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lunedì 23 luglio 2018

Il sapore della ciliegia - Abbas Kiarostami (1997)

(Ta'm e guilass)

Visto in Dvx.

Un uomo vorrebbe suicidarsi, ma vorrebbe anche che il suo corpo venisse sepolto subito dopo. Si aggira quindi per le strade della periferia di Teheran per trovare qualcuno disposto a farlo per soldi. Incontrerà un giovanissimo militare kurdo, un seminarista afgano e un uomo che lavora come tassidermista.

Il film è di una semplicità che sfonda il limite con l'inesistenza. Se le immagini chiare (e qualitativamente migliori rispetto ai film precedenti del regista) danno un senso di irreale serenità all'iniziale peregrinare del protagonista i vari incontri, che rendono chiarissimo l'intento, vorrebbero essere una sorta di intelligenza degli ultimi, dei semplici, ma tendono incredibilmente verso la noia con una ripetitività non giustificabile (certo, ci sono alcuni picchi come il momento in cui il soldato si trova "intrappolato" in macchina e si rifiuta di uscire a vedere la fossa). L'ultimo incontro, invece, con una dolcezza incredibile e una totale mancanza di retorica riesce a rendere perfettamente il senso di poesia che è la necessità stessa del film, ma anche qui con una nota di lentezza che è si, cifra stilistica, ma che riesce a stancare con facilità. L'impalpabilità della trama, l'ultimo incontro, ma anche la bellezza visiva del finale, avrebbero meritato di più, avrebbero meritato, forse un minutaggio inferiore; se si fa arrivare lo spettatore alla fine del film col fiato corto il film non può essere completamente riuscito.

lunedì 12 marzo 2018

Sotto gli ulivi - Abbas Kiarostami (1994)

(Zire darakhatan zeyton)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un regista torna sui luoghi di un terremoto nell'Iran del nord per girare un film; le riprese di una scena piuttosto semplice sono rallentate dall'infelice scelta degli attori locali, un ragazzo e una ragazza, il cui amore è osteggiato dalla famiglia di lei. Lei studia, lui è incolto, ma ben intenzionato; lui è insistente, lei rimane chiusa nel suo mutismo; entrambi hanno perso tutto nel terremoto.

Film che riprende il tema del metacinematografico tanto caro al regista e le connessioni con le sue opere precedenti.
Il film però non rimane bloccato sull'autoreferenzialità e mostra una storia d'amore appena nata sul nulla; sui rapporti appena accennati fra i due, sulla negazione della storia da aprte dell'unica parente della ragazza e sul nulla lasciato dalla tragedia del terremoto. Su questo nulla quello che rimane più forte del resto non è neppure l'amore, ma l'ostinazione; la testardaggine dell'insistenza del ragazzo e della mancanza di una risposta della ragazza.
Ovviamente, come sempre, non ci sarà una conclusione.

Più organico e indipendente di "E la vita continua", più vivo, questo film è però rallentato da lunghi monologhi zoppicanti, da reiterate situazioni che si ripetono senza tentativi di renderle più dinamiche e senza comunque riuscire a dare quel sentimentalismo di fondo che era la spina dorsale del lento, ma potente "Dov'è la casa del mio amico".

mercoledì 27 settembre 2017

E la vita continua - Abbas Kiarostami (1992)

(Zendegi va digar hich)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un regista, alter ego di Kiarostami, torna sui luoghi di un suo vecchio film ("Dov'è la casa del mio amico?"); torna poiché in quei luoghi è appena avvenuto un terremoto e lui intende premurarsi che cercare il ragazzo che interpretò il protagonista del film stia bene.

Con questo film inizia a farsi conoscere il Kiarostami meta-cinematografico (grande leit motiv di tutto il cinema iraniano. Durante questo road movie atipico e dai tempi dilatati il finto regista incontrerà luoghi e personaggi del suo vecchio film che daranno il destro a dissertazioni sul rapporto tra realtà e finzione, ma soprattutto come i due mondi siano comunicanti e come gli oggetti, le persone o i fatti dell'uno possano e riescano a penetrare nell'altro (basti pensare alla casa dell'anziano). Di fatto l'intero film è una copia carbone di "Dov'è la casa del mio amico?", con il regista che si muove fra villaggi semisconosciuti, spaesato tra le indicazioni vaghe dei passanti cercando una persona che in ultimo neppure troverà.

Ma c'è anche un'altra lettura, un altro sottotesto. Come dice chiaramente il titolo c'è la dimostrazione di come le persone perseguano la normalità in ogni circostanza, della resilienza umana di fronte alle catastrofi. Il regista gira per villaggi colpiti dal terremoto e incontra persone che hanno perso poco o tutto, ma ognuno di loro dimostra di essere più proiettato verso il futuro che scornato dal presente; dai discorsi sulla morte fatti da un bambino a una donna che ha perso un neonato, da un giovane sposato il giorno stesso del terremoto fino al ragazzo che nel campo allestito per gli sfollati si preoccupa di montare un'antenna televisiva per vedere i mondiali.

Film dal ritmo lento, riesce a coinvolgere meno del precedente, ma a interessare di più.

venerdì 12 agosto 2016

Dov'è la casa del mio amico? - Abbas Kiarostami (1987)

(Khane-ye doust kodjast?)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un ragazzino che abita in uno sperduto villaggio dell'Iran porta a casa, accidentalmnete, il quaderno di un compagno di classe. Per rintracciarlo perderà tutta la giornata fra labirinti di case e adulti non disponibili.

Partiamo dai difetti che sono indubbiamente importanti. Questo è il classico film lento, dove il neorealimso (questo è il neorealismo iraniano) risulta particolarmente pesante per la mancanza di attori accettabile e per una regia che, predilignedo, la verosimiglianza non cerca di portare maggiore ritmo o maggiori scioltezza. Inoltre la trama è piuttosto esile.

Tuttavia qui si concentrano alcuni dei pregi del neorealismo classico. La trama è semplice perché quello che si sviluppa è una fiaba, dove un bambino si immette in labirinti di pietre e di esseri umani che lo confondono o lo rallentano più che aiutarlo, come una sorta di Alice nel paese delle meraviglie dove nessuno dei personaggi incontrati risulta utile, ma tutti sembrano poter dare qualcosa. Il finale, è perfeto nella sua semplicità.Al di là poi del possibile metaforone che ho letto sull'internet (un film sulla fede) o le eventuali critiche al regime (soprattutto in quel decennio venivano spesso realizzati film con protagonisti dei bambini poiché era più facile passare il vaglio della censura, mascherando la metafora nella fiaba).
L'altro gande pregio del neorealismo è che, quando azzecca una faccia, azzecca tutto. Il piccolo protagonista ha un'espressione dolente che vale la perdita di qualità della fotografia e i disgi di una trama lieve. Infatti le parti peggiori (e più noiose) sono quelle in cui non compare (il lungo dialogo tra gli anziani).

Un bel film facile da odiare.