(Átame!)
Visto in DVD.
Un ragazzo appena uscito dal manicomio cerca un'attrice porno da cui è ossessionato. la trova e la rapisce per obbligarla ad innamorarsi di lui. Fra i due si instaurerà un rapporto, ambiguo, di amore/paura.
Il film successivo a "Donne sull'orlo di una crisi di nervi" e, quindi, al successo internazionale, è un film decisamente più canonico per gestione e scansione dei tempi, solo il tema sembra voler essere atipico.
La storia di una sindrome di Stoccolma (?) che diventa amore vero è, in tutto e per tutto, un romanzo d'appendice (il finale eccessivamente positivo tanto contestato si inserisce in questo contesto) d'altri tempi, un melò sul sadomasochismo.
Un film sentimentale e, a suo modo, dolcissimo, che dall'ironia dell'inizio deraglia sempre di più su un sentimentalismo classicissimo.
L'estetica è quella almodovariana, ma meno caricaturale, i colori accesi ci sono, gli interni ampi e colorati; ma la fotografia tende di più al pastello.
Film molto bello, molto classico, ma molto maltrattato per il suo essere così insoddisfacente per chi si aspetta un film romantico standard e anche per chi si aspetta un film totalmente fuori dagli schemi. Questo è Almodovar.
PS: bravissimi i due protagonisti, fondamentali per la riuscita del film.
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venerdì 2 novembre 2018
mercoledì 14 dicembre 2016
Viridiana - Luis Buñuel (1961)
(Id.)
Visto in Dvx.
Una novizia che sta per prender ei voti di clausura, va a salutare lo zio (l'unico parente rimastole che l'ha mantenuta fino a quel momento) prima di separarsi dal mondo. La decisione di salutare lo zio non è una cosa così immediata, data una viscerale repulsione che lei prova per il parente.
Durante la permanenza a casa dello zio, lui la seda nel tentativo, non andato a buon fine, di violentarla. Per quanto il gesto sia terribile, l'intento sarebbe stato quello di costringerla a sposarlo data l'infatuazione dell'anziano. Lei ne rimane sconvolta, ma lui di più e si uccide. Lei erediterà parte die beni, assieme al proprio cugino, ma per sfruttarli decide di non prendere più i voti e aprire la magione ai poveri del paese; neanche questa decisione che non andrà a buon fine.
Per quel poco che lo conosco, questo film è uno dei più godibili di Buñuel; non lesina in simbolismo, contorcimenti psicologici o chiacchiericcio ricco di spiegazioni non necessarie, ma la storia riesce a fluire indipendente da tutto il sovraccarico e gli eventi si dipanano con grazia.
I simbolismi (dettagli fondamentali del film) sono continui, ma spesso poco invasivi, quando invece è pesantemente evidente l'intento allegorico spesso è esteticamente appagante (su tutti la corona di spine che brucia nel finale); personalmente ho trovato esagerata e stucchevole solo la reinterpretazione dell'ultima cena, esageratamente urlata in faccia allo spettatore.
Il film inoltre, al di là di un vago anticlericalismo (più preteso dai critici, a mio avviso, dato che in questo film ne ho visto meno che in molti altri), è un'affresco grottesco sulle tenebre dell'animo umano; viene presentata la storia di una santa in pectore circondata da una serie di personaggi coerenti, ma pessimi, ognuno egocentrico e facile a lasciarsi andare a gesti immorali; una mancanza generalizzata di buon cuore in cui la parte del leone la fanno proprio quei poveri che lei vorrebbe salvare (se posso direi che era ora che Buñuel uscisse dal politicamente corretto socialista). Una mancanza di cuore che però è rivolta solo agli esseri umani, dato l'interesse per gli animali che un paio di personaggi riescono ancora a provare.
Dal punto di vista della regia Buñuel regala tre parti importanti. Una regia di un dinamismo elegante che non avevo mai notato nel regista spagnolo. Una fotografia in bianco e nero densa e interessante. Una cura per il contenuto delle scene mostrate anche maggiore che nei suoi precedenti lavori (basterebbe la notevole costruzione dell'angelus dei poveri nel prato dove montaggio, inquadrature e fotografia sono un tutt'uno con il contenuto; dal lato opposto si pensi invece allo zio che cerca di violare la nipote sedata e vestita da suora mentre la bambina li spia dalla finestra... applausi per il grado di weirditudine raggiunto senza colpo ferire).
Visto in Dvx.
Una novizia che sta per prender ei voti di clausura, va a salutare lo zio (l'unico parente rimastole che l'ha mantenuta fino a quel momento) prima di separarsi dal mondo. La decisione di salutare lo zio non è una cosa così immediata, data una viscerale repulsione che lei prova per il parente.
Durante la permanenza a casa dello zio, lui la seda nel tentativo, non andato a buon fine, di violentarla. Per quanto il gesto sia terribile, l'intento sarebbe stato quello di costringerla a sposarlo data l'infatuazione dell'anziano. Lei ne rimane sconvolta, ma lui di più e si uccide. Lei erediterà parte die beni, assieme al proprio cugino, ma per sfruttarli decide di non prendere più i voti e aprire la magione ai poveri del paese; neanche questa decisione che non andrà a buon fine.
Per quel poco che lo conosco, questo film è uno dei più godibili di Buñuel; non lesina in simbolismo, contorcimenti psicologici o chiacchiericcio ricco di spiegazioni non necessarie, ma la storia riesce a fluire indipendente da tutto il sovraccarico e gli eventi si dipanano con grazia.
I simbolismi (dettagli fondamentali del film) sono continui, ma spesso poco invasivi, quando invece è pesantemente evidente l'intento allegorico spesso è esteticamente appagante (su tutti la corona di spine che brucia nel finale); personalmente ho trovato esagerata e stucchevole solo la reinterpretazione dell'ultima cena, esageratamente urlata in faccia allo spettatore.
Il film inoltre, al di là di un vago anticlericalismo (più preteso dai critici, a mio avviso, dato che in questo film ne ho visto meno che in molti altri), è un'affresco grottesco sulle tenebre dell'animo umano; viene presentata la storia di una santa in pectore circondata da una serie di personaggi coerenti, ma pessimi, ognuno egocentrico e facile a lasciarsi andare a gesti immorali; una mancanza generalizzata di buon cuore in cui la parte del leone la fanno proprio quei poveri che lei vorrebbe salvare (se posso direi che era ora che Buñuel uscisse dal politicamente corretto socialista). Una mancanza di cuore che però è rivolta solo agli esseri umani, dato l'interesse per gli animali che un paio di personaggi riescono ancora a provare.
Dal punto di vista della regia Buñuel regala tre parti importanti. Una regia di un dinamismo elegante che non avevo mai notato nel regista spagnolo. Una fotografia in bianco e nero densa e interessante. Una cura per il contenuto delle scene mostrate anche maggiore che nei suoi precedenti lavori (basterebbe la notevole costruzione dell'angelus dei poveri nel prato dove montaggio, inquadrature e fotografia sono un tutt'uno con il contenuto; dal lato opposto si pensi invece allo zio che cerca di violare la nipote sedata e vestita da suora mentre la bambina li spia dalla finestra... applausi per il grado di weirditudine raggiunto senza colpo ferire).
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giovedì 4 agosto 2011
Nazarin - Luis Buñuel (1959)
(Id.)
Visto in DVD.
Un giovane prete vive tra i poveri praticando il vangelo fino alle estreme conseguenza, ma ogni suo tentativo di generosità si rivoltano cotnro di lui e contro gli altri. La sua fama però fimane quella di un santo, portandolo ad avere degli apostoli (due donne), a essere ritenuto in grado di fare miracoli e a parafrasare la passione di Cristo.
Il fascino dei film di Bunuel non è per nulla nella loro godibilità, ma nel fatto che non si sa mai dove andrà a parare la storia, ammesso che vada a parare da qualche parte. A livello puramente narrativo la storia di Nazarin si muove pure troppo senza però avere una fine vera e propria e al contrario di molti altri film del regista, si fa seguire senza troppe difficoltà. Poi c’è tutto il sottotesto; e sapendo del fascino/idiosincrasia di Bunuel nei confronti della religione anche quando parla di tutt’altro, figuriamoci quando parla di un prete…
Il protagonista di Nazarin è una sorta di “santo” moderno, ma di una santità onesta, ma di facciata. È umile e generoso, ma di un’umiltà autoreferenziale, incapace di provare amore in maniera sincera (e pertanto incapace anche a rapportarsi con donne di ogni genere) e sostanzialmente inutile. La fede del prete poi è una sorta di scelta attiva e lucida che cerca di essere razionale contro la razionalità degli altri fedeli, nel rapporto fra superstizione, religione e scienza è costantemente dalla parte di quest’ultima (come nella sequenza in cui insiste nel curare la bambina con medicine). E nonostante questi suoi sforzi nell’essere una buona persona razionale gli verranno gettati addosso di volta in volta gli attributi che chi ha davanti desidera vedere, su tutti il fatto di fare miracoli da parte della famiglia della bambina.
Esteticamente magnifico, con una regia mobile, un pan focus visibile e ben fatto (anche se non proprio fondamentale); una serie di inquadrature ad effetto, location ben scelte ed una solida fotografia.
Il film non è esattamente una critica alla religione, ma più una variazione sul tema, un punto di vista di un ateo affascinato che non lesina stoccate a tutti, alla religione (su tutte la scena della preghiera attorno alla bambina malata; o il Gesù compagnone ante litteram), alla borghesia (banale, indifferente e cattiva di quella cattiveria distaccata), ma anche alla povera gente (brutale, stupida ed egoista).
Visto in DVD.
Un giovane prete vive tra i poveri praticando il vangelo fino alle estreme conseguenza, ma ogni suo tentativo di generosità si rivoltano cotnro di lui e contro gli altri. La sua fama però fimane quella di un santo, portandolo ad avere degli apostoli (due donne), a essere ritenuto in grado di fare miracoli e a parafrasare la passione di Cristo.Il fascino dei film di Bunuel non è per nulla nella loro godibilità, ma nel fatto che non si sa mai dove andrà a parare la storia, ammesso che vada a parare da qualche parte. A livello puramente narrativo la storia di Nazarin si muove pure troppo senza però avere una fine vera e propria e al contrario di molti altri film del regista, si fa seguire senza troppe difficoltà. Poi c’è tutto il sottotesto; e sapendo del fascino/idiosincrasia di Bunuel nei confronti della religione anche quando parla di tutt’altro, figuriamoci quando parla di un prete…
Il protagonista di Nazarin è una sorta di “santo” moderno, ma di una santità onesta, ma di facciata. È umile e generoso, ma di un’umiltà autoreferenziale, incapace di provare amore in maniera sincera (e pertanto incapace anche a rapportarsi con donne di ogni genere) e sostanzialmente inutile. La fede del prete poi è una sorta di scelta attiva e lucida che cerca di essere razionale contro la razionalità degli altri fedeli, nel rapporto fra superstizione, religione e scienza è costantemente dalla parte di quest’ultima (come nella sequenza in cui insiste nel curare la bambina con medicine). E nonostante questi suoi sforzi nell’essere una buona persona razionale gli verranno gettati addosso di volta in volta gli attributi che chi ha davanti desidera vedere, su tutti il fatto di fare miracoli da parte della famiglia della bambina.
Esteticamente magnifico, con una regia mobile, un pan focus visibile e ben fatto (anche se non proprio fondamentale); una serie di inquadrature ad effetto, location ben scelte ed una solida fotografia.
Il film non è esattamente una critica alla religione, ma più una variazione sul tema, un punto di vista di un ateo affascinato che non lesina stoccate a tutti, alla religione (su tutte la scena della preghiera attorno alla bambina malata; o il Gesù compagnone ante litteram), alla borghesia (banale, indifferente e cattiva di quella cattiveria distaccata), ma anche alla povera gente (brutale, stupida ed egoista).
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