(Incendies)
Visto in Dvx.
Una ragazza di origini libanesi trasferatasi (da bambina) in Canada con madre e fratello assiste all'apertura del testamento della, da poco, defunta madre. Nelle richieste, la madre, la incarica di consegnare due lettere, una al loro padre e una a un loro fratello di cui non hanno mai saputo nulla. La ragazza si mette in viaggio verso il Libano cercando i parenti perduti ricostruendo la storia della famiglia a partire dalle poche informazioni in suo possesso.
Nei film di Villeneuve c'è spesso un (grosso) problema di sceneggiatura, con buchi, lentezze eccessive, mancanza di precisione nel centrare il bersaglio. In questo caso non c'è niente di tutto ciò, ma c'è una scrittura più ruffiana, c'è la composizione di un film che non può non piacere, talmente melodrammatico quando si parla del passato, talmente commovente quando rimane nel presente, che sembra voler risolvere ogni conflitto con un vecchio delitto e un perdono. Tuttavia, seppure non lodevole il metodo, l'effetto finale è vincente, riesce a mantenere attiva l'attenzione su un melodramma classico in tempo di guerra con agnizioni continue, un gioco che potrebbe crollare da un momento all'altro con uno starnuto. E invece regge.
E per reggere il film deve affidarsi alla mano sicura e asciutta di Villeneuve. Comincia qui a usare i suoi colori desaturati (che nel deserto libanese sono costretti a incendiarsi), si porta avanti l'ampiezza degli ambienti inquadrati (che siano gli esterni mediorientali o gli interni canadesi, tutto diventa ampio), si mette all'inseguimento del suo protagonista del momento senza lasciarlo mai e si muove con una serie di scelte registiche molto nette e pulite eppure invisibili.
Il film è lento, ma con un ritmo costante e un facilità nel far entrare lo spettatore in empatia che supera l'iniziale impressione di distacco.
L'effetto è efficace, tanto da rendere accettabili ed efficace anche qualche twist un pò troppo tirato.
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mercoledì 13 marzo 2019
lunedì 10 ottobre 2016
Le invasioni barbariche - Denys Arcand (2003)
(Les invasions barbares)
Visto qui.
Quindici anni dopo le vicende de "Il declino dell'impero americano" il protagonista del precedente film scopre di avere un tumore; è terminale. Il figlio, con il quale non ha mai avuto un rapporto torna dall'Inghilterra (dove lavora nella finanza) per assisterlo. Metterà a disposizione tutti i suoi soldi per ottenere stanze migliori, eroina (da usare al posto della morfina) e per portare vicino al padre il gruppo di amici di vent'anni prima.
Sembra che Arcand abbia atteso un evento per potersi permettere di realizzare un seguito al cult degli anni '80; quell'evento è stato l'attacco alle torri gemelle che all'inizio del film viene considerato l'inizio delle invasioni barbariche. Tolto questo breve accenno tutto il dissertare su declini e imperi viene lasciato da parte e il bellissimo titolo è solo una scusa per creare un collegamento intellettuale con il precedente lavoro di Arcand.
In realtà questo è un film sulla morte e sull'amore per la vita.
Un uomo innamorato della vita (o del ricordo della vita) deve morire; pur nel panico più totale affronterà la cosa con un piglio allegro, discuterà ancora dei massimi sistemi con gli amici di un tempo, noterà come la vecchiaia incipiente spazzi via le passioni della gioventù, con il distacco degli anni sottolineerà la ridicolaggine di cui si circondavano nel passato e tenterà di riavvicinarsi ai familiari più stretti, ognuno a suo modo distante (la moglie divorziata, il figlio antagonista e la figlia su una barca in mezzo all'oceano).
Inoltre viene suggerito in maniera continua il cambiamento nel rapporto di forza fra le professioni; se 15 anni fa i migliori della loro generazione erano gli intellettuali (intellettuali ipocriti che mostravano il loro potere chiacchierando con supponenza), i nuovi miti sono i finanzieri che mostrano i muscoli con atti di violenza sociale fatti a suon di quattrini (l'apertura di un piano dell'ospedale solo per ospitare il padre, lo sfruttamento della tossicodipendenza, ecc..).
Come stile di regia Arcand è molto cambiato, gioca molto di più con il montaggio (sembra abbia appena imparato a usare il fade to black visto che lo usa continuamente in questo film) e con la fotografia dai colori curati; riuscendo a dare un senso di movimento maggiore che nel precedente pur muovendo meno la macchina da presa.
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Quindici anni dopo le vicende de "Il declino dell'impero americano" il protagonista del precedente film scopre di avere un tumore; è terminale. Il figlio, con il quale non ha mai avuto un rapporto torna dall'Inghilterra (dove lavora nella finanza) per assisterlo. Metterà a disposizione tutti i suoi soldi per ottenere stanze migliori, eroina (da usare al posto della morfina) e per portare vicino al padre il gruppo di amici di vent'anni prima.
Sembra che Arcand abbia atteso un evento per potersi permettere di realizzare un seguito al cult degli anni '80; quell'evento è stato l'attacco alle torri gemelle che all'inizio del film viene considerato l'inizio delle invasioni barbariche. Tolto questo breve accenno tutto il dissertare su declini e imperi viene lasciato da parte e il bellissimo titolo è solo una scusa per creare un collegamento intellettuale con il precedente lavoro di Arcand.
In realtà questo è un film sulla morte e sull'amore per la vita.
Un uomo innamorato della vita (o del ricordo della vita) deve morire; pur nel panico più totale affronterà la cosa con un piglio allegro, discuterà ancora dei massimi sistemi con gli amici di un tempo, noterà come la vecchiaia incipiente spazzi via le passioni della gioventù, con il distacco degli anni sottolineerà la ridicolaggine di cui si circondavano nel passato e tenterà di riavvicinarsi ai familiari più stretti, ognuno a suo modo distante (la moglie divorziata, il figlio antagonista e la figlia su una barca in mezzo all'oceano).
Inoltre viene suggerito in maniera continua il cambiamento nel rapporto di forza fra le professioni; se 15 anni fa i migliori della loro generazione erano gli intellettuali (intellettuali ipocriti che mostravano il loro potere chiacchierando con supponenza), i nuovi miti sono i finanzieri che mostrano i muscoli con atti di violenza sociale fatti a suon di quattrini (l'apertura di un piano dell'ospedale solo per ospitare il padre, lo sfruttamento della tossicodipendenza, ecc..).
Come stile di regia Arcand è molto cambiato, gioca molto di più con il montaggio (sembra abbia appena imparato a usare il fade to black visto che lo usa continuamente in questo film) e con la fotografia dai colori curati; riuscendo a dare un senso di movimento maggiore che nel precedente pur muovendo meno la macchina da presa.
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mercoledì 21 settembre 2016
Il declino dell'impero americano - Denys Arcand (1986)
(Le déclin de l'empire américain)
Visto in Dvx.
Quattro uomini e quattro donne, amici, borghesi, intellettuali tendenzialmente liberali, si incontrano per una pranzo. Prima però gli uomini restano a casa a preparare da mangiare mentre le donne sono in palestra; i due gruppi si scambiano ricordi ed esperienze sessuali con una profusione di dichiarata libertà; quando si incontreranno tutta quella pretesa libertà si schianterà contro gelosia, sfiducia, malattia e sottomissione.
Il declino dell'impero americano (di cui in Canada non sentono neppure le scosse maggiori) è rappresentato dall'ipocrisia della sua classe più intellettuale, la loro impossibilità di coniugare quello che vorrebbero essere con quello che sono.
Il film è un film parlato, completamente un film parlato e la regia si adegua. Si metta a completa disposizione degli attori senza però paralizzarsi, crea dinamismo, alterna le scene, da ritmo a una vicenda senza ritmo (soprattutto la prima metà è un capolavoro in questo senso).
Ovviamente il cast completamente in parte e credibile fa l'altra metà del lavoro mantenendo un livello di qualità costante qualunque cosa gli venga richiesto.
Il chiacchiericcio è chiacchiericcio, quindi sono parole in libertà circa temi comuni; ma essendo fra intellettuali alcuni spunti diventano di particolare interesse (quando parlano proprio del declino dell'impero), per il resto ci si è affidati a dialoghi pieni di brio, che divertono e (interpretati da dio come avviene in questo caso) divengono godibili duelli a distanza.
Mai un film parlato è stato così godibile e moderno. Rimane comunque un film di parole e non di azioni.
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Quattro uomini e quattro donne, amici, borghesi, intellettuali tendenzialmente liberali, si incontrano per una pranzo. Prima però gli uomini restano a casa a preparare da mangiare mentre le donne sono in palestra; i due gruppi si scambiano ricordi ed esperienze sessuali con una profusione di dichiarata libertà; quando si incontreranno tutta quella pretesa libertà si schianterà contro gelosia, sfiducia, malattia e sottomissione.
Il declino dell'impero americano (di cui in Canada non sentono neppure le scosse maggiori) è rappresentato dall'ipocrisia della sua classe più intellettuale, la loro impossibilità di coniugare quello che vorrebbero essere con quello che sono.
Il film è un film parlato, completamente un film parlato e la regia si adegua. Si metta a completa disposizione degli attori senza però paralizzarsi, crea dinamismo, alterna le scene, da ritmo a una vicenda senza ritmo (soprattutto la prima metà è un capolavoro in questo senso).
Ovviamente il cast completamente in parte e credibile fa l'altra metà del lavoro mantenendo un livello di qualità costante qualunque cosa gli venga richiesto.
Il chiacchiericcio è chiacchiericcio, quindi sono parole in libertà circa temi comuni; ma essendo fra intellettuali alcuni spunti diventano di particolare interesse (quando parlano proprio del declino dell'impero), per il resto ci si è affidati a dialoghi pieni di brio, che divertono e (interpretati da dio come avviene in questo caso) divengono godibili duelli a distanza.
Mai un film parlato è stato così godibile e moderno. Rimane comunque un film di parole e non di azioni.
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venerdì 26 luglio 2013
Les 7 jours du talion - Daniel Grou (2010)
(Id.)
Visto
Visto
Una bimbetta viene violentata e uccisa.
La polizia prontamente arresta il tizio giusto, ma al padre della bimba la cosa
non basta. Assalta il furgone della polizia e rapisce l’omicida; ha deciso di
fargli passare i sette giorni più brutti della sua vita e poi ucciderlo. Dato
che è una persona trasparente ne informa anche la moglie e la polizia; anche se
nessuno sembra capirlo in realtà i poliziotti si mobilitano non per salvare il
criminale, ma per evitare che il buon padre di famiglia (preda di giusti
istinti) si rovini la vita con un omicidio e, tra la gente del posto, si
comincia a fare il tifo per lui.
Un film tendenzialmente fascista che
spiega che tutto sommato, se posto nel contesto giusto, il fascismo è cosa
buona e giusta, o quantomeno è comprensibile. Un film con dei presupposti
inusuali e complessi che potevano renderlo interessante; peccato che fin da
subito sia chiaro che non si sa come si vuol condurre la cosa.
Fare tutto un film drammatico peso con
ampie questioni morali pareva brutto, poco pubblico, magari un buon film, ma
incassi scarsi.
Fare un onesto torture movie pareva
brutto, cioè la violenza ce la metto che intercetto un poco il pubblico di
nicchia, faccio vedere che non temo di mostrare anche le cose contro e poi, si
sa, il sangue attira sempre; però no, torture movie serio, onesto e peso no,
sennò mi svacca il dramma e non riesco a far vedere lo struggimento interiore.
Fare un film bergmaniano e allegorico
pareva brutto, ci mettiamo qualche metaforone bello evidente, ci mettiamo
lunghi silenzi che fanno lavorio interiore del protagonista, un poco di
incomprensione e di sostegno dove meno te lo aspetti (che fa multi
sfaccettatura della razza umana) e li ho già detti i lunghi silenzi?!
Ecco il film sembra non decidersi mai
su quale strada imboccare con sicurezza e quindi le becca tutte, prendendo
spesso i difetti di ogni via percorribile e poco i lati positivi (anche se,
devo dire, l’inizio mi era sembrato promettente), mischia le cose creando un
film piuttosto noioso, pretenzioso, con azioni sempre più assurde, un finale
aperto che ci sta poco e che, alla fin fine, non dice nulla.
Ogni tanto ai canadesi parte l’embolo e
fanno un torture movie complesso, se l’embolo che parte è grosso allora
fanno Les sept jours du talion.
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