venerdì 8 settembre 2017

Wagahai wa neko de aru - Kon Ichikawa (1975)

(Id. AKA Io sono un gatto)

Visto in Dvx in lingua originale sottotitolato in inglese.

Tratto dall'omonimo (e bellissimo) romanzo di Soseki, il film mostra alcuni giorni nella vita di un professore e intellettuale del primo novecento giapponese che, con la sua cerchia di amici, disquisisce di tutto, cerca di risolvere problemi di poco conto della vita di tutti i giorni.

Si dice che la letteratura giapponese moderna sia nata con un gatto e il romanzo in effetti è un satira dettagliata, ma divertente e godibile. Il film invece no. Nel libro il gatto del titolo è il vero protagonista e l'io narrante, è un osservatore esterno della realtà che commenta e cerca di capire; nel film il gatto è un personaggio sullo sfondo, una animale senza coscienza di sé (in realtà ha coscienza di sé, ma poco e nel finale); l'io narrante non è presenta e l'osservatore esterno è dato dalla macchina da presa. Ovviamente non ci sono opinioni o incomprensioni (che nel libro erano generate dall'impossibilità del gatto di capire del tutto gli esseri umani) e da affresco ironico e molto chiacchierato sulla società dell'epoca (soprattutto sull'intellighenzia) diventa un filmetto simpatico, una vicenda ironica in costume con una serie di buffi personaggi.
Regia un po rigida con inquadrature ariose, fisse, con un buon uso del montaggio per dare senso a ciò che viene detto a parole (ma non per sostituirlo), per esemplificarlo o sfotterlo; qualche ottima costruzione delle inquadrature.
Purtroppo il ritmo, il tono e l'atteggiamento del film è quello che più mi stimola a fare altro mentre lo guardo quindi è possibile abbia perso alcune sfumature che l'avrebbero reso l'opera migliore di sempre... tuttavia se da un libro con molti dialoghi si fa un film con molto cicaleccio c'è uno sbaglio di fondo nell'adattamento.

mercoledì 6 settembre 2017

Roger and me, Roger e io - Michale Moore (1989)

(Roger & me)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Dopo aver legato indissolubilmente il nome della General Motors a quello della cittadina di Flint, l'industria decide di chiudere lasciando senza lavoro migliaia di persone, per poter aprire fabbriche a basso costo in Messico. Michael Moore, nato in quella cittadina decide di incontrare l'amministratore delegato, fallendo continuamente, ma nel farlo incontrerà persone il cui futuro è stato distrutto dalla chiusura della fabbrica.

Ciò che più sconvolge nel vedere questo primo film di Moore,  che un parvenu del documentario sia riuscito a fare una cosa così originale e così diversa da tutto ciò che c'era in circolazione all'epoca.
Costretto, forse dall'argomento, Moore scende in campo in prima persona e con un espediente narrativo non molto distante da un MacGuffin (incontrare l'amministratore generale della General Motors per farlo venire a Flint, da parte di un signor nessuno e senza appuntamento, è abbastanza difficile) mette in scena un documentario che è già compiutamente in stile Moore, solo meno raffinato.
Immagini scadenti, spesso fuori fuoco, immagini di repertorio prese solo dai tg o dai filmini locali (o anche da vecchi film, immagino senza più copyright); ma tutto il resto c'è. C'è l'uso ironico della musica e l'ancor più efficace umorismo creato con il solo montaggio, c'è la faziosità estrema di un film costurito a tesi (che nel documentario è cosa comunque diffusa), c'è l'accostamento di situazioni contraddittorie e un interesse particolare per i piccoli freak di tutti i giorni; e poi c'è un nemico da combattere.
Meno aggressivo che nei successivi, ma non meno efficace, anzi, la capacità di gneerare scene divertenti utilizzando solo il girato originale ha dell'incredibile (la donna delle analisi dei colori è pazzesca).
Da vedere.

lunedì 4 settembre 2017

Dragon trainer - Dean DeBlois, Chris Sanders (2010)

(How to train your dragon)

Visto in tv.

Un ragazzo vichingo, inetto nell'uccisione dei draghi ha i soliti problemi irrisolti con il padre. Ferendo accidentalmente il più pericoloso e infido fra tutte le speci di draghi scoprirà che sono animali da compagnia anziché animali feroci. Imparerà a gestire e ammaestrare i draghie li utilizzerà contro l'inevitabile boss finale.

Ci sarà mai un anno senza un film di animazione in con un rapporto conflittuale padre-figlio? Da quando l'ha tirato fuori dal cilindro la Disney (negli anni 80 se non sbaglio) sembra che sia la base di un buon cartoon. Un giorno qualcuno dovrà studiare il fenomeno.

Al di la di queste considerazioni direi che "Dragon trainer" è la quintessenza del film di animazione medio. Storia buona, ma senza guizzi o senza particolare inventiva; animazione di livello ottimale con qualche intuizione (Sdentato che si muove come un animale d'appartamento e la caratterizzazione dei vari draghi); ambientazione originale che con qualche dettaglio crea un mondo.
Di fatto non c'è niente di nuovo o di particolarmente interessante, ma se questo è lo stato dell'arte di un film animato medio, direi che stiamo vivendo nel migliore die mondi possibile.

Da sottolineare solo la scena d'azione iniziale, dinamica e fantasiosa che avrebbe meritato la visione al cinema. Serie di seguiti meritati.

venerdì 1 settembre 2017

Carcere - George W. Hill (1930)

(The big house)

Vist in Dvx, in lingua originale sototitolato in inglese.

Un uomo viene condannato per omicidio colposo, finirà in cella con una coppia di carcerati di lunga data, esperti nella gestione del penitenziario. Nonostante gli attriti, la fuga di uno dei due li riavvicinerà come cognati e una rivolta all'interno del carcera farà da deus ex machina.

Primo film sulla vita di carcere degno i questo nome, essenziale nella trama, ma già con tutti quelli che in futuro saranno gli archetipi di genere (lo scontro con il duro, il tentativo di fuga, la rivolta, il rigido direttore della prigione). Interessante anche che, a fronte di una trama lineare, il protagonista del film cambi circa a metà, passando dal ragazzo dell'inizio, al compagno di cella innamorato della seconda parte.
Al di là del switch di metà (che credo fosse dovuto al tentativo di dare dinamismo alla vicenda più che a un progetto alla Hitchcock), il film risulta ben realizzato con un ritmo di minima ben tenuto e una serie di personaggi che, pur non essendo ben caratterizzati, prendono posto sulla scena polarizzando l'attenzione. Ovvio che il migliore in questo senso sia il personaggio di Beery; personaggio che avrebbe dovuto essere interpretato da Chaney morto in quello stesso anno; Beery sopperisce egregiamente per presenza scenica, ma latita in capacità attoriali, rimanendo un buon caratterista (nomination all'oscar esagerata).
Ottimo anche l'utilizzo degli spazi, tutti costruiti in maniera regolare e spoglia con un ricercato gigantismo degli interni per sminuire le figure umane.

PS: sceneggiatura lineare, ma che vinse un Oscar, realizzata da Frances Marion che vinse il suo secondo premio solo due anni dopo con una storia di pugilato, esondando quindi per due volte in territori all'epoca "maschili".

lunedì 28 agosto 2017

Cruising - William Friedkin (1980)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un assassino seriale cerca le sue vittime fra i frequentatori di alcuni locali gay sadomaso di New York. Per cercare di trovarlo viene inviato, sotto copertura, un poliziotto (eterosessuale) che corrisponde alle caratteristiche fisiche delle vittime. La, lenta, ricerca causerà cambiamenti anche nel poliziotto ponendogli dubbi sulla propria sessualità.

Film demoniaco di Friedkin; demoniaco per il flop terribile e per l'aver messo a rischio le carriere dei diretti interessati. Pesantemente tagliato per essere più digeribile, venne comunque osteggiato da tutti, dai più reazionari (che non apprezzavano il tema esplicito), così come dalle comunità gay dell'epoca (che criticarono il modo di rappresentare l'omosessuale come una sorta di pervertito, di vampiro sessuale). Oggigiorno le polemiche sono molto diminuite; eliminata la componente di rottura che oggigiorno è decisamente meno innovativa e considerando il film come lo spaccato di una nicchia dell'epoca e non della comunità gay newyorkese in toto, quello che rimane è solo il film.

Diciamolo subito che non è un film eccezionale, ma è decisamente migliore di quanto non pensassi leggendo le opinioni in giro. Un thriller erotico anticipatore del genere che esploderà fra gli anni '80 e '90. Vince il mood torbido perfettamente trasmesso dall'ambiente e dai personaggi presentati; creando un ambiente fatto di sesso e violenza (entrambi ricercati attivamente), di attrazione e morte che rispecchiano, in versione "sociale", la psicologia del killer.

Friedkin ovviamente fa il suo lavoro preferito, lavora sui corpi; credo che in nessuno dei suoi film ci sia un uso tanto ostentato della carnalità, dei muscoli e del sudore, più anche del decisamente torbido "Killer Joe".
Al Pacino sembra costantemente spaesato; ma bastano le prime scene in cui compare (in cui riesce a rendere totalmente una psicologia con un paio di smorfie) per far capire che è una scelta precisa, per rendere il sentirsi fuori luogo del personaggio e, successivamente, il senso di diminuita appartenenza al suo mondo precedente.

Purtroppo il vero difetto è che in questo thriller erotico manca il thriller. La detective story è blanda e rimane sullo sfondo, l’attività investigativa di Pacino è un continuo, noioso, passeggiare per locali gay sadomaso; quasi che Friedkin stesso puntasse tutto sull'effetto shock di mostrare un ambiente underground, anziché cercare di raccontare una storia. Peccato, perché la ripetitività e la noia non hanno scusanti.

venerdì 25 agosto 2017

La la land - Damien Chazelle (2016)

(Id.)

Visto a un cineforum.

Un'attrice si innamora, ricambiata, di un musicista jazz; il loro primo bacio impiegherà tutto il primo tempo ad arrivare, il secondo sarà occupato dal tentativo di realizzare i propri sogni.

Un film incredibilmente reazionario, a livello di contenuti (ma anche diverse idee di messa in scena) non inventa nulla; dichiaratamente ispirato ai musical di Stanley Donen (la tavolozza di colori viene tutta da lì) ne prende completamente la linearità della trama, il tono fresco e positivo, le turbolenze dell'agnizione melodrammatica, ma soprattutto prende le canzoni come momento di esposizione di sentimenti e/o pensieri e non come momento per far proseguire la trama o come dialogo contato.
Come si diceva anche la fotografia è presa a piene mani dai musical di 60anni fa, mentre le coreografie sono ancora più conservatrici (dopo un incipit alla "Fame") con il più classico dei tip tap, danze da sogno tra le stelle e una scena in piscina che, seppure molto diversa, non può non far pensare ai musical anni '30. Ancora una volta sembra inventare poco, anzi pochissimo (addirittura nella scena musicale finale dove si ripercorre tutta la loro storia, alternativa, c'è la stessa complessità fantasiosa delle migliori sequenze musicali della Disney).
Eppure la macchina da presa non riesce a stare mai ferma, dando dinamismo a tutte e le scene e trasformando molte scene di ballo in piano-sequenza anche laddove non sarebbe necessario o scontato (l'incipit in strada, la preparazione alla festa dove l'uso degli spazi interni è perfetto).

Incredibile quindi che un film così tanto derivativo possa essere così efficace. Invece funziona e funziona proprio per la precisa volontà di rifare un film strutturalmente vecchio in un contesto moderno, con metodi e tecniche recenti. Funziona nonostante una trama che qui e la zoppica nel noioso, nonostante le imperfezioni nel ballo dei due protagonisti (la scena del tip tap è piuttosto piatta); funziona per la potenza evocatrice che riesce a superare i difetti, grazie alle musiche assolutamente buone e alla regia dinamica che non perde occasione per sfruttare appieno le megalitiche scene ricostruite in interni. Non stupisce quindi che il primo tempo, più candidamente anni '50 risulti migliore del secondo dove Chazelle preferisce riprendere una sua ossessione (sul successo raggiunto con lo sforzo e la sofferenza) anziché proseguire nel solco del passato.
Una scommessa rischiosa che, nonostante il cambio di marcia, risulta perfettamente vinta, regalando uno dei film visivamente migliori del 2016.

PS: non intendo neanche discutere sugli attori data la mia antecedente adorazione per Emma Stone.

lunedì 21 agosto 2017

El Sicario, Room 164 - Gianfranco Rosi (2010)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Un sicario dei narcotrafficanti messicani racconta la sua storia, sul come è statoa vvicinato per lavorare coi narcos, alla descrizione delle sue mansioni (dall'omicidio ai rapimenti, alle torture) con dimostrazioni pratiche, ma racconta anche le tecniche e le gerarchie, i sistemi di sicurezza del narcotraffico e le collusioni con lo stato (con un'inquietante diagramma dove sostiene che chiunque a qualsiasi livello sia implicato), i rischi professionali e il burn out.

Con uno stile di regia estremamente asciutto che si concentra totalmente sul suo protagonista (sia come inquadratura, sia seguendone i tempi e il flusso di coscienza) mostra il lato oscuro con un distacco invidiabile. Inquadratura ravvicinata durante il racconto, concentrata sulle mani (certamente in quanto sono l'unica parte visibile del sicario, ma anche perché sono le vere protagoniste della vicenda; quelle mani sono le responsabili di rapimenti, torture e omicidi), mentre la macchina da presa si fa distante (mostrando la figura intera del sicario) durante le dimostrazioni pratiche (ovviamente per motivi di chiarezza dell'inquadratura, ma riuscendo anche a ottenere un risultato psicologico). I racconti sono aiutati dalla grafomania del protagonista che scrive e disegna ogni parola, permettendo una maggiore scorrevolezza a un documentario altrimenti molto statico. Le sequenze di racconto sono, brevemente, inframezzate con inquadrature fisse della città o del motel e da alcune inquadrature nere di stacco; scene, queste su cui spesso viene sovrapposto il sonoro della scene precedente o della successiva con un effetto efficace, specie sui frequenti sospiri del protagonista.
Il lavoro di regia, apparentemente semplice (ma supportato da una fotografia molto ragionata) è in realtà una realizzazione estremamente raffinata e totalmente funzionale alla storia. Non si vuole fare pubblicità a un personaggio, ma lasciare che una persona racconti una storia, senza confusione e senza distrazioni.

Film molto emotivo nonostante la frigida realizzazione, che si concede anche un finale a sorpresa.
Personalmente l'ho preferito a "Sacro GRA" in maniera decisa, per la sua concisione, l'effetto emotivo e l'interesse maggiore per la storia mostrata.

venerdì 18 agosto 2017

Teorema - Pier Paolo Pasolini (1968)

(Id.)

Visto in Dvx.

In una famiglia borghese ben strutturata entra un nuovo personaggio. Ospitato dal figlio, senza fare quasi nulla, sarà il catalizzatore di pulsioni represse e ansie di tutta la famiglia che, dopo la sua partenza, cercherà una via di fuga, un modo per nascondersi a sé stessi o una sorta di redenzione. Ovviamente senza riuscirci (solo la donna di servizio raggiungerà la santità, per gli altri, troppo altolocati, non ci sarà possibilità di salvezza).

I film a tesi non mi hanno mai entusiasmato e il 1968 in queste cose non aiuta. Un intero film sull'ipocrisia, la perdizione e l'impossibilità di salvezza della borghesia mi sembra veramente troppo (e nello specifico, anche invecchiato maluccio)... tuttavia Pasolini non si limita a essere impegnato, ma è anche un artista elegante e intelligente. Se il film nel contenuto è più enfatico (e urlato da un pulpito) che altro, a livello strutturale è ottimo; poco parlato, ma molto fluido, riesce a fare a meno dei dialoghi pur mantenendo un'espressività enorme (anzi, quando arrivano i soliloqui dei personaggi a metà film il mood crolla miseramente sotto la pesantezza di quegli intellettualismi inutili).
E se i film a tesi, per definizioni, pontificano dando ragione a sé stessi, Pasolini non fa eccezione, ma si concede un'attenzione all'allegoria che altri si sognano; la fine dei personaggi, al di là del significato, hanno qualcosa di affascinante, ma sopratutto la donna di servizio e il padre di famiglia hanno in sé qualcosa di epico, rispettivamente in positivo e in negativo.
Inoltre non si può far finta di non notare un'equilibrio nelle inquadrature che traspare da ogni fotogramma che venga estrapolato.

Pur senza citazioni dirette, questo film è il padre putativo della lunga serie di opere in cui un personaggio nuovo si inserisce e fa esplodere una famiglia (gli ultimi due che mi vengono in mente, tutti e due giapponesi, sono ad esempio "Visitor Q" o "Cold fish", quest'ultimo con un personaggio che lavora dall'esterno).

lunedì 14 agosto 2017

L'intendente Sanshô - Kenji Mizoguchi (1954)

(Sanshô dayû)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia di un governatore implicato in una rivolta (ma universalmente considerato buono e onesto) viene rapita da alcuni schiavisti, separata e venduta. I due figli, ancora bambini, saranno comprati dall'intendente Sansho, uomo severo e crudele che fa della rigidità dei mezzi uno scopo di vita. Il figlio maschio, divenuto adulto, fuggirà e gli verrà restituito il posto di suo padre, cercherà quindi di combattere attivamente Sansho per liberare la sorella e cercare insieme la madre scomparsa.

Diciamolo subito; una storia familiare, ma epica; un film drammatico, senza essere melodrammatico; sentimentale, senza essere stucchevole; è una parabola sul male che si accanisce contro i buoni
drammatico senza essere melodrammatico, sentimentale senza essere stucchevole, è una parabola sul male che sia accanisce contro i buoni.
Quello che gli manca è un certo grip; nessuna scena è inutile, ma talvolta salta fuori un certo rallentamento nel mantenere attivo l'interesse.

A livello estetico però è di una clama lussureggiante. Grande cura di ogni inquadratura sempre riempita e bilanciata, con un uso frequente della profondità di campo. La macchina da presa fredda, geometrica, ma estremamente funzionale, non percepibile, ma ricca di piccoli movimenti continui, ma minuti, calibratissimi.
A queste scene fa da opposto la sequenza del rapimento, estremamente dinamica, con la macchina da presa mobile (oppure fissa, ma con i soggetti in movimento davanti a lei), ma soprattutto un montaggio rapido.
Inoltre il film è ricco di dialoghi interni fra le scene, di rimandi e di opposizioni; su tutti, i migliori rimandi (e i più evidenti) sono quelli fra la madre vista nel presente a cui fa da contrappunto il padre nei flashback; così come la presenza della madre viene resa evidente solo dai suoni (la canzone della figlia dei contadini, i loro nomi gridati che diventano suoni della foresta).

venerdì 11 agosto 2017

San Michele aveva un gallo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1972)

(Id.)

Visto in Dvx.

Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.

Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.

La parte migliore (tecnicamente più interessante) è quella dentro al carcere. Con la totale unità di luogo e un solo personaggio viene tirato fuori il meglio a livello concettuale e registico. I lunghi monologhi, i dialoghi con se stesso, il percorso sulle strade del paese con i rumori naturali, ma con le inquadrature dei muri della cella; tutta la lunga sequenza dell'internamento è un virtuosismo che riesce a sostenere il momento più immobile del film rendendolo il più pregnante e il più dinamico.

Non un film imperdibile, ma un film ben costruito.