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mercoledì 18 novembre 2015

Spectre - Sam Mendes (2015)

(Id.)

Visto al cinema.

Bond viene incaricato dalla defunta ex M di uccidere un uomo e andare al suo funerale. Ovviamente Bond esegue e viene messo sulle tracce di una organizzazione segreta capitanata da un uomo che lui sembra conoscere; nel mente in UK la sezione 00 viene chiusa.

Questo è un film di cui si dovrebbe parlare su due piani; quello del film a sé e quello del film collocato nella serie dei 4 film con Daniel Craig.

Il film in sé è un lussureggiante, fighetto e high budget thriller spionistico. Curato nei minimi dettagli con una carrellata di vestiti degni di una sfilata di moda e sempre perfetti per l'ambiente in cui devono essere indossati; location impeccabili (al solito) in giro per il mondo (meno titaniche che nei precedenti, ma pur sempre all'altezza); una costruzione degli interne che sta a metà strada fra l'interior design più chic e la mostra d'arte; infine una fotografia impeccabile che colora di toni diversi le varie location e le varie situazioni, senza mai una sbavatura. A questo si aggiunge un cast completamente in parte, non impeccabile, ma adatto, con il villain per eccellenza interpretato da quella faccia da cattivo hollywoodiano di Waltz (non entusiasmante nella recitazione, ma almeno ha smesso quasi del tutto di fare le faccette che faceva per Tarantino).
Poi beh diciamolo, ha diverse scene puramente action di cui una da ricordare, quella esageratamente lunga dell'incipit sull'elicottero in Messico, altre effettivamente poco sfruttate (l'inseguimento sulla neve o la lotta sul treno), con altre che stanno dignitosamente nella media come l'inseguimento a Roma (ottimo per ambientazioni, ma inutilmente protratto senza nessun twist).

Il film inteso come conclusione della serie di quattro film partita con "Casino royale" è invece una delle operazioni di rifondazione di un personaggio più complesse di sempre; nonché una delle meglio realizzate.
Se nei primi due film si era tutti intenti a frustrare le aspettative del pubblico presentando un James Bond completamente privo delle sue caratteristiche base, con "Skyfall" (che diciamolo subito, rimane il migliore dei quattro, ma in fondo era quello con meno debiti da pagare alla storia più ampia) iniziano a delinearsi i segni del mito di sempre, ma aggiornati e autoironici; con questo film si ricostruisce del tutto il James Bond che tutti conosciamo. La ricostruzione però non è una copia pedissequa del personaggio anni '60; si ricostruisce dando tutti i tratti salienti senza i quali non sarebbe Bond, ma lo si aggiorna, lo si rimette in gioco in un mondo contemporaneo; nello stesso momento lo si pulisce dagli eccessi kitsch o camp dei decenni precedenti (ancora una volta prendendosi in giro, come la macchina con le leve che servono ad accendere l'autoradio). Questa ricostruzione passa attraverso la riproposizione di idee di successo modernizzate; si pensi alla sala in cui si riunisce la Spectre, ancora un ampio salone con i villain seduti su un ampio tavolo e Blofeld dal volto invisibile, ma tutto questo senza più quella versione di modernità anni '60 ormai anacronistica; ma ancora di più si pensi al personaggio di Bautista, il classico scagnozzo forzuto della Spectre che sembra essere una fusione di due o tre personaggi dei primi film pur senza volerne ricalcare nessuno.
In tutto questo lavoro è anche encomiabile il tentativo di dare spessore al protagonista regalandogli un passato, non del tutto chiaro, ma ormai evidente; nonché la comprensibile idea di giustificare in qualche modo il perché capiti sempre tutto a lui. In questa opera meritoria si inserisce il personaggio di Blofeld che, a sua volta, viene ricostruito a partire dalla base; duole però ammettere che proprio questo personaggio è il tallone d'Achille della vicenda; il film sembra più intento a dargli un'origine che una personalità e viene relegato nella parte di un megalomane con molti agganci.

In tutto questo però quello che mi ha ulteriormente colpito è il discorso intrapreso già nel film precedente del passato; del dialogo fra vecchio e moderno. Per la prima volta James Bond ha un passato; ma per la prima volta i morti dei film precedenti hanno un peso(la morte viene introdotta con la prima scena e non se ne andrà per tutto il film), vengono ricordati, ma hanno anche un ruolo vero e proprio in questo ultimo capitolo.
L'operazione di modernizzazione sembra voler passare anche da qui, non solo fa dialogare un Bond comunque vecchio stampo con un mondo contemporaneo, ma sembra interessarsi anche a dare ai film un significato che vada oltre all'ennesima avventura di un fighetto a cui va sempre tutto bene.

PS: pur capendone le intenzioni, la sigla di apertura del film si candida a essere la più ridicola di sempre e la canzone una delle più sbagliate.

PPS: il piano sequenza iniziale è un perfetto esempio di regia impeccabile che azzecca completamente il suo personaggio. Bond vestito da "Baron Samedi" va in una camera d'albergo con la bellisma donna di turno, che si stende sul letto in attesa... intanto lui si cambia d'abito in un blink (citazione perfetta di Moore, ma anche di Connery con lo smoking sotto la muta) e se ne esce sul cornicione come niente fosse con un'arma da fuoco in mano e intanto si sistema con stile i polsini della camicia. Perfetto. C'è tutto.

lunedì 10 novembre 2014

Mandela: Long walk to freedom - Justin Chadwick (2013)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.

La vita da Mandela dagli inizi come avvocato all'associazionismo per i diritti dei neri, la sferzata verso il terrorismo, la prigione, i contatti con de Klerk, la scarcerazione, la lotta contro la violenza e l'elezione.

Quando si fa un biopic il rischio è sempre essere didascalici; quando poi bisogna farlo di un personaggio larger than life il rischio diventa una garanzia (se non ci si chiama Sorrentino).
Il film è assolutamente ben costruito e scorrevole, impreziosito da una fotografia curatissima (tutto l'incipit nell'infanzia di Mandela rimane in mente a lungo); ma è decisamente didascalico.
A favore ha il fatto di non fare sconti al personaggio che incensa, mostra i suoi tradimenti ai danni della prima moglie e il rapporto burrascoso con la seconda, mostra gli attentati fatti da lui (a danni di strutture, mai di persone... almeno così appare dal film), l'estremizzarsi della violenza dell'ANC, la guerra civile ecc...
A fronte di questo l'aura del mito traspare fin da subito e il film non lesina in scene enfatiche e in momenti di grande sentimento o saggezza da parte del personaggio principale.
Ma quello che mi ha dato più fastidio è stato che nelle quasi 3 ore di film, la solita ansia di condensare tutto, ha fatto in modo che molte parti risultino frettolose, accelerate, se non addirittura che si muovano a salti con personaggi che reagiscono in maniera eccessiva o eccessivamente precipitosa.

Elencati tutti questi difetti il film rimane piacevolissimo, ben fotografato e può dare qualche delucidazione importante su una porzione della storia sudafricana.

PS: il protagonista è uno di quei rari attori che mi fanno dire, questa faccia non l'ho mai vista eppure dovrei conoscerla.

sabato 17 novembre 2012

The first grader - Justin Chadwick (2010)

(Id.)

Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso), in lingua originale sottotitolato.

Nel 2003 le scuole elementari, in Kenya, diventarono gratuite per tutti i cittadini. Un ex combattente Mau Mau di 84 anni decide di imparare a leggere per poter capire da solo cosa c'è scritto in quella lettera inviatagli dal governo del Kenya. Fra razzismi tribali, retorica politica, gestione dei fondi e dei beni, nonchè la cocciutaggine del personale, il vecchietto riuscirà a superare tutti gli ostacoli posti sul cammino.

Film d'effetto realizzato con mezzi adeguati che sembra pensato per un pubblico giovane (anche se non viene detto direttamente), sospeso com'è fra l'elegia dell'istruzione e il racconto di un passato con cui ancora non si è scesi a patti. in quest'ottica il film diventa un'intelligente opera commerciale per ragazzi, densa di stimoli positivi e strizzatine d'occhio inevitabili.
Al di al di questo discorso il film è gradevole, ma non riesce a nascondere nessuna pecca, dalla sceneggiatura che vorrebbe far esplodere emozioni che non riesce neppure a descrivere, o che salta direttamente da un argomento all'altro.
La regia gioca tantissimo con la messa a fuoco e fotografe bene, ma con il pilota automatico; per il resto assolutamente nella media.

Eppure l'incipit con un protagonista silenzioso che non si capisce bene cosa voglia, le cui prime parole, dopo che la direttrice della scuola gli chiede cosa ci fa li, sono "Voglio imparare a leggere". Ecco in quest'incipit c'era una potenzialità d'idee, d'intenti e di sentimenti decisamente maggiore.

lunedì 12 novembre 2012

Skyfall - Sam Mendes (2012)

(Id.)

Visto al cinema.

Un grande film. Un film che fa il giro. Se la trilogia finora fatta con Daniel Craig partiva dalle origini, mostrava come si era formato uno 007, con questo film completa il giro e arriva all'esatto momento in cui cominciava "Licenza di uccidere" 50 anni fa.
Nell'incipit ci si trova davanti ad un James Bond mai così classico, che ha il tempo di aggiustarsi i polsini dopo essere entrato in un treno usando una ruspa. Poi il film deraglia, 007 si da alla macchia, ma Londra è messa sotto attacco, il villain di turno (senza volto per buona parte del film) vuole M. James Bond deve tornare, e tra una citazione verbale, un discorso sul tempo che avanza, una presa in giro dei cliché dei fil precedente e un graditissimo ritorno (l'Aston Martin con sedile eiettabile) si forma esattamente quell'idea di agente segreto che Sean Connery ha incarnato negli anni sessanta.

Il film che viene proposto è solido e sontuoso, con una cura maniacale per l'estetica in ogni attimo, passando dall'arredo cool di macao, all'essenzialità di Shangai, dal caos di Istanbul al primitivismo della brughiera inglese, scegliendo di volta in volta la fotografia adatta (difficile infatti dire quale sequenza sia esteticamente la migliore). Inutile negare che tutto questo non s'è mai visto prima in maniera così evidente... inutile dire che il merito è tutto di Sam Mendes. Eppure non è tutto qui. Mendes costruisce poche scene d'azione, ma tutte significative, se la prima è classicissima, quella ambientata nel grattacielo di Shangai è autoriale al massimo (citando direttamente le silhouette dei titoli di testa dei film di Bond degli anni '60), quelle finali in Scozia sono figlie dirette di "Cane di paglia".

In tutto questo si trova il tempo di riempire il film delle già nominate autocitazioni (interi titoli dei film precedenti, oggetti, personaggi), ma anche di alcuni momenti di ironia magnifici, spesso indirizzati verso la saga stessa.
E tutto questo il film lo fa mentre nel frattempo la trama porta avanti un discorso enorme sul vecchio contro il nuovo, sulla necessità del cambio della guardia, sull'anacronismo di un personaggio come James Bond.

Il film poi gode di uno dei cattivi più belli di tutti i tempi, per originalità (nella serie non in senso assoluto) e per la splendida interpretazione di Bardem (chi non è rimasto shockato dall'approccio "poco ortodosso" di Bardem con Craig legato?).

Se c'è bisogno di aggiungere dell'altro direi pure che i titoli di testa sono la versione 2.0 di quelli originali e sono (esteticamente) tra i più beli di sempre, riuscendo perfettamente a condensare l'intero film senza spoilerare nulla.

Che altro c'è? Beh, direi che ci si trova davanti al più bel film di 007 dagli anni '60 ad oggi.