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venerdì 3 maggio 2019

Il giudice e l'assassino - Bertrand Tavernier (1976)

(Le juge et l'assassin)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Francia 1800, un giudice si mette sulle tracce di un "serial killer", dopo lunghe ricerche riuscirà ad arrestare un sospettato, che però sarà palesemente pazzo. Riuscirà ad ottenere una condanna, nonostante l'infermità mentale, ricorrendo ad ogni mezzo possibile.

Una commedia grottesca (perché questo è il tono e questo stimola il folle personaggio dell'assassino), più per il piglio che per il risultato, che intende graffiare il potere corrotto di potere e di consenso con una carrellata di personaggi moralmente borghesi (nel senso dispregiativo di una quarantina di anni fa) che compiono il proprio dovere oltre i limiti consentiti.

Duole però che tanto sforzo verso un obiettivo, tutto sommato, così contenuto non riesca a essere seguito da un buon risultato.
La regia è, in questo caso, piuttosto secondaria e l'intero film è caricato sulle spalle dei suoi protagonisti (che in questo caso sono inattaccabili; sopra le righe e farsesco Galabru, contenuto e in parte Noiret) che vengono condotti in una sceneggiatura lunga e dispersiva che li mette a confronto con altri personaggi piuttosto ininfluenti (senza significato e pretenziosa la parte della Huppert) e li conduce a un finale posticcio.
Complessivamente un'idea semplice ed efficace, mal condotta e complessivamente svilita.

lunedì 30 maggio 2016

Il colpo di spugna - Bertrand Tavernier (1981)

(Coup de torchon)

Visto in Dvx.

Africa francese, anni '30, il capo di polizia del villaggio; un bambacione su cui pochi fanno vero affidamento e di cui tutti si prendono gioco o sfruttano apertamente.
Data la serie di personaggi impuniti e protetti dall'altro il poliziotto escogita un piano per eliminarli senza essere accusato di nulla.

Film perfetto, nella trama scontata che nel finale però devia all'improvviso gettando una luce nuova su tutto il senso del film che diviene una sorta di racconto sul male perpetrato dai buoni. Un colpo di scena finale che è tutto nella psicologia del protagonista che si rivela male interpretata fino a quel punto. L'effetto complessivo è quello di un divertente noir nichilista (con un tono mai veramente comico, ma con il mood spesso vicino alla farsa più ancora che al grottesco).

Tavernier governa bene un film intelligente, senza particolari guizzi (e affossato da una qualità della pellicola dell'epoca nona adeguata), ma con buon ritmo.
Infine, il vero valore aggiunto del film (nonché uno dei motivi di riuscita) è la presenza di Noiret nella parte principale. Col suo fisico importante e la sua espressione persa è la tela ideale su cui disegnare il bambacione manipolatore perfetto.

mercoledì 13 aprile 2016

La famiglia - Ettore Scola (1987)

(Id.)

Visto in Dvx.

La vita di un uomo dalla nascita nei primi anni del 900 al suo 80esimo compleanno, vista tramite gli episodi della sua vita svoltisi dentro il suo appartamento nel quartiere Prati di Roma. I rapporti con i parenti, gli studi, il fascismo, il matrimonio, l'amore vero per un'altra donna (la cognata), la professione, i figli, ecc...

Questo è un film di uno Scola che torna a sperimentare e la cosa fa estremo piacere. Purtroppo, come spesso accade, sperimentare può portare anche a risultati mediocri; e purtroppo questo è il caso.

Il film si dipana su nove decenni di storia patria, ma tutti ambientati dentro la stessa casa; le sezioni sono introdotte da una carrellata del corridoio d'ingresso che da la cifra alla regia, fluida, ma calma e un lavoro di interni che mantengono assonanze comuni pur cambiando con le mode del periodo.
Anche se il lavoro maggiormente interessante è quello sugli attori. Dovendo mostrare personaggi che vanno dagli 0 agli 80 anni deve, per forza, cambiare spesso attori, nel farlo però non sia accontenta di alcune chicche (su tutte sostituire Massimo Dapporto con il padre, mantenendo però la voce del primo ridoppiando il secondo), ma sostituisce gli attori anche all'interno della stessa sequenza, in alcuni casi, credo, per sottolineare che il personaggio è lo stesso nonostante gli attori abbiano più o meno la stessa età (è il caso dell'introduzione della Ardant), in altri casi senza un motivo apparente se non la bellezza del concetto in sé (la Sandrelli nello specchio). Utile lo scambia fra Occhipinti e Gassman (attori di età e aspetto piuttosto diversi), ma che proprio in funzione della poca affinità fra i due stride in maniera incredibile (pure la cadenza è diversa).

Se, dunque, la messa in scena è interessante, anche se un po' sgualcita, il problema è tutto all'origine.
Voelva essere (e poteva essere) un film sulla storia del paese come "Novecento", ma rimane troppo chiuso in sé stesso (e, letteralmente, chiuso in casa); poteva essere una saga familiare vera e proprio, ma non riesce ad andare oltre al film a episodi disgiunti. Quello che rimane è un film amaro sul passare del tempo come grande livellatore, con l'età che smussa gli angoli dei sentimenti di ogni tipo e con il cerchio della vita che prosegue stancamente.
Di fatto è solo un film che gira in tondo dicendo poco, ma lo fa benissimo.

venerdì 8 aprile 2016

La grande abbuffata - Marco Ferreri (1973)

(La grande bouffe)

Visto in Dvx.

Quattro amici si chiudono nella casa di uno di loro per suicidarsi a forza di cibo; mangiano in continuazione manicaretti fino a scoppiare. Tra i quattro serpeggeranno crisi e risentimenti, ma soprattutto determinazione ad arrivare fino in fondo.

Denuncia sociale del capitalismo e della società dell'epoca o semplice affresco grottesco di quattro persone paradossali? Con Ferreri tutto è possibile.
Bisogno ammettere che il senso di nausea e di eccesso è reso magnificamente da questo continuo mangiare in maniera ininterrotta, anche preferendolo al sesso (sesso richiesto invece da Mastroianni, tanto per cambiare).
Il vero punto di forza del film però sono i quattro attori, perfetti, ognuno a interpretare una psicologia che, mi sembra, rappresenta una versione distorta di sé stessi (Mastroianni donnaiolo, Tognazzi che cucina, Piccoli intellettuale ascetico, Noiret bambacione), bravi a sostenere con un ninete una storia ripetitiva...
SI perché, come spesso in Ferreri, il limiti è l'idea stessa. Anzi l'intero film vive di un'idea sola e la sceneggiatura a tesi non fa nulla per spostarsi da quel punto, rendere dinamica una vicenda statica o mantenere l'interesse con altro che non sia l'assunto iniziale; ed è un peccato. Come al solito Ferreri si rifugia in un intellettualismo che, forse, in quegli anni era accettabile (o addirittura richiesto), ma oggigiorno rallenta la godibilità di un film che ormai si guarda solo per la perfezione nella definizione di eccesso.

venerdì 11 settembre 2015

Zazie nel metrò - Louis Malle (1960)

(Zazie dans le métro)

Visto ad un cineforum, in lingua originale sottotitolato.

Una ragazzina viene lasciata a Parigi alle cure dello zio (la madre deve passare un weekend con un uomo). Lo zio vorrebbe far visitare la città alla nipote che però è interessata unicamente alla metropolitana. La storia si complica quando della vicenda si interessa un poliziotto piuttosto pedante e la visita alla città costringe lo zio a portare tutti alle prove del suo spettacolo dove interpreta una ballerina.

Personalmente apprezzo Queneau a singhiozzo (l'autore dell'opera omonima alla base del film) e comunque ho sempre considerato ogni suo libro intrasportabile sul grande schermo. Partito quindi con le peggiori premesse mi sono dovuto ricredere fin da subito.
Il libro è una viaggio surreale con una trama piuttosto vaga, dal mood comico e dalla scrittura letteralmente vorticosa, un tour de force letterario per lo stile di scrittura paradossale. Malle si dimostra all'altezza del compito e traforma la scrittura in un caleidoscopio di immagini; l'ironia è continua nelle scene con personaggi utilizzati per la loro fisicità prima che per la recitazione (fantastico un Noiret mai così mastodontico), nei personaggi di contorno che arricchiscono ogni scena di dettagli comici creando un intero ecosistema (si pensi solo al borseggiatore onnipresente), una recitazione sopra le righe e una serie di gag e movimenti eccessivi degni dei Looney tunes, un susseguirsi di scene cucite insieme più per ritmo che per senso (c'è un lungo inseguimento centrale, completamente cartoonistico, solo in parte utile per la vicenda; beh è una serie di scene realizzate benissimo. Inoltre Malle utilizza la macchina da presa in maniera dinamica e con inquadrature particolari (e spesso assurde o deformate); ma soprattutto lavora tantissimo di montaggio, muovendo i personaggi sulla scena, spostando o sostituendo oggetti, affiancando scene paradossali.

Un capolavoro di surrealtà e una delle migliori trasposizioni cinematografiche di un'opera letteraria.

martedì 28 febbraio 2012

Topaz - Alfred Hitchcock (1969)

(Id.)

Visto in DVD. Va com'è dettagliata qui la trama; potevo non linkare?
Posso dire fin da subito (come giustificazione preventiva) che un film di spionaggio in senso stretto non è il genere di Hitchcock, a lui servono film con personaggi di spessore, con una trama da giallo/thriller, non un normale spionaggio internazionale… però il film fa schifo lo stesso.

E non è la trama raffazzonata alla meglio, i momenti di stanca delle sequenze a Cuba o l’eccessiva velocità (a mio avviso mancano delle scene) e l’incongruenza delle parti ambientate in Francia. Non è neppure nella totale assenza di appeal e simpatia dei protagonisti (io che non apprezzo molto Cary Grant, in questo film l’ho rimpianto tantissimo) il problema del film. Neppure la regia discretamente normale che perdura per quasi tutta la durata dell’opera (mi è rimasta, positivamente, impressa solo la sequenza iniziale con lo zoom in avvicinamento e poi in allontanamento del dolly) e che regala una delle sequenze finali peggio realizzate di tutta la carriera del regista inglese (ci sono almeno 2 finali alternativi che però mi sono rifiutato di vedere, certamente non possono essere peggiori di quello ufficiale). Infine non è la mancanza di ironia, la citazione spicciola o l’assenza di un’estetica accettabile; è che proprio è un film che vorrebbe/dovrebbe creare tensione (soprattutto nelle scene fuori dagli USA), ma non ci riesce mai, neanche per sbaglio, neanche per un attimo. E per Hitchcock è imperdonabile la noia.

In definitiva un mediocre film di spionaggio anni ’50 realizzato negli anni ’60 degno del primo pomeriggio di rete4 in un giorno feriale.