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venerdì 11 novembre 2016

...e giustizia per tutti - Norman Jewison (1979)

(...and justice for all)

Visto in tv.

Un avvocato d'esperienza decennale, si muove fra casi di giustizia sociale sempre frustrati da un giudice troppo intento a dare esempi che a dare giustizia. Quando il giudice si troverà accusato di violenza sessuale contatterà l'avvocato e lo obbligherà a difenderlo. L'avvocato si troverà moralmente alle strette fra aiutare un uomo da condannare per la sua storia pregressa e il suo carattere e cercare di fare il proprio lavoro.

Alla regia c'è Jewison, alla sceneggiatura Levinson, due personaggi che continuo ancora a confondere, ma che rappresentano il meglio del cinema mainstream che cerca di fare film politici o sociali. Ovviamente figuriamoci se in questo incontro si smentiscono.
Fin dal titolo è evidente dove si voglia andare a parare, quindi tutti i casi seguiti da Pacino sono casi di giustizia sociale che cozza contro un sistema giudiziario troppo rigido o miope; non sorprenderà che tutti, tutti, i processi che avverranno durante il film finiranno per distribuire ingiustizia.

La regia asciutta con una fotografia che asseconda il voler essere sullo sfondo, immerge del tutto i suoi personaggi dentro enormi aule giudiziarie o li fa muovere per lo più di notte, o in carceri.
Al Pacina ha del miracoloso, facendo una parte stucchevole e banale, recitando con molta, troppa foga, eppure rimane sempre entro i limiti del verosimile regalando una performance splendida che in mano a chiunque altro sarebbe stata semplicemente inguardabile.

La vera differenza la fa una sceneggiatura a tesi che da una parte sembra un giorno in pretura (mostrando la vita e i dubbi di chi lavora nel sistema della giustizia, umanizzandoli e disumanizzandoli secondo le necessità), dall'altra rasenta la farsa con un villain ai limiti della credibilità (se fosse stato del tutto innocente ci sarebbe stata meno agnizione, ma ne avrebbe guadagnato di significato) e con un giudice aspirante suicida che da leggerezza, ma che è del tutto fuori luogo.

mercoledì 8 ottobre 2014

La calda notte dell'ispettore Tibbs - Norman Jewison (1967)

(In the heat of the night)

Visto in DVD.

Credo di non spoilerare nulla che il titolo già non sottolinei dicendo che la storia è quella di un poliziotto afroamericano del nord degli USA di ritorno da un viaggio (è andato a trovare la madre, visto che è un bravo ragazzo) si trova nella sala d'attesa di una stazione del sud, verrà accusato dell'omicidio di un uomo dallo sceriffo (scorbutico e razzista). Chiarito il fraintendimento i due saranno costretti a collaborare per scoprire l'assassino.

Film incredibilmente solido e roccioso, riesce a tenere in piedi in maniera degna almeno 3 mood distinti: un sudatissimo noir del sud, il classico whodunit (questo è forse quello più invecchiato, regge ancora, ma ha un ritmo ormai superato) e la questione razziale.
Tutti e tre questi ambienti riescono a confluire l'uno nell'alto in maniera perfetta mentre sullo schermo duellano continuamente la coppia di protagonisti. Da una parte un Sidney Poitier ormai adattatosi alla parte dell'afroamericano che lotta contro i pregiudizi; dall'altra un Rod Steiger enorme che si divora ogni scena anche soltanto con il suo sguardo disilluso ed il suo continuo masticare (meritatissimo Oscar).
Jewison sceglie una regia incollata ai suoi personaggi, a tratti voyeristica nell'insistere con primi piani e ì dettagli di oggetti o mani.
Infine la colonna sonora, con in testa l'omonima canzone cantata da Ray Charles è assolutamente sul pezzo.

mercoledì 25 maggio 2011

Il caso Thomas Crown - Norman Jewison (1968)

(The Thomas Crown affair)

Visto in DVD.

Un ricco ragazzotto annoiato e dal fascino irresistibile fa rapine alle banche per passare il tempo. Nessuno riesce a beccarlo, quindi l’assicurazione della banca gli mette alle calcagna il mastino più diabolico che hanno, una donna giovane e dal fascino irresistibile. La caccia sarà dichiarata apertamente e condotta in modo tale da sedursi reciprocamente (strano)… beh a questo punto il film si scrive anche da solo.

Il film è registicamente schizofrenico, Jewson sembra voler fare di tutto, in ogni momento, tuttavia la “fantasia” nell’inquadrare e nel muovere la macchina da presa non è quasi mai funzionale, risulta fine a se stessa; sembra quasi che il regista si renda conto di avere in mano determinati strumenti e voglia usarli tutti, sempre (l’esempio più clamoroso è lo split screen, di cui questo film è stato uno dei primi a farne uso; ma viene utilizzato in maniera indiscriminata, talvolta rendendo meno chiara l’inquadratura invece di semplificarla). Alcune scene, come quella degli scacchi, giovano della serie di inquadrature sempre diverse, ma complessivamente è davvero un bambino che gioca coi colori (si veda anche soltanto il bacio che segue la suddetta partita a scacchi).

Un film dalla trama standardizzata e dalla regia esagerata che offre intrattenimento spicciolo, ma che oggi potrebbe essere visto solo da un fan dei due protagonisti