Visualizzazione post con etichetta Katharine Hepburn. Mostra tutti i post
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lunedì 1 maggio 2017

Incantesimo - George Cukor (1938)

(Holiday)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una ragazza di una ricca famiglia newyorkese si innamora di un uomo del popolo, uno che ha sempre dovuto lavorare per vivere. Lo porta a casa per presentarlo come futuro marito ricevendo l'entusiasmo della sorella e del fratello, ma i dubbi del padre. Quando finalmente tutti saranno convinti l'uomo avvertirà che vorrebbe smettere di lavorare per trovare sé stesso (la vacanza del titolo originale) ricevendo gli strali della futura sposa e del suocero, ma l'amore della cognata.

Remake di un film del 1930 è una commedia romantica che non ha nulla della screwball comedy come, invece, ho letto in giro sull'internet (òe quattro capriole di Cary Grant non riescono, da sole, a cambiare il genere di un film) e, pur essendo ambientato nell'upperclass  newyorkese, non è una commedia upper class; al massimo, nella prima parte, riprende il ritmo sostenuto e alcune dinamiche della commedia sei sessi.
Scritto divinamente scorre via con facilità muovendosi nell'angusto spazio di una pura commedia sentimentale (come già detto), ma con una vitalità incredibile che rende la prima parte una delle cose migliore che abbia visto fare da Cukor finora. Nella seconda viene tirato il freno a mano e il film deraglia nel melò perdendo molto, ma pur se sfocia nel sentimentalismo più spinto riesce comunque a mantenersi ad un certo livello. Un insieme di generi ben mescolati che riesce completamente digeribile anche a chi non ha dimestichezza nel sentimentalismo.

Cukor dirige il cast con mano invidiabile rendendo perfetti tutti gli attori e senza lasciare che la coppia centrale sfoci in un mix fra "Susanna" e Romeo e Giulietta.
Non sarà un capolavoro, ma è una delle poche commedie sentimentali che consiglierei senza alcuna esitazione.

venerdì 31 marzo 2017

Piccole donne - George Cukor (1933)

(Little women)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Una famiglia composta dalla madre e dalle quattro figlie (il padre sta combattendo la guerra di secessione) dovrà affrontale l'amore, l'amicizia, la malattia e la povertà, ma lo farà rimanendo sempre unita e amorevole.
Il semplice concetto che sta alla base del libro originario mi da l'orticaria, pertanto ho guardato questo film solo per i nomi in elenco e perché sull'internet viene considerato la versione cinematografica migliore.
Per come immagino il libro direi che il film rispecchia le aspettative: un film zuccheroso e scaldacuore dallo svolgimento lasso e scontato. La sceneggiatura si completa di alcuni scambi di battute che farebbero arrossire chiunque e imbarazzano lo spettatore.
D'altra parte siamo nell'epoca d'oro di Hollywood e la costante minima garantita viene rispettata con una messa in scena curatissima e molto bella e una fotografia di livello.
Il cast è ottimo, con una Hepburn sopra le righe che vince per vitalità più che per credibilità, ma illumina ogni scena in cui compare (nonostante sia proprio lei ad avere alcune delle battute più peregrine e alcuni dei momenti più stucchevoli).
Da dietro la macchina d apresa Cukor si muove senza enfasi, soccombendo alla trama e a un ritmo rilassato.
Di fatto trovo che questo film sia solo per completisti del regista o della protagonista (che riesce comunque a uscirne bene)

venerdì 24 giugno 2016

Improvvisamente l'estate scorsa - Joseph Mankiewicz (1959)

(Suddenly, last summer)

Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato.

Una anziana e ricca donna contatta un noto neurochirurgo (e psichiatra) perché lobotomizzi la nipote impazzita dopo la morte del figlio della riccastra. Lo psichiatra nel colloquio con i familiare e dopo il primo incontro con la ragazza sospetta che più che follia ci sia molto di rimosso e ancora di più di non detto da parte di tutti.

Sfritto da Tennessee Williams credo non sia uno spoiler per nessuno che ci siano segreti innominabili, un sacco di sesso vissuto maluccio e un senso generale di morte. Un film che non dice mai apertamente lo scheletro nell'armadio più grosso, ma che viene riferito in maniera indiretta in maniera incredibilmente evidente per quegli anni.
Interessante anche che il lavoro di scoperta di quanto è tenuto sotto silenzio si muova con il passo dell'indagine classica (anche se con ben altri ritmi), con svolte narrative, nuovi punti di vista, voltafaccia e con lo scioglimento finale che avviene dopo aver riunito tutti i protagonisti della vicenda.

Il film dunque è un'opera teatrale scritto da un autore molto verboso e teatrale e diretta dal più teatrale dei registi dell'epoca. Non sorprendono quindi le (relativamente) poche location sfruttate per lunghe sequenze di dialogo e declamazioni. A chi un impianto di questo tipo può infastidire si astenga. Ma chi conosce Mankiewicz sa che come un bravo regista teatrale, lui sa sfruttare gli attori come pochi altri. Un'organizzazione pazzesca dove la Hepburn è magnifica pur facendo quasi solo da supporto agli altri (tranne nella prima mezzora dove è lei a governare la scena; ma rende molto di più nei primissimi piani finali) un Clift un po' in disparte per via di un personaggio che è il motore immobile della vicenda (ma appunto, risulta piuttosto immobile) e ovviamente una Taylor enorme nella parte della pazza sofferente, quasi mai eccessiva (probabilmente la sua interpretazione che preferisco).

lunedì 28 marzo 2016

Palcoscenico - Gregory La Cava (1937)

(Stage door)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese

Pensionato femminile dove abitano aspiranti attrici; al gruppo già consolidato si somma una nuova ragazza; buone maniere, famiglia ricca, personalità accattivante, il gruppo si spezza fra chi la ama e chi la odia. La ricerca di nuove attrici per un dramma teatrale di nuova produzione provocherà ulteriori tafferugli nel gruppi, fino all'estremo gesto di una ragazza; le amiche rimaste le renderanno omaggio.

Una commedia sul mondo del teatro molto ben scritta, nella scena iniziale i vari personaggi intrecciano dialoghi, sentimenti, antipatie, psicologie. L'arrivo della Hepburn riesce a mantenere gli stessi standard pur catalizzando l'interesse. Nella seconda parte la commedia si vena di dramma trasformandosi in un melodramma sentimentale in maniera indicibile (splendida la scena prima del suicidio).

Di fatto un film non enorme, che si può dimenticare con una certa velocità; rimane comunque un ottimo esempio di scrittura (i dialoghi serratissimi dell'inizio sono esemplari) e un esempio ancora migliore di recitazione (c'è bisogno di dire quanto sa brava la Hepburn? circondata però da comprimarie che le rendono giustizia).

mercoledì 28 gennaio 2015

Il leone d'inverno - Anthony Harvey (1968)

(The lion in winter)

Visto in Dvx.

Re Enrico II deve decidere a quale dei suoi tre figli lasciare il regno dopo la sua morte, due li odio (e ne è odiato di rimando) il terzo è un idiota. Organizza quindi un Natale in famiglia, con i tre successori e la moglie (da anni reclusa in un castello in Inghilterra) per discutere (e litigare) sulla successione.

Opera teatrale magnifica, dall'andamento forsennato e dallo stampo sulfureo, un gioco di intrighi di palazzo continui, spesso poco chiari, ma sempre piuttosto aggressivi e dolorosi per una delle parti in gioco. Un film fatto di lunghi duelli verbali (non dialoghi; dire che quelli sono dialoghi è un eufemismo) e di prove di recitazione sopra le righe.
La coppia di attori protagonisti è da applausi a priori, un O'Toole e una Hepburn che litigano per stabilire chi dei due riesce ad essere più estremo senza scadere nel macchiettistico. Tra i figli c'è un giovane e oscuro Hopkins già bravo anche se, forse, un pò troppo carico.
Ovviamente la regia si appoggia tutta sugli attori (e non potrebbe fare altrimenti), indugiando sui volti e sui gesti più che sui luoghi.

Risulta evidente fin dall'inizio che il film può finire solo con una tragedia o con un nulla di fatto; ma la scena finale del saluto tra i due protagonisti mi sembra rivelatrice, alla fine si è trattato solo di un gioco, un lungo gioco distruttivo fatto da due giocatori troppo competitivi.

lunedì 8 aprile 2013

La costola di Adamo - George Cukor (1949)

(Adam's rib)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato.

Una giovane donna pedina il marito per vedere se viene tradita come sospetta; trovato il coniuge in flagranza di reato gli spara. Non muore, inevitabilmente il fatto finisce in tribunale. Ad essere incaricato dell’accusa è Spencer Tracy, purtroppo per lui anche sua moglie (anche lei avvocato) si interessa della faccenda e, volendo portare avanti un concetto femminista di reale uguaglianza di fronte alla legge, decide di assumere la difesa della ragazza. Il giudizio avrà ripercussioni anche sulla vita di coppia.

Legal drama e commedia dei sessi di gran classe, divertente e tutta improntata sui suoi due protagonisti. Se Spencer Tracy è un navigato attore bravissimo a fare da spalla, la vera protagonista è effettivamente la Hepburn (come poteva essere prevedibile data la presenza di Cukor in regia), vero motore della vicenda e vero personaggio che va oltre il film (in effetti la Hepburn sembra sempre impersonare se stessa). I due danno vita a magnifici battibecchi che si incastrano perfettamente in scene di vita coniugale dirette come un balletto, con un occhio alla battuta intelligente.

Dal canto suo Cukor gestisce il tutto come un teatro, gestendo più che altro gli attori in funzione del set, pone poi la macchina da presa in posizione fissa; quando la situazione l richiede però (e a quanto pare lo richiede spesso) si lancia in enormi movimenti di macchina, ariosi e complicati che danno vita a piani sequenza che sottolineano ulteriormente le performance degli attori. Movimenti di macchina così gustosi e liberi (ma sempre tecnicamente impeccabili) non li vedevo da parecchio tempo.

Ampio e avantissimo sul tempo il discorso sulla parità dei sessi che, intelligentemente, non cede in un finale confortante per l’epoca, ma va avanti sino alla fine.

L’unico neo è la mia abitudine ad associare in maniera pavloviana i film sullo scontro fra i sessi con Hawks (e la presenza della Hepburn mi aumenta questa associazione)… quindi mi vien da pensare che questo soggetto in mano ad un Hawks sarebbe diventato frenetico come una guerra lampo… 

venerdì 8 aprile 2011

Il lungo viaggio verso la notte - Sidney Lumet (1962)

(Long day's journey into night)

Visto in VHS. Una famiglia di 4 persone deve fare i conti, giorno per giorno con i propri demoni; un padre spilorcio ed ex stella del teatro; una madre morfinomane; un primogenito dedito all’alcool e alle prostitute ed un figlio minore malato di tubercolosi.

Dramma famigliare teatrale che è pervaso completamente dalla teatralità. Se le opere di Tennessee Williams sono ottimi lavori per il teatro che si adattano pure al cinema, qui O’Neill non riesce nell’intento, e da un dramma teatrale ottiene un film teatrale. Ogni scena è eccessivamente verbosa, eccessivamente sopra le righe, drammatica, c’è sempre qualcuno che piange, che insulta in maniera pesante qualcun altro per poi scusarsi e tutto ricomincia come se niente fosse successo; la sceneggiatura è un tripudio di anti-naturalismo pieno di parole che colmano il vuoto.

Vero è che Lumet è riuscito nel miracolo di portare al cinema una piece non cinematografica come “La parola ai giurati”; ma qui ha un bel daffare a muovere carrelli impossibile, ad abusare del dolly per inseguire i personaggi anche nei movimenti minimi, ad inquadrare dal basso piuttosto che da una distanza impossibile… tutti sforzi sprecati, il film rimane incompleto, tutto teso a parlare piuttosto che mostrare.

Anche gli attori, tutti bravissimi (ovviamente eccellente la prova della Hepburn) senza nessuno sconto di lodi… ma devono recitare parti eccessive, lacrimose e macchiettisti che, il che li penalizza a priori.

Magari è un ottima piece teatrale; e certamente le forze in campo sono quelle del miglior cinema possibile… ma come film è di difficile sopportazione.

mercoledì 6 aprile 2011

Susanna - Howard Hawks (1938)

(Bringing up baby)

Visto in DVD.
Un azzimato archeologo incontrerà una ragazza piuttosto matta che lo invischierà in una serie infinita di guai… e tutto per via di un leopardo.
Classica commedia degli equivoci che punta tutto sull’eccesso. Lui è fin troppo tonto, lei fin troppo svampita, le gag fin troppo sopra le righe e soprattutto durano troppo, ben oltre la sospensione dell’incredulità. Un film comico piuttosto terra terra, eccessivo ed inutile.

Buona l’interpretazione di una giovane e sorprendente Katharine Hepburn, ma da sola non basta a salvare un intero film.

Hawks (anche sceneggiatore… non accreditato, ma pare che lui se li scrivesse sempre i suoi film) non è Lubitsch, e neppure Wilder… e si vede.

PS: è in questo film che vede la luce la cartoonistica scena del crollo dello scheletro di dinosauro dopo anni di lavoro.