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venerdì 10 maggio 2019

127 ore - Danny Boyle (2010)

(127 hours)

Visto in aereo, in lingua originale.

Un ragazzo californiano parte per un weekend di canyoning (trekking + scalate all'interno dei canyon) in solitaria. Nella sua escursione finirà vittima di un incidente e un braccio rimarrà incastrato tra una parete e un masso. Passeranno (guaess what) 127 prima che arrivi all'estrema soluzione di tagliarsi il braccio.

Danny Boyle, fresco dell'Oscar per "The millionaire" fa l'unica cosa sensata per un regista, skippa le offerte più ghiotte (tipo un favoleggiamento circa la regia di 007) e si getta a capofitto in un progetto personalissimo, sulla carta infilmabile e dalle scarse possibilità di finanziamento in altri momenti della carriera.

L'esperimento è interessante, un film realizzato quasi con un attore solo con lunghissime sequenza in unità totale di luogo con pochissima azione.
L'esperimento è titanico e Boyle sembra l'unico a potervi riuscire.
Per prima cosa si a James Franco, attore che si getta in una recitazione fisica encomiabile che riesce a affezionare a un personaggio costantemente in scena facendo di tutto.
In secondo luogo fa di tutto, letteralmente di tutto, per rendere dinamico un film statico, gioca con le inquadrature, con i punti di vista, con i movimenti di macchina, con i giochi di montaggio, con le musiche e con i continui cambi di distanza delle inquadrature. Lo sforzo è enorme, con grandissimi picchi e qualità, con momenti di puro godimento, vera e propria pornografia registica dentro una fotografia carichissima e sequenze oniriche continue. E per una buona metà il piano regge bene, ma nella seconda parte in cui la trama esile scompare e il film vira verso i sogni e le allucinazioni per aumentare il minutaggio; la storia si sfalda del tutto e l'opera viene schiacciata dal comparto visivo ormai allo stato brado.
Esperimento interessante, fallito, ma con stile.

lunedì 16 dicembre 2013

Spiral - Adam Green, Joel David Moore (2007)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato

Un ragazzo con un enorme problema di ansia e di socialità vivacchia lavorando in un ufficio asettico dove il suo unico amico è il suo superiore. Tra crisi superate a fatica  pranzi in solitudine tira avanti. Un giorno compare una ragazza che sembra interessarsi a lui, dapprima solo per amicizia, poi da cosa nasce cosa… ma la psicosi del protagonista riuscirà essere trattenuta solo fino ad un certo punto.
Film di Green in coppia con il protagonista Moore, esteticamente impeccabile; fotografia perfetta, fredda e distaccata, luci gelide e tutto il corredo di costumi e location di conseguenza.
Detto ciò, per il resto, è un film fatto tutto di faccette da pazzo, autismo, monosillabi bofonchiati, arte nell’accezione più snob; in una parola un’idea di plot piuttosto banale che gioca fra la realtà e la finzione fin dall’inizio in maniera sfacciata; a tal punto che fin dall’inizio ci si chiede quale delle due ipotesi più ovvie si sceglierà per il finale… la cosa buffa è che alla fine vengono scelte entrambe. Complessivamente esagerato nell’interpretazione e nella storia, oltreché nella regia…
La regia non è originale, ma ravana nel già visto nel genere horror con la sapienza di chi ci prova a costruire un buon prodotto; niente di fenomenale, ma giochi di fuoco e fuori fuoco, macchine a mano, dettagli del protagonista, vengono usati quando servono, ma anche quando francamente se ne potrebbe fare a meno. Un ritmo un poco fiacco conclude il tutto.
In una parola; non è il film che ti cambia la serata, ma la fa passare bene.