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lunedì 16 novembre 2020

The raid 2. Berandal - Gareth Evans (2014)

(Serbuan maut 2: Berandal)

Visto su Amazon prime.

Dopo il botto di "The raid" il gruppo di Gareth Evans pensa sia giusto sfruttare il nome per il film successivo e decide di riprendere in mano lo script su cui stava lavorando già prima del 2011 e lo manipola per farlo diventare il seguito diretto del suo capolavoro.
L'effetto di questa manipolazione è evidente. Questo nuovo film ha una trama che non può essere riassunta in una riga; il genere cambia e diventa un hard boiled con un occhio a quello asiatico anni '80-'90; ovviamente il potenziale di empatia non può che aumentare (a chi non apprezza l'hard boiled di Hong Kong non so proprio cosa dire)... però l'impatto devastante del primo tutto fatto di purissima azione, velocità e ritmo enorme dall'inizio alla fine viene perduto.
L'azione c'è e in molte situazioni la cura è altissima e porta a dei risultati da applausi (la mia scena preferita è sicuramente a lotta nel fango dell'inizio, piani sequenza, dettagli, idee di coreografia pazzesche e con picchi di violenza inaudita), ma si fa prendere la mano arrivando a un inseguimento in macchina perfetto e sfrutta a piene mani le location delle varie lotte con un uso drammatico che Hitchcock avrebbe apprezzato (le sedie, la piastre e addirittura la zuppa nel ristorante, la scena iniziale nel bagno, ecc..). La mano quindi c'è, non viene persa, ma è diluita.

La storia è sicuramente buona (infiltrato nella mala deve sgominare tutti, a rischio c'è la famiglia e c'è la polizia corrotta), ma si perde spessissimo, si ipertrofizza senza motivo con picchi di inutilità e i dialoghi non so proprio la punta di diamante del film.
Quello che ne viene fuori è un neo-noir ormai un poco datato (che talvolta  si perde nei suoi stessi meandri), con trovate visive prese e rimaneggiate da Refn (che si conferma il regista più seminale per l'action moderno) e con ottime scene d'azione. "The raid" rimane lassù, ad anni luce di distanza.

venerdì 21 giugno 2019

Yakuza apocalypse - Takashi Miike (2015)

(Gokudô daisenso)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un boss yakuza è un vampiro e viene combattuto da un padre pellegrino che parla inglese e sembra Django e da Ruhian in versione turista sfigato. I due riusciranno a ucciderlo, ma prima della disfatta il boss vampirizzerà un suo sodale che, incapace di gestire la cosa creerà centinaia di altri vampiri. Intanto i due antagonisti si uniranno a un kappa e provvederanno a spianare la strada al più potente di tutti, un uomo dentro un costume da rana modello Gabibbo.

Miike torna a dirigere la follia, il nonsense come programma di vita. La trama del film è tra l'esile e l'assente e serve solo a veicolare una sequela di scene scarsamente collegate, ma tutte parte del grande flusso.
La potenza del regista sta tutta qui, nel veicolare una storia assurda e nel tenere saldo il timone senza deragliare nel fastidioso. A essere onesti l'inizio sembra promettere un film di yakuza quasi classico, e l'effetto dirompente dell'assurdo l'ho salutato con sofferenza e fastidio, ma a mano a mano che il film procede e che le situazioni si accumulano appare un quadro più grande in cui la trama non serve. Le singole sequenze sono ottimamente realizzate (solo la macchina da presa degli scontri poteva essere più sicura e mostrare le azioni con maggior chiarezza) e, ognuna singolarmente, complete.
Siamo dalle parti di "Gozu", ovvio, ma senza la sua austera concretezza surreale; quello era un film con una trama che si buttava nella surrealtà ed era di una serietà estrema. Questo "Yakuza apocalypse" ne è una versione cazzara, con ironia facile e una realizzazione seria che cerca spesso di buttarla sul ridere; un cazzeggio intellettuale divertente.

venerdì 14 settembre 2012

The raid: redemption - Gareth Evans (2011)

(Serbuan maut) AKA The raid

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.


Gli indonesiani lo fanno meglio; il film d’azione. Direi che negli ultimi anni gli unici che li battono sono i thailandesi (e si, mi sto riferendo alla coppia Pinkaew/Jaa).

Detto ciò, la trama. In un palazzo ci sta il capo dei cattivi e tutto il palazzo pullula di cattivi, un commando della polizia cerca di fare irruzione e dopo aver finito di proiettili saranno pacche che volano. Direi che la trama è tutta qui, ma è già sufficiente.

Il film dopo assere partito bene come film d’assedio cambia radicalmente e si trasforma in una fuga con diverse, lunghe, sequenze di arti marziali.

L’essenzialità della trama, i personaggi simpatici (le spalle del cattivo più che altro), la flebile sottotrama di doppi giochi e tradimenti, gli spazi angusti ben utilizzati e il gioco del gatto col topo rendono il film veramente all’altezza di ogni produzione americana. Ma ciò che fa la differenza sono le sequenze d’azione, da urlo quella contro la banda con il machete dove viene fatto di tutto, con una bellezza e una facilità impressionante e dove Evans (il regista) fa miracoli con la macchina da presa. Davvero la regia dei film d’azione di solito si limita a rendere chiaro quello che si vede e questo è sufficiente salvo alcune eccezioni notevoli (il già citato Pinkaew o la scena della lotta col martello di “Oldboy”), qui invece Evans ha l’idea più ingenua e geniale di sempre, segue ogni colpo, inclinandosi, spostandosi e girando seguendo le evoluzioni del protagonista rendendo il film dinamico e autoriale senza perdere nulla nella chiarezza.