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venerdì 31 marzo 2017

Piccole donne - George Cukor (1933)

(Little women)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia composta dalla madre e dalle quattro figlie (il padre sta combattendo la guerra di secessione) dovrà affrontale l'amore, l'amicizia, la malattia e la povertà, ma lo farà rimanendo sempre unita e amorevole.
Il semplice concetto che sta alla base del libro originario mi da l'orticaria, pertanto ho guardato questo film solo per i nomi in elenco e perché sull'internet viene considerato la versione cinematografica migliore.
Per come immagino il libro direi che il film rispecchia le aspettative: un film zuccheroso e scaldacuore dallo svolgimento lasso e scontato. La sceneggiatura si completa di alcuni scambi di battute che farebbero arrossire chiunque e imbarazzano lo spettatore.
D'altra parte siamo nell'epoca d'oro di Hollywood e la costante minima garantita viene rispettata con una messa in scena curatissima e molto bella e una fotografia di livello.
Il cast è ottimo, con una Hepburn sopra le righe che vince per vitalità più che per credibilità, ma illumina ogni scena in cui compare (nonostante sia proprio lei ad avere alcune delle battute più peregrine e alcuni dei momenti più stucchevoli).
Da dietro la macchina d apresa Cukor si muove senza enfasi, soccombendo alla trama e a un ritmo rilassato.
Di fatto trovo che questo film sia solo per completisti del regista o della protagonista (che riesce comunque a uscirne bene)

venerdì 24 ottobre 2014

Dietro la porta chiusa - Fritz Lang (1947)

(Secret beyond the door...)

Visto in DVD.

Una donna indipendente si sdilinquisce per un uomo affascinante che sposerà dopo una breve frequentazione. Fin dalla prima notte di nozze però noterà qualcosa di strano, che rimarrà sullo sfondo finché non si trasferirà nella casa di lui dove conoscerà la sorella, il figlio di primo letto di cui non sapeva nulla, nonché la sua passione di collezionare stanze... (è un architetto...).

Thriller psichiatrico che ha debito continui con almeno due o tre pellicole di Hitchcock. Dettaglio non insignificante, ma sottolineato da tutti. La storia scorre verso il prevedibile con un ritmo abbastanza buono che tutto sommato fa perdonare gli attriti.
Il vero punto negativo è il finale semplicistico, non so quanto efficace all'epoca, oggigiorno certamente inaccettabile.
Il punto di forza però sta tutto in Fritz Lang. Non siamo davanti ad un capolovaro, anche nel periodo americano ha prodotto opere molto migliori; però Lang non è un idiota e non dimentica da un anno all'altro l'esperienza accumulata nel ventennio precedente. La forza di questo film è tutta nelle luci e nelle ombre.
Non siamo dalle parti dell'espressionismo pieno, ma Lang viene da quel mondo li, e sa il peso che ha un'ombra, sa che per inquietare è sufficiente oscurare i volti di un giudice e di una giuria (in una delle sequenze migliori del film dove il coprotagonista fa da imputato e accusa contemporaneamente), sa che la luce di una porta aperta su un corridoio può avere l'effetto di una coltellata, sa che una sagoma nella nebbia o una silhouette di notte possono avere un impatto notevole, sa come si usa una torcia elettrica o le ombre degli ospiti o ancora le porte aperte o chiuse.
Non un capolavoro insomma, un film un pò imbolsito dall'età, ma ancora godibile.

mercoledì 8 gennaio 2014

Il padre della sposa - Vincente Minnelli (1950)

(Father of the bride)

Visto in tv.

Le disavventure economiche ed emotive di un rude padre di famiglia americano per l'organizzazione e la gestione del matrimonio della figlia.

Una commediola sentimentale e leggere che mette per la prima volta alla prova un Minnelli da sempre specializzato in un genere più dinamico.
La scrittura leggere e rapida riesce ad intrattenere con qualche sorriso e diversi sbadigli. la scrittura eleganti e divertita si scontra con il peso orribile dei decenni che son passati; la fine ironia degli anni '40/'50 purtroppo non regge molto.

Il film si fregia unicamente di una Taylor bellissima davvero (e non vestita da drag queen come in "Cleopatra") e dell'interpretazione di un roccioso Spencer Tracy, sempre in parte nel vestire i panni del genitore in ansia.

PS: sinceramente non ricordo più come fosse il remake fatto da Steve Martin; in ogni caso trovo fosse assolutamente sensato pensare di farne una versione aggiornata ai tempi correnti; e questo nonostante la perdita di peso specifico dell'attore protagonista.

domenica 12 settembre 2010

La donna del ritratto - Fritz Lang (1944)

(The woman in the window)

Visto in DVD.

Un tranquillo professore universitario incontra per caso la donna dei sogni (una donna ritratta in un quadro che lo ha molto colpito), e cocì, nonostante sia sposato, si lascia tentare e la segue a casa sua a vedere dei disegni; il loro rapporto è assolutamente onesto e solare e scevro da ogni pulsione sessuale... peccato che l'amante di lei arrivi in quel mentre, li sorprenda assieme e si avventi contro l'uomo. L'amante rimarrà ucciso per pura fatalità. Si disferanno del corpo, ma la polizia (e un ricattatore) staranno alle costole.
Questo film, ma soprattutto i primi minut con la lazione universitaria e il dilogo al club, è il manifesto dell'ideale di Lang sul confine sottilissimo fra innocenza e colpa, del potenziale assassino insito in ogni uomo, anche il più mite e dell'idea di destino. Tutto il film è un gioco, una corsa a ostacoli fra il tentare di non essere scoperti e la soddisfazione di farla franca; situazione in cui la fortuna (o la sfortuna) la fanno da padrone (e i questo ricorda abbastanza la deriva inglese di Woody Allen).
Robinson è nella sua parte classica (almeno nei film di Lang), ma seppure bravo stavolta non entusiasma.
Il film alla fin fine è buono, in costante mutamento dei rapporti di forza, in costante evoluzione e lo pseudo finale amarissimo, in cui l'uomo comune si rende conto di essere stato preso da forze troppo grandi per lui e decide attivamente di soccombere, è decisamente buono... peccato che poi a Lang gli venga un conato di buonismo e faccia finire il film in maniera banale (forse non per l'epoca però) e patetica. La scena in cui il finale cambia è però notevole, con un cambio di scena senza stacchi realizzato con un primissimo piano di Robison, un cambio di luce che illumina la stanza e il cambio dei vestiti dell'attore realizzati per l'occasione in maniera tale che potessero essere tolti senza che lui si muovesse dalla poltrona.

domenica 3 gennaio 2010

La strada scarlatta - Fritz Lang (1945)

(Scarlet street)

Visto in DVD.

Film strepitoso, ingiustamente perduto nei recessi della memoria.
Un onesto cassiere di banca (l'ottimo Robinson) con velleità pittoriche si invaghisce della onnipresente femme fatale che lo sfrutterà su consiglio del fidanzato, costringendo il banchiere a compiere atti che mai avrebbe osato; e fin qui niente di nuovo... Ma quando Robinson si accorgerà di cosa realmente succede si scatenerà fino in fondo, distruggendo gli artefici della beffa arrivando anche a sacrificare se stesso, o meglio ciò a cui più tiene, la sua stessa pittura ed il successo tramite questa; giungendo quindi ad una sorta di autocannibalismo. Il finale originale, poi eliminato dallo stesso Lang, era un capolavoro di cinismo, con Robinson che si arrampica su un palo del telegrafo di fronte alla prigione per vedere le scintille della sedia elettrica. Invece nel film sarà preda degli inevitabili rimorsi, meno originale forse, ma molto più "greco".
I temi base sono comunque quelli tipicamente langiani, con il destino che gioca contro gli uomini, l'assassinio che si nasconde anche nella più inerme delle persone e con l'assoluta fallibilità della giustizia umana.
Il film è terribilmente disfattista (in fondo è pur sempre Lang) ed estremo per l'epoca (ed infatti non passerà la valutazione del codice Hays in tutti gli stati americani) con allusioni sessuali e violenza solo in parte nascosta, oltre naturalmente alla vittoria del cattivo, vittoria parziale di un cattivo parziale.

Se devo essere sincero non ho apprezzato completamente i personaggi, troppo esagerati (il fidanzato troppo banalmente brutale, o la moglie del cassiere troppo macchiettistica) e neppure gli attori (tranne Robinson) ma forse in questo caso la colpa maggiore è dei doppiatori italiani.
Un film decisamente da riscoprire. Finalmente un grande Lang.