(Id.)
Visto in Dvx.
A un ex soldato rapiscono la figlia, quando un rappresentante dei cattivi si presenta a casa sua per dettare le condizioni l'ex soldato die solo "No" poi lo uccide. Da quel momento in poi l'ex soldato farà una corsa contro il tempo per massacrare tutti prima che possano toccare sua figlia.
La trama è quanto di più semplice e il personaggio è spinto ai limiti; di fatto quello che viene realizzato in questo film è un cartone animato in live action (Arnold sradica una cabina telefonica.. e riuscendo a farla sembrare una cosa credibile) distruggendo il concetto di action fino a quel momento presente e dando il via all'esagerato machismo anni '80. L'idea alla base è decisamente cazzara; un protagonista con la super forza, una spalla con continui singulti isterici francamente fastidiosa e alcuni dei villain più patetici di sempre (come fai a morire dopo 3 secondi che scorti il protagonista, cazzo almeno prima chiedi un drink alle hostess). Eppure tutto questo funziona.
Funziona perché la scrittura è esagerata, ma riesce a non saltare mai lo squalo, per poco magari, ma rimane al di qua del limite. Ma soprattutto funzione perché c'è Schwarzenegger, un corpo esagerato, cartoonesco e dai limiti insondabili, in una parola credibile nella parte meno credibile di sempre; senza di lui questo film si sarebbe spento dopo 10 minuti in una corsa scema contro il tempo di un tizio ridicolo.
Bello anche il fatto che anni dopo sarà proprio questo genere esagerato ad essere parodiato in "Last action hero".
La regia latita praticamente sempre, ma almeno la storia scarna non permette momenti di stanca e dopo i 5 minuti iniziali parte in un'unica lunga sequenza che si interromperà solo con lo scioglimento finale.
Film apprezzabile, quindi, ma a essere onesti per i miei gusti l'esagerazione slapstick in un film totalmente serio non mi ha mai entusiasmato. Con la testa capisco che è un grande film, col cuore non del tutto.
PS: qui è presenza la quintessenza delle oneliner, la frase simbolo del film è "No" (in inglese "Wrong"). Essenziale, efficace e non serve saper recitare per dirla. Complimenti
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venerdì 23 settembre 2016
lunedì 20 luglio 2015
Ancora vivo - Walter Hill (1996)
(Last man standing)
Visto in tv.
Epoca del proibizionismo, Stati Uniti, un uomo arriva in un paesino di confine con il Messico, dove due bande rivali si contendono il controllo dell'importazione di alcolici. Un uomo senza identità chiara arriva, si innamora (?) di una donna costretta a rimanere legata a uno dei capi e decide di guadagnare qualcosa dalla situazione.
Forse questa è la conclusione della serie di remake meglio riuscita della storia del cinema; originata da uno scritto di Hammett, realizzato da Kurosawa come "La sfida del samurai" nel medioevo giapponese, poi da Leone con "Per un pugno di dollari" nel west americano, poi qui, da Walter Hill, tornando in un epoca vicina a quella del romanzo originale.
Va detto che Walter Hill dichiarò come ispirazione Kurosawa negando di aver mai visto il film di Leone (grasse risate)... vabbè, pure Leone sosteneva di non aver mai visto il film di Kurosawa, ma almeno lui aveva questioni di copyright.
Questo effettivamente è il meno riuscito dei due precedenti, ma questo solo perché gli altri sono capolavori e questo si limita a essere solo un buon film.
Una fotografia calda, sudata e polverosa crea un ambiente totale già con le prime immagini; il film è un gangster movie (poco) venato di noir (molto) immerso in un ambiente e in una gestione western (abbastanza). Un film solido, ben condotto con la solita mano invisibile di Hill che costruisce iperboliche sparatorie (i corpi sono spostati dalle pallottole come fossero di carta velina) che fanno le veci delle scene di danza in un musical; Bruce Willis piuttosto impassibile da perfettamente il senso di un protagonista granitico; una galleria di comprimari magnifici capitanati da un Walken gelido e affascinante (come sempre), purtroppo poco sfruttato.
Visto in tv.
Epoca del proibizionismo, Stati Uniti, un uomo arriva in un paesino di confine con il Messico, dove due bande rivali si contendono il controllo dell'importazione di alcolici. Un uomo senza identità chiara arriva, si innamora (?) di una donna costretta a rimanere legata a uno dei capi e decide di guadagnare qualcosa dalla situazione.
Forse questa è la conclusione della serie di remake meglio riuscita della storia del cinema; originata da uno scritto di Hammett, realizzato da Kurosawa come "La sfida del samurai" nel medioevo giapponese, poi da Leone con "Per un pugno di dollari" nel west americano, poi qui, da Walter Hill, tornando in un epoca vicina a quella del romanzo originale.
Va detto che Walter Hill dichiarò come ispirazione Kurosawa negando di aver mai visto il film di Leone (grasse risate)... vabbè, pure Leone sosteneva di non aver mai visto il film di Kurosawa, ma almeno lui aveva questioni di copyright.
Questo effettivamente è il meno riuscito dei due precedenti, ma questo solo perché gli altri sono capolavori e questo si limita a essere solo un buon film.
Una fotografia calda, sudata e polverosa crea un ambiente totale già con le prime immagini; il film è un gangster movie (poco) venato di noir (molto) immerso in un ambiente e in una gestione western (abbastanza). Un film solido, ben condotto con la solita mano invisibile di Hill che costruisce iperboliche sparatorie (i corpi sono spostati dalle pallottole come fossero di carta velina) che fanno le veci delle scene di danza in un musical; Bruce Willis piuttosto impassibile da perfettamente il senso di un protagonista granitico; una galleria di comprimari magnifici capitanati da un Walken gelido e affascinante (come sempre), purtroppo poco sfruttato.
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giovedì 27 gennaio 2011
Flags of our fathers - Clint Eastwood (2006)
(Id.)
Visto in DVD.
Visto in DVD.
A partire dalla nota foto scattata ad Iwo Jima, Eastwood narra la storia di quella foto, la storia di chi ha preso parte alla sua realizzazione prima che venisse scattata e tutto il baracco ne mediatico messo in moto dopo che la foto uscì sui giornali. I tre protagonisti, ovviamente, avranno diversi modi di approcciarsi all’improvvisa notorietà, ma tutti e tre rimarranno dei sopravvissuti incompresi e tutti e tre saranno destinati all’anonimato.
Al di la della forma, la fotografia sempre ben curata e gli attori sempre adatti alla parte, Eastwood finalmente spiega il suo modo di fare cinema. Questo è un film Hollywoodiano classico, con l’eroe venuto dal basso che ha visto cose che gli altri umani non possono immaginare, e allora si rifugia nei compagni di disavventure, nell’alcool o cerca di cavalcare il momento, sempre però mantenendo un’integrità, una spinta verso la giustizia invidiabili… d’altra parte però Eastwood rompe assolutamente i canoni della mitopoiesi classica; prende la foto più importante della seconda guerra mondiale e ne dissacra la realizzazione (splendido quando i soldati spiegano al governatore il momento in cui venne issata), mostra il lato oscuro degli eroi che la realizzarono e l’ottusità di chi cercò di sfruttarla per un ritorno d’immagine. Si insomma, Eastwood utilizza gli stilemi classici del cinema americano, ma li inserisce in una storia di riscatto che non riesce a concretizzarsi, rompendo l’obbligo di un happy ending. Finalmente, con questo film, ho capito Eastwood.
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