per ragazze dove troverà un microcosmo ricco di tensioni. Lui si inserirà cercando i punti deboli per sfruttare la situazione a suo vantaggio.
Questa versione del film risulta meno ambigua della precedente e meno sensuale; l'uomo è un manipolatore ambiguo mentre le donne sono alternativamente fragili, troppo giovani, ingenue o con troppa voglia di un minimo di normalità; sono donne con debolezze, ma sono innocenti. Viene eliminato del tutto quel manto di ambigua ambivalenza di tutti i personaggi che era il fulcro del film originale, addirittura la decisione estrema presa dalla istitutrice sulla frattura del soldato qui viene giustificata da motivi pragmatici senza quel dubbio (per usare un eufemismo) che la rendeva tanto orribile nell'opera precedente.
Un film smorzato, di molto. Tuttavia più che un'accusa alla superficialità dell'adattamento, mi sembra in linea con la poetica della Coppola (che ha ri-sceneggiato il film), sembra voler essere la stessa opera con un punto di vista più chiaro, rendendo la trama un'indagine alla "Teorema"; le dinamiche interne ad un gruppo chiuso con l'arrivo di un estraneo (in questo caso negativo).
Come dicevo, un'idea chiara e, in parte, interessante, ma che risulta sminuente rispetto all'originale che, purtroppo, adoro.
L'intero cambio di punto di vista è reso evidente anche dall'impianto estetico (già la sola locandina è lampante) che, come sempre nella Coppola, è magnifico: esterni grandiosi e decadenti, interni perfetti, ma algidi, colori tenui, luci di candela di notte e potenti fasci da fonti precise di giorno. Un impianto estetico dettagliato, curato, delicato e in rovina insieme.
Il vero problema però è altrove. La sceneggiatura si muove lenta, spesso a un passo dalla noia, ma riesce a fermarsi un attimo prima; tuttavia sembra perdersi in dettagli per poi dover recuperare con accelerazioni incaute in cui un personaggio dichiara ciò che poteva essere suggerito con una scena in più, rovinando poi in un lungo finale in cui i comportamenti sembrano esplodere senza un adeguato motivo, senza una preparazione sufficiente; più che il punto di vista, la sceneggiatura sembra aver problemi nel gestire sé stessa.
PS: buono il cast, con una nota particolare per la Dunst.
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Storico
mercoledì 25 novembre 2015
Il segreto dei suoi occhi - Billy Ray (2015)
(Secret in their eyes)
Visto al cinema.
Un omicidio, un agente dell'antiterrorismo che, per motivi personali, si mette a indagare; a distanza di 13 anni sembra avere (finalmente) scoperto qualcosa, cerca di riaprire il caso grazie all'aiuto della sua ex fiamma (quasi mai dichiarata) riaprendo vecchie ferite.
Questo film è, ovviamente, il remake americano, dell'omonima opera argentina. Al netto delle differenze di trama (molto semplificata in questo caso, eliminando alcuni personaggi tra cui il bellissimo collega alcolista e riducendo la vicenda a un doppio inseguimento, uno nel passato e uno nel futuro) l'operazione è interessante, perché prende una vicenda blandamente legata alla storia della dittatura argentina e la attualizza sostituendo la dittatura con l'ossessione per il terrorismo post 11 settembre.
Più che la semplificazione della storia (che almeno nella seconda parte sembra modificarsi per poter ottenere l'effetto finale simile a quello del film originale anche per chi già conosce la storia) quello che qui fa scadere il film al rango di un mediocre thriller è tutta la sottigliezza di sceneggiatura e di regia (per le qual cose si può incolpare sempre Billy Ray).
Semplificando la vicenda vengono semplificati anche i rapporti tra i personaggi; l'attrazione corrisposta, ma ami dichiarata, fra i protagonisti è esplicitata innumerevoli volte senza riuscire a raggiungere le vette del precedente; viene ance cassata la scena madre del treno, ma a voce alta tutti dicono continuamente dell'amore tra i due. Cambiando il rapporto con la vittima, la magnifica ossessione del protagonista del film ispanico (ossessione legata alla vicinanza con l'innamorata e a fattori indiretti) non viene sfruttata (e sarebbe stato magnifico vedere un protagonista ossessivo in un ambiente paranoico come il post 11 settembre) e si riduce tutto a una sorta di vendetta quasi personale.
Infine la regia si adagia. Non si pretendono i forzati virtuosismi del primo film, ma qui proprio manca tensione quasi in ogni scena e manca completamente il ritmo, riuscendo con successo a costruire qualcosa giusto nel breve inseguimento al galoppatoio.
Il cast all star non rende assolutamente; la Roberts si salva solo per la consuzione che le si vede sul volto e per il dono fattole di interpretare tutte le scene madri, Ejiofor è bravo, ma naviga nella media, la Kidman toglie ogni sottigliezza al personaggio e non riesce minimamente a ricordarmi perché l'ammiravo così tanto.
Un film che perdendo tutto il fascino dell'originale non riesce comunque a competere dal punto di vista del thriller, diventando uno dei tanti prodotti che presto si dimenticheranno.
Visto al cinema.
Un omicidio, un agente dell'antiterrorismo che, per motivi personali, si mette a indagare; a distanza di 13 anni sembra avere (finalmente) scoperto qualcosa, cerca di riaprire il caso grazie all'aiuto della sua ex fiamma (quasi mai dichiarata) riaprendo vecchie ferite.
Questo film è, ovviamente, il remake americano, dell'omonima opera argentina. Al netto delle differenze di trama (molto semplificata in questo caso, eliminando alcuni personaggi tra cui il bellissimo collega alcolista e riducendo la vicenda a un doppio inseguimento, uno nel passato e uno nel futuro) l'operazione è interessante, perché prende una vicenda blandamente legata alla storia della dittatura argentina e la attualizza sostituendo la dittatura con l'ossessione per il terrorismo post 11 settembre.
Più che la semplificazione della storia (che almeno nella seconda parte sembra modificarsi per poter ottenere l'effetto finale simile a quello del film originale anche per chi già conosce la storia) quello che qui fa scadere il film al rango di un mediocre thriller è tutta la sottigliezza di sceneggiatura e di regia (per le qual cose si può incolpare sempre Billy Ray).
Semplificando la vicenda vengono semplificati anche i rapporti tra i personaggi; l'attrazione corrisposta, ma ami dichiarata, fra i protagonisti è esplicitata innumerevoli volte senza riuscire a raggiungere le vette del precedente; viene ance cassata la scena madre del treno, ma a voce alta tutti dicono continuamente dell'amore tra i due. Cambiando il rapporto con la vittima, la magnifica ossessione del protagonista del film ispanico (ossessione legata alla vicinanza con l'innamorata e a fattori indiretti) non viene sfruttata (e sarebbe stato magnifico vedere un protagonista ossessivo in un ambiente paranoico come il post 11 settembre) e si riduce tutto a una sorta di vendetta quasi personale.
Infine la regia si adagia. Non si pretendono i forzati virtuosismi del primo film, ma qui proprio manca tensione quasi in ogni scena e manca completamente il ritmo, riuscendo con successo a costruire qualcosa giusto nel breve inseguimento al galoppatoio.
Il cast all star non rende assolutamente; la Roberts si salva solo per la consuzione che le si vede sul volto e per il dono fattole di interpretare tutte le scene madri, Ejiofor è bravo, ma naviga nella media, la Kidman toglie ogni sottigliezza al personaggio e non riesce minimamente a ricordarmi perché l'ammiravo così tanto.
Un film che perdendo tutto il fascino dell'originale non riesce comunque a competere dal punto di vista del thriller, diventando uno dei tanti prodotti che presto si dimenticheranno.
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lunedì 16 settembre 2013
Stoker - Chan Wook Park (2013)
(Id.)
Visto al cinema.
Visto al cinema.
La vita di una famiglia viene sconvolta
dalla morte improvvisa del padre/marito, la madre e la figlia rimarranno da
sole in preda alle incomprensioni reciproche; durante il funerale però arriva
il misconosciuto fratello del morto che si insedierà in casa loro. La seduzione
che l’uomo tenterà sulla cognata sarà tanto evidente quanto l’effetto seduttivo
indiretto verso la nipote. Ma tanto come in ogni buon film le cose saranno
molto più complesse e quando cominceranno a succedere fatti inspiegabili tutto
verrà spiegato.
Ogni tanto Park fa un film cazzaro,
poi però ci prova a recuperare. Il film precedente è un
fallimento (e pure quello prima in verità), quindi questo doveva venire fuori bene…
Intanto la sceneggiatura è un
magistrale rifacimento del classico impianto fiabesco (nel senso di fiaba alla maniera psicanalitica) tutto basato in maniera evidente al passaggio all'età adulta (che alla
fin fine è l’evidente senso del film); ma tutto calato in un ambiente torbido
come pochi, con un ritmo che nella prima parte si rifà ampiamente ai climi di
sospetto e suspense dei film di Hitchcock (dai che ci abbiamo pensato tutti a “L’ombra del dubbio”).
Poi il colpo d’occhio è fenomenale, con
una scelta di location, abiti e stile della fotografia che rendono il film una
storia fuori dal tempo; se non fosse per la presenza del cellulare la storia
potrebbe essere ambientata in un’epoca a caso fra gli anni ’40 e i giorni
nostri (perfetto in questo senso il cast con questi volti classicheggianti che potrebbero
appartenere ad ogni tempo).
Infine Park. Alla regia si sa
quello che è capace di fare; estetizzante in maniera totale ed innamorato dei
movimenti di macchina è sempre una festa per gli occhi. In questo caso poi si
diverte a giocare in maniera insistita con i topos classici dell’horror (si
pensi ad esempio all'assurda cantina con la luce che si muove). Non ci sono
scene particolari da sottolineare perché tutto il film è encomiabile; mi piace
però sottolineare la scena iniziale, tutta giocata su immagini leggermente
sfocate e tagliate in dettagli, che solo nel finale riveleranno tutto quello
che non si vede (che avviene fuori scena e che viene rivelato mostrando solo
pochi secondi in più di quanto fatto vedere fin dall'inizio).
Quando Park Chan Wook ha in mano una
buona sceneggiatura crea sempre un grande film.
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Thriller
giovedì 6 dicembre 2012
Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus - Steven Shainberg (2006)
(Fur: an imaginary porttrait of Diane Arbus)
Visto in tv.
Visto in tv.
La storia della fotografa Diane Arbus, nata e vissuta in una borghesissima famiglia anni ’50 e del suo lento
scoprire un’attrazione piena di pietas e empatia verso i diseredati, i diversi
ed i freaks; un’intesa che si spingerà fino all’innamoramento vero e proprio di
un uomo ipertricotico che c’ha pure dei problemi polmonari…
Il film è un’opera esteticamente
impeccabile protesa verso il riarrangiare il già visto in una storia di amore
del diverso in senso letterale. Se è ovvia la similitudine con “La bella e la
Bestia”, meno ovvia, ma molto rimarcata è la citazione insistita di “Alice nel
paese delle meraviglie” (il coniglio bianco, il te, la porta minuscola, ecc…).
Come dicevo il film è
esteticamente impressionante, tutto giocato con inquadrature geometriche
estremamente belle, colori sempre netti e una carrellata di costumi da
Hollywood classica. Nicole Kidman è bravissima anche se era ancora nella fase
di recitazione con agnizione obbligata e tutto il film le gira attorno; Downey Jr è bravo, ma di fatto non è che debba recitare troppo e fare eccessivi
complimenti al suo linguaggio di corpo e sguardo mi pare esagerato.
In definitiva un film perfetto sotto
ogni punto di vista tecnico, ma glaciale più del marito della protagonista,
gelido nel suo non trasmettere nulla, un giocattolo bello, ma vuoto, che usa a
mani basse i freak per creare una sorta di ambiente burtoniano (o
browningiano), ma senza capire cosa farsene e li mette li, come mobilio gotico
e si accontenta di fare l’ennesimo film con una bellissima Nicola Kidman che
trattiene a stento le lacrime. Ecco tra i film di questo genere direi che è uno
dei migliori…
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Robert Downey Jr,
Romantico,
Steven Shainberg,
Ty Burrell
giovedì 8 luglio 2010
Ritratto di signora - Jane Campion (1996)
(The portrait of a lady)
Visto in DVD.
Se la Campion dimostra di essere una tra le più grandi registi viventi (ed uso il femminile solo perchè lei si dichiara donna, ma intendo che è una delle più grandi in assoluto non solo tra le registi donne) nei film minori o non riusciti, figuriamoci nei capolavori.
In questo film ci da dentro dalla prima inquadratura fino all'ultima; semplicemente non sai cosa puoi aspettarti, è tutto un movimento angolare, una panoramica che non ti aspetti, un coprire l'obbiettivo per metà (famosa la scena dell'ombrello), un far sorgere i volti dall'ombra, un concentrarsi su un dettaglio ecc...
E tutto questo si permette di farlo in un film con ambientazioni impeccabili, interni curatissimi, luci ricercate ed una fotografia da urlo (ma anche questa è una costante della regista), splendido soporattutto l'incontro fra la protagonista ed il cugino nelle scuderie.
Se a questo ci si aggiunge un film dalla trama buona, che pecca solo di una certa lentezza (che comunque non disturba troppo) ed un cast assolutamente all'altezza è chiaro che il film in questione sia ad altezze difficilmente raggiungibili.
Un commento a parte merita Nicole Kidman, che mai come in questo film si dimostra la grandiosa attrice che è (e mai è stata bella come in questo film).
Curioso poi che il cast sia composto da così tanti wannabe che ce l'hanno fatta; nonchè vecchie (più o meno) glorie appannate.
Ottimo anche l'incipit, niente di che preso da solo, ma in questo contesto assolutamente spiazzante.
Visto in DVD.
Se la Campion dimostra di essere una tra le più grandi registi viventi (ed uso il femminile solo perchè lei si dichiara donna, ma intendo che è una delle più grandi in assoluto non solo tra le registi donne) nei film minori o non riusciti, figuriamoci nei capolavori.
In questo film ci da dentro dalla prima inquadratura fino all'ultima; semplicemente non sai cosa puoi aspettarti, è tutto un movimento angolare, una panoramica che non ti aspetti, un coprire l'obbiettivo per metà (famosa la scena dell'ombrello), un far sorgere i volti dall'ombra, un concentrarsi su un dettaglio ecc...
E tutto questo si permette di farlo in un film con ambientazioni impeccabili, interni curatissimi, luci ricercate ed una fotografia da urlo (ma anche questa è una costante della regista), splendido soporattutto l'incontro fra la protagonista ed il cugino nelle scuderie.
Se a questo ci si aggiunge un film dalla trama buona, che pecca solo di una certa lentezza (che comunque non disturba troppo) ed un cast assolutamente all'altezza è chiaro che il film in questione sia ad altezze difficilmente raggiungibili.
Un commento a parte merita Nicole Kidman, che mai come in questo film si dimostra la grandiosa attrice che è (e mai è stata bella come in questo film).
Curioso poi che il cast sia composto da così tanti wannabe che ce l'hanno fatta; nonchè vecchie (più o meno) glorie appannate.
Ottimo anche l'incipit, niente di che preso da solo, ma in questo contesto assolutamente spiazzante.
venerdì 19 febbraio 2010
Nine - Rob Marshall (2009)
(Id.)
Visto al cinema.
Questo non è "8 e 1/2"; è una versione semplificata del film di Fellini.
Una versione appiattita, tutta ritmo e paillettes che non ha pretese di competere col mito.
Anzi, a dirla tutta è solo un musical che gira attorno alla difficoltà della creazione artistica che si ispira solo per la struttura generale della trama al film con Mastroianni. Per il resto è un'opera a parte; e come film autonomo funzione ed è magnifico.
La sforzo creativo di un uomo arrivato alla frutta è resa attraverso le fantasie ed i ricordi di quest'uomo che vive attraverso la vita (o la morte) delle donne che l'hanno accompagnato, dalla madre, alla moglie, attraverso l'amante, una prostituta di quand'era bambino, l'amica di sempre e una giornalista. La realtà percepita è interpretata e compresa attraverso le scene da musical vero e proprio (che sono effettivamente poche) e che pertanto rappresentano l'animo del protagonista.
Marshall fa suo ogni mezzo per rendere il dinamismo del film e il caos del protagonista, ogni metodo di fotografia e ogni tipo di inquadratura, riuscendo bene nel tentativo (molto bella l'idea che ogni canzone sia cantata e ballata sia nell'ambiente dove l'azione si svolge, sia all'interno dello studio di posa dove dovrebbe essere girato il film).
Le canzoni sono praticamente tutte belle, con due o tre che sono magnfiche, giusto un paio sono inutili.
Unico vero e proprio neo del film sono le coreografie, banali e francamente noiose... certo non sarebbe un problema da poco in un musical, ma per fortuna questo è un film con canzoni, e quindi è un dettaglio dimenticabile.
Ottimo il cast decisamente all'altezza, un'encomio particolare per la Cotillard, ma soprattutta per Daniel Day Lewis, sempre più bravo dopo ogni film, e ormai, inutile nascondercelo, è il miglior attore vivente. Peccato per l'inutilità della parte della Kidman!!! Quando ce l'hai, sfruttala bene (mamma mia quant'è invecchiata).
Visto al cinema.
Questo non è "8 e 1/2"; è una versione semplificata del film di Fellini.
Una versione appiattita, tutta ritmo e paillettes che non ha pretese di competere col mito.
Anzi, a dirla tutta è solo un musical che gira attorno alla difficoltà della creazione artistica che si ispira solo per la struttura generale della trama al film con Mastroianni. Per il resto è un'opera a parte; e come film autonomo funzione ed è magnifico.
La sforzo creativo di un uomo arrivato alla frutta è resa attraverso le fantasie ed i ricordi di quest'uomo che vive attraverso la vita (o la morte) delle donne che l'hanno accompagnato, dalla madre, alla moglie, attraverso l'amante, una prostituta di quand'era bambino, l'amica di sempre e una giornalista. La realtà percepita è interpretata e compresa attraverso le scene da musical vero e proprio (che sono effettivamente poche) e che pertanto rappresentano l'animo del protagonista.
Marshall fa suo ogni mezzo per rendere il dinamismo del film e il caos del protagonista, ogni metodo di fotografia e ogni tipo di inquadratura, riuscendo bene nel tentativo (molto bella l'idea che ogni canzone sia cantata e ballata sia nell'ambiente dove l'azione si svolge, sia all'interno dello studio di posa dove dovrebbe essere girato il film).
Le canzoni sono praticamente tutte belle, con due o tre che sono magnfiche, giusto un paio sono inutili.
Unico vero e proprio neo del film sono le coreografie, banali e francamente noiose... certo non sarebbe un problema da poco in un musical, ma per fortuna questo è un film con canzoni, e quindi è un dettaglio dimenticabile.
Ottimo il cast decisamente all'altezza, un'encomio particolare per la Cotillard, ma soprattutta per Daniel Day Lewis, sempre più bravo dopo ogni film, e ormai, inutile nascondercelo, è il miglior attore vivente. Peccato per l'inutilità della parte della Kidman!!! Quando ce l'hai, sfruttala bene (mamma mia quant'è invecchiata).
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