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lunedì 11 febbraio 2019

Blade runner - Ridley Scott (1982)

(Id.)

Visto in Dvx.

Film iconico per eccellenza di cui chiunque ha già detto tutto. Personalmente non sono mai stato un appassionato cultore, ma rivedendolo oggi non si può non riconoscerne il valore.

Il film si muove con il fiato spezzato del noir e con il ritmo lento degli Scotts degli anni '80.
Il film prende un vago spunto da un libro di Dick solo per partire con una densa trama filosofica, ricca di filippiche e strati di significato; una sceneggiatura complessa e complicata (un pò film autoriale un pò noir classico, di nuovo) che riesce a reggere il colpo nonostante qualche eccesso (il famosissimo monologo finale posto dopo un inseguimento teoricamente violento avrebbe ammazzato qualunque altro film).

Ma con tutto questo il film avrebbe fatto la gioia di Dick e sarebbe stato messo nel dimenticatoio del tentativo autoriale di un regista con potenzialità mainstream.
Il reale valore aggiunto però è altrove: nel comparto estetico.
Mi rendo conto della tautologia, ma mai come in questo caso siamo davanti a un film da guardare. Scott crea un film in cui le immagini trasmettono interamente il mood veicolato dalla sceneggiatura con in più informazioni potenziali su quanto successo fino a quel momento.
Anzi, Scott fa di più, crea un intero mondo solo con le immagini. Una Los Angeles che è un'immensa Chinatown, costantemente umida, barocca e adagiata nella sua dissoluzione, un disfacimento calmo e accettato da tutti, nonostante tutto. Un luogo buio in cui le luci al neon sono pervasive quanto gli schermi pubblicitari e le luci intrusive che dall'esterno illuminano gli interni ancora più cupi della città senza però chiarire ciò che accade, anzi, aumentando la confusione.
All'opposto rispetto al precedente "Alien", le immagini sono densissime pur nella loro semplicità, ma sono costantemente ragionate. La regia fa ciò che vuole per seguire i personaggi: primi piani, piani medi (per mostrare adeguatamente gli interni), movimenti di macchina, inquadrature fisse, montaggio interno; c'è tutto.
Il film parla più con le immagini che con le parole, accumulando informazioni, emozioni e simbologie in una serie di sequenze assolutamente impeccabili. Mostra, giocando, il concetto di mostrare (con i continui riferimento agli occhi, la vista e le immagini) e rappresenta di per sé un film nel film.

PS: Spoiler. Deckard è un replicante? L'idea (anzi l'idea di lasciare il tutto nell'ambiguità) è intrigante e aggiunge un nuovo livello di lettura tirando le fila di un discorso altrimenti solo evocativo (il rapporto con Gaff); ma, a conti fatti, non aggiunge nulla alla trama. L'incertezza di essere o meno un androide è già rappresentata da Rachael, l'idea che un androide vada a caccia di androidi non aumenta il fascino del film, il fatto che Roy nel finale sia più umano di un umano non è sminuita se quest'ultimo è un robot (ci sono degli umani dietro Deckard in ogni caso, Gaff non mostra neppure la comprensione del personaggio di Ford).

lunedì 20 luglio 2015

Ancora vivo - Walter Hill (1996)

(Last man standing)

Visto in tv.

Epoca del proibizionismo, Stati Uniti, un uomo arriva in un paesino di confine con il Messico, dove due bande rivali si contendono il controllo dell'importazione di alcolici. Un uomo senza identità chiara arriva, si innamora (?) di una donna costretta a rimanere legata a uno dei capi e decide di guadagnare qualcosa dalla situazione.

Forse questa è la conclusione della serie di remake meglio riuscita della storia del cinema; originata da uno scritto di Hammett, realizzato da Kurosawa come "La sfida del samurai" nel medioevo giapponese, poi da Leone con "Per un pugno di dollari" nel west americano, poi qui, da Walter Hill, tornando in un epoca vicina a quella del romanzo originale.
Va detto che Walter Hill dichiarò come ispirazione Kurosawa negando di aver mai visto il film di Leone (grasse risate)... vabbè, pure Leone sosteneva di non aver mai visto il film di Kurosawa, ma almeno lui aveva questioni di copyright.

Questo effettivamente è il meno riuscito dei due precedenti, ma questo solo perché gli altri sono capolavori e questo si limita a essere solo un buon film.
Una fotografia calda, sudata e polverosa crea un ambiente totale già con le prime immagini; il film è un gangster movie (poco) venato di noir (molto) immerso in un ambiente e in una gestione western (abbastanza). Un film solido, ben condotto con la solita mano invisibile di Hill che costruisce iperboliche sparatorie (i corpi sono spostati dalle pallottole come fossero di carta velina) che fanno le veci delle scene di danza in un musical; Bruce Willis piuttosto impassibile da perfettamente il senso di un protagonista granitico; una galleria di comprimari magnifici capitanati da un Walken gelido e affascinante (come sempre), purtroppo poco sfruttato.