lunedì 31 gennaio 2011

Un condannato a morte è fuggito - Robert Bresson (1956)

(Un condamné à mort s'est échappé ou Le vent souffle où il veut)

Visto in VHS

Nella Fracia occupata dai nazisti un carcerato tenta la fuga, meccanicamente sarà facile, ma la preparazione sarà lunga ed il coraggio verrà spesso a mancare.

Bresson realizza un film di genere carcerario, sottogenere fuga, assolutamente atipico. Il regista infatti si concentra molto sulla realizzazione pratica del piano (il film è un continuo inquadrare il dettaglio delle mani e degli oggetti utilizzati, il cucchiaio, la rete, le corde, ecc…), con lunghi silenzi ed una recitazione scarna al massimo. Bresson sembra più intento a descrivere infatti tutto ciò che si prova nell’attuare un piano voluto più che nel mostrare lo svolgimento, e per farlo decide di rimanere attacato agli oggetti. Si insomma, punta al metafisico mostrando solo ciò che è materiale.

Buono il tentativo e la realizzazione, ma non si può non ammettere qualche sbadiglio.

domenica 30 gennaio 2011

Gilda - Charles Vidor (1946)

(Gilda)

Visto in DVD.

C’è poco da dire, ci si trova davanti ad un noir classico che potrebbe essere il più didattico di tutti.
La storia, al contrario di altri film di questo genere, è semplice e lineare; un trianglo amoroso tra un magnate e gestore di una casa da gioco illegale a Buenos Aires, il suo braccio destro ed unico amico (umano almeno) fuggito dagli USA a causa di una donna; e Rita Hayworth, neomoglie del magnate e causa della fuga del braccio destro dagli stati uniti. Tutti e 2 gli ex amanti saranno costretti a vivere gomito a gomito fin alle ovvie conseguenze.
La Hayworth, in questo film, rappresenta l’archetipo perfetto della dark lady, sensuale, vivace e gonfia d’odio, disposta a tutto pur di giungere ai suoi obbiettivi, e nello stesso tempo vincolata dalla situazione. Il rapporto fra i due è, assieme a quello dei protagonisti di “Duello al sole”, la migliore rappresentazione di una relazione sorretta in egual misura dall’amore e dall’odio, entrambi spietati.
C’è tutto in questo film; personaggi scolpiti nella pietra, attori e caratteristi in parte, inutili numeri musicali, dialoghi perfetti degni di un’antologia di aforismi… tutto è perfetto tranne il finale, troppo positivo per essere la degna conclusione di un noir così torbido, buonista, ma almeno ha l’attenuante di essere ironico.
PS: la Hayworth canta "Put the blame on mame" in un vestito senza spalle che farà la storia del cinema.

sabato 29 gennaio 2011

I diabolici - Henri-Georges Clouzot (1955)

(Les diaboliques)

Visto in DVD.


La moglie e l’amante di uno stesso uomo (tutti impiegati nello stesso collegio), la prima vessata dal marito, la secondo illusa troppe volte dal compagno, decidono di sbarazzarsene. Lo attirano fuori città con uno stratagemma, e tra mille dubbi, e mille inconveniente preparano ed eseguono l’omicidio, affogando il poveretto (beh mica tanto) nella vasca da bagno. Tutto sembra risolto, ma una volta tornati alla scuola cominciano a succedere fatti poco chiari, in primis la scomparsa del cadavere che volevano far ritrovare accidentalmente…

Perfetto thriller con venature horror di Clouzot, che gioca con tutto, con la suspence, con le aspettative del pubblico, con le regole dei generi, e anche con i suoi personaggi. Niente è come sembra, e l’entrata in scena di ogni pericolo si dimostra poi essere una salvezza, e viceversa, ovviamente.

Il ritmo è continuo, calmo, ma spietato nell’insinuare dubbi ed inquietudini di ogni sorta e nello spiazzare con continui colpi di scena; anche se si riesce a giungere alla conclusione esatta prima del termine del film, le ultime sequenze riescono comunque a trasmettere tensione.

Assolutamente un lavoro originale, trattato da manuale. Hitchcock non avrebbe saputo fare meglio, e forse (essendo più ironico e meno cinico) non avrebbe saputo fare altrettanto.

venerdì 28 gennaio 2011

Le balene d'agosto - Lindsay Anderson (1987)

(The whales of august)

Visto in VHS.

Più che un film, un evento.

Due anziane sorelle vivono su un’isola nel Maine, ma il loro modo di rapportarsi alla vita (e in questo caso alla loro anzianità) è tutt’altro che simile, solare e positiva la più anziana, arcigna ed acida la più giovane. Il film mostra una paio delle loro giornate passate nella calma e nella grazia di un non luogo fuori dal tempo, circondate da vari rappresentanti della terza età (o meglio, del modo di rapportarsi con essa) e con la continua speranza nel futuro nonostante la spada di Damocle della morte sempre più vicina (questo stanno a rappresentare le balene del titolo).

Beh, tutto qui? No, perché le due sorelle sono Lillian Gish (ultranovantenne, ma vispa come una ragazzina) e l’acida Bette Davis. Entrambe notevolmente scavate dall’età, ma ancora riconoscibili sotto tutte quelle rughe. Entrambe in una parte evidentemente pensata proprio per loro. In più ci aggiungerei un Vincent Price garbato come suo solito, ma meno gigione.

Un film elegante e rilassato, mai noioso, ma sempre sulla scia della realtà nel mostrare la vita di un gruppo di anziani. Anderson non crea nulla di nuovo nella regia, ma questo neppure era il suo scopo. Il film appare come un saluto ad un tempo, cinematografico, che non c’è più.

Poi a conti fatti ci si può godere davvero questo film solo se si conoscono gli attori, in questo caso diventa davvero un testamento spirituale.

giovedì 27 gennaio 2011

Flags of our fathers - Clint Eastwood (2006)

(Id.)

Visto in DVD.


A partire dalla nota foto scattata ad Iwo Jima, Eastwood narra la storia di quella foto, la storia di chi ha preso parte alla sua realizzazione prima che venisse scattata e tutto il baracco ne mediatico messo in moto dopo che la foto uscì sui giornali. I tre protagonisti, ovviamente, avranno diversi modi di approcciarsi all’improvvisa notorietà, ma tutti e tre rimarranno dei sopravvissuti incompresi e tutti e tre saranno destinati all’anonimato.

Al di la della forma, la fotografia sempre ben curata e gli attori sempre adatti alla parte, Eastwood finalmente spiega il suo modo di fare cinema. Questo è un film Hollywoodiano classico, con l’eroe venuto dal basso che ha visto cose che gli altri umani non possono immaginare, e allora si rifugia nei compagni di disavventure, nell’alcool o cerca di cavalcare il momento, sempre però mantenendo un’integrità, una spinta verso la giustizia invidiabili… d’altra parte però Eastwood rompe assolutamente i canoni della mitopoiesi classica; prende la foto più importante della seconda guerra mondiale e ne dissacra la realizzazione (splendido quando i soldati spiegano al governatore il momento in cui venne issata), mostra il lato oscuro degli eroi che la realizzarono e l’ottusità di chi cercò di sfruttarla per un ritorno d’immagine. Si insomma, Eastwood utilizza gli stilemi classici del cinema americano, ma li inserisce in una storia di riscatto che non riesce a concretizzarsi, rompendo l’obbligo di un happy ending. Finalmente, con questo film, ho capito Eastwood.

mercoledì 26 gennaio 2011

La cosa da un altro mondo - Christian Nyby, Howard Hawks (1951)

(The thing from another world)

Visto in DVD.

Un missione nell’artico scopre un misterioso oggetto che devia le onde magnetiche, nel tentativo di estrarlo dal ghiaccio lo distruggeranno, ma riusciranno a recuperare un umanoide che evidentemente vi soggiornava dentro… peccato non lo distruggano subito perché creerà il caos e donerà la morte.

Diversissimo dal suo remake anni ’80, il film di Hawks è uno splendido film di tensione (più per l’epoca che oggigiorno) in ambito fantascientifico, con un mostro simil-creatura di Frankestein (curiosamente d’origine vegetale) che si vede poco ma crea l’ambiente adatto per uno scontro di personalità. Il film infatti sembra molto più intento a mostrare l’idiozia dei protagonisti (l’interventismo cieco dei militari, l’assurda preferenza per la scienza anziché per la vita dello scienziato, ecc…) piuttosto che lo scontro con l’essere.

Un ottimo film d’epoca che dona ancora qualche emozione, la scoperta della nave incastonata nel ghiaccio è stupenda, e sarebbe ancora migliore se l’esperienza dei 60 anni di cinema che ci separano non spoilerasse il proseguimento del film.

martedì 25 gennaio 2011

Rapunzel, l'intreccio della torre - Nathan Greno, Byron Howard (2010)

(Tangled)

Visto in Dvx.

Della Disney orfana della Pixar questo è il miglior film che io ricordi. Volendo pure esagerare è forse il miglior film Disney da 10 anni.
La trama è apparentemente classica; lei è Raperonzolo ed è rinchiusa nella torre dalla matrigna cattiva, lui è un ladruncolo che la incontra, la porta fuori e le fa scoprire il mondo (a chi non è venuto in mente "Aladdin"?!) e si innamoreranno.

Trama classica per uno svolgimento ancora più classico, inoltre la Disney rispolvera qualche vecchia mania, come le canzoni (speravo ce ne fossimo liberati definitivamente) e i comprimari muti (questo invece è un gradito ritorno, la Disney è sempre stata magnifica a rendere credibili personaggi silenziosi, e che io ricordi non si cimentava in questo campo da "Pocahontas") che gli vengono particolarmente bene.

In un impianto così consueto, però, ci mettono in mezzo idee e situazioni abbastanza innovative. Da una parte il film spinge sul dramma estremo come non credo sia mai stato fatto prima; già nella prima frase il protagonista avverte che questa è la storia della sua morte... per carità alla fine c'è l'happy ending, ma in fondo è un film per bambini.
Inoltre la Disney prende a piene mani la lezione di "Shrek", abbandona la principessa liberata dal principe azzurro e anche la principessa come artefice del suo destino (questa era l'ultima tendenza Disney) e crea la principessa come vera e propria eroina del racconto. Sarà lei infatti a salvare più volte il protagonista maschile, lui fungerà solo da catalizzatore per lei, niente di più.

In ogni caso il film intrattiene da dio; diverte come non succedeva da anni, non annoia mai e crea alcuni personaggi da ricordare. Non si può desiderae di più.

lunedì 24 gennaio 2011

Germania anno zero - Roberto Rossellini (1948)

(Id.)

Visto in DVD.

Film nerissimo e tragicissimo di Rossellini. In una Germania ferita a morte da una guerra da cui è ben lungi dal riprendersi, si muove Edmund figlio minore d’una famiglia disperata in cui tutti i suoi componenti (come tutti i personaggi del film comunque) sono vittime di un terribile individualismo (il fratello maggiore che non vuole prendere la tessera per i viveri per paura d’essere arrestato, il padre che ama lamentarsi più che essere un appoggio ecc…). Fuori dalla casa le cose non vanno meglio, e finisce a fare dei lavori per un suo ex insegnante, nostalgico del nazismo e tendenzialmente pedofilo (ma non sembra neppure essere l’unico), e poi si associa a due ragazzi che vivono di espedienti e prostituzione. In un contesto del genere il ragazzo sarà portato all’omicidio, un omicidio atroce, per quanto liberatorio , che lo porterà all’inevitabile finale.

Salvo nella figura dell’insegnante (le cui carezze eccessivamente sensuali sul giovane protagonista disturbano ancora oggi), il regista sembra essere in equilibrio perfetto, senza giudizi morali, mostrando una galleria di personaggi che sono colpevoli quanto innocenti, vittime e carnefici nello stesso momento; mostrandole quindi come essere umani che vivono nella tragedia come condizione normale (come dice la voce fuori campo all’inizio), in una concezione estremamente moderna del rapporto fra Germania e nazismo.

Se l’intero film si sviluppa come neorealista aumentando notevolmente l’effetto emotivo ed il disagio dello spettatore, il finale si presenta come un denso affresco di simboli di un’infanzia distrutta ed ormai irrecuperabile da qualunque forza, e accompagna chi guarda verso un finale logico, ma francamente non previsto.

Un film stupendo, moderno e sostanzialmente perfetto… anche se avrebbe bisogno di qualche restauro.

domenica 23 gennaio 2011

Die Nibelungen: Kriemhilds Rache - Fritz Lang (1924)

(Id.)

Visto in VHS.

Nel secondo capitolo Crimilde cerca la sua vendetta, sposa il re degli Unni, invita i parenti traditori nei territori del nuovo sposo e con qualche stratagemma, una rabbia spietata che calpesta ogni cosa (e chiunque, arrivando a sacrificare il figlio!) fino al raggiungimento del suo scopo.
La storia risulta decisamente migliore, con i passi di una sanguinaria tragedia greca si assiste alla insostenibile attesa di Crimilde per la sua vendetta, che come un rullo compresse schiaccia tutti pur di schiacciarne uno. Si assiste alla distruzione di un popolo. E si assiste alla fine di una saga cominciata con l’armonia e conclusa nel caos… e Lang ovviamente ci va dietro, con un secondo episodio molto diverso dal precedente, caratterizzato da una confusione maggiore, una precisione meno spiccata ed un andamento più lento… ed è proprio qui il problema, a fronte di una storia migliore, il ritmo tira il freno a mano, divenendo attendista come la sua protagonista, e di conseguenza anche l’interesse rischi talvolta di sbadigliare… un peccato.

sabato 22 gennaio 2011

I nibelunghi: la morte di Sigfrido - Fritz Lang (1924)

(Die Nibelungen: Siegfried)

Visto in VHS.
Primo episodio della saga dei nibelunghi, con Sigfrido che si mette in marcia per la sua epopea, uccide il drago (un manichino veramente stupendo per l’epoca), conquista l’oro dei nibelunghi, raggiunge il regno di Worms, aiuta il re a conquistare la regina d’islanda Brunilde, sposa la sorella del re e viene ucciso…
Supendo film dell’epoca del muto, che alla regia simmetrica e precisa di Lang, unisce un dispendo d‘energie particolare nella messa in scena, che ricrea mondi distinti in base alle popolazioni d’appartenza, e ancora più importante riesce a mantenere un tono, un ritmo perfetto, che avvince e permette di arrivare alla fine quasi senza accusare il colpo… e questo è realmente molto per un film muto.
Se poi mi si viene a dire che era il film preferito da Hitler e tutto quello che ne consegue… beh, concedo a Hitler la possibilità di averci visto giusto una volta in vita sua.