(Id.)
Visto in Dvx.
Una ragazza della provincia di Parma se ne va dalla casa dello zio prete dopo aver sedotto un seminarista; si trasferirà in casa di una amica della madre (ormai morta), ma anche lì le attenzioni degli uomini non si faranno attendere; cercherà quindi di sposarsi per poter ottenere, con questo assoggettamento parziale, la libertà che cerca.
Pietrangeli, salvo in pochi bellissimi casi, ha sempre fatto lo stesso film; film di persone sole o abbandonate che cercano il loro posto nel mondo, di solito donne.
Qui la protagonista è una ragazza appena uscita dall'adolescenza che deve affrontare un mondo in cui tutti già sanno quale deve essere il suo posto e in cui lei, neanche a dirlo, si trova stretta. Ma al contrario del classico tipo alla Pietrangeli, la giovane protagonista di questo film ha le idee molto chiare e persegue con determinazione il suo obiettivo, il suo posto nel mondo al di fuori degli obblighi sociali. Rispetto agli altri film sullo stesso tema, qui sembra anche esserci la reale possibilità di riuscirci.
Come spesso, ma non sempre, siamo di fronte a un dramma con i ritmi e i toni di una commedia efficacissima.
Come sempre la regia è magnifica e utilizza gli spazi (il film è quasi interamente in interni) in maniera perfetta, con porte chiuse o aperte che danno significato all'azione, con movimenti di macchina da presa e inquadrature ragionate che rendono ritmo e intenti e un utilizzo particolare di diversi dialoghi in cui i due non sono voltati nella stessa direzione senza, quindi, potersi vedere (quando Manfredi smacchia i pantaloni) o uno dei due viene eclissato dalla vista dello spettatore (il dialogo dietro la colonna per strada).
Come sempre, cast grandioso, senza sbavature né tra i protagonisti, né tra le spalle.
Visualizzazione post con etichetta Salvo Randone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Salvo Randone. Mostra tutti i post
mercoledì 17 ottobre 2018
venerdì 3 febbraio 2017
La classe operaia va in paradiso - Elio Petri (1971)
(Id.)
Visto in DVD.
Un operaio stacanovista si avvicina al mondo contestatario (siamo negli anni '70) dei sindacati e degli studenti, nel farlo perderà la moglie, il lavoro e la ragione; e porprio nel momento del bisogno sarà abbandonato da quelli che lo volevano come vessillo dell'operaio illuminato e combattente per i propri diritti. Riuscirà a riottenere il lavoro, ma il prezzo sarà la morte dei sogni (mamma mia che enfasi...)
Film visivamente lussureggiante uscito solo l'anno dopo rispetto a "Indagine" da cui sembra aver preso l'incredibile dinamismo aumentandolo fino al parossismo. Inquadrature ravvicinate, primissimi piani insistiti, dettagli, dolly e carrelli continui; uniti a una cura per i colori molti 70's e una magnifica costruzione delle immagini.
A livello di contenuti, anche se da fuori potremmo aspettarci un filma tesi, Petri porta avanti un lavoro ragguardevole, lanciare fendenti a tutti e parlare di una società che nel suo complesso porta all'alienazione (il film infatti fu piuttosto vessato anche dalla sinistra dell'epoca visto che sfotte apertamente le contestazioni studentesche e mostra i sindacati come intellettuali disgiunti dalla realtà).
A livello di tono questo è uno di quei capolavori di equilibrio, una trama totalmente drammatica trattata con i toni della farsa; personaggi tragici che fanno cose buffe; i due toni distinti che si fondono perfettamente anche nella stessa scena spiazzando, creando situazioni paradossali. In questo il film vince completamente
Visto in DVD.
Un operaio stacanovista si avvicina al mondo contestatario (siamo negli anni '70) dei sindacati e degli studenti, nel farlo perderà la moglie, il lavoro e la ragione; e porprio nel momento del bisogno sarà abbandonato da quelli che lo volevano come vessillo dell'operaio illuminato e combattente per i propri diritti. Riuscirà a riottenere il lavoro, ma il prezzo sarà la morte dei sogni (mamma mia che enfasi...)
Film visivamente lussureggiante uscito solo l'anno dopo rispetto a "Indagine" da cui sembra aver preso l'incredibile dinamismo aumentandolo fino al parossismo. Inquadrature ravvicinate, primissimi piani insistiti, dettagli, dolly e carrelli continui; uniti a una cura per i colori molti 70's e una magnifica costruzione delle immagini.
A livello di contenuti, anche se da fuori potremmo aspettarci un filma tesi, Petri porta avanti un lavoro ragguardevole, lanciare fendenti a tutti e parlare di una società che nel suo complesso porta all'alienazione (il film infatti fu piuttosto vessato anche dalla sinistra dell'epoca visto che sfotte apertamente le contestazioni studentesche e mostra i sindacati come intellettuali disgiunti dalla realtà).
A livello di tono questo è uno di quei capolavori di equilibrio, una trama totalmente drammatica trattata con i toni della farsa; personaggi tragici che fanno cose buffe; i due toni distinti che si fondono perfettamente anche nella stessa scena spiazzando, creando situazioni paradossali. In questo il film vince completamente
Il cast di livello ci permette di godere di un Randone nelle vesti di un malato psichiatrico (un bello stacco, visto che sono abituato a vederlo come poliziotto o simili) e una Melato totalmente in parte, sempre impeccabile (a pensarci non mi viene in mente un film in cui lei non sia stata perfetta); infine c'è Volontè, un Volontè notevolissimo, sempre al centro della scena in una parte titanica... purtroppo soffre molto del difetto di ogni grande attore lasciato troppo a sé stesso, recita costantemente sopra le righe urlando moltissimo in un film già molto urlato, la sua parte funziona, ma ci si chiede che cosa avrebbe potuto produrre se fosse stato trattenuto un poco.
Il film è sincopato ed esagitato, eppure riesce anche ad annoiare; troppo interessato a mostrare l'alienazione si dimentica di asciugare gli eccessi (di cui sembra compiacersi parecchio); affascinante, ma poco bilanciato.
Il film è sincopato ed esagitato, eppure riesce anche ad annoiare; troppo interessato a mostrare l'alienazione si dimentica di asciugare gli eccessi (di cui sembra compiacersi parecchio); affascinante, ma poco bilanciato.
Etichette:
1971,
Elio Petri,
Film,
Flavio Bucci,
Gian Maria Volonté,
Gino Pernice,
Mariangela Melato,
Salvo Randone
lunedì 25 gennaio 2016
La decima vittima - Elio Petri (1965)
(Id.)
Visto in Dvx.
In futuro la violenza sarà controllata incanalandola in un gioco; iscrivendosi volontariamente si è obbligati a partecipare a 10 cacce come cacciatore e a 10 come vittima; nel primo caso si sarà informati di tutti i dati di una persona nel mondo e la si dovrà uccidere (ovviamente quella persona potrà uccidere il cacciatore), nel secondo caso ci si convertirà in preda di un cacciatore. A Roma un abile cacciatore diventa la vittima di un'americana, dona pragmatica che decide di mettere su uno show televisivo e uccidere l'uomo di fronte al Colosseo; per farlo tenterà di sedurlo, ma a quanto pare la seduzione funzionerà e sarà reciproca.
Tratto da un buon racconto di Sheckley (anche se devia dal testo originale) questo è ufficialmente considerato il primo film di fantascienza italiano e, se si escludono i lavori di serie B, a oggi rimane uno dei pochissimi. Per me rimane uno dei prima a mostrare il reggiseno con le pistole incorporate (sentiti libero di ringraziare Rodriguez).
A livello visivo ha il classico immaginario estetico che si aveva del futuro negli anni '60, colori chiassosi, scenografie lineari e pulite con un grosso uso del colore bianco (si potrebbero definire alla apple); riescono comunque a mostrare scorci cittadini interessanti e a incorporare simboli antichi come il Colosseo. L'immaginario tecnologico invece appare ovviamente invecchiato e male (i walkie talkie, il megacomputer messo da solo in una stanza vuota).
Come regia non ci si può sbagliare, con un Petri, come sempre, di classe: uso dei colori enfatico, scene costruite geometricamente, alcune sequenze encomiabili (i flash degli spari nella palestra) movimenti di macchina diffusi come al solito.
Al di là di tutto il vantaggio di questo film (un film di fantascienza fatto molto di chiacchericcio e poco d'azione) è che non si prende sul serio; il protagonista è interpretato da un Mastroianni come sempre sornione (e biondo), c'è la presenza di un Salvo Randone fatto a pezzi (finalmente in una parte diversa dal solito ispettore), una trama che si sposta verso lo scontro fra i sessi all'italiana, un finale da commedia pura e una serie di strizzatine d'occhio encomiabili (Mastroianni che abita in Lungotevere Fellini o gli insulti ai neorealisti, persone volgari che tirano i pomodori a una setta religiosa).
Il problema però e insito nel suo vantaggio. Per un'imposizione di Ponti, il finale si sposta rapidamente dal tragico (come avrebbe potuto essere senza fare del male alla storia) alla commedia, inverosimile, caciarona e accomodante; ecco il dilungarsi del finale è davvero il maggior difetto del film.
Visto in Dvx.
In futuro la violenza sarà controllata incanalandola in un gioco; iscrivendosi volontariamente si è obbligati a partecipare a 10 cacce come cacciatore e a 10 come vittima; nel primo caso si sarà informati di tutti i dati di una persona nel mondo e la si dovrà uccidere (ovviamente quella persona potrà uccidere il cacciatore), nel secondo caso ci si convertirà in preda di un cacciatore. A Roma un abile cacciatore diventa la vittima di un'americana, dona pragmatica che decide di mettere su uno show televisivo e uccidere l'uomo di fronte al Colosseo; per farlo tenterà di sedurlo, ma a quanto pare la seduzione funzionerà e sarà reciproca.
Tratto da un buon racconto di Sheckley (anche se devia dal testo originale) questo è ufficialmente considerato il primo film di fantascienza italiano e, se si escludono i lavori di serie B, a oggi rimane uno dei pochissimi. Per me rimane uno dei prima a mostrare il reggiseno con le pistole incorporate (sentiti libero di ringraziare Rodriguez).
A livello visivo ha il classico immaginario estetico che si aveva del futuro negli anni '60, colori chiassosi, scenografie lineari e pulite con un grosso uso del colore bianco (si potrebbero definire alla apple); riescono comunque a mostrare scorci cittadini interessanti e a incorporare simboli antichi come il Colosseo. L'immaginario tecnologico invece appare ovviamente invecchiato e male (i walkie talkie, il megacomputer messo da solo in una stanza vuota).
Come regia non ci si può sbagliare, con un Petri, come sempre, di classe: uso dei colori enfatico, scene costruite geometricamente, alcune sequenze encomiabili (i flash degli spari nella palestra) movimenti di macchina diffusi come al solito.
Al di là di tutto il vantaggio di questo film (un film di fantascienza fatto molto di chiacchericcio e poco d'azione) è che non si prende sul serio; il protagonista è interpretato da un Mastroianni come sempre sornione (e biondo), c'è la presenza di un Salvo Randone fatto a pezzi (finalmente in una parte diversa dal solito ispettore), una trama che si sposta verso lo scontro fra i sessi all'italiana, un finale da commedia pura e una serie di strizzatine d'occhio encomiabili (Mastroianni che abita in Lungotevere Fellini o gli insulti ai neorealisti, persone volgari che tirano i pomodori a una setta religiosa).
Il problema però e insito nel suo vantaggio. Per un'imposizione di Ponti, il finale si sposta rapidamente dal tragico (come avrebbe potuto essere senza fare del male alla storia) alla commedia, inverosimile, caciarona e accomodante; ecco il dilungarsi del finale è davvero il maggior difetto del film.
Etichette:
1965,
Commedia,
Elio Petri,
Elsa Martinelli,
Fantascienza,
Film,
Marcello Mastroianni,
Massimo Serato,
Salvo Randone,
Ursula Andress
venerdì 13 novembre 2015
L'assassino - Elio Petri (1961)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un antiquario, donnaiolo e arraffone (si insomma è il solito personaggio di Mastroianni), viene svegliato dalla polizia che lo porta in centrale per un interrogatorio. Per tutto il tempo della sua permanenza lì nessuno gli dirà neppure il motivo. Una volta venuto a sapere di essere un sospettato di omicidio verrà portato sul luogo del delitto e poi in prigione. Questo lungo interrogatorio è la scusa per permettere al personaggio di fare il punto sulla sua vita che gli appare sempre più vuota.
Opera prima di Elio Petri; film evidentemente imperfetto per produzione, ma già contiene in nuce molto di quello che verrà.
A livello estetico c'è una costruzione su più piani (le immagini attraverso le finestre e le porte; c'è una scena all'inizio con Mastroianni che recita con sullo sfondo Roma in un quadro bellissimo); la macchina da presa è dinamica con piccoli piani sequenza e inquadrature sempre gustose (e pure dei carrelli che proseguono alcune sequenze permettendo piccoli momenti di ottima recitazione); e poi continui passaggi con piccoli flashback che è una scusa per fare il punto e i suoi affetti.
A livello di contenuti c'è il rapporto tirannico con l'autorità onnipotente e la presenza di un protagonista solitario pur vivendo immerso nella società.
Da applausi il finale, semplice, ma grottesco che ribalta completamente il personaggio rendendolo non più una figura tragica, ma un ometto piccolo come tutti gli altri.
Visto in Dvx.
Un antiquario, donnaiolo e arraffone (si insomma è il solito personaggio di Mastroianni), viene svegliato dalla polizia che lo porta in centrale per un interrogatorio. Per tutto il tempo della sua permanenza lì nessuno gli dirà neppure il motivo. Una volta venuto a sapere di essere un sospettato di omicidio verrà portato sul luogo del delitto e poi in prigione. Questo lungo interrogatorio è la scusa per permettere al personaggio di fare il punto sulla sua vita che gli appare sempre più vuota.
Opera prima di Elio Petri; film evidentemente imperfetto per produzione, ma già contiene in nuce molto di quello che verrà.
A livello estetico c'è una costruzione su più piani (le immagini attraverso le finestre e le porte; c'è una scena all'inizio con Mastroianni che recita con sullo sfondo Roma in un quadro bellissimo); la macchina da presa è dinamica con piccoli piani sequenza e inquadrature sempre gustose (e pure dei carrelli che proseguono alcune sequenze permettendo piccoli momenti di ottima recitazione); e poi continui passaggi con piccoli flashback che è una scusa per fare il punto e i suoi affetti.
A livello di contenuti c'è il rapporto tirannico con l'autorità onnipotente e la presenza di un protagonista solitario pur vivendo immerso nella società.
Da applausi il finale, semplice, ma grottesco che ribalta completamente il personaggio rendendolo non più una figura tragica, ma un ometto piccolo come tutti gli altri.
Etichette:
1961,
Cristina Gaioni,
Dramma,
Elio Petri,
Film,
Marcello Mastroianni,
Micheline Presle,
Opera prima,
Salvo Randone
lunedì 13 aprile 2015
Salvatore Giuliano - Francesco Rosi (1962)
(Id.)
Visto in DVD.
Dopo l'omicidio di Salvatore Giuliano viene ripercorsa brevemente la sua storia, gli uomini che lo circondavano, le indagini, i collegamenti.
Se fosse un regista dei giorni nostri (intendo dire, se fosse nato negli anni '70 e stesse realizzando ora questo film) Rosi avrebbe fatto un mockumentary. All'epoca invece l'idea del falso documentario non esisteva e Rosi fa qualcosa di diverso, qualcosa di più. Inizia dalla fine, ripercorre con lunghissimi flashback, riporta le indagini e mostra le scene di cui discutono il giudice e gli avvocati come fossero...beh dei flashback; gioca con le fotografie (tre direttori diversi per le tre situazioni del film, le indagini, le ricostruzioni, il cadavere del bandito); realizza situazioni verosimili nei luoghi in cui sono avvenuti con personaggi presi dalla strada.
La cosa realmente bella del film è che di Salvatore Giuliano ci si interessa poco (addirittura non lo si vede praticamente mai in viso), la sua morte è un pretesto per spiegare brevemente quanto successo fino a quel momento, mostrare un ambiente (splendide le parti dei carabinieri, di quello che pensavano di andare a fare e di quello che hanno trovato), la creazione di un sistema interconnesso di malavita e istituzioni.
A tutto questo poi si aggiungono scene obiettivamente ben realizzate; su tutte le parti Rosi sembra particolarmente efficace nelle scene di massa, quelle della strage di Portella della Ginestra e quelle dell'arresto di massa degli uomini di Montelepre.
Il difetto è un gusto per la lungaggine che asfissia tutto il film, soprattutto la seconda metà, il ritmo ne viene minato e così l'interesse.
Visto in DVD.
Dopo l'omicidio di Salvatore Giuliano viene ripercorsa brevemente la sua storia, gli uomini che lo circondavano, le indagini, i collegamenti.
Se fosse un regista dei giorni nostri (intendo dire, se fosse nato negli anni '70 e stesse realizzando ora questo film) Rosi avrebbe fatto un mockumentary. All'epoca invece l'idea del falso documentario non esisteva e Rosi fa qualcosa di diverso, qualcosa di più. Inizia dalla fine, ripercorre con lunghissimi flashback, riporta le indagini e mostra le scene di cui discutono il giudice e gli avvocati come fossero...beh dei flashback; gioca con le fotografie (tre direttori diversi per le tre situazioni del film, le indagini, le ricostruzioni, il cadavere del bandito); realizza situazioni verosimili nei luoghi in cui sono avvenuti con personaggi presi dalla strada.
La cosa realmente bella del film è che di Salvatore Giuliano ci si interessa poco (addirittura non lo si vede praticamente mai in viso), la sua morte è un pretesto per spiegare brevemente quanto successo fino a quel momento, mostrare un ambiente (splendide le parti dei carabinieri, di quello che pensavano di andare a fare e di quello che hanno trovato), la creazione di un sistema interconnesso di malavita e istituzioni.
A tutto questo poi si aggiungono scene obiettivamente ben realizzate; su tutte le parti Rosi sembra particolarmente efficace nelle scene di massa, quelle della strage di Portella della Ginestra e quelle dell'arresto di massa degli uomini di Montelepre.
Il difetto è un gusto per la lungaggine che asfissia tutto il film, soprattutto la seconda metà, il ritmo ne viene minato e così l'interesse.
Etichette:
1962,
Dramma,
Film,
Francesco Rosi,
Frank Wolff,
Salvo Randone,
Storico
lunedì 4 marzo 2013
Le mani sulla città - Francesco Rosi (1963)
(Id.)
Visto in Dvx.
Visto in Dvx.
Un faccendiere napoletano (Steiger), palazzinaro senza remore, è
profondamente invischiato nella vita politica del comune, ma alla vigilia delle
elezioni uno dei suoi palazzi crolla, apparentemente senza motivo. Le elezioni
alle porte, le indagini di un consigliere dell'opposizione, l'arroganza del
palazzinaro che vuole essere assessore a tutti i costi e le beghe interne al
partito (mai nominato) provocheranno molte reazioni, non ultima la fuga del
faccendiere dalla maggioranza per finire in un partito di centro (moralizzatore
a parole) con cui riuscirà a costituire una nuova maggioranza.
Asciutto e spietato (ma con una certa
tendenza all'ostentazione dei caratteri) Rosi delinea un mondo più che un
singolo personaggio. Descrive un modo di vivere, un sistema che crea mostri e
che si auto mantiene e riproduce. Si muove fra caratteri e personaggi, agli
antipodi, ma solo perché rappresentano le due facce di una stessa moneta.
Carica il lavoro di un nitore e una trasparenza impressionante e butta tutto il
peso di un film densissimo sulle solide spalle di un ottimo Rod Steiger e su
quelle più gracili, ma forse più esperte, di una selva di caratteristi tutti
perfetti al loro posto. Quello che ne viene fuori è un film che sembra un documentario
tanto è dettagliato, a che scorre via con la velocità e la grazia di una
puntata di un telefilm, tanto è ben narrato. L’eternità della storia lo rende
sempre attuale.
Magnifico, osannato con cognizione di
causa.
Etichette:
1963,
Dramma,
Film,
Francesco Rosi,
Personal cult,
Political Drama,
Rod Steiger,
Salvo Randone
Iscriviti a:
Post (Atom)





