(Captain Blood)
Visto in Dvx.
Un medico inglese dal cuore puro e ardimentoso in spirito viene condannato al carcere nei Caraibi per aver soccorso un ribelle. Nei Caraibi sarà vessato come schiavo, ma per le sue acute capacità mediche entrerà nelle grazie del governatore. Durante un assedio da parte degli spagnoli ruberà una nave con altri fuggitivi e diventerà in breve uno dei pirati più temuti. Dopo mesi arriverà per lui la possibilità di un riscatto.
Solo ora che lo vedo non posso che dare ragione a Sloth per la sua passione per questo film.
Il film si pregia di un Errol Flynn in piena forma che, nonostante la solita parte dell'eroe senza macchia, riesce a tenere lo schermo con piglio scanzonato dall'inizio alla fine che non può non risultare simpatico
Magnifiche la scenografie; sia degli interni, spigolosi e irrealmente spogli dove le ombre hanno gioco facile a farla da padroni nella fotografia; sia della ricostruzione del ponte della nave che, completamente in antitesi con gli interni, ricostruito al dettaglio con un profluvio di oggetti. Una cura che mostra un'attenzione all'effetto che si vuole ottenere sullo spettatore prima che sull'aderenza alla storia.
La macchina da presa che rimane salda a costruire inquadrature sempre piene specie nella seconda parte; addirittura sfruttata (con lievi movimenti paralleli alla scena o in avvicinamento) per rendere il beccheggio della nave con un'idea semplice quanto intelligente. Inoltre la regia si dimostra particolarmente sul pezzo nelle scene d'azione, dove spicca l'arrembaggio nel finale; dinamico, fastoso, con un numero incredibile di comparse e un effetto finale ottimale ancora oggi.
Non ho visto molti film di pirati, ma è fuori discussione che questo è, al momento il migliore; ma dirò di più; questo è un film d'avventura realizzato nel 1935 e invecchia per nulla, ancora attuabile e fruibile.
PS: l'ho detto che c'è Michale Curtiz alla regia? no per dire che non ha fatto solo "Casablanca" e che "Casablanca" non è stato un caso isolato.
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lunedì 14 novembre 2016
venerdì 3 luglio 2015
I vampiri di Praga - Tod Browning (1935)
(Mark of the vampire)
Visto in Dvx.
A Praga una morte misteriosa sembra indicare la presenza di vampiri nella zona; la polizia chiede aiuto a un esperto che, assieme alla famiglia e alla servitù del morto, cercherà di fare luce sull'accaduto.
Remake sonoro del perduto "Il fantasma del castello", successo commerciale del muto della coppia Browning/Chaney (lì l'attore trasformista creò una delle sue maschere più famose, pur essendo il film non più visibile sin dagli anni '60).
Si sa che dopo l'accoppiata "Dracula" "Freaks" i film di Browning non sono più stati gli stessi, in parte per evidenti limiti personali, in parte per enormi limiti produttivi (causati proprio da quel capolavoro mal recepito di "Freaks"). Eppure il film su Dracula inventò il vampiro cinematografico, creò l'immagine di Bela Lugosi che verrà perpetuata e definì gli stilemi del gotico cinematografico classico (fatto di ragnatele, teschi, ragni e bare). Questo film è figlio diretto di quella sua creazione, ma pur rimanendo impeccabile dal punto di vista dell'arredamento horror è un filmetto breve, ma estremamente noioso, con una trama che si snoda prevedibile e assurda (molti salti, molti comportamenti non comprensibili) mentre degli attori non al loro meglio si muovono in panni in cui non sono a loro agio (sarà anche colpa del doppiaggio, ma ho trovato fuori parte e prolisso anche Barrymore). Bela Lugosi reitera senza alcuna fantasia la stessa parte di 4 anni prima.
E allora quali sono i motivi di interesse (a parte i completisti di Browning come me)?
Beh, qui c'è la creazione della prima dark lady dell'horror, una lugubre vampira (interpretata da Carroll Borland) che sarà la madre naturale di tutte le donne mostro dei decenni successivi.
Ma soprattutto il motivo per guardare questo film può risiedere nel finale; un twist improvviso e imprevisto cambia radicalmente il punto di vista, ma soprattutto dimostra l'astuzia che sta dietro all'opera; Browning sfrutta pedissequamente l'immaginario da lui creato vampirizzando i suoi film precedenti, ma lo fa solo per ingananre... di più non posso dire per non rovinare troppo.
Quindi vale una visione?... a essere onesti no; è un brutto film, più intelligente che ben fatto.
Visto in Dvx.
A Praga una morte misteriosa sembra indicare la presenza di vampiri nella zona; la polizia chiede aiuto a un esperto che, assieme alla famiglia e alla servitù del morto, cercherà di fare luce sull'accaduto.
Remake sonoro del perduto "Il fantasma del castello", successo commerciale del muto della coppia Browning/Chaney (lì l'attore trasformista creò una delle sue maschere più famose, pur essendo il film non più visibile sin dagli anni '60).
Si sa che dopo l'accoppiata "Dracula" "Freaks" i film di Browning non sono più stati gli stessi, in parte per evidenti limiti personali, in parte per enormi limiti produttivi (causati proprio da quel capolavoro mal recepito di "Freaks"). Eppure il film su Dracula inventò il vampiro cinematografico, creò l'immagine di Bela Lugosi che verrà perpetuata e definì gli stilemi del gotico cinematografico classico (fatto di ragnatele, teschi, ragni e bare). Questo film è figlio diretto di quella sua creazione, ma pur rimanendo impeccabile dal punto di vista dell'arredamento horror è un filmetto breve, ma estremamente noioso, con una trama che si snoda prevedibile e assurda (molti salti, molti comportamenti non comprensibili) mentre degli attori non al loro meglio si muovono in panni in cui non sono a loro agio (sarà anche colpa del doppiaggio, ma ho trovato fuori parte e prolisso anche Barrymore). Bela Lugosi reitera senza alcuna fantasia la stessa parte di 4 anni prima.
E allora quali sono i motivi di interesse (a parte i completisti di Browning come me)?
Beh, qui c'è la creazione della prima dark lady dell'horror, una lugubre vampira (interpretata da Carroll Borland) che sarà la madre naturale di tutte le donne mostro dei decenni successivi.
Ma soprattutto il motivo per guardare questo film può risiedere nel finale; un twist improvviso e imprevisto cambia radicalmente il punto di vista, ma soprattutto dimostra l'astuzia che sta dietro all'opera; Browning sfrutta pedissequamente l'immaginario da lui creato vampirizzando i suoi film precedenti, ma lo fa solo per ingananre... di più non posso dire per non rovinare troppo.
Quindi vale una visione?... a essere onesti no; è un brutto film, più intelligente che ben fatto.
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venerdì 3 aprile 2015
La vedova allegra - Ernst Lubitsch (1934)
(The merry widow)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.
La donna più ricca dello stato orientale di Marshova è una giovane vedova; stanca della tristezza stimolata da una micronazione di pastori decide di andare a Parigi. Il re di Marshova, preoccupato che un parigino possa sposare la donna e portare i capitali fuori dal paese invia in missione seduttiva il più gagliardo fra le sue guardie. Noto sciupafemmine pieno di femmine che amano farsi sciupare da lui, non sa che la donna che sta andando a sedurre è la stessa che incontra per caso una sera in un locale equivoco e di cui si innamora sinceramente. Quando sarà obbligato a partecipare al ballo in ambasciata organizzato per farli conoscere "casualmente" sarà tutt'altro che entusiasta d'essere forzato a sposare una donna che credo d'odiare per principio.
Figlio dell'omonima operetta di cui condivide anche alcune canzoni (che vengono infilate nel film con la stessa grazia dei cartoni della Disney) ha però un predecessore illustre nel film muto di Stroheim.
Commediola sentimentale con canzoncine, storiella ovvia e trattata con noncuranza, un protagonista maschile (Chevalier) che avrei preso a schiaffi fin dalla prima inquadratura; in poche parole un'operetta datata, forse buona per gli anni trenta, ma ormai al di là del bene e del male, potrebbe non soddisfare neppure chi ama lo stile artificioso dei film anni '30.
Presenta però due dettagli che possono da soli fargli meritare una (rapida) visione.
In primo luogo le scenografie opulente e spigolose, pure in eccesso per quello che dovevano espriemere.
In secondo luogo; e soprattutto; la regia di Lubitsch. Questo film leggero è un inventario continuo di Lubitsch touch e invenzioni visive perfette. I momenti sono molti, ma l'idea delle pagine del diario per descrivere la vedovanza (senza parlare spiega tutto uno stato d'animo); l'incontro fra il protagonista e l'ambasciatore che comincia a schiaffi e finisce in abbracci; il dialogo dei due amanti seduti al tavolo nel locale dove con un inquadratura del loro primissimo piano non mostra nulla, ma (all'opposto della scena del diario) loro raccontano quello che sta succedendo sotto la tovaglia; ma soprattutto la famosa scena del re che scopre d'essere stato tradito per una cintura troppo stretta, non viene detto nulla, ma una serie di immagini non scontate spiegano tutto in una maniera leggera e divertente.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in italiano.
La donna più ricca dello stato orientale di Marshova è una giovane vedova; stanca della tristezza stimolata da una micronazione di pastori decide di andare a Parigi. Il re di Marshova, preoccupato che un parigino possa sposare la donna e portare i capitali fuori dal paese invia in missione seduttiva il più gagliardo fra le sue guardie. Noto sciupafemmine pieno di femmine che amano farsi sciupare da lui, non sa che la donna che sta andando a sedurre è la stessa che incontra per caso una sera in un locale equivoco e di cui si innamora sinceramente. Quando sarà obbligato a partecipare al ballo in ambasciata organizzato per farli conoscere "casualmente" sarà tutt'altro che entusiasta d'essere forzato a sposare una donna che credo d'odiare per principio.
Figlio dell'omonima operetta di cui condivide anche alcune canzoni (che vengono infilate nel film con la stessa grazia dei cartoni della Disney) ha però un predecessore illustre nel film muto di Stroheim.
Commediola sentimentale con canzoncine, storiella ovvia e trattata con noncuranza, un protagonista maschile (Chevalier) che avrei preso a schiaffi fin dalla prima inquadratura; in poche parole un'operetta datata, forse buona per gli anni trenta, ma ormai al di là del bene e del male, potrebbe non soddisfare neppure chi ama lo stile artificioso dei film anni '30.
Presenta però due dettagli che possono da soli fargli meritare una (rapida) visione.
In primo luogo le scenografie opulente e spigolose, pure in eccesso per quello che dovevano espriemere.
In secondo luogo; e soprattutto; la regia di Lubitsch. Questo film leggero è un inventario continuo di Lubitsch touch e invenzioni visive perfette. I momenti sono molti, ma l'idea delle pagine del diario per descrivere la vedovanza (senza parlare spiega tutto uno stato d'animo); l'incontro fra il protagonista e l'ambasciatore che comincia a schiaffi e finisce in abbracci; il dialogo dei due amanti seduti al tavolo nel locale dove con un inquadratura del loro primissimo piano non mostra nulla, ma (all'opposto della scena del diario) loro raccontano quello che sta succedendo sotto la tovaglia; ma soprattutto la famosa scena del re che scopre d'essere stato tradito per una cintura troppo stretta, non viene detto nulla, ma una serie di immagini non scontate spiegano tutto in una maniera leggera e divertente.
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