(The life of Emile Zola)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
La vita di Zola; nella prima mezzora gli anni della fame, i primi scritti e l'amicizia con Gauguin, brevemente l'impegno civile fino ai successi letterari. Nella seconda parte (circa 3/4 del film) la vecchiaia con lo scoppio, l'impegno e la risoluzione de l'affare Dreyfuss.
Film molto scorrevole e tutto sommato godibile, ma decisamente male organizzato.
Intendiamoci, siamo nel periodo d'oro di Hollywood e le regole auree della sceneggiatura sono rispettate, non si troverà un meccanismo male oliato, ma è proprio l'idea di base che latita di senso.
Questo è un film ruffiano con pretese da biopic serio; è evidentemente tutto incentrato sull'affare Dreyfuss (o meglio, su Zola come combattente per la libertà nel caso Dreyfuss), ma si sente in colpa nel mostrare solo quell'episodio (o forse teme che mancando un background il pubblico si senta spaesato), quindi decide di attaccarci almeno 30 minuti buoni di gioventù del protagonista assolutamente inutili, privi di senso, troppo rapidi nello svolgersi, con scarse ripercussioni su quanto avverrà dopo (c'è solo il flebile legame con Gauguin che poteva facilmente risolvere in altro modo); solo un modo per mondarsi la coscienza.
L'affare Dreyfuss è poi trattato con tutti i crismi di un enfatico film di lotta Hollywoodiano, dove la vittima è messa rapidamente in disparte dall'ingombrante figura del protagonista.
Il film fa declamare molti scritti originali di Zola (tra cui il famoso J'accuse), ne mostra le titubanze e la forza; ma non riesce mai a trasmettere davvero, né i motivi della grandezza del personaggio reale, né la forza morale (se non la superficie patinata della stessa).
Se avessero realizzato un film totalmente di finzione basato sull'affare Dreyfuss il film non ne sarebbe diminuito, eliminato Zola non sarebbe cambiato nulla.
Muni si impegna, ruffianeggia teatralmente per gran parte del film, regge bene gli sforzi richiesti, ma risulta sempre piuttosto finto. Direi che l'Oscar l'ha meritato di più per altri film.
Non un brutto film, tutt'altro, ma è solo un contenitore vuoto.
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lunedì 5 settembre 2016
venerdì 17 luglio 2015
Scrivimi fermo posta - Ernst Lubitsch (1940)
(The shop around the corner)
Visto in Dvx.
Due commessi dello stesso negozio intrattengono fra loro una relazione epistolare; nella vita vera però si odiano apertamente. Lui capirà che la donna a cui scrive è lei e cercherà, timidamente, di risolvere la situazione. Nello stesso momento il proprietario del negozio scopre il tradimento della moglie. Attorno a loro si muovono gli altri dipendenti.
Commedia dolce di un Lubitsch che conduce una trama impregnata di Frank Capra. Si muove fra buoni sentementi in una famiglia allargata (il negozio) dove ognuno può essere burbero, ma senza cattiveria (...beh non proprio tutti). Fosse solo questo però sarebbe stucchevole (non si può fare un film alla Capra pensando che siano solo i buoni sentimenti a fare il lavoro).
Nella sceneggiatura il film si muove fra dialoghi scritti splendidamente (salvo quelli fra i due protagonisti quando ci provano), veloci e ben costruiti come in una screwball comedy.
Nella regia Lubitsch lavora sul non mostrare (o sul mostrare indirettamente); lo sventato suicido visto con la pallottola vagante, il fattorino promosso che racconta la storia ai colleghi con due telefonate (a persone che non centrano nulla), il primo dialogo fra i protagonisti in cui lei chiede un lavoro; tutto fatto in maniera indiretta bypassando il rischio della ripetitività (con altri film dello stesso tipo); in più ci sono alcuni ottimi utilizzi della macchina da presa (qualche movimento, alcune splendide inquadrature come la cassetta della posta vuota vista da dietro).
...e poi sotto sotto non è così politicamente corretto visto che lei si deprime quando scopre che il suo amante sconosciuto potrebbe essere calvo e sovrappeso (oltre che senza un lavoro)...
PS: il film, arrivato in Italia durante la guerra, è ammazzato da un doppiaggio fatto da italoamericani che non sapevano perfettamente la pronuncia e per bilanciare hanno deciso anche di non recitare.
Visto in Dvx.
Due commessi dello stesso negozio intrattengono fra loro una relazione epistolare; nella vita vera però si odiano apertamente. Lui capirà che la donna a cui scrive è lei e cercherà, timidamente, di risolvere la situazione. Nello stesso momento il proprietario del negozio scopre il tradimento della moglie. Attorno a loro si muovono gli altri dipendenti.
Commedia dolce di un Lubitsch che conduce una trama impregnata di Frank Capra. Si muove fra buoni sentementi in una famiglia allargata (il negozio) dove ognuno può essere burbero, ma senza cattiveria (...beh non proprio tutti). Fosse solo questo però sarebbe stucchevole (non si può fare un film alla Capra pensando che siano solo i buoni sentimenti a fare il lavoro).
Nella sceneggiatura il film si muove fra dialoghi scritti splendidamente (salvo quelli fra i due protagonisti quando ci provano), veloci e ben costruiti come in una screwball comedy.
Nella regia Lubitsch lavora sul non mostrare (o sul mostrare indirettamente); lo sventato suicido visto con la pallottola vagante, il fattorino promosso che racconta la storia ai colleghi con due telefonate (a persone che non centrano nulla), il primo dialogo fra i protagonisti in cui lei chiede un lavoro; tutto fatto in maniera indiretta bypassando il rischio della ripetitività (con altri film dello stesso tipo); in più ci sono alcuni ottimi utilizzi della macchina da presa (qualche movimento, alcune splendide inquadrature come la cassetta della posta vuota vista da dietro).
...e poi sotto sotto non è così politicamente corretto visto che lei si deprime quando scopre che il suo amante sconosciuto potrebbe essere calvo e sovrappeso (oltre che senza un lavoro)...
PS: il film, arrivato in Italia durante la guerra, è ammazzato da un doppiaggio fatto da italoamericani che non sapevano perfettamente la pronuncia e per bilanciare hanno deciso anche di non recitare.
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