(Id.)
Visto in Dvx.
La vita (professionale) di Mattei, presidente dell'ENI, viene ripercorsa a ritroso, a partire dalla morte in un incidente aereo; da lì, con una linea temporale spezzettata da continui movimenti in avanti e indietro nel tempo e con una linea narrativa interrotta da inserti "di reprtorio" (che spesso di repertorio non sno) interviste, momenti apertamente metacinematografici, viene riassunto il personaggio. Il Mattei di Rosi è un uomo solido, sicuro e copmentetne fino allo sfinimento, il classico eroe buono che combatte contro tutti a rischio per la propria vita per il bene, in questo caso, dell'Italia.
Forse in questo c'è l'unica vera pecca del film, si tratta di un film a tesi che non vuole mostrare il dibatutto personaggio Mattei, ma ne crea uno a immagine e somiglianza di quelle idealizzato dal regista; dopo questo film non vi sono dubbi sulla positività del presidente dell'ENI, così come non vi sono dubbi che il suo incidente aereo non fu molto accidentale.
Tuttavia si tratta di un film a tema quasi dichiarato e la via per percorrerlo è la migliore, non la mera santificazione, ma la commistione di mezzi (il documentario, l'intervista, la fiction) per arrivare all'obiettivo rende il tutto più digeribile.
E qui si arriva invece alla grande idea del film, un'opera di fiction che è un film inchiesta basato su alcuni fatti e molte ricostruzioni; un film che utilizza gli stilemi propri del documentario (le interviste, il regista che interviene all'interno del suo film, immagini di repertorio, titoli dei giornali) legate insieme da lunghe sequenze di fiction utili a ricostruire pezzi di narrazione mancante, ma in molti casi, utili solo alla creazione del mood (si pensi alla moglie assalita dai fotografi all'inizio, così come l'intero incipit con il grattacielo che si sveglia o l'aereo che cade). La commistione di generi sembra funzionare perfettamente rendendo affascinante ogni passaggio, con giusto un lieve eccesso nell'intrvista doppiata al giornalista americano verso il finale.
Rosi non si tira indietro alla costruzione di immagini ad effetto (le inquadrature con le magnifiche fiammate che fanno scappare le donne in pianura padana o quella che colora i volti delle persone nel deserto) e affida la parte di fiction a un Volontè (scegliere questo attore è sempre stata una precisa decisione politica) al solito magnifico, ma sorprendente per misura (un altro merito del regista suppongo).
Un film magnifico, sorprendnete ed estremamente efficace, che avendo tutte le sue intenzioni nel contenuto non dimentica la forma, ma anzi la sfrutta in ogni modo per ottenere il massimo dalla sceneggiatura.
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venerdì 16 novembre 2018
lunedì 13 aprile 2015
Salvatore Giuliano - Francesco Rosi (1962)
(Id.)
Visto in DVD.
Dopo l'omicidio di Salvatore Giuliano viene ripercorsa brevemente la sua storia, gli uomini che lo circondavano, le indagini, i collegamenti.
Se fosse un regista dei giorni nostri (intendo dire, se fosse nato negli anni '70 e stesse realizzando ora questo film) Rosi avrebbe fatto un mockumentary. All'epoca invece l'idea del falso documentario non esisteva e Rosi fa qualcosa di diverso, qualcosa di più. Inizia dalla fine, ripercorre con lunghissimi flashback, riporta le indagini e mostra le scene di cui discutono il giudice e gli avvocati come fossero...beh dei flashback; gioca con le fotografie (tre direttori diversi per le tre situazioni del film, le indagini, le ricostruzioni, il cadavere del bandito); realizza situazioni verosimili nei luoghi in cui sono avvenuti con personaggi presi dalla strada.
La cosa realmente bella del film è che di Salvatore Giuliano ci si interessa poco (addirittura non lo si vede praticamente mai in viso), la sua morte è un pretesto per spiegare brevemente quanto successo fino a quel momento, mostrare un ambiente (splendide le parti dei carabinieri, di quello che pensavano di andare a fare e di quello che hanno trovato), la creazione di un sistema interconnesso di malavita e istituzioni.
A tutto questo poi si aggiungono scene obiettivamente ben realizzate; su tutte le parti Rosi sembra particolarmente efficace nelle scene di massa, quelle della strage di Portella della Ginestra e quelle dell'arresto di massa degli uomini di Montelepre.
Il difetto è un gusto per la lungaggine che asfissia tutto il film, soprattutto la seconda metà, il ritmo ne viene minato e così l'interesse.
Visto in DVD.
Dopo l'omicidio di Salvatore Giuliano viene ripercorsa brevemente la sua storia, gli uomini che lo circondavano, le indagini, i collegamenti.
Se fosse un regista dei giorni nostri (intendo dire, se fosse nato negli anni '70 e stesse realizzando ora questo film) Rosi avrebbe fatto un mockumentary. All'epoca invece l'idea del falso documentario non esisteva e Rosi fa qualcosa di diverso, qualcosa di più. Inizia dalla fine, ripercorre con lunghissimi flashback, riporta le indagini e mostra le scene di cui discutono il giudice e gli avvocati come fossero...beh dei flashback; gioca con le fotografie (tre direttori diversi per le tre situazioni del film, le indagini, le ricostruzioni, il cadavere del bandito); realizza situazioni verosimili nei luoghi in cui sono avvenuti con personaggi presi dalla strada.
La cosa realmente bella del film è che di Salvatore Giuliano ci si interessa poco (addirittura non lo si vede praticamente mai in viso), la sua morte è un pretesto per spiegare brevemente quanto successo fino a quel momento, mostrare un ambiente (splendide le parti dei carabinieri, di quello che pensavano di andare a fare e di quello che hanno trovato), la creazione di un sistema interconnesso di malavita e istituzioni.
A tutto questo poi si aggiungono scene obiettivamente ben realizzate; su tutte le parti Rosi sembra particolarmente efficace nelle scene di massa, quelle della strage di Portella della Ginestra e quelle dell'arresto di massa degli uomini di Montelepre.
Il difetto è un gusto per la lungaggine che asfissia tutto il film, soprattutto la seconda metà, il ritmo ne viene minato e così l'interesse.
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mercoledì 8 aprile 2015
C'era una volta - Francesco Rosi (1967)
(Id.)
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Campania borbonica, il principe ereditario se ne va a zonzo per i suoi possedimenti pur di sfuggire alle sette pretendenti mogli; incontra una popolana di cui s'innamora e, come sempre quando si è alle elementari, per dimostrarlo le tira le trecce, lei farà lo stesso finché non saranno divisi. Si cercheranno, si ritroveranno, ma per allora dovranno dimostrare di poter superare qualche prova per poter vivere insieme.
Un film disimpegnato (tratto da "Lo cunto de li cunti" di Basile) con due grandi attori di grande richiamo (Sharif e la Loren)... beh è evidentemente un prodotto alimentare (anche se alla base ci dev'essere stato un intento culturale), tuttavia la scelta inspiegabile di affidarsi a Rosi per la regia ha del folle e dell'affascinante (e del temerario). Di fatto non è che il film diventa un altro, ma pur essendo una fiaba dalla struttura canonica e dai voli di fantasia (banchetti di streghe, santi che volano, giochi cavallereschi) le location e tutti i comprimari hanno una verosimiglianza incredibile (specie tra i popolani e le streghe ci sono volti che valgono un intero film) e la scelta degli interni, belli, ma non da cartolina, sono una contrapposizione affascinate.
Poi quello che ne risulta è pur sempre una fiaba, ironica (l'asino che produce oro, i dispetti dei due innamorati, i santi che vanno ripigliare Giuseppe da Copertino), che si guarda volentieri con qualche momento di stanca con il ritorno al palazzo.
Altro grosso motivo d'interesse (per me, cresciuto a Disney) è una favola parlata con accento napoletano.
Poi quello che ne risulta è pur sempre una fiaba, ironica, che si guarda volentieri con qualche momento di stanca con il ritorno al palazzo.
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Campania borbonica, il principe ereditario se ne va a zonzo per i suoi possedimenti pur di sfuggire alle sette pretendenti mogli; incontra una popolana di cui s'innamora e, come sempre quando si è alle elementari, per dimostrarlo le tira le trecce, lei farà lo stesso finché non saranno divisi. Si cercheranno, si ritroveranno, ma per allora dovranno dimostrare di poter superare qualche prova per poter vivere insieme.
Un film disimpegnato (tratto da "Lo cunto de li cunti" di Basile) con due grandi attori di grande richiamo (Sharif e la Loren)... beh è evidentemente un prodotto alimentare (anche se alla base ci dev'essere stato un intento culturale), tuttavia la scelta inspiegabile di affidarsi a Rosi per la regia ha del folle e dell'affascinante (e del temerario). Di fatto non è che il film diventa un altro, ma pur essendo una fiaba dalla struttura canonica e dai voli di fantasia (banchetti di streghe, santi che volano, giochi cavallereschi) le location e tutti i comprimari hanno una verosimiglianza incredibile (specie tra i popolani e le streghe ci sono volti che valgono un intero film) e la scelta degli interni, belli, ma non da cartolina, sono una contrapposizione affascinate.
Poi quello che ne risulta è pur sempre una fiaba, ironica (l'asino che produce oro, i dispetti dei due innamorati, i santi che vanno ripigliare Giuseppe da Copertino), che si guarda volentieri con qualche momento di stanca con il ritorno al palazzo.
Altro grosso motivo d'interesse (per me, cresciuto a Disney) è una favola parlata con accento napoletano.
Poi quello che ne risulta è pur sempre una fiaba, ironica, che si guarda volentieri con qualche momento di stanca con il ritorno al palazzo.
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lunedì 4 marzo 2013
Le mani sulla città - Francesco Rosi (1963)
(Id.)
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Un faccendiere napoletano (Steiger), palazzinaro senza remore, è
profondamente invischiato nella vita politica del comune, ma alla vigilia delle
elezioni uno dei suoi palazzi crolla, apparentemente senza motivo. Le elezioni
alle porte, le indagini di un consigliere dell'opposizione, l'arroganza del
palazzinaro che vuole essere assessore a tutti i costi e le beghe interne al
partito (mai nominato) provocheranno molte reazioni, non ultima la fuga del
faccendiere dalla maggioranza per finire in un partito di centro (moralizzatore
a parole) con cui riuscirà a costituire una nuova maggioranza.
Asciutto e spietato (ma con una certa
tendenza all'ostentazione dei caratteri) Rosi delinea un mondo più che un
singolo personaggio. Descrive un modo di vivere, un sistema che crea mostri e
che si auto mantiene e riproduce. Si muove fra caratteri e personaggi, agli
antipodi, ma solo perché rappresentano le due facce di una stessa moneta.
Carica il lavoro di un nitore e una trasparenza impressionante e butta tutto il
peso di un film densissimo sulle solide spalle di un ottimo Rod Steiger e su
quelle più gracili, ma forse più esperte, di una selva di caratteristi tutti
perfetti al loro posto. Quello che ne viene fuori è un film che sembra un documentario
tanto è dettagliato, a che scorre via con la velocità e la grazia di una
puntata di un telefilm, tanto è ben narrato. L’eternità della storia lo rende
sempre attuale.
Magnifico, osannato con cognizione di
causa.
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