(Id.)
Visto su Netflix.
Una ragazzina vive nel profondo nord con il padre. La vita è duramente scandita fra caccia grossa al cervo, esercizi di lotta libera, a lettura dell'enciclopedia. Tutto questo è necessario per una questione di spionaggio con americani cattivi che, prima o poi, verranno a riprendere tutti e due.
Il primo film action di Joe Wright è una creatura strana. Dopo l'incipit dove deve necessariamente spiegare molto in poche scene (e tutto sommato ce la fa né più né meno di qualunque altro regista... il che è un problema perché Wright vale di più), viaggia rapido senza stancare, si diletta di incastonare i suoi personaggi in scenari sempre diversi e si ferma a creare un film circolare ricco di riferimenti alle favole dei Grimm.
Un'operazione strana, perché le scene action sono molte, spesso anche buone che vanno da estremi estetizzanti videoclippari (se questo termine avesse ancora un senso) al limite dell'arte visuale (la prima fuga dalla base dei cattivi) alla citazione in piano sequenza di Pinkaew (quella con Bana in metropolitana). La necessità dell'immagina particolare si mischia alla voglia sempre più preponderante di infilare un simbolismo fiabesco che risulta digeribile solo quando è leggero, ma nel finale diventa insopportabile.
In tutto ciò però l'azione non riesce mai ad essere così spettacolare da sostenere il film da sola, mentre i personaggi sono gestiti molto peggio e non riescono neppure loro a sostenere una trama di fatto inesistente (sintomatico che le battute migliori le abbia un personaggio che scompare nella prima metà) che si ripiega sui cliché peggiori e sulle scorciatoie più becere (lo spiegone finale lasciato all'internet).
L'unica nota completamente positiva è (come sempre nei film di Wright) l'utilizzo del suono e delle musiche. In questo caso con la collaborazione perfetta dei The chemical brothers, le musiche vengono usate, in dissonanza o in risonanza, per fare da controcampo alle scene d'azione, mentre rumori disturbanti sottolineano uno o due passaggi d'ambientazione fondamentali e le poche musiche diegetiche sono lasciate a definire i momenti di calma iniziali.
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lunedì 10 agosto 2020
Hanna - Joe Wright (2011)
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venerdì 16 marzo 2018
Lady Bird - Greta Gerwig (2017)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
La vita di un'adolescente a Sacramento tra una madre ingombrante, problemi economici, voglia di farsi accettare e il sogno di fare l'università a New York.
Io e il cinema indie americano abbiamo litigato ai tempi di "Me and you and everyone we know", da allora non ci siamo mai frequentati più di tanto. Tutto sommato niente di male, alla fin fine quei film hanno creato un archetipo rispettato quasi sempre in maniera pedissequa: protagonisti persone normali, ma con qualcosa in più rispetto alla media; punto di vista sempre in favore degli sfigati; rapporti sociali complicati; cittadine di provincia, per lo più d'estate, sempre fotografate con una profusione di colori, spesso pastello; accessorio un eventuale piglio ironico. Ah si, ovviamente, vincono i buoni sentimenti.
Di fatto dopo le prime prove il cinema indie americano dimostrò di essere solo la versione di provincia di quello mainstream da cui si discostava a livello estetico e solo superficialmente contenutistico.
Dopo ben più di un decennio mi ritrovo un film indie alla notte degli Oscar. Se da una parte la cosa è giusta (finalmente un "genere" cinematografico viene accettato dall'academy), dall'altra non mi pare ci sia un vero avanzamento visto che è un genere reazionario accettato da un'accademia reazionaria.
E poi c'è il politicamente corretto scaturito da Metoo che sembra averci messo lo zampino.
Il film, a sorpresa, è carino.
Niente di nuovo, ma l'ironia è costantemente presente e salva molte situazioni; la protagonista riesce molte volte e risultare come un adolescente medio (ansioso di indipendenza, ma anche arrogante e disposto a tutto per essere accettato), il ritmo è ben tenuto.
La sceneggiatura ci prova a essere originale, ha un'intenzione di blanda innovazione che si vede soprattutto nella prima parte come nella ottima la scena del litigio nella macchina concluso con l'uscito dal veicolo ancora in movimento o la scelta del vestito che si conclude con un "ma non è troppo rosa?". Purtroppo l'intento è disinnescato dal corollario di personaggi senza profondità e incredibilmente consueti oltre che dai buoni sentimenti che escono a fiotti a ritmo costante con un picco eccessivo nel finale.
Ottima la Ronan e la Metcalf, molto meno bravi gli amici della protagonista (dove c'è pure Chalamet, il che dimostra che non sono pessimi attori, ma che sono solo stati utilizzati male), nella media i restanti.
Di fatto un film carino che, in parte, mi riconcilia con la fastidiosa supponenza segaiola dei film indie di inizio anni zero... rimane però solo carino.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.
La vita di un'adolescente a Sacramento tra una madre ingombrante, problemi economici, voglia di farsi accettare e il sogno di fare l'università a New York.
Io e il cinema indie americano abbiamo litigato ai tempi di "Me and you and everyone we know", da allora non ci siamo mai frequentati più di tanto. Tutto sommato niente di male, alla fin fine quei film hanno creato un archetipo rispettato quasi sempre in maniera pedissequa: protagonisti persone normali, ma con qualcosa in più rispetto alla media; punto di vista sempre in favore degli sfigati; rapporti sociali complicati; cittadine di provincia, per lo più d'estate, sempre fotografate con una profusione di colori, spesso pastello; accessorio un eventuale piglio ironico. Ah si, ovviamente, vincono i buoni sentimenti.
Di fatto dopo le prime prove il cinema indie americano dimostrò di essere solo la versione di provincia di quello mainstream da cui si discostava a livello estetico e solo superficialmente contenutistico.
Dopo ben più di un decennio mi ritrovo un film indie alla notte degli Oscar. Se da una parte la cosa è giusta (finalmente un "genere" cinematografico viene accettato dall'academy), dall'altra non mi pare ci sia un vero avanzamento visto che è un genere reazionario accettato da un'accademia reazionaria.
E poi c'è il politicamente corretto scaturito da Metoo che sembra averci messo lo zampino.
Il film, a sorpresa, è carino.
Niente di nuovo, ma l'ironia è costantemente presente e salva molte situazioni; la protagonista riesce molte volte e risultare come un adolescente medio (ansioso di indipendenza, ma anche arrogante e disposto a tutto per essere accettato), il ritmo è ben tenuto.
La sceneggiatura ci prova a essere originale, ha un'intenzione di blanda innovazione che si vede soprattutto nella prima parte come nella ottima la scena del litigio nella macchina concluso con l'uscito dal veicolo ancora in movimento o la scelta del vestito che si conclude con un "ma non è troppo rosa?". Purtroppo l'intento è disinnescato dal corollario di personaggi senza profondità e incredibilmente consueti oltre che dai buoni sentimenti che escono a fiotti a ritmo costante con un picco eccessivo nel finale.
Ottima la Ronan e la Metcalf, molto meno bravi gli amici della protagonista (dove c'è pure Chalamet, il che dimostra che non sono pessimi attori, ma che sono solo stati utilizzati male), nella media i restanti.
Di fatto un film carino che, in parte, mi riconcilia con la fastidiosa supponenza segaiola dei film indie di inizio anni zero... rimane però solo carino.
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mercoledì 23 aprile 2014
Grand Budapest Hotel - Wes Anderson (2014)
(The Grand Budapest Hotel)
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
Visto al cinema.
Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.
Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.
La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.
PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.
lunedì 4 novembre 2013
Espiazione - Joe Wright (2007)
(Atonment)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Storia di espiazione (CON SPOILER!).
Un film sul
senso di colpa che impiega metà del tempo a mostrare da cosa nasce il fatale
errore (se così si può chiamare); e nasce da un misto di amore e stupidità di
una ragazzina preadolescente, in definitiva, nasce dal caso; poi si prende il
resto del tempo per mostrare a che cosa portò il senso di colpa, al tentativo
di espiazione e al tentativo di essere perdonata. Infine il tutto si chiude
sull'ammissione di aver ingannato lo spettatore; il tentativo di espiazione ci
fu, ma fu fatto a vuoto. Il finale lasciato alla Redgrave ammanta il tutto di
un dolore senza speranza che non sarebbe stato possibile esprimere meglio; e la
Redgrave si conferma una grande.
Il film però si
fa notare soprattutto per la regia di Wright. Tutti citano (non a torto) il
piano sequenza centrale sulla spiaggia; una carrellata geograficamente enorme
(gli attori, ma anche la macchina da presa camminano per centinaia di metri),
curato nei dettagli (visivi, sonori, di disposizione di attori ed oggetti) in
maniera maniacale. Tuttavia, pur essendo un estimatore dei piani sequenza come
vera caratteristica distintiva del cinema come arte a se; in questo caso non ci
sta. L’ho molto apprezzato, ma è proprio privo di significato, non dice nulla,
non mostra nulla di importante, non aggiunge significato a niente. Si tratta
solo di una, bellissima, prova di forza di Wright.
La regia che
più conta, a mio avviso, si concentra soprattutto nella prima metà. Li c’è
tutto quello che si può volere da un regista. Fotografia impeccabile; punti di
vista multipli (le scene vista vissute dai diversi personaggi si affiancano
l’una all'altra senza che ne venga evidenziato il passaggio); carrelli come se
piovessero; disposizione dei personaggi
sempre ragionata; ma su tutto regna l’utilizzo del sonoro. I suoni qui
fanno la differenza; su tutti il rumore della macchina da scrivere è pervasivo
(perché il film si apre con la protagonista che scrive, da grande diventerà
scrittrice e racconterà proprio questa storia; perché la lettera galeotta sarà
scritta a macchina) e da elemento del sonoro (espresso a volume aumentato
rispetto al resto) diviene continuamente elemento musicale; è quel suono, il
battere sui tasti, che fa da legante dell’intera vicenda, delle sequenze più
distanti e di tutti i personaggi. Anche il rumore di colpi sull'auto della
polizia avranno il loro momento di gloria, ma solo perché quell'episodio
determina il passaggio dalla prima alla seconda metà.
venerdì 20 agosto 2010
Amabili resti - Peter Jackson (2009)
Il film inizia bene; inizia con la descrizione della vita normale di un'adolescente. Non è per nulla sincero, decisamente policamente corretto, completamente in antitesi con "Creature del cielo"; ma bello. Girato con la grande conoscienza del cinema che ha Jackson, con il suo gusto speciale per la fotografia ben curata e per l'uso mai banale della macchina da presa... poi il film comincia a parlare del maniaco, della morte della ragazza e della reazione della famiglia... ancora Jackson ci da dentro, con punti di vista particolari, talora impossibili ma molto evocativi (i dettagli millimetrici delle mani del maniaco che gira le pagine o della sorella della protagonista che chiude il nascondiglio); un paio di scene vengona realizzate pure con tutti i crismi, eppure... eppure la si butta sul new age andante, tutta la parte dell'aldilà sa di già visto e di usurato, ma quel che è peggio tutta la storia sfugge. Tutti i personaggi si svaccano. Tutti hanno una psicologia, delle caratteristiche ben delineate, tutti, dalla famiglia della protagonista, al ragazzo che scrive poesie, alla tipa che vede i fantasmi; tutti avrebbero qualcosa da dire, eppure nessuno fa nulla. Tutti sembrano comportarsi a caso, niente viene spiegato e il film si trascina nel finale che dovrebbe essere rivelatore (gli amabili resti non sono quelli della vittima ma i legami fra le persone che si sono creati grazie a lei e che rimangono nonostante la sua dipartita) e invece mostra quello che il film avrebbe voluto essere ma non c'è riuscito.
Due i peccati mortali del film; uno aver sprecato il personaggi di Susan Sarandon, soprattutto perchè è lei ad interpretarlo; due aver sprecato Stanley Tucci, ancora una volta perfetto, ancora una volta irriconosibile.
Due i peccati mortali del film; uno aver sprecato il personaggi di Susan Sarandon, soprattutto perchè è lei ad interpretarlo; due aver sprecato Stanley Tucci, ancora una volta perfetto, ancora una volta irriconosibile.
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