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venerdì 6 dicembre 2019

The irishman - Martin Scorsese (2019)

(Id.)

Visto in tv in lingua originale sottotitolato.

Questo Irishman parte come una versione aggiornata di "Quei bravi ragazzi" (eliminando glamour e spettacolarità, ma continuando a mostrare i dettagli pratici della vita della mala) fino all'arrivo del personaggio di Hoffa, momento in cui vira verso il racconto storico americano (o meglio la mitopoiesi americana) unendo in uno stesso film i due argomenti più caratteristici della filmografia scorsesiana. Nella terza parte però vira di nuovo diventando qualcos'altro, qualcosa di nuovo.

Parte nel suo giocando el carte che ormai sa gestire ad occhi chiusi creando un mondo costellato da un'infinità di personaggi che vive di regole e relazioni proprie, ma nel momento in cui lo spettatore più abituato a Scorsese sta comincia a chiedersi perché ritornare nel seminato viene introdotto il personaggio di Pacino (che è un personaggio alla Pacino) che porta avanti la parte storica mangiandosi tutta quella porzione di film con la sua presenza carismatica e dialoghi al limite del tarantinismo. Dopo la sequenza del "Che tipo di pesce" il film diventa più intimo, molla la storia per tornare sul personale, se fossimo agli inizi della carriera del regista ci sarebbe un vero e proprio rapporto con la religione a condurre il gioco, ma questo è un film più cinico e nichilista, la religione (e quindi la speranza e la colpa) è marginalizzata e l'ultima mezzora è la presa di coscienza che tutto è stato inutile, che una vita di lealtà e affetti non detti è stata sprecata e che essere integerrimo non era una dota, ma una condanna. Un finale glaciale senza alcuna speranza (la sequenza finale è così metaforica e gestita con freddezza da sembrare dei fratelli Coen) che non può sorprendere lo spettatore abituato a Scorsese.
In una parola questo è un film gigantesco efficace in ogni sua parte che prende i canoni che tutti attribuiamo al regista per portare oltre il suo discorso. Se questo fosse il suo ultimo film sarebbe perfetto (spero però che ne realizzi ancora molti).

La regia non dovrebbe più essere neanche commentata, Scorsese è l'unico regista che invecchiando migliora e non molla nulla dei sui stilemi (ma quanto sono gustosi i suoi rallenty? che se li usasse chiunque altro in queste quantità si potrebbe denunciare per tortura), dei suoi dinamismi e dell'uso delle musiche aiutando la storia a progredire per quasi 4 ore senza cedere mai nel ritmo; senza annoiare mai.

Cast enorme che permette a Joe Pesci di non fare il solito Joe Pesci, ma di recitare più di fino, permette a De Niro di non fare il solito De Niro e nella seconda parte anche di recitare, cosa che non faceva da anni (nella prima... beh recita meno; sarà il personaggio che deve evolvere o il ringiovanimento, ma nella prima metà De Niro nicchia come nelle solite commediole senza pretese a cui ci ha abituati di recente) e regala a Pacino l'ennesimo personaggio da mettere nella galleria dei fumantini tutti scene madri (magnificamente gestite) e ironia... mi è appena venuta voglia di riveder "L'avvocato del diavolo".

La questione ringiovanimento mediante CGI... inutile fingere che sia perfetta, non lo è. Nella prime scene in cui compare (sopratutto nei primi piani o in pieno sole) c'è uno strano senso di disagio (e quella stati che non so se imputare al computer o all'attore). Tuttavia io nei film in 3D noto la tridimensionalità per i primi 15 minuti e poi non la scotomizzo; anche qua dopo poche scene tutto il fastidio scompare schiacciato dal peso della storia che sto vedendo.

venerdì 11 ottobre 2019

C'era un volta a... Hollywood - Quesntin Tarantino (2019)

(Once upon a time... in Hollywood)

Visto al cinema.

Finalmente un film di Tarantino che mi ha soddisfatto completamente, è un'esperienza che non mi capitava dai tempi di "Bastardi senza gloria".
Tarantino, al suo eternamente ultimo film, abbandona gli obblighi contrattuali legati alle aspettative che ha creato in 25 anni di carriera. Basta violenza efferata e stilizzata (c'è in realtà, ma nel solo quarto d'ora finale), basta lunghi ed elaborati dialoghi fatti di cesello (si parla moltissimo nel film, ma senza gli eccessi parossistici e manieristici dei film precedenti) mettendo un'intera serie di scene in mano  aun personaggio (quello di Sharon tate) quasi senza battute (!).
Tarantino si libera di sé stesso e nella storia dei due giorni (più uno) di vita dei suoi due coprotagonisti (un attore della tv che non riesce a sfondare al cinema e deve ripiegare sulle parti da cattivo... sempre in tv) più uno (la Tate di cui sopra) in realtà parla dell'unico argomento che lo interessi: il cinema.
Nel suo film più nostalgico (le musiche e o i poster cinematografici pervasivi sembrano utili più a ricordare che a creare un ambiente) tarantino abbandona il citazionismo spinto (che pure c'è, ma si nota molto meno) per dedicarsi a descrivere quanto è bello fare, mostrare  o guardare film. l'intera filiera cinematografica è rappresentata ed è esaltata ed esaltante: i produttori sono entusiasti, le costumiste capiscono al volo le fantasie dei registi che a loro volta sono pieni di energie nonostante i lavori di bassa lega, gli stuntman soddisfatti, e giù nella catena alimentare dell'industria dei sogni fino alla cassiera del cinema e alla maschera. Naturalmente non ci si dimentica degli spettatori nella scena che racchiude l'intero film con Sharon Tate al cinema a vedere il suo ultimo film, estasiata e soddisfatta di sé che ascolta con commozione i feedback positivi del pubblico; non ci sono parole, ma lì c'è tutto quello che questo film vuol trasmettere.
Un inno al cinema che solo Tarantino poteva fare in questo modo e che. per fortuna gli riesce benissimo (ovviamente c'è molto della Hollywood di quegli anni che viene mostrato, ricostruito o nominato, ma va di diritto nel progetto nostalgia che rende bene, ma che non è immediatamente fruibile e neppure fondamentale).

Preponderante, soprattutto nel finale, anche i collegamenti con la cronaca con le vicende dei due co-protagonisti che si intrecciano involontariamente con la famiglia di Charles Manson.
Perché l'idea di mettere l'eccidio di Cielo Drive nel film può avere molti scopi (elemento catartico per come è stata realizzata, semplice setting temporale, giustificare la presenza della Tate ecc...), ma, personalmente, ho trovato geniale la gestione dell'affair Manson. Sfruttato per creare una splendida scena thriller (quella nel ranch) e utile per mostrare che nella città dell'industria dei sogni tutto è legato al cinema, anche la famiglia risiede in un set abbandonato e cercherà di uccidere attori e stuntman.
E DA QUI SPOILER. Sopra a ogni altra cosa però c'è il gioco con le aspettative dello spettatore. per tutto il film Tarantino ti fa affezionare al dolcissimo personaggio della Tate mentre ti mostra come il male si sta sviluppando appena fuori città e (per chi sa come andarono le cose) è ovvio pensare a co me finirà il film. Tarantino però modifica (di nuovo) la storia è lascia incolume la tate e il finale riesce ad avere uno dei scioglimenti più emotivi e (inaspettatamente) dolci che potesse avere, perfettamente in linea con il tono positivo del resto del film e senza negarsi un minimo di simbolismo. Il tutto giocando con quanto si sa e con quanto ci si aspetta stravolgendo il tutto riuscendo quindi a colpire molto più in profondità.

PS: e non ho parlato del solito cast di stelle e comprimari magnifici, quasi tutti in parte e ben utilizzati (giusto Pacino mi è sembrato svalutato) con un DiCaprio eccezionale (davvero si mangia ogni scena in cui compare), un Pitt perfettamente in parte e una Robbie con gli occhi costantemente luminosi.

lunedì 28 agosto 2017

Cruising - William Friedkin (1980)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un assassino seriale cerca le sue vittime fra i frequentatori di alcuni locali gay sadomaso di New York. Per cercare di trovarlo viene inviato, sotto copertura, un poliziotto (eterosessuale) che corrisponde alle caratteristiche fisiche delle vittime. La, lenta, ricerca causerà cambiamenti anche nel poliziotto ponendogli dubbi sulla propria sessualità.

Film demoniaco di Friedkin; demoniaco per il flop terribile e per l'aver messo a rischio le carriere dei diretti interessati. Pesantemente tagliato per essere più digeribile, venne comunque osteggiato da tutti, dai più reazionari (che non apprezzavano il tema esplicito), così come dalle comunità gay dell'epoca (che criticarono il modo di rappresentare l'omosessuale come una sorta di pervertito, di vampiro sessuale). Oggigiorno le polemiche sono molto diminuite; eliminata la componente di rottura che oggigiorno è decisamente meno innovativa e considerando il film come lo spaccato di una nicchia dell'epoca e non della comunità gay newyorkese in toto, quello che rimane è solo il film.

Diciamolo subito che non è un film eccezionale, ma è decisamente migliore di quanto non pensassi leggendo le opinioni in giro. Un thriller erotico anticipatore del genere che esploderà fra gli anni '80 e '90. Vince il mood torbido perfettamente trasmesso dall'ambiente e dai personaggi presentati; creando un ambiente fatto di sesso e violenza (entrambi ricercati attivamente), di attrazione e morte che rispecchiano, in versione "sociale", la psicologia del killer.

Friedkin ovviamente fa il suo lavoro preferito, lavora sui corpi; credo che in nessuno dei suoi film ci sia un uso tanto ostentato della carnalità, dei muscoli e del sudore, più anche del decisamente torbido "Killer Joe".
Al Pacino sembra costantemente spaesato; ma bastano le prime scene in cui compare (in cui riesce a rendere totalmente una psicologia con un paio di smorfie) per far capire che è una scelta precisa, per rendere il sentirsi fuori luogo del personaggio e, successivamente, il senso di diminuita appartenenza al suo mondo precedente.

Purtroppo il vero difetto è che in questo thriller erotico manca il thriller. La detective story è blanda e rimane sullo sfondo, l’attività investigativa di Pacino è un continuo, noioso, passeggiare per locali gay sadomaso; quasi che Friedkin stesso puntasse tutto sull'effetto shock di mostrare un ambiente underground, anziché cercare di raccontare una storia. Peccato, perché la ripetitività e la noia non hanno scusanti.

venerdì 11 novembre 2016

...e giustizia per tutti - Norman Jewison (1979)

(...and justice for all)

Visto in tv.

Un avvocato d'esperienza decennale, si muove fra casi di giustizia sociale sempre frustrati da un giudice troppo intento a dare esempi che a dare giustizia. Quando il giudice si troverà accusato di violenza sessuale contatterà l'avvocato e lo obbligherà a difenderlo. L'avvocato si troverà moralmente alle strette fra aiutare un uomo da condannare per la sua storia pregressa e il suo carattere e cercare di fare il proprio lavoro.

Alla regia c'è Jewison, alla sceneggiatura Levinson, due personaggi che continuo ancora a confondere, ma che rappresentano il meglio del cinema mainstream che cerca di fare film politici o sociali. Ovviamente figuriamoci se in questo incontro si smentiscono.
Fin dal titolo è evidente dove si voglia andare a parare, quindi tutti i casi seguiti da Pacino sono casi di giustizia sociale che cozza contro un sistema giudiziario troppo rigido o miope; non sorprenderà che tutti, tutti, i processi che avverranno durante il film finiranno per distribuire ingiustizia.

La regia asciutta con una fotografia che asseconda il voler essere sullo sfondo, immerge del tutto i suoi personaggi dentro enormi aule giudiziarie o li fa muovere per lo più di notte, o in carceri.
Al Pacina ha del miracoloso, facendo una parte stucchevole e banale, recitando con molta, troppa foga, eppure rimane sempre entro i limiti del verosimile regalando una performance splendida che in mano a chiunque altro sarebbe stata semplicemente inguardabile.

La vera differenza la fa una sceneggiatura a tesi che da una parte sembra un giorno in pretura (mostrando la vita e i dubbi di chi lavora nel sistema della giustizia, umanizzandoli e disumanizzandoli secondo le necessità), dall'altra rasenta la farsa con un villain ai limiti della credibilità (se fosse stato del tutto innocente ci sarebbe stata meno agnizione, ma ne avrebbe guadagnato di significato) e con un giudice aspirante suicida che da leggerezza, ma che è del tutto fuori luogo.

venerdì 30 gennaio 2015

You don't know Jack, Il Dottor Morte - Barry Levinson (2010)

(You don't know Jack)

Visto in Dvx.

La vita di Jack Kevorkian, il medico americano che effettuò oltre 100 eutanasie (anche se tecnicamente permetteva alle persone di suicidarsi con metodi non dolorosi) su pazienti terminali e che lottò attivamente (in tribunale come nei media) per rendere completamente legale l'eutanasia e il suicidio assistito.

Se è vero che da anni la televisione (negli Stati Uniti e in Inghilterra soprattutto) ha alzato la qualità media delle serie (il recente "True detective" già dice tutto) e dei film tv prodotti, è anche vero che è la HBO a dettare il passo e a produrre (o solo a trasmettere) alcuni dei prodotti più interessanti. Nel campo dei film tv, i migliori (o i più intriganti) degli ultimi anni (penso ad RKO 281, Angels in America, Game change, Dietro ai candelabri, ecc...) vengono tutti da li; non tutti sono capolavori, ma tutti sono interessanti e tutti hanno un grande cast e budget invidiabili.

Detto ciò, questo è una di quelle produzioni. Un film tv girato da Dio (per gli standard televisivi) in colori delicati, macchina da presa che si sofferma a cogliere le luci soffuse sullo sfondo, che insiste nei volti dei personaggi; niente di epocale, ma una confezione ottima e delicata come vorrebbe essere la trama.
La storia è sorretta da un cast bellissimo, con una paio di nomi grossi infilati in parti secondarie (la Sarandon poco utilizzata, ma con un personaggio ben caratterizzato, Goodman colpevolmente troppo sullo sfondo, anche solo per un personaggio bello, ma piatto), una serie di comprimari all'altezza dell'obiettivo, ma soprattutto un Pacino in grandissima forma, invecchiato, anaffettivo, freddo, tagliente e deciso, praticamente irriconoscibile, praticamente una delle sue migliori interpretazioni da diversi anni.

Unica pecca è la storia. Ovvio che la trama parteggi per il protagonista, ovvio lo spingere sull'emotività, ovvio anche il dover far stare spunti diversi in un tempo limitato (la difficoltà di rendere una vita sullo schermo è proprio in questo), però il lavoro è fatto male. Si concentra sulla lotta a favore dell'eutanasia e scegli, per farlo, un tempo piuttosto lungo, dalla sua prima morte assistita al suo ultimo scontro in tribunale; nel mezzo però ci infila troppi spunti, diverse facce che vorrebbero rendere bene il personaggio, ma che alla fine portano via tempo al resto (la mostra dei suoi quadri, attitudine quella della pittura appena accennata in una scena precedente; il rapporto con la sorella risolto con uno spalleggiarsi mai spiegato e in una litigata; il rapporto con Goodman, sostanzialmente utile solo a mettere un altro nome importante di fianco a quello di Pacino; il personaggio della Sarandon, buono solo per far morire una persona vicina al protagonista); il risultato è quindi quello di dover accelerare sulle sequenze finali.
Con qualche decisione in più nella scrittura del plot si avrebbe avuto un film tv perfetto; al momento ci accontentiamo di un film tv molto bello.

mercoledì 22 dicembre 2010

Serpico - Sidney Lumet (1973)

(Id.)

Visto in DVD.

Un poliziotto onesto e idealista, appena arrivato nel Bronx si trova di fronte a dei casi di corruzione dilagante e sfrontata a cui non può, moralmente, partecipare, ma neppure può sopportare. Si opporrà ricorrendo ad ogni modo legale e ammissibile, poi si rivolgerà all'esterno della polizia aizzandosi l'odio, non solo dei colleghi che ovviamente lo disprezzano, dei superiori. Verrà trasferito, ma ormai il danno è fatto, il suo nome sarà segnato a vita.
Dramma in salsa poliziesca anni '70 crepuscolare e pessimista, con un protagonista carismatico, fuori dai canoni dell'epoca e magnificamente interpretato (da urlo la scena finale nella camera d'ospedale, un Pacino al meglio, come in tutti gli anni '70) che darà poi il la alla creazione del monnezza (!).
Lumet risulta molto formale nel creare una cornice realistica intorno alla vicenda, e l'effetto funziona. Il film risulta, specialmente all'inizio, eccessivamente idealista nella creazione del personaggio di Serpico, che reagisce in maniera esagerata anche a situazioni non eccessiva, ma l'effetto è stemperato nella sua graduale discesa all'inferno e nel finale senza alcuna speranza.
Un caposaldo del genere, che per solidità e asciuttezza dovrebbe essere d'esempio.