(Id.)
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Due navi spaziali cercano di raggiungere un pianeta da cui arriva un segnale radio; nel tentativo di atterraggio perdono conoscenza, una volta svegliati iniziano una serie di eventi strani, morti inspiegabili in un ambiente inquietante.
Film di serie B fatto con pochi mezzi e meno tempo che si basa su un racconto degnamente Urania che cerca di interessare e il povero Bava dietro la macchina da presa che fa i salti mortali per trasformare un filmetto di fantascienza in una dignitosa opera horror.
Meglio essere chiari fin da subito; il film è un'opera camp come poche, piuttosto noiosetta, senza brividi nonostante l'impegno e con un cast tra i più inespressivi di sempre.
Ciononostante riesce a fare il giro e a dare qualcosa in cambio della pazienza dello spettatore. Se si ha un minimo di gusto per il kitsch questo profluvio di colori fluo, nebbia alle caviglie, capelli cotonati e tute in pelle dal colletto improbabile riuscirà a farsi apprezzare, soprattutto per gli amanti dei 60's.
Se si sopporta l'idea di un'operazione pesantemente totalmente senza budget si possono apprezzare gli enormi sforzi del regista, che personalmente non ho mai trovato totalmente efficaci, ma indubbiamente affascinanti (si pensi all'esplorazione della nave spaziale aliena).
Infine, per gli amanti di "Ai confini della realtà" questo film non è altro che una puntata del telefilm allungata a dismisura.
In conclusione trovo che le lodi sperticate per questo film siano, quantomeno esagerate; ma ha più di un motivo per essere ripescato, consapevoli che nasce come serie B e serie B invecchiata rimane.
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lunedì 17 giugno 2019
lunedì 9 luglio 2018
Il rosso segno della follia - Mario Bava (1970)
(Id.)
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Uno stilista di vestiti da sposa ama uccidere giovani donne alla prima notte di nozze. La sua vita scorre tranquilla tra una sfilata e un ammazzamento finché non uccide la moglie che, vendicativa, ritorna sotto forma di fantasma rovinandogli la piazza.
Buffo e raffazzonato thriller anni '70 che mette insieme una sfacciata storia di serial killer con quel gusto cormaniano per fantasmi e dannazione eterna senza rinunciare a un twist plot finale (totalmente inutile) come se questo salvasse la baracca.
In quel decennio film di questo tipo nascevano come funghi, quindi non si pretende originalità, ma almeno concretezza, un minimo di qualità nel gestire l'idea originale e portare a casa il risultato.
A livello di regia il povero Bava fa quello che può con un incremento del montaggio interno fatto di zoom che servono a dare dinamismo (ma talvolta danno fastidio) e la solita fotografia chiassosa di altissimo livello; però neppure lui riesce ad alleggerire il film accelerando il ritmo e sorvolando sulle parti ininfluenti della trama e il risultato finale sconta una sceneggiatura confusa e un Bava troppo impegnato a muovere la macchina da presa invece che l'intero film.
Di fatto se il film fosse stato spezzato in due il risultato sarebbe stato migliore. Un film con il punto di vista del serial killer anziché della vittima sarebbe stato interessante, ma vista la prima parte di quest'opera sarebbe ridicolo dire che sia mostrata la psicologia di un assassino. La seconda parte con un fantasma che perseguita una vittima con la sua sola presenza, una maledizione inalienabile, ma estremamente calma è anch'essa originale, ma viene fuori quasi per caso e in maniera poco incisiva.
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Uno stilista di vestiti da sposa ama uccidere giovani donne alla prima notte di nozze. La sua vita scorre tranquilla tra una sfilata e un ammazzamento finché non uccide la moglie che, vendicativa, ritorna sotto forma di fantasma rovinandogli la piazza.
Buffo e raffazzonato thriller anni '70 che mette insieme una sfacciata storia di serial killer con quel gusto cormaniano per fantasmi e dannazione eterna senza rinunciare a un twist plot finale (totalmente inutile) come se questo salvasse la baracca.
In quel decennio film di questo tipo nascevano come funghi, quindi non si pretende originalità, ma almeno concretezza, un minimo di qualità nel gestire l'idea originale e portare a casa il risultato.
A livello di regia il povero Bava fa quello che può con un incremento del montaggio interno fatto di zoom che servono a dare dinamismo (ma talvolta danno fastidio) e la solita fotografia chiassosa di altissimo livello; però neppure lui riesce ad alleggerire il film accelerando il ritmo e sorvolando sulle parti ininfluenti della trama e il risultato finale sconta una sceneggiatura confusa e un Bava troppo impegnato a muovere la macchina da presa invece che l'intero film.
Di fatto se il film fosse stato spezzato in due il risultato sarebbe stato migliore. Un film con il punto di vista del serial killer anziché della vittima sarebbe stato interessante, ma vista la prima parte di quest'opera sarebbe ridicolo dire che sia mostrata la psicologia di un assassino. La seconda parte con un fantasma che perseguita una vittima con la sua sola presenza, una maledizione inalienabile, ma estremamente calma è anch'essa originale, ma viene fuori quasi per caso e in maniera poco incisiva.
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venerdì 24 novembre 2017
Schock - Mario Bava (1977)
(Shock)
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Una donna con un figlio dal precedente matrimonio torna nella casa in cui l'ex marito si suicidò con il nuovo compagno. Inutile dire che cominceranno strani avvenimenti, soprattutto in relazione al figlioletto.
Ultimo film di Bava (per il cinema), spiace dire che non è all'altezza delle aspettative. L'idea di partenza (chiara solo nel finale) è buona, ma quello che manca è la tensione.
Il film è un lungo girare intorno al finale, una lunga preparazione in cui la trama è gestita bene, ma il ritmo quasi totalmente assente e le scelte visive sono copie d'idee viste mille volte.
Non so se è un problema effettivo o se è solo un film invecchiato, ma vedendo il finale direi più la prima ipotesi.
Si, perché il finale è inaspettatamente buono. Il twist plot funziona, ma soprattutto ci sono idee ottime, la tensione è presente, le creazioni realizzate sono originali e sorprendono (in parte) con molta inventiva (il bambino che diventa l'adulto, la scena dell'armadio) e il meglio inizia con la famosissima scena dei capelli (che si può vedere qui); giustamente la più famosa, nonché la migliore sequenza del film (delle mani di luce che tolgono la coperta e i capelli antigravitari!).
Anche se siamo lontani anni luce dalle capacità del regista, con quel finale, tutto sommato, si chiude con dignità una grande carriera.
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Una donna con un figlio dal precedente matrimonio torna nella casa in cui l'ex marito si suicidò con il nuovo compagno. Inutile dire che cominceranno strani avvenimenti, soprattutto in relazione al figlioletto.
Ultimo film di Bava (per il cinema), spiace dire che non è all'altezza delle aspettative. L'idea di partenza (chiara solo nel finale) è buona, ma quello che manca è la tensione.
Il film è un lungo girare intorno al finale, una lunga preparazione in cui la trama è gestita bene, ma il ritmo quasi totalmente assente e le scelte visive sono copie d'idee viste mille volte.
Non so se è un problema effettivo o se è solo un film invecchiato, ma vedendo il finale direi più la prima ipotesi.
Si, perché il finale è inaspettatamente buono. Il twist plot funziona, ma soprattutto ci sono idee ottime, la tensione è presente, le creazioni realizzate sono originali e sorprendono (in parte) con molta inventiva (il bambino che diventa l'adulto, la scena dell'armadio) e il meglio inizia con la famosissima scena dei capelli (che si può vedere qui); giustamente la più famosa, nonché la migliore sequenza del film (delle mani di luce che tolgono la coperta e i capelli antigravitari!).
Anche se siamo lontani anni luce dalle capacità del regista, con quel finale, tutto sommato, si chiude con dignità una grande carriera.
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venerdì 14 ottobre 2016
Reazione a catena. Ecologia del delitto - Mario Bava (1971)
(Id.)
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Una anziana contessa viene trovata morta e il marito scomparso, la figliastra della contessa con il partner torneranno a indagare su quanto avvenuto e per mettere le mani sull'eredità. Nel mentre molti altri delitti vengono commessi e molti interessi sull'eredità saltano fuori.
Trama esagerata ed esagitata che tende sempre a spostare il abricentro del film verso l'inverosimiglianza, tuttavia la trama persegue un'idea precisa e lineare e realizzata in maniera cinicamente efficace. L'idea è quella del singolo delitto che, con un effetto domino esponenziale, causa moltri altri delitti di persone sempre meno coinvolte nella vicenda iniziale. L'idea è splendidamente contenuta nel doppio titolo italiano di cui il sottotitolo è anche un ironico commento sull'ambiente in cui qualunque dei delitti successivi al primo nasce e si sviluppa.
Alla regia ci troviamo di fronte agli ormai usuali virtuosismi di Bava, la macchina da presa in continuo movimenti, la dedizione per la soggettiva, panoramiche e inquadrature angolate, ma soprattutto gli zoom (incredibilmente mai fastidiosi) anche estremi. Una serie di virtuosismi quasi continui che però in questo caso sanno essere tenuti a bada e non diventano mai manierismo.
Difficile non vedere in questo stile (anche se non in questo film cronologicamente tardo) le origini stilistiche di Argento (e dunque, almeno in parte, di una buona fetta del cinema di genere italiano e americano anni '70).
Al di là di queste valutazioni, questo viene spesso considerato uno dei primi slasher moderne ed è assodato che sia stato a dir poco seminale nel gettare le basi di stilemi che diventeranno la base dell'horror ormai classico (la connessione fra la promiscuità sessuale e la probabilità di essere uccisi) e le influenze saranno ancor più evidenti nel cinema di Carpenter e molti suoi colleghi successivi.
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Una anziana contessa viene trovata morta e il marito scomparso, la figliastra della contessa con il partner torneranno a indagare su quanto avvenuto e per mettere le mani sull'eredità. Nel mentre molti altri delitti vengono commessi e molti interessi sull'eredità saltano fuori.
Trama esagerata ed esagitata che tende sempre a spostare il abricentro del film verso l'inverosimiglianza, tuttavia la trama persegue un'idea precisa e lineare e realizzata in maniera cinicamente efficace. L'idea è quella del singolo delitto che, con un effetto domino esponenziale, causa moltri altri delitti di persone sempre meno coinvolte nella vicenda iniziale. L'idea è splendidamente contenuta nel doppio titolo italiano di cui il sottotitolo è anche un ironico commento sull'ambiente in cui qualunque dei delitti successivi al primo nasce e si sviluppa.
Alla regia ci troviamo di fronte agli ormai usuali virtuosismi di Bava, la macchina da presa in continuo movimenti, la dedizione per la soggettiva, panoramiche e inquadrature angolate, ma soprattutto gli zoom (incredibilmente mai fastidiosi) anche estremi. Una serie di virtuosismi quasi continui che però in questo caso sanno essere tenuti a bada e non diventano mai manierismo.
Difficile non vedere in questo stile (anche se non in questo film cronologicamente tardo) le origini stilistiche di Argento (e dunque, almeno in parte, di una buona fetta del cinema di genere italiano e americano anni '70).
Al di là di queste valutazioni, questo viene spesso considerato uno dei primi slasher moderne ed è assodato che sia stato a dir poco seminale nel gettare le basi di stilemi che diventeranno la base dell'horror ormai classico (la connessione fra la promiscuità sessuale e la probabilità di essere uccisi) e le influenze saranno ancor più evidenti nel cinema di Carpenter e molti suoi colleghi successivi.
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mercoledì 20 aprile 2016
Operazione paura - Mario Bava (1966)
(Id. AKA Kill baby kill)
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Un medico deve effettuare un'autopsia su una ragazza in un paesino sperduto. Verrà accolto da una comunità chiusa e respingente, da una serie di fatti inquietanti e inspiegabili e, in ultimo, ovviamente un mistero.
Non è un film horror, non classico almeno; la paura, nonostante il titolo, non se ne vede molta.
Anche qui limitazione di budget e vicende produttive fallimentari hanno reso difficoltosa la realizzazione del film. Pertanto risulta sorprendente la qualità estetica e tecnica raggiunte.
La messa in scena è lussureggiante; c'è tutto il comparto gotico standard per quegli anni (case diroccate, ragnatele, nebbia, colori vivaci, il mix Corman per intenderci), ma ogni scena è costruita benissimo sfruttando i vari elementi senza mai scadere nel kitsch.
Movimenti di macchina fatti da semplici spostamenti d'inquadratura, zoom bellissimi (e io di solito trovo lo zoom respingente) e carrelli (da applausi la scena dell'altalena, prima in soggettiva poi a camera fissa).
Oltre a ciò riescono anche ad essere aggiunte alcune buone idee ormai aneddotiche; la bambina con la palla (pur non essendo inquietante) è veramente un valore aggiunto; la surreale scena dell'inseguimento del doppio del protagonista; il finale (idea buona visto tutto il potpourri fatto prima; purtroppo non è recitato all'altezza e anche la realizzazione complessiva qui latita).
Il vero problema del film è l'enorme confusione della sceneggiatura che mischia troppi elementi e il ritmo sempre troppo rilassato, sempre troppo verso la noia.
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Un medico deve effettuare un'autopsia su una ragazza in un paesino sperduto. Verrà accolto da una comunità chiusa e respingente, da una serie di fatti inquietanti e inspiegabili e, in ultimo, ovviamente un mistero.
Non è un film horror, non classico almeno; la paura, nonostante il titolo, non se ne vede molta.
Anche qui limitazione di budget e vicende produttive fallimentari hanno reso difficoltosa la realizzazione del film. Pertanto risulta sorprendente la qualità estetica e tecnica raggiunte.
La messa in scena è lussureggiante; c'è tutto il comparto gotico standard per quegli anni (case diroccate, ragnatele, nebbia, colori vivaci, il mix Corman per intenderci), ma ogni scena è costruita benissimo sfruttando i vari elementi senza mai scadere nel kitsch.
Movimenti di macchina fatti da semplici spostamenti d'inquadratura, zoom bellissimi (e io di solito trovo lo zoom respingente) e carrelli (da applausi la scena dell'altalena, prima in soggettiva poi a camera fissa).
Oltre a ciò riescono anche ad essere aggiunte alcune buone idee ormai aneddotiche; la bambina con la palla (pur non essendo inquietante) è veramente un valore aggiunto; la surreale scena dell'inseguimento del doppio del protagonista; il finale (idea buona visto tutto il potpourri fatto prima; purtroppo non è recitato all'altezza e anche la realizzazione complessiva qui latita).
Il vero problema del film è l'enorme confusione della sceneggiatura che mischia troppi elementi e il ritmo sempre troppo rilassato, sempre troppo verso la noia.
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lunedì 11 aprile 2016
Cani arrabbiati - Mario Bava (1974)
(Id. AKA Semaforo rosso; AKA Kidnapped; AKA Rabid dogs)
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Un gruppo di rapinatori, inseguiti dalla polizia devono fuggire prendendo una macchina direttamente dalla strada, costringendo il conducente a portarli fuori da Roma, sulla strada rapiscono anche una donna. Il film segue la loro costante fuga e il rapporto sempre più teso che si crea all'interno della macchina.
Questo è un film epico di Bava fin dalle note vicende di distribuzione. Realizzato negli anni '70, la produzione fallì prima di poterlo distribuire. Circolò per decenni solo come (poche) copie pirata finché a metà anni '90 (1995) Lea Kruger (vero nome Lea Lander), che impersonava la donna rapita, riuscì a farlo distribuire in VHS. Da allora ne sono uscite quasi una decina di versioni in DVD, ognuna con scene aggiunte o finali alternativi (con montaggi lievemente diversi o aggiunte sonore che, spesso, cambiano il senso del finale). La prima della versione definitiva originale si avrà su sky solo nel 2004.
Detto ciò passiamo al travagliato film...
...e inizierei con i difetti. L'incipit con la rapina (scena potenzialmente molto bella) è una overture imperfetta, confusa, poco efficace e con un ritmo scarso.
Inoltre questo è un film interamente girato in automobile e per tutta la prima parte la regia soffre della ristrettezza, dove si concentra soprattutto in primissimi piani (per stringere lo spazio aumentando la claustrofobia e la tensione); nelle scarse scene in esterni Bava dimostra di poter fare molto meglio (con dolly, carrellate laterali, zoom e fughe nel mais!).
Quindi veniamo ai pregi. Questo film rappresenta la versione bavesca (mi si perdoni l'aggettivo) del poliziottesco anni '70; genere che evidentemente al regista va molto stretto. Prende un paio di archetipi del genere e lo trasforma in un thriller di una modernità impressionante dove non esiste una figura positiva, un eroe, ma c'è solo la gente comune faccia a faccia con il male.
L'idea di realizzare un film tutto in interni strettissimi è folle e la regia ne risente, ma Bava riesce comunque a mantenere un ritmo pazzesco, tolto l'incipit, quando il film ingrana con la storia vera è una costante fuga (senza inseguitori) che, senza picchi di adrenalina, mantiene un climax crescente costante riempiendolo di situazioni e problemi senza permetterti mai di annoiarti o cedere alla distrazione, ma continuando a chiedersi cos'altro può succedere a questo punto?
Perfetta anche la creazione di un ambiente fatto prima di tutto dai corpi dei personaggi; questo è un film che vive del sudore degli attori quanto della loro recitazione, il calore dell'estate romana è trasmesso dalla pelle degli attori più che dal sole e collabora a creare un senso di fastidio e inquietudine costante.
Infine i tre rapinatori sono splendidi. Recitano sopra le righe, ma recitano comunque con una credibilità (nei panni degli psicotici) da fare impressione; tutto quello che fanno concorre a renderli credibili in parti poco credibili; le risate insistite, la tensione sessuale che si respira fin dall'inizio, il sudore e gli sguardi laterale. Bravissimi. Gli altri due attori presenti sulla scena si limitano a fare da ottime spalle (con qualche concessione in più a Lea Kruger che si prende i suoi momenti da applausi).
Tutto questo senza mai citare il finale. Credo che anche nelle versioni alternative il film possa essere comunque epocale. Ma il twist plot alla fine ha il dono di cambiare le carte in tavola quando ormai tutto si è già concluso, dando un altro piano di lettura ai comportamenti che sono stati tenuti durante lo svolgimento della trama.
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Un gruppo di rapinatori, inseguiti dalla polizia devono fuggire prendendo una macchina direttamente dalla strada, costringendo il conducente a portarli fuori da Roma, sulla strada rapiscono anche una donna. Il film segue la loro costante fuga e il rapporto sempre più teso che si crea all'interno della macchina.
Questo è un film epico di Bava fin dalle note vicende di distribuzione. Realizzato negli anni '70, la produzione fallì prima di poterlo distribuire. Circolò per decenni solo come (poche) copie pirata finché a metà anni '90 (1995) Lea Kruger (vero nome Lea Lander), che impersonava la donna rapita, riuscì a farlo distribuire in VHS. Da allora ne sono uscite quasi una decina di versioni in DVD, ognuna con scene aggiunte o finali alternativi (con montaggi lievemente diversi o aggiunte sonore che, spesso, cambiano il senso del finale). La prima della versione definitiva originale si avrà su sky solo nel 2004.
Detto ciò passiamo al travagliato film...
...e inizierei con i difetti. L'incipit con la rapina (scena potenzialmente molto bella) è una overture imperfetta, confusa, poco efficace e con un ritmo scarso.
Inoltre questo è un film interamente girato in automobile e per tutta la prima parte la regia soffre della ristrettezza, dove si concentra soprattutto in primissimi piani (per stringere lo spazio aumentando la claustrofobia e la tensione); nelle scarse scene in esterni Bava dimostra di poter fare molto meglio (con dolly, carrellate laterali, zoom e fughe nel mais!).
Quindi veniamo ai pregi. Questo film rappresenta la versione bavesca (mi si perdoni l'aggettivo) del poliziottesco anni '70; genere che evidentemente al regista va molto stretto. Prende un paio di archetipi del genere e lo trasforma in un thriller di una modernità impressionante dove non esiste una figura positiva, un eroe, ma c'è solo la gente comune faccia a faccia con il male.
L'idea di realizzare un film tutto in interni strettissimi è folle e la regia ne risente, ma Bava riesce comunque a mantenere un ritmo pazzesco, tolto l'incipit, quando il film ingrana con la storia vera è una costante fuga (senza inseguitori) che, senza picchi di adrenalina, mantiene un climax crescente costante riempiendolo di situazioni e problemi senza permetterti mai di annoiarti o cedere alla distrazione, ma continuando a chiedersi cos'altro può succedere a questo punto?
Perfetta anche la creazione di un ambiente fatto prima di tutto dai corpi dei personaggi; questo è un film che vive del sudore degli attori quanto della loro recitazione, il calore dell'estate romana è trasmesso dalla pelle degli attori più che dal sole e collabora a creare un senso di fastidio e inquietudine costante.
Infine i tre rapinatori sono splendidi. Recitano sopra le righe, ma recitano comunque con una credibilità (nei panni degli psicotici) da fare impressione; tutto quello che fanno concorre a renderli credibili in parti poco credibili; le risate insistite, la tensione sessuale che si respira fin dall'inizio, il sudore e gli sguardi laterale. Bravissimi. Gli altri due attori presenti sulla scena si limitano a fare da ottime spalle (con qualche concessione in più a Lea Kruger che si prende i suoi momenti da applausi).
Tutto questo senza mai citare il finale. Credo che anche nelle versioni alternative il film possa essere comunque epocale. Ma il twist plot alla fine ha il dono di cambiare le carte in tavola quando ormai tutto si è già concluso, dando un altro piano di lettura ai comportamenti che sono stati tenuti durante lo svolgimento della trama.
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sabato 20 marzo 2010
La maschera del demonio - Mario Bava (1960)
(Id.)
Visto in DVD.
Il primo film di Bava è un horror dalla storia confusa che ormai non da più neppure un brivido. Ciononostante rimane un'opera importante nel panorama italiano, in quanto primo film di questo genere ad essere realizzato.
Le ristrettezze dei mezzi non sono un impedimento alla realizzazione di un'opera che attinge a piene mani dall'immaginario dei film horror anni '30, dall'ambienatazione, alle scenografie spoglie ma suggestive, al tema del mostro senza che deve essere eliminato senza se e senza ma. Bava poi ci mette del suo, con ariosi movimenti di camera che ampiano le possibilità espressive di una stessa scena inquadrando su più livelli e in momenti diversi tutti i personaggi in scena, oppure mostrano o nascondono oggetti e personaggi.
Come si è detto l'effetto horrorifico è, come negli anni '30, lasciato all'atmosfera, all'ambiente gotico e decadenti, agli ampi saloni vuoti, alle ragantele ed alla polvere; e ancora una volta Bava dimostra di saperci fare con le inquadrature ad effetto, e alla creazione di un clima stagnante.
Di per se non è un buon film, non credo abbia particolari pretese e d'altra parte non ha una struttura originale o decisamente ben fatta, eppure le mani del regista cercano una loro via in un genere all'epoca già usurato, e a mio avviso, ci riescono.
Visto in DVD.
Il primo film di Bava è un horror dalla storia confusa che ormai non da più neppure un brivido. Ciononostante rimane un'opera importante nel panorama italiano, in quanto primo film di questo genere ad essere realizzato.
Le ristrettezze dei mezzi non sono un impedimento alla realizzazione di un'opera che attinge a piene mani dall'immaginario dei film horror anni '30, dall'ambienatazione, alle scenografie spoglie ma suggestive, al tema del mostro senza che deve essere eliminato senza se e senza ma. Bava poi ci mette del suo, con ariosi movimenti di camera che ampiano le possibilità espressive di una stessa scena inquadrando su più livelli e in momenti diversi tutti i personaggi in scena, oppure mostrano o nascondono oggetti e personaggi.
Come si è detto l'effetto horrorifico è, come negli anni '30, lasciato all'atmosfera, all'ambiente gotico e decadenti, agli ampi saloni vuoti, alle ragantele ed alla polvere; e ancora una volta Bava dimostra di saperci fare con le inquadrature ad effetto, e alla creazione di un clima stagnante.
Di per se non è un buon film, non credo abbia particolari pretese e d'altra parte non ha una struttura originale o decisamente ben fatta, eppure le mani del regista cercano una loro via in un genere all'epoca già usurato, e a mio avviso, ci riescono.
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