mercoledì 28 dicembre 2011

Orfeo - Jean Cocteau (1950)

(Orphee)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Secondo capitolo della trilogia cominciata con Le sang d'un poète.

Una rivisitazione in chiave moderna del mito di Orfeo, immesso in una città francese degli anni ’50. Orfeo diventa un poeta e da il destro a Cocteau per continuare il discorso iniziato in Le sang du poet sul ruolo dell’artista nella società, in questo caso come ponte fra i mondi… ma francamente questo è il meno. La storia è surreale nelle scene iniziali, poi si fa via via più razionale ed inerente al mito, di pari passo le invenzioni visive da rade si fanno sempre più fitte, con l’espressione massima nelle immagini dell’aldilà.

Ecco il punto del film è, come sempre in Cocteau, l’immagine. Cocteau amava gli effetti visivi (oggi diremmo effetti speciali) ed era un maestro nel realizzarli affinché stupissero, ma soprattutto, creassero un mood adatto al clima del film. Trucchi nelle prospettive, nei paesaggi che sono in realtà pavimenti inquadrati dall’alto, specchi che sono porte fatte d’acqua, il rewind nel far resuscitare le persone o nel mettere i guanti, le orchestrazioni perfette nelle scene in cui si inquadrano specchi che in realtà non esistono ecc… poche sono le idee realmente, ma in questo film vengono utilizzate in maniera maggiore che non ne La bella e la bestia e sono poste in un film con una trama, una storia, vera e propria (che mancava in Le sang du poet) che ne semplifica la fruizione e che ne giustifica l’utilizzo.

PS: quando il paesaggio fuori dall’auto viene mostrato come il negativo ella pellicola credo sia impossibile non pensare a Nosferatu.

martedì 27 dicembre 2011

The loved ones - Sean Byrne (2009)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.



Un ragazzo che si incolpa della morte del padre rifiuta, con garbo, di andare alla solita festa di fine college... purtroppo la ragazza (ed il suo padre psicotico quanto lei) non apprezza, rapisce e tortura il ragazzo...
Altra sorpresa sul genere torture movie/sequestri, questo film australiano conquista immediatamente per la confezione decisamente ben curata, che si fa spettacolare nelle scene della finta festa da ballo; bella l’ambientazione vintage e splendidi i personaggi… ovviamente mi riferisco agli antagonista, dei pazzi molto ben realizzati con una spruzzata di possibile incesto che da a tutto un tocco più fuori di testa della media. Poi però anche Sean Byrne si dà da fare, con un uso delle musiche vintage assolutamente ragionato e qualche vero e proprio colpo di classe alla regia (su tutte, la scena in cui i due ragazzi fanno sesso in macchina e il montaggio sembra suggerire che vengano scoperti dal padre…).

Però,vedendolo a poca distanza da 5051 Rue des Ormes, è impossibile non fare dei confronti tra i due. Tra i due la confezione è sempre molto alto, ma direi che questo film vince, calca molto di più la mano, ma non esagera mai nel kitsch fine a se stesso; la famgilia di matti di The loved ones è di molto migliore dell’altra per l’eccesso a cui arrivano, per l’assenza di uno scopo reale che li rende più pericolosi e per il personaggio del padre succube volontario che è grandioso (inoltre la ragazza vince il premio per la pervicacia nell’ammazzare tutti). Quello che 5051 ha di vantaggio è la credibilità, fino al colpo di scena finale (implausibilissimo), la storia è trattata come un’analisi di una famiglia disfunzionale, ma in equilibrio, che viene disturbata dall’arrivo di un corpo estraneo, in questo film non c’è nulla che sia verosimile (i ragazzi in cattività, la lobotomia, la fuga, ecc…); inoltre 5051 ha una maggior asciuttezza, in due scene racconta tutto il background, tagliando via tutte le parti inutili e giungendo rapidamente al punto, The loved ones decisamente no…

lunedì 26 dicembre 2011

Il corvo - Henri-Georges Clouzot (1943)

(Le corbeau)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
In un paese della provincia francese (durante l’occupazione nazista, nota di costume che non viene mai mostrata nel film, ma di fatto è ambientato in contemporanea con l’epoca d’uscita), un anonimo comincia a spedire lettere in cui vengono messe a nudo le attività illecite, le piccole e grandi prevaricazioni e la vita privata più perversa (per l’epoca) di diversi personaggi illustri e gente comune della città. Tutte le lettere poi sembrano concentrarsi soprattutto nei confronti di un medico…

Prima di tutto la storia è una figata, buona l’idea, entusiasmante lo svolgimento (su tutto la scena in cui, al circolo, i vari personaggi seduti al tavolo tirano fuori le lettere ricevute, sparlando gli uni degli altri), fantastico il finale, con una serie di show down finali che si concludono poi con il dubbio (davvero è stata solo quella persona?!) e soprattutto il finale è certamente prevedibile, ma tutti i prefinali fanno completamente perdere il senso di prevedibilità.

Poi ovviamente la regia di Clouzot, che ci mette piccoli tocchi di stile (la scena del dialogo fra il protagonista e il vecchio medico alla luce ondeggiante della lampadina) e veri e propri colpi di genio (la fuga della suora dalla folla… folla che non si vede mai, si sentono solo le grida, ma il senso di inquietudine e di disperazione è assolutamente perfetto).
Infine, ovviamente, il cast è assolutamente all’altezza della prova richiesta.
Il film entusiasma dall’inizio alla fine senza momenti di stanca. Magnifico.

PS: la realizzazione del film creò non pochi problemi al regista, in quanto il governo di occupazione nazista ci vide una critica alla società da loro “creata”, impedì la distribuzione del film fin dopo la fine della guerra e impedì al regista di realizzare altro.

venerdì 23 dicembre 2011

L'uomo che sapeva troppo - Alfred Hitchcock (1934)

(The man who knew too much)

Visto in VHS.
L’originale Uomo che sapeva troppo è molto simile al più noto remake anni ’50, se ne discosta solo nel finale. Inutile dire che tra i due questo film degli anni ’30 è decisamente il peggiore.
Hitchcock non ha ancora tutte le idee o le capacità per realizzarle, che avrà nei decenni successivi. Il ritmo latita in qualche punto e la storia nel complesso appare molto più farraginosa che non nel film con James Stewart.

Detto ciò però questo rimane un film abbastanza godibile con alcuni momenti molto belli. La cosa migliore sono le location, lugubre il giusto quella nella chiesa e perfettamente squallida quella dal dentista. Buona la sequenza ella doppia telefonata in cui rimane il dubbio il più a lungo possibile su chi sia riuscito a chiamare per primo (questo è forse il momento di maggior suspense del film), ma è da ricordare anche la scena del tentato omicidio durante il concerto.

Inoltre credo sia da notare che al suo primo film non tedesco, Peter Lorre, da vita a un cattivo normale e controllato, una rarità nella sua filmografia decisamente sopra le righe.

giovedì 22 dicembre 2011

La vita è un miracolo - Emir Kusturica (2004)

(Zivot je cudo)

Visto in tv. Bosnia 1992. Luka, ingegnere arrivato da Belgrado in un paesino di montagna con moglie soprano un po' nevrotica e figlio abile calciatore, vede la sua vita mutare rapidamente. Lui e' li' per costruire un tratto di linea ferroviaria ma la guerra scoppia, la moglie se ne va, il figlio viene fatto prigioniero e lui e' richiamato nell'esercito. Per di più, quando gli viene affidata una giovane prigioniera musulmana se ne innamora. (mymovies).

Kusturica fa il solito film caotico, per accumulo di immagini implausibili e grottesche, dove il dramma è unito all’ironia e all’irreale… ma stavolta pare eccessivo. L’incipit è confuso come non mai, ma quel che è peggio sembra esserlo apposta, senza un motivo che non sia di farlo alla “Kusturica”. Ma volendo anche Underground aveva un intro eccessivamente casinista… Poi il film si libera della zavorra e porta avanti la storia d’amore impossibile fra il serbo e la bosniaca, mentre accumula frecciatine contro la stampa ed il diffuso menefreghismo nei confronti della guerra a Sarajevo… Ma anche qui le poche immagini surreali (come la visione fluttuante nell’aria del protagonista che taglia l’albero con il figlio) sembrano messe li a bella posta e non si vede neppure una grande idea veramente originale.

Tutto sommato un film che, dopo il pesante inizio, si fa visibile senza problemi e dipana un melodramma anche notevole… Ma non è un granché se si considera chi c’è dietro la macchina da presa.

mercoledì 21 dicembre 2011

The karate kid, La leggenda continua - Harald Zwart (2010)

(The karate kid)

Visto in DVD. Karate kid… la prima cosa che mi viene in mente è: c’era davvero bisogno di rifarlo?! No dico, posto che Jackie Chan è una scelta buonissima per sopperire all’insostituibile Maestro Miyagi originale; ma tolto lui, che bisogno c’era di rifarlo? Che attualità ha? Non mi pare ci sia una recrudescenza dei film di arti marziali e non mi pare che ci sia una nuova moda in quel genere di sport… Mah.

Comunque l’ho visto ad ora tarda mentre ero cotto duro, dunque non so se sono totalmente attendibile.

Beh il film parla del figlio di Will Smith che con la madre ha la pensata di trasferirsi in Cina pur non parlando (nessuno dei due) una parola di cinese. Per carità, il ragazzetto punta subito gli occhi su una ragazza locale, ma dei bulli prepuberi cinesi che ne sanno a pacchi di arti marziali gli fanno il culo. Lui decide di imparare l’arte di tirare grattoni e intenerisce il vecchio saggio Jackie Chan, si iscrive in un torneo, smazza tutti e diventa l’afroamericano di 11 anni più famoso di tutto il suo condominio.

Questo film è un crimine per tanti motivi. Non c’è la manovra magica per curare ogni cosa del Maestro Miyagi invece c’è un po di magia new age. Poi il ragazzetto è un coglioncello preadolescente qualunque, se io fossi il detentore di una conoscenza millenaria utile a risolvere i problemi di integrazione certamente non lo insegnerei a lui! Poi se poteva sembrare credibile che il metti la cera togli la cera potesse portare alle pacche in maniera diretta (in fondo Pat Morita diceva quale movimento doveva fare), mi pare proprio una vaccata il togli il giacchetto metti il giacchetto che trasforma un ragazzetto digiuno di lotta in Bruce Lee incazzoso. Poi la Cina rappresentata è lucida, pulita e perfettamente a modo sotto ogni punto di vista, li il problema dell’integrazione (che c’era pure nell’altro) non è perché l’ambiente è ostile, ma solo per mancanza di comunicazione (dato l’alfabeto con cui erano scritti i produttori presumo che questo film sia stato solo un grosso spot post olimpiadi). Il colpo finale è una cazzata ben peggiore di quello originale. Jackie Chan si convince ad insegnargli le arti oscure quasi esclusivamente perché il bambino litiga con la madre perché è disordinato. Ah già, non c’è un briciolo di karate in questo karate kid, visto che siamo in Cina e quello che viene insegnato è kung fu…

Ma ciò che, forse, è peggio non ha proprio senso; non regge. Se nel film originale il ragazzo era un adolescente fatto e finito che quindi aveva reali problemi nel reclutare belle figliole o di adattamento a dei bulli che facevano male per davvero; qui è solo un bambino che impiega un poco ad integrarsi; proprio non ci sta… e poi vedere i bimbetti che tirano gomitate per spaccare gli sterni fa tanta tenerezza…

Detto ciò, il film è ridicolo, ma godibile e, specie se non si conosce l’originale (o si è cotti duro), lo si può guardare senza problemi.

martedì 20 dicembre 2011

Gli spietati - Clint Eastwood (1992)

(Unforgiven)

Visto in DVD. Rimando alla sempre quasi-affidabile wikipedia per la trama.

Che film! Eastwood termina la sua parabola western nel modo migliore. Un film du un vecchio ex renegade ormai bollito e portato sulla buona strada che riprende in mano la pistola per una buona causa ed un mucchio di soldi. Esatto! Quel vecchio che non uccide nessuno da 11 anni è Eastwood, che non realizzava un western da 10 anni, che mostra il tramonto dell’epoca d’oro del west con un western atipico sugli ultimi giorni dei pistoleri come categoria sociale. Proprio i pistoleri vengono continuamente sbeffeggiati, ne vengono spiegate le regole e gli ideali solo per distruggerli poco dopo, vengono messi a nudo e rivelati come degli incalliti mentitori (è italiano, giuro) costantemente sotto gli effetti del whiskey. Si insomma un finale perfetto per l’intero genere.

Ovviamente Eastwood è lo stesso texano dagli occhi di ghiaccio di qualche decennio prima, deve solo riprenderci la mano e una volta che questo è avvenuto riuscirà in tutto ciò che poco prima rimaneva impensabile. Il tutto condito con un sentimentalismo spinto in ogni direzione (la moglie che l’ha salvato dalla sua stessa vita, morta ormai da anni; il legame con il ragazzo che vorrebbe essere un pistolero; l’intera parabola del personaggio di Morgan Freeman; ma anche la sete di pace e dello sceriffo Hackman; ecc…) che non solo non eccede mai, ma anzi eleva il film al di sopra di molti altri (non necessariamente di questo stesso genere).

Il tutto poi è visto con un taglio noir, affascinante, disincantato e perfetto nel sottolineare il personaggio (in fondo i due generi hanno tantissimo in comune, la lotta contro un destino già scritto, la morte costantemente presente, l’amore impossibile, la solitudine…).

lunedì 19 dicembre 2011

Una pallottola per Roy - Raoul Walsh (1941)

(High Sierra)

Visto in DVD. Un esperto di rapine a mano armata (Bogart) viene fatto uscire di galera da un suo vecchio compagno di merende che gli propone il solito colpo che vale una vita. I suoi compagni di avventure sono due sbarbatelli che però… si portano dietro la Ida Lupino che si innamorerà di Bogart… Ovviamente le cose non andranno per il verso giusto…

Un buon film con una visione d’insieme piuttosto europea (strano, non ho ben presente se sia un pregio da imputare a Walsh) che butta tutta l’attenzione sui personaggi fregandosene abbastanza della storia e descrive con particolare grazia un amore impossibile (quello della Lupino nei confronti di Bogart; che non si concretizza mai in nulla perché Bogart la rispetta, ma ama un’altra), che in un film meno originale sarebbe stato possibile (in fondo il personaggio della donna è tipico in un melodramma amoroso più che in un film di gangster).

Poi è affascinante l’unione fra il film di gangster (perché questo è) ed il noir, che spunta fuori proprio per l’interesse particolare nei confronti dei personaggi, l’amore impossibile, e il destino ineluttabile (qui incarnato in un cane ben prima di Kubrick).

Piuttosto enfatico, ma pregevole il finale esplosivo per le emozioni esposte e per le inquadrature dall’alto.

PS: ma quanto ha la faccia facciosa Henry Travers?! Mette proprio una nota di positività. Anche se è perfetto, io non lo avrei mai messo in un noir, nenache nella parte del padre di famiglia bonaccione e sfortunato del sud.

venerdì 16 dicembre 2011

Ciao America - Brian De Palma (1968)

(Greetings)

Visto in DVD. La vita di 3 amici che cercano di evitare di essere mandati in Vietnam, nel frattempo di gingillano tra i vari topoi di quegli anni, la guerra, i complotti governativi, il sesso, i film amatoriali, ecc…
Secondo film di De Palma, è il classico film anni ’60. Completamente libero nella forma completamente caotico nell’assenza di trama. Un film che presenta i giovani che sopravvivono nonostante il governo.

Nella forma, come sempre in quegli anni nell’ambito indie, De Palma ci da dentro a fare ogni cosa che gli passi per la testa fregandosene del fatto che sia effettivamente utile o meno, dalle accelerazioni; a stacchi di montaggio che mostrano il punto di vista opposto della stessa scena, ma palesemente ripreso in un momento diverso; ai cartelli; agli attori che parlano in camera.
Certamente ha dei pregi, dalla storia parallela del ragazzo ossessionato dall’omicidio di JFK, all’appuntamento mostrato in chiave di film porno/muto.

In definitiva un film certamente rilevante all’epoca (e rilevante per creare il De Palma che oggi conosciamo), ma che è irrimediabilmente invecchiato e sena l’attenuante di creare immagini da urlo come invece riesce a fare“Chi sta bussando alla mia porta?”.

giovedì 15 dicembre 2011

Stand by me, Ricordo di un'estate - Rob Reiner (1986)

(Stand by me)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
C’è stato un periodo, nei favolosi anni ’80, in cui i film per ragazzi erano dei film decenti, quantomeno, e talvolta veri e propri gioielli. Solitamente quei film erano realizzati/prodotti da Spielberg/Amblin. Ecco direi che da quell’elenco l’unico che non è passato dalla mente del regista di ET è proprio questo, Stand by me.

Se, per dire, prendiamo " I Goonies" come uno dei capisaldi di quel cinema (e dico "I Goonies" per questioni puramente soggettive), direi, quantomeno, che questo film è la versione seria e sentimentale de "I Goonies".

La storia è il viaggio, di due giorni, di un gruppo di 4 amici, alla ricerca del cadavere di un ragazzo. Il viaggio rappresenterà il classico elenco di piccole avventure (decisamente credibili in questo caso) e dei propri demoni che dovranno essere affrontati.

In se niente di nuovo, ma quello che entusiasma è il modo in cui il tutto è trattato. I ragazzi sono trattati come ragazzi, non sono dei geni incompresi, ne sono dei bambini che ragionano e vivono come adulti. Si insomma l’idea di base (bella, ma non entusiasmante) vince perché è trattata con una serietà invidiabile.

Odio dirlo, il film intrattiene e commuove con stile e senza mai scadere nell’eccesso o nell’inverosimile… e poi quel finale li, semplice e pulito, è il migliore e il più atroce commento sul tempo che è passato.

PS: mi pregio di sottolineare nel cast un giovane River Phoenix e un giovanissimo Ultraman.