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mercoledì 2 novembre 2016

L'uomo del banco dei pegni - Sidney Lumet (1964)

(The pawnbroker)

Visto da registrazione dalla tv.

Steiger è un sopravvissuto di Auschwitz che ora lavora a un banco dei pegni a New York, mantenendo la moglie di un amico morto nel campo e cercando di venire a patti con i propri demoni allontanando da sé tutte le persone che cercano di avvicinarsi. Alle sue dipendenze c'è un ragazzo che vorrebbe essere un suo discepolo, rispettandolo e stimandolo a livello professionale; ma ne viene tenuto alla larga e reagirà di conseguenza cercando uno sbocco per il futuro in altro modo.

Steiger in una dolente versione di un borghese piccolo piccolo uscito da Auschwitz è un'evidente tentativo di fargli vincere un premio (e infatti vinse a Berlino). Per carità è bravo, ma soprattutto riesce a dare una nota dolente costante anche all'iniziale apatia del suo personaggio (oltre ad azzeccare le due scene madri, il dialogo con la donna e il finale; ma questo è il minimo che mi aspetto da Steiger), però non mi è sembrata la sua interpretazione di una vita.

La regia di Lumet è ovviamente interessante, con molte inquadrature oblique e una gestione del montaggio encomiabile (il montaggio rapidissimo e l'inquadratura a salire dopo il colpo di pistola è perfetto).

La sceneggiatura vorrebbe descrivere un film sul dolore presentandolo come un'opera teatrale (non mi risulta che ne sia tratto, ma potrebbe), viene fuori un film verboso oltre ogni dire, anche se il protagonista vince con i suoi silenzi.
Un film carino, ma non eccezionale.

PS: tra le comparse c'è la prima apparizione di Morgan Freeman.

mercoledì 8 ottobre 2014

La calda notte dell'ispettore Tibbs - Norman Jewison (1967)

(In the heat of the night)

Visto in DVD.

Credo di non spoilerare nulla che il titolo già non sottolinei dicendo che la storia è quella di un poliziotto afroamericano del nord degli USA di ritorno da un viaggio (è andato a trovare la madre, visto che è un bravo ragazzo) si trova nella sala d'attesa di una stazione del sud, verrà accusato dell'omicidio di un uomo dallo sceriffo (scorbutico e razzista). Chiarito il fraintendimento i due saranno costretti a collaborare per scoprire l'assassino.

Film incredibilmente solido e roccioso, riesce a tenere in piedi in maniera degna almeno 3 mood distinti: un sudatissimo noir del sud, il classico whodunit (questo è forse quello più invecchiato, regge ancora, ma ha un ritmo ormai superato) e la questione razziale.
Tutti e tre questi ambienti riescono a confluire l'uno nell'alto in maniera perfetta mentre sullo schermo duellano continuamente la coppia di protagonisti. Da una parte un Sidney Poitier ormai adattatosi alla parte dell'afroamericano che lotta contro i pregiudizi; dall'altra un Rod Steiger enorme che si divora ogni scena anche soltanto con il suo sguardo disilluso ed il suo continuo masticare (meritatissimo Oscar).
Jewison sceglie una regia incollata ai suoi personaggi, a tratti voyeristica nell'insistere con primi piani e ì dettagli di oggetti o mani.
Infine la colonna sonora, con in testa l'omonima canzone cantata da Ray Charles è assolutamente sul pezzo.

lunedì 6 maggio 2013

L'uomo illustrato - Jack Smight (1969)

(The illustrated man)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Rimando a qui, per un'idea della trama.
Tratto da un’idea di Bradbury questo film dimostra come con una regia meno che buona non si possa andare lontano. Se i singoli episodi (in effetti di questo si tratta, di un film ad episodi) presi singolarmente possono risultare interessanti, qui però, legati insieme alla meglio e condotti malamente da un ritmo assolutamente sbagliato, divengono motivo di noia ulteriore. Peccato perché ognuno di quegli spezzoni sarebbe stato un degnissimo episodio di “Ai confini della realtà” (di cui ha tutte le caratteristiche).

Il film si muove noioso e confuso con il non entusiasmante intento di incutere una tensione che non sale mai, nonostante le migliore intenzioni ed i migliori presupposti. La recitazione sforzata di Drivas è controproducente, mentre Steiger mi risulta meno raffinato del solito, con gli occhi recita da dio (sarebbero sufficienti quelli), ma poi sbraita e si dibatte come in una screwball comedy.

Inoltre anche l’idea della trama che fa da sfondo è un poco sorpassata; forse per l’epoca un uomo totalmente tatuato poteva impressionare…

Ecco direi che questo è un film per completasti della carriera di Bradbury, o di Steiger (ammesso che si riesca a sopportare l’idea di vederne il culo in molte scene).

lunedì 4 marzo 2013

Le mani sulla città - Francesco Rosi (1963)

(Id.)

Visto in Dvx.

Un faccendiere napoletano (Steiger), palazzinaro senza remore, è profondamente invischiato nella vita politica del comune, ma alla vigilia delle elezioni uno dei suoi palazzi crolla, apparentemente senza motivo. Le elezioni alle porte, le indagini di un consigliere dell'opposizione, l'arroganza del palazzinaro che vuole essere assessore a tutti i costi e le beghe interne al partito (mai nominato) provocheranno molte reazioni, non ultima la fuga del faccendiere dalla maggioranza per finire in un partito di centro (moralizzatore a parole) con cui riuscirà a costituire una nuova maggioranza.

Asciutto e spietato (ma con una certa tendenza all'ostentazione dei caratteri) Rosi delinea un mondo più che un singolo personaggio. Descrive un modo di vivere, un sistema che crea mostri e che si auto mantiene e riproduce. Si muove fra caratteri e personaggi, agli antipodi, ma solo perché rappresentano le due facce di una stessa moneta. Carica il lavoro di un nitore e una trasparenza impressionante e butta tutto il peso di un film densissimo sulle solide spalle di un ottimo Rod Steiger e su quelle più gracili, ma forse più esperte, di una selva di caratteristi tutti perfetti al loro posto. Quello che ne viene fuori è un film che sembra un documentario tanto è dettagliato, a che scorre via con la velocità e la grazia di una puntata di un telefilm, tanto è ben narrato. L’eternità della storia lo rende sempre attuale.
Magnifico, osannato con cognizione di causa.

martedì 11 gennaio 2011

Corte marziale - Otto Preminger (1955)

(The Court-martial of Billy Mitchell)

Visto in VHS.

Finita la prima guerra mondiale un generale degli stati uniti si rende conto del grande potenziale bellico dei neonati aerei e cerca di dimostrarlo ai superiori che, a quanto pare, sembrano continuare a preferire la fanteria ritenendo i velivoli diversi dai dirigibili come dei giocattoli. Il visionario militare si scontrerà più volte per cercare di dimostrare l’utilità sulla nuova arma e ottenere più finanziamenti per un’aviazione che è priva di sistemi di sicurezza fino a scatenare verso di se una corte marziale affinché si parli del problema.
Legal movie di Preminger che in certi echi anticipa il tema di “Anatomia di un omicidio” (lo scontro fra avvocati che si risolve in un duello di furberie sempre al limite fra legalità ed emozioni personali più che sui fatti oggettivi) e per stile “Tempesta su Washington” (anche se la versione che ho visto ha ammazzato completamente l’ariosità del cinemascope), ma niente illusioni, fra quei film e questo ci sono notevoli distanze…
Il visionario generale (un altro personaggio da annoverare nella galleria delle ossessioni di Preminger), ben interpretato da Cooper, è eccessivamente preciso nelle sue previsioni (prevede l’attacco a Pearl Harbour da parte di aerei giapponesi con vent’anni d’anticipo) e troppo eroico e granitico nei modi per essere all’altezza dei suoi tortuosi posteri cinematografici.Il film è gradevole e si fa guardare con disinvoltura, in attesa che Preminger cresca, in capacità e cinismo.