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venerdì 11 ottobre 2019

C'era un volta a... Hollywood - Quesntin Tarantino (2019)

(Once upon a time... in Hollywood)

Visto al cinema.

Finalmente un film di Tarantino che mi ha soddisfatto completamente, è un'esperienza che non mi capitava dai tempi di "Bastardi senza gloria".
Tarantino, al suo eternamente ultimo film, abbandona gli obblighi contrattuali legati alle aspettative che ha creato in 25 anni di carriera. Basta violenza efferata e stilizzata (c'è in realtà, ma nel solo quarto d'ora finale), basta lunghi ed elaborati dialoghi fatti di cesello (si parla moltissimo nel film, ma senza gli eccessi parossistici e manieristici dei film precedenti) mettendo un'intera serie di scene in mano  aun personaggio (quello di Sharon tate) quasi senza battute (!).
Tarantino si libera di sé stesso e nella storia dei due giorni (più uno) di vita dei suoi due coprotagonisti (un attore della tv che non riesce a sfondare al cinema e deve ripiegare sulle parti da cattivo... sempre in tv) più uno (la Tate di cui sopra) in realtà parla dell'unico argomento che lo interessi: il cinema.
Nel suo film più nostalgico (le musiche e o i poster cinematografici pervasivi sembrano utili più a ricordare che a creare un ambiente) tarantino abbandona il citazionismo spinto (che pure c'è, ma si nota molto meno) per dedicarsi a descrivere quanto è bello fare, mostrare  o guardare film. l'intera filiera cinematografica è rappresentata ed è esaltata ed esaltante: i produttori sono entusiasti, le costumiste capiscono al volo le fantasie dei registi che a loro volta sono pieni di energie nonostante i lavori di bassa lega, gli stuntman soddisfatti, e giù nella catena alimentare dell'industria dei sogni fino alla cassiera del cinema e alla maschera. Naturalmente non ci si dimentica degli spettatori nella scena che racchiude l'intero film con Sharon Tate al cinema a vedere il suo ultimo film, estasiata e soddisfatta di sé che ascolta con commozione i feedback positivi del pubblico; non ci sono parole, ma lì c'è tutto quello che questo film vuol trasmettere.
Un inno al cinema che solo Tarantino poteva fare in questo modo e che. per fortuna gli riesce benissimo (ovviamente c'è molto della Hollywood di quegli anni che viene mostrato, ricostruito o nominato, ma va di diritto nel progetto nostalgia che rende bene, ma che non è immediatamente fruibile e neppure fondamentale).

Preponderante, soprattutto nel finale, anche i collegamenti con la cronaca con le vicende dei due co-protagonisti che si intrecciano involontariamente con la famiglia di Charles Manson.
Perché l'idea di mettere l'eccidio di Cielo Drive nel film può avere molti scopi (elemento catartico per come è stata realizzata, semplice setting temporale, giustificare la presenza della Tate ecc...), ma, personalmente, ho trovato geniale la gestione dell'affair Manson. Sfruttato per creare una splendida scena thriller (quella nel ranch) e utile per mostrare che nella città dell'industria dei sogni tutto è legato al cinema, anche la famiglia risiede in un set abbandonato e cercherà di uccidere attori e stuntman.
E DA QUI SPOILER. Sopra a ogni altra cosa però c'è il gioco con le aspettative dello spettatore. per tutto il film Tarantino ti fa affezionare al dolcissimo personaggio della Tate mentre ti mostra come il male si sta sviluppando appena fuori città e (per chi sa come andarono le cose) è ovvio pensare a co me finirà il film. Tarantino però modifica (di nuovo) la storia è lascia incolume la tate e il finale riesce ad avere uno dei scioglimenti più emotivi e (inaspettatamente) dolci che potesse avere, perfettamente in linea con il tono positivo del resto del film e senza negarsi un minimo di simbolismo. Il tutto giocando con quanto si sa e con quanto ci si aspetta stravolgendo il tutto riuscendo quindi a colpire molto più in profondità.

PS: e non ho parlato del solito cast di stelle e comprimari magnifici, quasi tutti in parte e ben utilizzati (giusto Pacino mi è sembrato svalutato) con un DiCaprio eccezionale (davvero si mangia ogni scena in cui compare), un Pitt perfettamente in parte e una Robbie con gli occhi costantemente luminosi.

mercoledì 16 gennaio 2019

Driver, l'imprendibile - Walter Hill (1978)

(The driver)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un uomo senza nome vive facendo l'autista per rapinatori; esperto nella fuga è un artista nel guidare ogni veicolo. Verrà preso di mira da un ispettore, ma aiutato da una sconosciuta. Tentando di incastrarlo, l'ispettore, metterà in mezzo una serie di malavitosi, dando inizio a un vero e proprio noir.

Film di veicoli sui generis (ci sono 3 scene in macchina, una in apertura e una chiusura, più una centrale che è però una dimostrazione di forza e non un inseguimento) che nasconde invece un vero e proprio noir ispirato a "Il samurai" di Melville. Da quel film prende la trama (che viene un poco complicata), prende i dialoghi scarnissimi, prende l'impassibilità del protagonista, ma soprattutto prende quel senso di calma potenza, di efficacia silenziosa e non eclatante, di professionalità quasi sovraumana.
Hill realizza quindi un noir con scene d'auto, che diventa essenziale nei caratteri e nelle motivazioni, duro e geometrico rasentando l'inumano (con solo l'ispettore, Dern, a dare una nota di colore e calore alla vicenda).
Ma Hill realizza anche un film formalmente impeccabile, con fotografia cupa, ma impeccabile, auto lucide, vestiti perfetti e un aura cool che aleggia quanto il buio della notte perenne in cui è ambientato.Un film dall'impianto verosimile al massimo, ma decisamente più attento all'effetto delle scene che alla loro reale riproducibilità nel mondo reale.
Un film con diversi difetti, ma che rimane un esempio lampante di potenza della messa in scena e di costruzione di un mondo mostrando solo 3 personaggi.

PS: l'ambiente e l'assenza di recitazione come precisa indicazione di regia rendono la rpesenza di O'Neal sopportabile e, addirittura, utile.

mercoledì 22 novembre 2017

Il serpente di fuoco - Roger Corman (1967)

(The trip)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un uomo vuole provare dell'LSD, la assume a casa di un suo amico; l'esperienza (l'intero film è il suo trip) sarà molto altalenante, tra lo stupefacente e l'angoscia.

Difficile fare un film intelligente e paraculo nello stesso tempo; eppure anche in questo Corman sembra azzeccarci. Commercialmente sul pezzo, come produttore, riesce a sfornare un film sfrontato fin dal titolo (originale) e dal sottotitolo (a Lovely Sort of Death), che però riesce a racchiudere seriamente una parte dello zeitgeist dell'epoca. In anticipo di due anni sul film manifesto "Easy rider" (con cui condivide solo la superficie, ma di cui è, di fatto, il genitore più prossimo assieme a "The wild angels") e uscito precisamente durante la summer of love, questo film si dimostra incredibilmente calato nella sua epoca; ma è evidente che Corman ha un occhio al botteghino in più rispetto a quello che si crederebbe.
Per la filmografia del regista va anche ricordato che questo è anche uno dei primi film del periodo post-Poe.

Il film inizia con un cartello che avverte dei pericoli delle droghe, poi comincia un lungo film che dichiara apertamente il contrario.
Il film è indubbiamente molto lineare... e piuttosto noioso; non si muove d'un metro dall'idea di base, il lungo trip di una uomo qualunque (dove però da di matto).
Se lo si guarda come documento storico il valore aumenta; scritto da Nicholson, interpretato da Peter Fonda, Dern e Hopper e una fotografia semplicemente calzata sul decennio (colori acidi, location adatte) e un lungo trip che tocca tutti i temi della rivoluzione sessuale, il mondo metafisico, l'insight, il sesso. Meno filosofico (e meno pretenzioso) rispetto a "Easy rider", anche qui c'è il manifesto di un'epoca.

Dietro la macchina da presa Corman si muove continuamente (nei primi dieci minuti è un continuo passare da un carrello all'altro, da una panoramica all'altra) e utilizza la musica alla maniera di Scorsese. Poi inizia un acid movie fatto di sovrapposizioni, proiezione di immagine sui corpi, montaggio rapidissimo e sequenze senza costrutto. Anche al netto delle fighetterie imposte dalla trama rimane un film innovativo per lo stile di Corman, ma ancora di più se si considera che aveva appena chiuso il suo periodo su Poe. Anche al netto di tutti i difetti che io per primo gli imputo, rimane uno dei film più estetici del regista, dove le immagini ha un impatto notevole e dove, per ottenere questo effetto, c'è una delle più brillanti collaborazioni fra tutti i compartimenti della produzione del film.

mercoledì 17 febbraio 2016

The hateful eight - Quentin Tarantino (2015)

(Id.)

Visto al cinema.

Vabbè, parliamone.

Io sono uno dei pochi che ha disprezzato altezzosamente "Django"; sono ancora convinto che quel film sia il peggiore della carriera di Tarantino e, dunque, le aspettative per quest'ultimo non erano altissime. All'uscita dal cinema però ero soddisfatto.
Per essere chiari; probabilmente è il suo film meno efficace (dopo il suddetto "Django" e, forse, dopo "Death proof"), ma, finalmente, si toglie dal binario dei film alla Tarantino che lo stesso Tarantino continua a fare da "Kill Bill" in poi e ritorna più vicino ai ritmi e ai toni anni '90.
Fotografia curata nel dettaglio, ma non più patinata; fighetteria sempre presente, ma meno vistosa; uso della luce etereo con un uso del riverbero impressionante, ma, soprattutto ritmo rilassato. Era dai tempi di "Jackie Brown" che Tarantino non teneva il ritmo di un suo film su questi livelli, un ritmo basso per cercare di creare suspense in maniera classica, giocare con il pubblico allungando l'intro sapendo che chi va al cinema per un suo film si aspetta una fontana di sangue (che ovviamente arriverà, ma ci vuole arrivare con calma); ma intanto il lavoro che fa è tutto di trama, una delle più intellettuali della sua carriera.
Il film che viene messo in scena è un grand guignol dai più nichilisti di sempre, dove la violenza non è discutibile in sé stessa, ma è discutibile i quanto unica forma di comunicazione compresa da tutti; un film dove tutti sono destinati a morire e tutti sono degli stronzi; un film (giustamente già definito) postapocalittico, dove l'apocalisse è stata la guerra civile americana; non c'è possibilità di salvezza per nessuno (anche perché nessuno la merita).
Altro spunto estremamente interessante è la messa in scena di una messa in scena. In questo film tutti stanno mentendo, tutti millantano identità, ruoli o conoscenza che non hanno; nell'ottica di quel nichilismo già citato (e con un avvicinamento inquietante al cinema di Farhadi) qui niente di quello che viene detto può essere provato e, fino a un'eventuale ammissione diretta, nessuno (spettatore compreso) saprà se ciò che viene riferito è una menzogna. La verità semplicemente non può essere raggiunta.

Poi c'è la questione del mystery alla Christie, svolta francamente interessante che all'inizio è davvero ben condotta, ma che a conti fatti (buttati li in mezzo a un film che prima e dopo ha un altro ritmo, per l'inutilità nel concedere uno showdown di quel tipo e per la sua pochezza in sé) ha il sapore di un'occasione perduta più che di un'idea avvincente.
Altra nota terribilmente negativa è che questo film conferma la fase negativa nella scrittura di Tarantino; il film regge, ma come in "Django", non ci sono dialoghi memorabile; tutti i lenti scambi di battute funzionano, ma non sono pezzi d'arte come era solito fare. Che sia il declino?

PS: e finalmente un film di Tarantino con Jackson protagonista.

lunedì 20 luglio 2015

Ancora vivo - Walter Hill (1996)

(Last man standing)

Visto in tv.

Epoca del proibizionismo, Stati Uniti, un uomo arriva in un paesino di confine con il Messico, dove due bande rivali si contendono il controllo dell'importazione di alcolici. Un uomo senza identità chiara arriva, si innamora (?) di una donna costretta a rimanere legata a uno dei capi e decide di guadagnare qualcosa dalla situazione.

Forse questa è la conclusione della serie di remake meglio riuscita della storia del cinema; originata da uno scritto di Hammett, realizzato da Kurosawa come "La sfida del samurai" nel medioevo giapponese, poi da Leone con "Per un pugno di dollari" nel west americano, poi qui, da Walter Hill, tornando in un epoca vicina a quella del romanzo originale.
Va detto che Walter Hill dichiarò come ispirazione Kurosawa negando di aver mai visto il film di Leone (grasse risate)... vabbè, pure Leone sosteneva di non aver mai visto il film di Kurosawa, ma almeno lui aveva questioni di copyright.

Questo effettivamente è il meno riuscito dei due precedenti, ma questo solo perché gli altri sono capolavori e questo si limita a essere solo un buon film.
Una fotografia calda, sudata e polverosa crea un ambiente totale già con le prime immagini; il film è un gangster movie (poco) venato di noir (molto) immerso in un ambiente e in una gestione western (abbastanza). Un film solido, ben condotto con la solita mano invisibile di Hill che costruisce iperboliche sparatorie (i corpi sono spostati dalle pallottole come fossero di carta velina) che fanno le veci delle scene di danza in un musical; Bruce Willis piuttosto impassibile da perfettamente il senso di un protagonista granitico; una galleria di comprimari magnifici capitanati da un Walken gelido e affascinante (come sempre), purtroppo poco sfruttato.

lunedì 8 dicembre 2014

The hole - Joe Dante (2009)

(Id.)

Visto in tv.

Madre con figlio regazzino e figlio adolescente a carico si trasferiscono in una cittadina del menga; nello scantinato, i pargoli, trovano una botola con una voragine apparentemente senza fondo. Dopo averla aperta cominciano a a mostrarsi personaggi inquietanti; una bambina che piange sangue, un clown demoniaco, un uomo gigantesco che lascia impronte infangate...

Horror luminosissimo che si permette diversi momenti de paura in pieno sole (gesto di un coraggio incredibile), mandando a quel paese anni di luoghi comuni. La storia è piuttosto confusa e lo spiegone finale (pur nel suo fascino) eccessivo, come lo showdown estremo (anche se l'ambiente dello scontro finale è una perfetta riproposizione moderna dell'espressionismo tedesco).
La paura di questo film è qualcosa di molto superficiale che può facilmente non colpire affatto...
Tuttavia bisogna essere consapevoli di che cosa si sta guardando; questo è il graditissimo ritorno di Joe Dante all'horror per regazzini dagli anni '80! Certo, non è nemmeno paragonabile a "Gremlins"; tuttavia è una leggera deviazione alla norma anni '90 di fare horror solo per teenager ipersessuati. Anche qui il teenager è il vero protagonista e la tipa che gli sta dietro è decisamente... importante... ma si comincia a tornare ad una buona abitudine ormai perduta.
Non un film fenomenale, ma un buon segno.

PS: il film uscì originariamente in 3D, così a pelle direi utile solo per farti lanciare addosso gli oggetti in caduta libera nella botola.

giovedì 10 giugno 2010

Il massacro del giorno di San Valentino - Roger Corman (1967)

(The St. Valentine's day massacre)

Visto in DVD

Cronaca delle azione che portarono Al Capone a compiere il noto massacro del titolo nel 1929.
Corman stavolta gioca alto, nessun film horror con mostro da far vedere nel finale, nessun film post apocalittico, e poi, non ci giurerei, ma c'ha pure un budget migliore del solito, e si permette il lusso di un film in costume; e Corman ci da dentro.
Non siamo affatto dalla parte della serie B, ma da quella dei dignitosi film anni '60, ma Corman che stavolta ha i numeri dalla sua vuole tentare l'autorialismo. Se si escludono i primi piani, per tutto il film la macchina da presa non è mai ferma, è tutto un carrello o una camera a schiaffo (ecco, quelle forse si potevano anche diminuire senza sentirne troppo la mancanza), negli esterni poi è tutto un florilegio di dolly, con la camera che segue una macchina solo per abbandonarla in favore di un passante, per poi abbandonarlo per inquadrare la macchina che gli interessava inquadrare.
Il film si lascia seguire bene, afflitto solo un poco dall'eccesso di voce fuori campo che presenta i personaggi o ne anticipa la fine (splendido nelle sequenze finali quando parla ad uno ad uno di quelli che moriranno e li introduce dicendo "nella sua ultima mattina di vita..."), ma in fondo vuole essere una cronaca, e come tale va presa, coi suoi difetti.
Unico nei il cast, non per intero, ma talvolta si vede che non sono proprio Marlon Brando.

PS: c'è una scena dove Capone uccide uno a colpi di mazza da baseball, mi chiedo, è un episodio reale oppure De Palma ha voluto citare questo film?