(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
La vita di un'adolescente a Sacramento tra una madre ingombrante, problemi economici, voglia di farsi accettare e il sogno di fare l'università a New York.
Io e il cinema indie americano abbiamo litigato ai tempi di "Me and you and everyone we know", da allora non ci siamo mai frequentati più di tanto. Tutto sommato niente di male, alla fin fine quei film hanno creato un archetipo rispettato quasi sempre in maniera pedissequa: protagonisti persone normali, ma con qualcosa in più rispetto alla media; punto di vista sempre in favore degli sfigati; rapporti sociali complicati; cittadine di provincia, per lo più d'estate, sempre fotografate con una profusione di colori, spesso pastello; accessorio un eventuale piglio ironico. Ah si, ovviamente, vincono i buoni sentimenti.
Di fatto dopo le prime prove il cinema indie americano dimostrò di essere solo la versione di provincia di quello mainstream da cui si discostava a livello estetico e solo superficialmente contenutistico.
Dopo ben più di un decennio mi ritrovo un film indie alla notte degli Oscar. Se da una parte la cosa è giusta (finalmente un "genere" cinematografico viene accettato dall'academy), dall'altra non mi pare ci sia un vero avanzamento visto che è un genere reazionario accettato da un'accademia reazionaria.
E poi c'è il politicamente corretto scaturito da Metoo che sembra averci messo lo zampino.
Il film, a sorpresa, è carino.
Niente di nuovo, ma l'ironia è costantemente presente e salva molte situazioni; la protagonista riesce molte volte e risultare come un adolescente medio (ansioso di indipendenza, ma anche arrogante e disposto a tutto per essere accettato), il ritmo è ben tenuto.
La sceneggiatura ci prova a essere originale, ha un'intenzione di blanda innovazione che si vede soprattutto nella prima parte come nella ottima la scena del litigio nella macchina concluso con l'uscito dal veicolo ancora in movimento o la scelta del vestito che si conclude con un "ma non è troppo rosa?". Purtroppo l'intento è disinnescato dal corollario di personaggi senza profondità e incredibilmente consueti oltre che dai buoni sentimenti che escono a fiotti a ritmo costante con un picco eccessivo nel finale.
Ottima la Ronan e la Metcalf, molto meno bravi gli amici della protagonista (dove c'è pure Chalamet, il che dimostra che non sono pessimi attori, ma che sono solo stati utilizzati male), nella media i restanti.
Di fatto un film carino che, in parte, mi riconcilia con la fastidiosa supponenza segaiola dei film indie di inizio anni zero... rimane però solo carino.
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venerdì 16 marzo 2018
venerdì 2 marzo 2018
Tre manifesti e Ebbing, Missouri - Martin McDonagh (2017)
(Three billboards outside of Ebbing, Missouri)
Visto al cinema.
Una donna ha perso la figlia (è stata violentata, uccisa e bruciata) 7 mesi prima e non ha ancora ricevuto nessuna parola dalla polizia; decide di affiggere 3 manifesti per chiedere al capo che cosa stanno facendo. la piccola comunità di Ebbing, dove tutti si conoscono e il disagio è normale moneta di scambio, si mettono in moto reazioni aggressive e o protettive
McDonagh mette in piedi un western contemporaneo dalla sensibilità europea (personaggi molto caratterizzati, i rapporti sociali al centro della vicenda, l'impossibilità di assegnare il ruolo di buoni o cattivi con facilità) e lo veste con i panni della commedia nera (almeno nella prima parte) cinica e dura portando in scena una galleria di personaggi cinici e duri che danno più l'impressione di freak ben tollerati piuttosto che di persone normali con dei tic o un passato complicato.
La base è ottimale e l'ironia iniziale stempera dei pugni nello stomaco (concettuali, ma anche emotivi) enormi e riesce a far tollerare senza alcun problema una tendenza al sentimentalismo spicciolo.
Il problema è che la carne al fuoco è troppa. La vicenda è tentacolare, i personaggi molti e i rapporti che intrecciano ancora di più. Durante lo svolgimenti, quindi, le idee (anche quelle ottime) si perdono o vengono gestite frettolosamente (il personaggi interpretato da Dinklage, o ancora di più [SPOILER ALERT] il suicidio di Harrelson, le cui conseguenze, potenzialmente devastanti, si risolvono in 10 minuti con lettere smielose e un dialogo [STOP SPOILER]). Questa deriva delle buone idee viaggia di pari passo con la perdita di cinismo; distribuito a piene mani all'inizio sembra dover soccombere a un'ondata di emotività spicciola (quante parole vengono lette o dette mentre una singola lacrima scorre sul volto di un personaggio) e una tendenza ad appianare verso il consolatorio anche le figure più estreme. Poco possono la violenza (fisica o verbale), gli insabbiamenti, il razzismo, tutto finirà nel calore di rapporti umani ritrovati (in maniera incredibilmente veloce).
Visto al cinema.
Una donna ha perso la figlia (è stata violentata, uccisa e bruciata) 7 mesi prima e non ha ancora ricevuto nessuna parola dalla polizia; decide di affiggere 3 manifesti per chiedere al capo che cosa stanno facendo. la piccola comunità di Ebbing, dove tutti si conoscono e il disagio è normale moneta di scambio, si mettono in moto reazioni aggressive e o protettive
McDonagh mette in piedi un western contemporaneo dalla sensibilità europea (personaggi molto caratterizzati, i rapporti sociali al centro della vicenda, l'impossibilità di assegnare il ruolo di buoni o cattivi con facilità) e lo veste con i panni della commedia nera (almeno nella prima parte) cinica e dura portando in scena una galleria di personaggi cinici e duri che danno più l'impressione di freak ben tollerati piuttosto che di persone normali con dei tic o un passato complicato.
La base è ottimale e l'ironia iniziale stempera dei pugni nello stomaco (concettuali, ma anche emotivi) enormi e riesce a far tollerare senza alcun problema una tendenza al sentimentalismo spicciolo.
Il problema è che la carne al fuoco è troppa. La vicenda è tentacolare, i personaggi molti e i rapporti che intrecciano ancora di più. Durante lo svolgimenti, quindi, le idee (anche quelle ottime) si perdono o vengono gestite frettolosamente (il personaggi interpretato da Dinklage, o ancora di più [SPOILER ALERT] il suicidio di Harrelson, le cui conseguenze, potenzialmente devastanti, si risolvono in 10 minuti con lettere smielose e un dialogo [STOP SPOILER]). Questa deriva delle buone idee viaggia di pari passo con la perdita di cinismo; distribuito a piene mani all'inizio sembra dover soccombere a un'ondata di emotività spicciola (quante parole vengono lette o dette mentre una singola lacrima scorre sul volto di un personaggio) e una tendenza ad appianare verso il consolatorio anche le figure più estreme. Poco possono la violenza (fisica o verbale), gli insabbiamenti, il razzismo, tutto finirà nel calore di rapporti umani ritrovati (in maniera incredibilmente veloce).
venerdì 10 marzo 2017
The zero theorem - Terry Gilliam (2013)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Il dipendente di una enorme azienda informatica attende da tutta la vita una telefonata; per poter essere sicuro di riceverla continua richiedere all'azienda di poter lavorare da casa. Incontrando, per caso, a una festa della ditta il capo assoluto riesce a ottenere il lavoro a domicilio, come contrappasso però verrà posto a dover risolvere la Zero theorem del titolo (un complicatissimo problema matematico che si dimostrerà ancora più difficile del previsto). Nel mentre dovrà essere affiancato dal giovane figlio del capo e si innamorerà di una prostituta.
Con questo film Gilliam dimostra, di nuovo, di essere il migliore a creare distopie dettagliate e coerenti basate sull'eccesso. La prima cosa che colpisce di questo film è proprio il mondo ipercolorato in cui vive il protagonista. Non ci sono radicali differenze con il mondo attuale, ma dimostra di esserne una versione ipertrofica (e sotto acido) della società contemporanea, Certamente viene aggiunta una enorme dose di ironia, ma l'effetto finale riesce ad essere godibile e inquietante nello stesso tempo.
Come in "Brazil" Gilliam torna alla fantascienza fiabesca che rappresenta l'anelito verso qualcosa di più della concretezza consumistica, torna all'allegoria di una società dove si vive per lavorare, ma il cui senso ultimo sfugge. Come in "Brazil" la soluzione finale che viene proposta non è positiva; ma se là era la società che si difendeva dagli outsider, qui quello che si scopre è che non esiste altro al di fuori della società e l'unica fuga è una fuga dalla realtà.
Il pessimismo dilaga, ma il tono faceto rimane in primo piano riuscendo a stemperare il nulla che viene proposto.
Infine fa enorme piacere vedere Waltz in una parte diversa da... quasi qualunque parte abbia ricevuto negli ultimi anni.
Questo è un film decisamente più dodecafonico dei precedenti, meno pulito e immediato, ma dimostra che Gilliam c'è ancora.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Il dipendente di una enorme azienda informatica attende da tutta la vita una telefonata; per poter essere sicuro di riceverla continua richiedere all'azienda di poter lavorare da casa. Incontrando, per caso, a una festa della ditta il capo assoluto riesce a ottenere il lavoro a domicilio, come contrappasso però verrà posto a dover risolvere la Zero theorem del titolo (un complicatissimo problema matematico che si dimostrerà ancora più difficile del previsto). Nel mentre dovrà essere affiancato dal giovane figlio del capo e si innamorerà di una prostituta.
Con questo film Gilliam dimostra, di nuovo, di essere il migliore a creare distopie dettagliate e coerenti basate sull'eccesso. La prima cosa che colpisce di questo film è proprio il mondo ipercolorato in cui vive il protagonista. Non ci sono radicali differenze con il mondo attuale, ma dimostra di esserne una versione ipertrofica (e sotto acido) della società contemporanea, Certamente viene aggiunta una enorme dose di ironia, ma l'effetto finale riesce ad essere godibile e inquietante nello stesso tempo.
Come in "Brazil" Gilliam torna alla fantascienza fiabesca che rappresenta l'anelito verso qualcosa di più della concretezza consumistica, torna all'allegoria di una società dove si vive per lavorare, ma il cui senso ultimo sfugge. Come in "Brazil" la soluzione finale che viene proposta non è positiva; ma se là era la società che si difendeva dagli outsider, qui quello che si scopre è che non esiste altro al di fuori della società e l'unica fuga è una fuga dalla realtà.
Il pessimismo dilaga, ma il tono faceto rimane in primo piano riuscendo a stemperare il nulla che viene proposto.
Infine fa enorme piacere vedere Waltz in una parte diversa da... quasi qualunque parte abbia ricevuto negli ultimi anni.
Questo è un film decisamente più dodecafonico dei precedenti, meno pulito e immediato, ma dimostra che Gilliam c'è ancora.
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