(Light sleeper)
Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.
Un piccolo spacciatore di New York incontra per caso la sua ex moglie (da cui si è separato dopo che lei si è disintossicata) proprio mentre sta assistendo la madre morente. Ovviamente lui la ama ancora e farà di tutto per incontrala di nuovo, mentre la sua boss sta per cambiare vita a mettere in piedi un business legale. Quando gli verrà sbattuta in faccia la porta dalla ex moglie la incontrerà un ultima volta per caso; da quell'incontro scaturirà un delitto catartico.
La prima sceneggiatura di Schrader dopo l'impegnativa "L'ultima tentazione di Cristo" (di ben 5 anni prima) è l'ennesima scrittura del canone di colpa ed espiazione.
A conti fatti molti dei lavori scritti da Schrader (e quasi tutti i suoi migliori) hanno per protagonisti dei lavoratori notturni in contatto con il fondo del barile della società, persone moralmente combattute per il sudiciume che si vedono attorno e che cercano qualunque cosa a cui appigliarsi per trovare un senso, di solito lo trovano in una donna che ritrovano in una situazione critica. L'abbozzo di plot qui descritto è pertinente per "Taxi driver", "Al di là della vita", in parte "American Gigolò" ecc...
E ovviamente, quando Schrader fa una variazione sul suo tema classico il film è magnifico.
Qui le specificità sono date dall'amore salvifico che c'è già stato ed è stato perduto e dal rischio di perdere tutto con il cambio di lavoro della titolare, così come il finale salvifico con una catarsi violenta (e con l'ennesima citazione di "Pickpocket").
Il film è tutto qui ed è, ovviamente grandioso (almeno nella scrittura), lento e coinvolgente, mai noioso e con personaggi credibili e sofferenti, facilmente empatizzabili.
Meno efficace invece la messa in scena, una fotografia spenta che però risulta poco adatta e una regia corretta, ma mai inventiva.
Musiche a là Springsteen, affascinante, poco frequenti, ma quando ci sono estremamente pervasive.
Cast ovviamente ottimo con una Sarandon perfetta che con la sola presenza si mangia la scena in ogni inquadratura in cui compare.
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giovedì 30 luglio 2020
giovedì 30 gennaio 2020
Jojo rabbit - Taika Waititi (2019)
(Id.)
Visto al cinema.
Un regazzino della gioventù hitleriana ha come amico immaginario (sul modello di Calvin e Hobbes, una sorta di espressione esteriore dei suoi ragionamenti) Hitler stesso (in versione infantile e buffa). Attorno a lui si muove un mondo in cui l'apprezzare la svastica e riuscire a odiare sono status symbol da portare anche se non si è portati (e ovviamente lui e il suo amico sono troppo sensibili per essere naturalmente portati ad odiare) e dovrà cavarsela tra bulli in divisa, ritardati in divisa, il padre scomparso, la madre con molti coni d'ombra e la guerra che volge al termine.
Un film comico sulla seconda guerra mondiale ormai non dovrebbe più fare notizia, non è comune, ma non è più un'innovazione da almeno 20 anni o più. Il fatto che riesca a metterci comico e dramma insieme è un valore aggiunto, ma anche questo non particolarmente nuovo.
Le vere doti di questo (ottimo) film sono altre.
L'impostazione contraria all'usuale per la messa in scena con una fotografia luminosissima e personaggio solari; una galleria di tedeschi che (nonostante il difetto dell'essere della nazione sbagliata) sono i buoni della vicenda (addirittura si arriva ad avere un nazista umano!), anche s eper lo più sono ebrei o della resistenza. C'è l'atmosfera da fine del mondo stemperata con una positività o una sorta di distacco invidiabili.
Infine c'è l'utilizzo dei topos dei nazisti cinematografici e non (la guerra, il superuomo, la violenza, l'odio per gli ebrei) utilizzata per le gag più che per realizzare l'atmosfera, trasformando un genere usurato da decenni di ripetitività in qualcosa di nuovo.
Infine c'è un giovanissimo protagonista che è una delle scelte di casting migliori dell'anno, una faccia, una recitazione (molto bravo) e un fisico che sprigionano tenerezza estrema (vero sentimento del film) in mezzo a un mondo che si vorrebbe crudele.
PS: C'è Bowie e i Beatles in versione tedesca!
Visto al cinema.
Un regazzino della gioventù hitleriana ha come amico immaginario (sul modello di Calvin e Hobbes, una sorta di espressione esteriore dei suoi ragionamenti) Hitler stesso (in versione infantile e buffa). Attorno a lui si muove un mondo in cui l'apprezzare la svastica e riuscire a odiare sono status symbol da portare anche se non si è portati (e ovviamente lui e il suo amico sono troppo sensibili per essere naturalmente portati ad odiare) e dovrà cavarsela tra bulli in divisa, ritardati in divisa, il padre scomparso, la madre con molti coni d'ombra e la guerra che volge al termine.
Un film comico sulla seconda guerra mondiale ormai non dovrebbe più fare notizia, non è comune, ma non è più un'innovazione da almeno 20 anni o più. Il fatto che riesca a metterci comico e dramma insieme è un valore aggiunto, ma anche questo non particolarmente nuovo.
Le vere doti di questo (ottimo) film sono altre.
L'impostazione contraria all'usuale per la messa in scena con una fotografia luminosissima e personaggio solari; una galleria di tedeschi che (nonostante il difetto dell'essere della nazione sbagliata) sono i buoni della vicenda (addirittura si arriva ad avere un nazista umano!), anche s eper lo più sono ebrei o della resistenza. C'è l'atmosfera da fine del mondo stemperata con una positività o una sorta di distacco invidiabili.
Infine c'è l'utilizzo dei topos dei nazisti cinematografici e non (la guerra, il superuomo, la violenza, l'odio per gli ebrei) utilizzata per le gag più che per realizzare l'atmosfera, trasformando un genere usurato da decenni di ripetitività in qualcosa di nuovo.
Infine c'è un giovanissimo protagonista che è una delle scelte di casting migliori dell'anno, una faccia, una recitazione (molto bravo) e un fisico che sprigionano tenerezza estrema (vero sentimento del film) in mezzo a un mondo che si vorrebbe crudele.
PS: C'è Bowie e i Beatles in versione tedesca!
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venerdì 2 marzo 2018
Tre manifesti e Ebbing, Missouri - Martin McDonagh (2017)
(Three billboards outside of Ebbing, Missouri)
Visto al cinema.
Una donna ha perso la figlia (è stata violentata, uccisa e bruciata) 7 mesi prima e non ha ancora ricevuto nessuna parola dalla polizia; decide di affiggere 3 manifesti per chiedere al capo che cosa stanno facendo. la piccola comunità di Ebbing, dove tutti si conoscono e il disagio è normale moneta di scambio, si mettono in moto reazioni aggressive e o protettive
McDonagh mette in piedi un western contemporaneo dalla sensibilità europea (personaggi molto caratterizzati, i rapporti sociali al centro della vicenda, l'impossibilità di assegnare il ruolo di buoni o cattivi con facilità) e lo veste con i panni della commedia nera (almeno nella prima parte) cinica e dura portando in scena una galleria di personaggi cinici e duri che danno più l'impressione di freak ben tollerati piuttosto che di persone normali con dei tic o un passato complicato.
La base è ottimale e l'ironia iniziale stempera dei pugni nello stomaco (concettuali, ma anche emotivi) enormi e riesce a far tollerare senza alcun problema una tendenza al sentimentalismo spicciolo.
Il problema è che la carne al fuoco è troppa. La vicenda è tentacolare, i personaggi molti e i rapporti che intrecciano ancora di più. Durante lo svolgimenti, quindi, le idee (anche quelle ottime) si perdono o vengono gestite frettolosamente (il personaggi interpretato da Dinklage, o ancora di più [SPOILER ALERT] il suicidio di Harrelson, le cui conseguenze, potenzialmente devastanti, si risolvono in 10 minuti con lettere smielose e un dialogo [STOP SPOILER]). Questa deriva delle buone idee viaggia di pari passo con la perdita di cinismo; distribuito a piene mani all'inizio sembra dover soccombere a un'ondata di emotività spicciola (quante parole vengono lette o dette mentre una singola lacrima scorre sul volto di un personaggio) e una tendenza ad appianare verso il consolatorio anche le figure più estreme. Poco possono la violenza (fisica o verbale), gli insabbiamenti, il razzismo, tutto finirà nel calore di rapporti umani ritrovati (in maniera incredibilmente veloce).
Visto al cinema.
Una donna ha perso la figlia (è stata violentata, uccisa e bruciata) 7 mesi prima e non ha ancora ricevuto nessuna parola dalla polizia; decide di affiggere 3 manifesti per chiedere al capo che cosa stanno facendo. la piccola comunità di Ebbing, dove tutti si conoscono e il disagio è normale moneta di scambio, si mettono in moto reazioni aggressive e o protettive
McDonagh mette in piedi un western contemporaneo dalla sensibilità europea (personaggi molto caratterizzati, i rapporti sociali al centro della vicenda, l'impossibilità di assegnare il ruolo di buoni o cattivi con facilità) e lo veste con i panni della commedia nera (almeno nella prima parte) cinica e dura portando in scena una galleria di personaggi cinici e duri che danno più l'impressione di freak ben tollerati piuttosto che di persone normali con dei tic o un passato complicato.
La base è ottimale e l'ironia iniziale stempera dei pugni nello stomaco (concettuali, ma anche emotivi) enormi e riesce a far tollerare senza alcun problema una tendenza al sentimentalismo spicciolo.
Il problema è che la carne al fuoco è troppa. La vicenda è tentacolare, i personaggi molti e i rapporti che intrecciano ancora di più. Durante lo svolgimenti, quindi, le idee (anche quelle ottime) si perdono o vengono gestite frettolosamente (il personaggi interpretato da Dinklage, o ancora di più [SPOILER ALERT] il suicidio di Harrelson, le cui conseguenze, potenzialmente devastanti, si risolvono in 10 minuti con lettere smielose e un dialogo [STOP SPOILER]). Questa deriva delle buone idee viaggia di pari passo con la perdita di cinismo; distribuito a piene mani all'inizio sembra dover soccombere a un'ondata di emotività spicciola (quante parole vengono lette o dette mentre una singola lacrima scorre sul volto di un personaggio) e una tendenza ad appianare verso il consolatorio anche le figure più estreme. Poco possono la violenza (fisica o verbale), gli insabbiamenti, il razzismo, tutto finirà nel calore di rapporti umani ritrovati (in maniera incredibilmente veloce).
mercoledì 16 dicembre 2009
Moon - Duncan Jones (2009)
(Id.)
Visto in Dvx.
La fantascienza (non quella da blockbuster, ma quella che si potrebbe definire metafisica) è il genere che più d'ogni altro è vittima dei capolavori del passato, non si può più fare un film senza rendere conto ad alien, blade runner, odissee nello spazio o solaris... se poi in mezzo ci si mette un robot parlante il paragone diventa obbligato e diretto.
Jones riesce ad evitare le trappole del già visto, semplicemente non citando da quei film, sembra banale ma non sono in tanti ad averlo fatto. Il computer parlante, personaggio importante, si discosta da HAL, pur avendo "l'occhio" uguale, perchè c'è stata proprio la volontà di farlo diverso, l'attenzione infatti è tutta concentrata sullo smile che rappresenta il tono della voce altrimenti monocorde; e quando il computer deve essere spento, semplicemente Jones lo fa spegnere, sembra banale, ma la velleità di farlo parlare sempre più piano sarebbe venuta a chiunque.
Jones quindi evita tutte le trappole date dal genere, ma sfrutta la nuovo senso che ha acquisito la fantascienza, non più un genere che serve a stupire per la quantità di effetti speciali, ma l'ultima frontiera dell'uomo, l'ultimo luogo dell'anima possibile.
La storia è piuttosto semplice, e a dirla tutta neppure originalissima, ma trattata nel modo giusto, con il giusto grado di introspezione e di spettacolarità (le riprese in esterni).
Jones non inventa nulla, ma usa tutto quello che ha a disposizione per spiegare la storia, per presentare i personaggi.
Ottimo Rockwell che si fa in 3 per il film, con grande credibilità in ogni personaggio (come non pensare ad "Inseparabili" nelle scene a due?!!!), e la voce di Spacey (nel caso italiano, il suo riconoscibile doppiatore) è una chicca.
Non un film definitivo, ma un'ottima variazione sul tema. Finale troppo scontato, ma non stucchevole.
PS: credo sia importante ricordare che il regista Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Ecco, l'ho detto anch'io.
Visto in Dvx.
La fantascienza (non quella da blockbuster, ma quella che si potrebbe definire metafisica) è il genere che più d'ogni altro è vittima dei capolavori del passato, non si può più fare un film senza rendere conto ad alien, blade runner, odissee nello spazio o solaris... se poi in mezzo ci si mette un robot parlante il paragone diventa obbligato e diretto.
Jones riesce ad evitare le trappole del già visto, semplicemente non citando da quei film, sembra banale ma non sono in tanti ad averlo fatto. Il computer parlante, personaggio importante, si discosta da HAL, pur avendo "l'occhio" uguale, perchè c'è stata proprio la volontà di farlo diverso, l'attenzione infatti è tutta concentrata sullo smile che rappresenta il tono della voce altrimenti monocorde; e quando il computer deve essere spento, semplicemente Jones lo fa spegnere, sembra banale, ma la velleità di farlo parlare sempre più piano sarebbe venuta a chiunque.
Jones quindi evita tutte le trappole date dal genere, ma sfrutta la nuovo senso che ha acquisito la fantascienza, non più un genere che serve a stupire per la quantità di effetti speciali, ma l'ultima frontiera dell'uomo, l'ultimo luogo dell'anima possibile.
La storia è piuttosto semplice, e a dirla tutta neppure originalissima, ma trattata nel modo giusto, con il giusto grado di introspezione e di spettacolarità (le riprese in esterni).
Jones non inventa nulla, ma usa tutto quello che ha a disposizione per spiegare la storia, per presentare i personaggi.
Ottimo Rockwell che si fa in 3 per il film, con grande credibilità in ogni personaggio (come non pensare ad "Inseparabili" nelle scene a due?!!!), e la voce di Spacey (nel caso italiano, il suo riconoscibile doppiatore) è una chicca.
Non un film definitivo, ma un'ottima variazione sul tema. Finale troppo scontato, ma non stucchevole.
PS: credo sia importante ricordare che il regista Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Ecco, l'ho detto anch'io.
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