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Sei coppie di italiani si ritrovano a Montecarlo. Un omicidio viene commesso e, per varie vicissitudini, i tre vengono tutti sospettati in una girandola di equivoci e segreti reciproci. La vicenda sarà ricostruita a distanza.
Commedia riuscitissima di Camerini che si sporca di giallo senza esserne mai sovrastata. Di fatto un mix di due generi dove, entrambi, hanno il loro spazio, per lo più disgiunto, ma con un occhio di apprezzamento maggiore alle risate.
Il film si pregia di una serie di interpretazioni eccellenti fatte dal cast stellare coprotagonista dove ognuno ha uno spazio equilibrato per muoversi e dare il meglio di sé, particolarmente apprezzabili Manfredi nei suoi panni migliori, un Sordi macchiettistico, ma adatto e una Mangano a cui viene dato lo spazio giusto per spiccare.
Il film invece non riesce mai a dosare in maniera corretta le varie componenti o le tre storie che, di fatto, prima del finale, sono degli episodi disgiunti; ma ha il vantaggio di architettare un plot a incastro totalmente imprevedibile costringendo lo spettatore a rimanere incollato al video fino alla fine per l'impossibilità di prevedere cosa verrà dopo. Non un capolavoro tout court, ma un capolavoro di imprevedibilità.
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venerdì 29 giugno 2018
venerdì 2 giugno 2017
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? - Ettore Scola (1968)
(Id.)
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Un imprenditore italiano parte per l'Africa portoghese (!) alla ricerca del cognato apparentemente scomparso mesi prima; accompagnato dal fido ragioniere sarà costretto a un continuo peregrinare in un inseguimento a distanza delle tracce (e dei depistaggi) lasciati dal parente. Trovatolo sarà costretto a valutare se il ritorno a casa sia davvero la scelta da preferire.
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Un imprenditore italiano parte per l'Africa portoghese (!) alla ricerca del cognato apparentemente scomparso mesi prima; accompagnato dal fido ragioniere sarà costretto a un continuo peregrinare in un inseguimento a distanza delle tracce (e dei depistaggi) lasciati dal parente. Trovatolo sarà costretto a valutare se il ritorno a casa sia davvero la scelta da preferire.
Filmetto più simpatico che divertente di uno Scola (ma alla sceneggiatura ci sono pure Age&Scarpelli) che vorrebbe già essere fustigatore degli italici costumi, ma riesce appena a graffiarne la superficie e riempie il resto di luoghi comuni, idee abusate e un Sordi che gigioneggia senza freni (anzi, macchiettistico standard, deve aver impostato il pilota automatico e non aggiunge niente al film).
Quello che viene maggiormente fuori è un film sull'Africa (l'Africa ovviamente, non una nazione specifica) con lo sguardo esotista del provinciale italiano che riempie tutti di buoni selvaggi rinoceronti e struzzi, missioni cattoliche e pasta cucinata in mezzo alla savana (e quasi tutti che parlano un poco di italiano! E tutti i personaggi minimamente utili alla vicenda sono bianchi).
Di positivo si salva solo (ma è grandiosa) la figura del ragioniere; un Blier impeccabile che fa da spalla comica a Sordi permettendogli di strappare qualche sorriso, ma che anche da solo riesce a tenere il film verso il versante della commedia.
Quello che viene maggiormente fuori è un film sull'Africa (l'Africa ovviamente, non una nazione specifica) con lo sguardo esotista del provinciale italiano che riempie tutti di buoni selvaggi rinoceronti e struzzi, missioni cattoliche e pasta cucinata in mezzo alla savana (e quasi tutti che parlano un poco di italiano! E tutti i personaggi minimamente utili alla vicenda sono bianchi).
Di positivo si salva solo (ma è grandiosa) la figura del ragioniere; un Blier impeccabile che fa da spalla comica a Sordi permettendogli di strappare qualche sorriso, ma che anche da solo riesce a tenere il film verso il versante della commedia.
Per essere di Scola manca tutto, non
c'è cattiveria o cinismo, ma manca anche la poesia.
Direi che è per completisti di Sordi
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lunedì 17 aprile 2017
Lo scapolo - Antonio Pietrangeli (1955)
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La vita di uno scapolo di trentanni, allergico ai rapporti stabili, da cui si defili appena si sente l'imminenza di un'idea di matrimonio. Vive la sua condizione con una felicità che presto si dimostra di facciata.
Un film fantastico che, ammantato da un'aura di commedia (sostenuta molto dalla presenza di Sordi all'epoca al picco della fama, ma sceneggiata anche dallo stesso Pietrangeli), mostra una realtà amara. A conti fatti non è un commedia, al massimo un simpatico film sulla solitudine; una solitudine che assomiglia a quella del successivo "Io la conoscevo bene"; una solitudine che qui è fortemente voluta, almeno all'inizio, pretesa e poi sofferta, ma ormai l'abitudine all'isolamento rende difficili i rapporti personali duraturi.
Ma questo è anche un film magnificamente anticonformista; nell'Italia cattolica anni '50 un film su uno scapolo fiero di esserlo che combatte contro una società che lo vorrebbe obbligare al matrimonio è di per se sovversiva, ma Pietrangeli non ama gli eroi (figuriamoci Scola; anche lui cosceneggiatore), e il suo protagonista non combatte con fierezza e per nobili ideali, è un omiciattolo infantile che combatte per il diritto a un edonismo che diviene zavorra nel momento in cui il tempo gli toglie il manto di splendore della gioventù.
Sordi è centrale e mattatore, spesso in scena da solo, spesso pure in eccesso. Protagonista di lunghi monologhi, molti borbottii privati e diversi pensieri esposti. Questo film è totalmente su Sordi, che non solo non smette di interpretare il suo italiano medio, ma stavolta lo azzecca in toto; pochi momenti realmente buffi, i suoi tic e i suoi istrionismo da caratterista sono tenuti a bada e riesce splendidamente in una parte che di buffo ha poco e di malinconico molto.
Alla regia Pietrangeli ci mette soggettive e un bel piano sequenza iniziale, ma principalmente lavora di attori con una regia parca e precisa e la costruzione di diverse sequenze densissime di significato pur nella loro essenzialità. Su tutte si fanno ricordare la cena solitaria (e il triste dopo cena) a parlare con un altro scapolo di mezza età o il ritorno a casa, dopo una serata finita mala, con il tentativo di ammazzare il tempo lungo la strada.
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La vita di uno scapolo di trentanni, allergico ai rapporti stabili, da cui si defili appena si sente l'imminenza di un'idea di matrimonio. Vive la sua condizione con una felicità che presto si dimostra di facciata.
Un film fantastico che, ammantato da un'aura di commedia (sostenuta molto dalla presenza di Sordi all'epoca al picco della fama, ma sceneggiata anche dallo stesso Pietrangeli), mostra una realtà amara. A conti fatti non è un commedia, al massimo un simpatico film sulla solitudine; una solitudine che assomiglia a quella del successivo "Io la conoscevo bene"; una solitudine che qui è fortemente voluta, almeno all'inizio, pretesa e poi sofferta, ma ormai l'abitudine all'isolamento rende difficili i rapporti personali duraturi.
Ma questo è anche un film magnificamente anticonformista; nell'Italia cattolica anni '50 un film su uno scapolo fiero di esserlo che combatte contro una società che lo vorrebbe obbligare al matrimonio è di per se sovversiva, ma Pietrangeli non ama gli eroi (figuriamoci Scola; anche lui cosceneggiatore), e il suo protagonista non combatte con fierezza e per nobili ideali, è un omiciattolo infantile che combatte per il diritto a un edonismo che diviene zavorra nel momento in cui il tempo gli toglie il manto di splendore della gioventù.
Sordi è centrale e mattatore, spesso in scena da solo, spesso pure in eccesso. Protagonista di lunghi monologhi, molti borbottii privati e diversi pensieri esposti. Questo film è totalmente su Sordi, che non solo non smette di interpretare il suo italiano medio, ma stavolta lo azzecca in toto; pochi momenti realmente buffi, i suoi tic e i suoi istrionismo da caratterista sono tenuti a bada e riesce splendidamente in una parte che di buffo ha poco e di malinconico molto.
Alla regia Pietrangeli ci mette soggettive e un bel piano sequenza iniziale, ma principalmente lavora di attori con una regia parca e precisa e la costruzione di diverse sequenze densissime di significato pur nella loro essenzialità. Su tutte si fanno ricordare la cena solitaria (e il triste dopo cena) a parlare con un altro scapolo di mezza età o il ritorno a casa, dopo una serata finita mala, con il tentativo di ammazzare il tempo lungo la strada.
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venerdì 10 luglio 2015
Io la conoscevo bene - Antonio Pietrangeli (1965)
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Visto in Dvx.
Una (bella) ragazza della provincia toscana va a Roma a cercare il successo; lei si muove lieve tra un uomo e l'altro, tra un lavoro e l'altro, tra una persona e l'altra. Leggera e vacua com'è sembra essere inattaccabile dal dolore, ma anche lei mostra di avere dei sogni che vengono continuamente distrutti; finché, nel finale, non di mostrerà di non essere del tutto inattaccabile.
Difficile riassumere un film del genere; un film felliniano sotto molti punti di vista tra cui quelli della trama; un film composto da episodi disgiunti che si accumulano creando una storia, una trama, una psicologia e una vita di un personaggio che altrimenti sarebbe solo fatua, scioccherella, buona e distaccato. Il personaggio, proprio per queste caratteristiche è una Cabiria, meno combattiva e più passiva (oltre che molto più bella, dettaglio che ha il suo peso nella storia), ma assolutamente in linea con un personaggi della Masina standard.
Pietrangeli dietro la macchina da presa dimostra un dinamismo incredibile pur mantenendo quella levità che sembra essere la sua cifra stilistica (quella stessa levità presente in quel gioiellino di commedia leggere di "Fantasmi a Roma"), pur con i suoi movimenti di macchina e le scelte di regia molto pesanti, la messa in scena appare lieve, la trama sembra muoversi senza sforzo, ma con un effetto complessivo di empatia totale con la protagonista.
Beh come dicevo la regia è presente e visibilissima per tutto il film; con giochi di controluce, una vertiginosa inquadratura dal basso con il duomo di Orvieto (credo) alle spalle; inserti di flashback o montaggio parallelo per spiegare situazioni o rapporti senza usare le parole (o per sottolineare quanto viene detto); utilizzo estetizzante delle luci (bellissime quelle in notturna della scena dell’incidente per esempio); panoramiche circolari (la lezione di teatro dove il movimento si fonde con le parole); l’uso dei riflessi (negli specchi dell’ascensore, nei tavoli, nei parabrezza ecc).
A questo si deve aggiungere una serie di personaggi (interpretati da comprimari di lusso; si guardi il cast e si rimarrà sbalorditi) e diverse battute fulminanti ("O la macchina più grande o il vestito più piccolo") e tanto sentimentalismo, mai urlato e mai disturbante.
Pietrangeli lo conosco ancora poco, ma questo si candida a essere il suo film migliore; certamente è uno dei più grandi film italiani a essere quasi sconosciuto.
PS: Per storia, personaggi psicologie e intere sequenze... quanto mi ha ricordato "La grande bellezza" (basti la scena del salotto romano ).
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Una (bella) ragazza della provincia toscana va a Roma a cercare il successo; lei si muove lieve tra un uomo e l'altro, tra un lavoro e l'altro, tra una persona e l'altra. Leggera e vacua com'è sembra essere inattaccabile dal dolore, ma anche lei mostra di avere dei sogni che vengono continuamente distrutti; finché, nel finale, non di mostrerà di non essere del tutto inattaccabile.
Difficile riassumere un film del genere; un film felliniano sotto molti punti di vista tra cui quelli della trama; un film composto da episodi disgiunti che si accumulano creando una storia, una trama, una psicologia e una vita di un personaggio che altrimenti sarebbe solo fatua, scioccherella, buona e distaccato. Il personaggio, proprio per queste caratteristiche è una Cabiria, meno combattiva e più passiva (oltre che molto più bella, dettaglio che ha il suo peso nella storia), ma assolutamente in linea con un personaggi della Masina standard.
Pietrangeli dietro la macchina da presa dimostra un dinamismo incredibile pur mantenendo quella levità che sembra essere la sua cifra stilistica (quella stessa levità presente in quel gioiellino di commedia leggere di "Fantasmi a Roma"), pur con i suoi movimenti di macchina e le scelte di regia molto pesanti, la messa in scena appare lieve, la trama sembra muoversi senza sforzo, ma con un effetto complessivo di empatia totale con la protagonista.
Beh come dicevo la regia è presente e visibilissima per tutto il film; con giochi di controluce, una vertiginosa inquadratura dal basso con il duomo di Orvieto (credo) alle spalle; inserti di flashback o montaggio parallelo per spiegare situazioni o rapporti senza usare le parole (o per sottolineare quanto viene detto); utilizzo estetizzante delle luci (bellissime quelle in notturna della scena dell’incidente per esempio); panoramiche circolari (la lezione di teatro dove il movimento si fonde con le parole); l’uso dei riflessi (negli specchi dell’ascensore, nei tavoli, nei parabrezza ecc).
A questo si deve aggiungere una serie di personaggi (interpretati da comprimari di lusso; si guardi il cast e si rimarrà sbalorditi) e diverse battute fulminanti ("O la macchina più grande o il vestito più piccolo") e tanto sentimentalismo, mai urlato e mai disturbante.
Pietrangeli lo conosco ancora poco, ma questo si candida a essere il suo film migliore; certamente è uno dei più grandi film italiani a essere quasi sconosciuto.
PS: Per storia, personaggi psicologie e intere sequenze... quanto mi ha ricordato "La grande bellezza" (basti la scena del salotto romano ).
martedì 6 marzo 2012
Brutti, sporchi e cattivi - Ettore Scola (1976)
(Id.)
Visto in DVD.
Qualche giorno nella vita di un gruppo famigliare allargato (Manfredi è il capostipite di una tribù di figli e nipoti e di una selva di “mogli”) che vive nelle baraccopoli fuori Roma. Ovviamente sono tutti personaggi grotteschi fatti di bassezze più che di umanità.
La commedia all’italiana degli anni ’70 è molto diversa da quella precedente; in questo decennio si è persa completamente la speranza (si veda quel Borghese piccolo piccolo che più nichilista di così è difficile), l’acceleratore del grottesco non va più di pari passo con i sentimenti, anzi li doppia superandoli a destra. Questo film non fa eccezione. L’ottimo Scola descrive qualche giorno senza una trama precisa con il solo intento di mostrare uno spaccato orribile, fatto di ogni bruttezza possibile, si concentra con enorme bramosia sulle deformità fisiche e morale dei suoi protagonisti, mostra o suggerisce incesti come se piovesse e sottolinea la cattiveria e l’egoismo del tutti contro tutti fino al didascalismo.
È un peccato perché affogare un film con una trama esile in una marea di ripetizioni non può portare a nulla di buono; certamente il tema colpisce ed è originale, ma è un po’ come nella screwball comedy anni ’30, non possono essere tutti picchiatelli ci vuole qualcuno di normale a far da parametro o il film non funziona. Inoltre la sceneggiatura non permette distrazioni e fa rimanere la storia sempre sullo stesso concetto; ma dopo un’ora e mezza di “quant’è brutta questa e gente e quant’è brutta la società” tutti i pregi passano in secondo piano (e di pregi ce ne sarebbero, dal Manfredi che riesce contemporaneamente ad essere macchiettistico e controllato; ad alcune sequenze d’atmosfera vera come quella della decisione famigliare di uccidere il padre mentre preparano la coratella).
È uno spaccato sociale cattivo e graffiante, ma inconcludente.
Visto in DVD.
Qualche giorno nella vita di un gruppo famigliare allargato (Manfredi è il capostipite di una tribù di figli e nipoti e di una selva di “mogli”) che vive nelle baraccopoli fuori Roma. Ovviamente sono tutti personaggi grotteschi fatti di bassezze più che di umanità.La commedia all’italiana degli anni ’70 è molto diversa da quella precedente; in questo decennio si è persa completamente la speranza (si veda quel Borghese piccolo piccolo che più nichilista di così è difficile), l’acceleratore del grottesco non va più di pari passo con i sentimenti, anzi li doppia superandoli a destra. Questo film non fa eccezione. L’ottimo Scola descrive qualche giorno senza una trama precisa con il solo intento di mostrare uno spaccato orribile, fatto di ogni bruttezza possibile, si concentra con enorme bramosia sulle deformità fisiche e morale dei suoi protagonisti, mostra o suggerisce incesti come se piovesse e sottolinea la cattiveria e l’egoismo del tutti contro tutti fino al didascalismo.
È un peccato perché affogare un film con una trama esile in una marea di ripetizioni non può portare a nulla di buono; certamente il tema colpisce ed è originale, ma è un po’ come nella screwball comedy anni ’30, non possono essere tutti picchiatelli ci vuole qualcuno di normale a far da parametro o il film non funziona. Inoltre la sceneggiatura non permette distrazioni e fa rimanere la storia sempre sullo stesso concetto; ma dopo un’ora e mezza di “quant’è brutta questa e gente e quant’è brutta la società” tutti i pregi passano in secondo piano (e di pregi ce ne sarebbero, dal Manfredi che riesce contemporaneamente ad essere macchiettistico e controllato; ad alcune sequenze d’atmosfera vera come quella della decisione famigliare di uccidere il padre mentre preparano la coratella).
È uno spaccato sociale cattivo e graffiante, ma inconcludente.
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lunedì 2 gennaio 2012
C'eravamo tanto amati - Ettore Scola (1974)
(Id.)
Visto in tv.
La storia di tre amici (Manfredi, Satta Flores e Gassman) dai felici giorni della resistenza fino agli anni ’70, le strade divise e costantemente riunitesi, la politica, il lavoro, i cambiamenti sociali e l’amore sempre per la stesa donna (la Sandrelli).
Sono un giannizzero di questo film che considero il più bello (a livello di regia) che sia mai stato fatto in Italia fino all’arrivo di Sorrentino. Quindi mi metto subito e dirne i lati negativi. Certamente la scrittura non è il punto di forza; i personaggi, seppure ben distinti e caratterizzati, sono molto superficiali e sciocchi; gli eventi non sono ben mostrati e, soprattutto, ogni cosa è mostrata con il filtro dell’ideologia che identifica con il denaro la morte spirituale e con la povertà l’unico vero sistema di rimanere onesti di fronte a se stessi...
Ma anche di fronte a queste evidenti pecche il film rimane un’opera larger than life. In questo film sono condensate tutte le turbolenze che dal dopo guerra si sono mosse in italia. Le lotte politiche, il boom economico, i vizi e le frodi dell’epoca e i vizi e le frodi che da allora ci accompagnano (significativamente profetico Gassman quando con Aldo Fabrizi si lamenta della conduzione dell’azienda, dicendo che non si può andare avanti con la bustarella all’assessore, ma bisogna pilotare i piani edilizi, avere contatti con la politica e farsi quotare in borsa), la storia del cinema di quel periodo (le duemila citazioni splendidamente sparse, come quella sfacciata e anche quella nascosta de "L'eclisse" di Antonioni e i reiterati camei di Fellini, Mastroianni, De Sica o la partecipazione come attore dello stesso Aldo Fabrizi ed Elena Fabrizi), le abitudini le manie ed i sogni dell’epoca. Il tutto viene mostrato e mischiato tanto da non esserci una differenza quando parla della vita o del cinema.
Il film poi riesce a far ridere quando deve, mentre si costella di diverse sequenze strappalacrime fatte da dio, come le foto della Sandrelli in lacrime in Piazza di Spagna, la canzone dei partigiani continuamente suonata/cantata, ecc… davvero i momenti da ricordare sono troppi.
Infine il motivo per cui l’ho sempre amato, Scola fa di tutto, fa di tutto, fa parlare i morti, sfrutta B/N e colori, utilizza le musiche, muove la macchina da presa con dolly enormi e sfrutta gli stilemi teatrali (i pensieri detti ad alta voce dai personaggi è un’idea fantastica, perché viene prima spiegata, poi utilizzata per finta nel film e solo dopo Scola la utilizza come tecnica reale… beh bisogna vederlo per capire) arrivando addirittura far recitare una lettera dalla donna che l’ha scritto, un sistema che all’epoca utilizzava solo Bergman (successivamente, per quanto ne so, solo Scorsese). Fantastico.
Visto in tv.
La storia di tre amici (Manfredi, Satta Flores e Gassman) dai felici giorni della resistenza fino agli anni ’70, le strade divise e costantemente riunitesi, la politica, il lavoro, i cambiamenti sociali e l’amore sempre per la stesa donna (la Sandrelli).Sono un giannizzero di questo film che considero il più bello (a livello di regia) che sia mai stato fatto in Italia fino all’arrivo di Sorrentino. Quindi mi metto subito e dirne i lati negativi. Certamente la scrittura non è il punto di forza; i personaggi, seppure ben distinti e caratterizzati, sono molto superficiali e sciocchi; gli eventi non sono ben mostrati e, soprattutto, ogni cosa è mostrata con il filtro dell’ideologia che identifica con il denaro la morte spirituale e con la povertà l’unico vero sistema di rimanere onesti di fronte a se stessi...
Ma anche di fronte a queste evidenti pecche il film rimane un’opera larger than life. In questo film sono condensate tutte le turbolenze che dal dopo guerra si sono mosse in italia. Le lotte politiche, il boom economico, i vizi e le frodi dell’epoca e i vizi e le frodi che da allora ci accompagnano (significativamente profetico Gassman quando con Aldo Fabrizi si lamenta della conduzione dell’azienda, dicendo che non si può andare avanti con la bustarella all’assessore, ma bisogna pilotare i piani edilizi, avere contatti con la politica e farsi quotare in borsa), la storia del cinema di quel periodo (le duemila citazioni splendidamente sparse, come quella sfacciata e anche quella nascosta de "L'eclisse" di Antonioni e i reiterati camei di Fellini, Mastroianni, De Sica o la partecipazione come attore dello stesso Aldo Fabrizi ed Elena Fabrizi), le abitudini le manie ed i sogni dell’epoca. Il tutto viene mostrato e mischiato tanto da non esserci una differenza quando parla della vita o del cinema.
Il film poi riesce a far ridere quando deve, mentre si costella di diverse sequenze strappalacrime fatte da dio, come le foto della Sandrelli in lacrime in Piazza di Spagna, la canzone dei partigiani continuamente suonata/cantata, ecc… davvero i momenti da ricordare sono troppi.
Infine il motivo per cui l’ho sempre amato, Scola fa di tutto, fa di tutto, fa parlare i morti, sfrutta B/N e colori, utilizza le musiche, muove la macchina da presa con dolly enormi e sfrutta gli stilemi teatrali (i pensieri detti ad alta voce dai personaggi è un’idea fantastica, perché viene prima spiegata, poi utilizzata per finta nel film e solo dopo Scola la utilizza come tecnica reale… beh bisogna vederlo per capire) arrivando addirittura far recitare una lettera dalla donna che l’ha scritto, un sistema che all’epoca utilizzava solo Bergman (successivamente, per quanto ne so, solo Scorsese). Fantastico.
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