(Id.)
Visto al cinema.
Nei 30 anni successivi quanto raccontato nel film originale gli androidi sono andati incontro a una rivolta contro gli umani, una messa la bando totale, una distruzione terroristica di tutti i dati informatizzati, una nuova messa sul mercato (ma più longevi e più obbedienti) e un ritorno allo status quo iniziale a opera di un moderno Tyrrell.
Il nuovo Blade Runner ha l'intelligenza di colmare gli anni di distanza dall'opera originale e di riempirli di una mitologia propria senza la necessità di spiegarla (un paio di passaggi chiave sono mostrati nei cortometraggi fatti uscire prima di questo nuovo lungometraggio), dando profondità e il senso di epopea a un film che, altrimenti, ricalcherebbe troppo il già visto. Dall'altra parte, la sceneggiatura si ricongiunge direttamente al primo film ripartendo dalla coppia in fuga nel finale, aggiungendo dettagli sconosciuti all'ora, alo spettatore come ai personaggi. Tutto quello che si trova nel mezzo è qualcosa di normale in un film di fantascienza con dei replicanti e non si discosta molto dalla mitopoiesi di "Matrix" (anche lì spiegata, per lo più, con cortometraggi avulsi dalla trilogia originale) o, addirittura, a quella di "Terminator".
Indubbiamente sa di già visto, ma riesce a gestire bene l'effetto ridondanza collocandosi lontano dalle uscite ultime uscite di tutti gli altri brand e portando avanti una storia propria e abbastanza confusa da non lasciare il tempo di pensare ad altro.
La bontà della sceneggiatura in sé è tutt'altra cosa. La storia è piena di suggestioni e depistaggi, piani che si fondono, suggerimenti lasciati lungo la strada e piccoli colpi di scena; ripercorre quindi l'idea di noir del primo, ma mentre l'opera originale era un noir povero e semplice, questo vuole essere ampio e ricco; l'effetto finale è che l'altro era confuso, ma solido, questo è confuso, complesso e pieno di buchi.
Quello che realmente salva questo film è, al pari dell'altro, l'estetica. Incredibile aver trovato (e aver scelto) un regista come Villeneuve, così in linea con l'idea di cinema del Ridley Scott del 1982. I tempi lunghi e dilatati, un'interesse particolare per la fotografia (qui davvero la cosa migliore del film), ma soprattutto, una capacità magnifica nel creare ambienti, nel mostrare le location con uno sguardo più ampio (tutti gli ambienti inquadrati da Villeneuve sembrano grandi, anche gli appartamenti) e rendendo bello anche lo squallore de bassifondi. Villeneuve è stata la scelta più azzeccata di tutta la produzione.
Infine il minutaggio... questo è il blockbuster più lungo di sempre e, a dirla tutta, non si soffre troppo. Villeneuve è indubbiamente un abile narratore riuscendo a portare a casa il risultato senza far annoiare troppo lo spettatore nonostante alcuni passaggi obiettivamente di troppo e due sequenze con Jared Leto che rimane a pontificare in soliloqui per 10 minuti (i punti più bassi della sceneggiatura). Tuttavia uno script non rapidissimo, messo nelle mani di un regista slow può generare mostri; togliere 20-30 minuti a questo film era possibile senza intaccarne l'integrità.
PS: dal punto di vista filosofico cerca di buttare nuova carne al fuoco, tuttavia, seppure con molta intelligenza tocca un punto che si intreccia con un'idea quasi religiosa che potrà avere degli sviluppi, non riesce a toccare la profondità del prima; ancora una volta questo succede poiché è stato anticipato nelle serie fantascientifiche anni 90 e 00 con ben altri concetti e ben altri risultati. L'idea di fede e miracolo, tutta la cristologia che viene spesso accennata (con una certa utilità e senza i manierismi dell'originale) potrà essere sfruttata meglio in un eventuale proseguimento della serie.
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mercoledì 18 ottobre 2017
venerdì 18 novembre 2016
The congress - Ari Folman (2013)
(Id.)
Visto in Dvx.
Un'attrice, dopo un inizio carriera enorme negli anni '80, ma ormai di secondo piano viene contattata per essere scansionata e digitalizzata. Quello sarà il primo passo verso la completa digitalizzazione dell'industria cinematografica. A malincuore, ma l'attrice accetta. 20 anni dopo, l'azienda cinematografica è divenuta una struttura a sé che sembra poter controllare ogni cosa; invita l'attrice a un congresso in cui verrà presentata una nuova droga. In questo mondo si può accedere solo utilizzando una sostanza che altera la percezione facendo sembrare tutto un cartone animato.
Il passato e la realtà vengono realizzate con il live action classico, anche se indorato da una fotografia fatta di luci diffuse e colori decisi; lo stato alterato di percezione viene realizzato con un'animazione fatta tramite rotoscope.
Folman realizza un film originale, non tanto per la fusione fra live action e animazione, quanto per la complessità della trama raccontata che prende le mosse da una sorta di critica all'industria cinematografica per approdare a un discorso molto articolato con il passato e i ricordi, ma soprattutto con il rapporto che si decide di instaurare con essi. La protagonsita che viene tentata dall'idea della giovinezza, ma soprattutto del ricordo di quello che è stata due decenni prima; una galleria di personaggi che assumono l'aspetto dei miti del passato nelle loro versioni più iconografiche; la ricerca spasmodica dei figli come legame con il passato (per cercarli rinuncerà anche a una love story hollywoodiana) e l'intero percorso costellato da riferimenti a quel mondo passato che la protagonista cerca di ricostruire (gli aquiloni o i continui riferimenti al volo o la presenza continua di Danny Huston)
Nel mondo dell'animazione le citazioni e i dettagli sono ovunque, con personaggi che interpretano icone del passato (un applauso a Grace Jones), citazioni di Bosch e un tratto cartoonesco che sembra riprendere quello dell'animazione americana anni '20-'30.
A questo va aggiunta la presenza di Robin Wright che concede la possibilità di sfruttare anche la propria storia personale e il suo nome e che riesce perfettamente a muoversi a suo agio in continui cambi di prospettiva. Supportata da un cast interessante per l'uso che ne viene fatto (mai visto un Keitel così paterno e rassicurante) e assolutamente sul pezzo.
Al di là delle indubbie competenze tecniche e di contenuto il film si distacca dalle attuali produzioni occidentali d'animazione per due dettagli importanti. La parte animata di fatto è una lunga cavalcata nel surreale con contatti con la storia e la realtà più nelle assonanza e nella struttura generale anziché nelle sequenze inanellate. Ma soprattutto per una capacità incredibile nel costruire scene bellissime e dal contenuto poetico enorme (si pensi al rapporto sessuale che fiorisce con le fiamme dell'incidente che incombono), capacità che viene sfruttata anche per la aprte in live action (la mappatura nella prima parte o i dirigibili con i medici raggiungibili tramite aquilone nella seconda parte); queste sono scene che non aggiungono niente alla vicenda e che avrebbero potuto essere realizzate con minor dispendio, ma che regalano complessità e mood a un mondo sfaccettato.
Visto in Dvx.
Un'attrice, dopo un inizio carriera enorme negli anni '80, ma ormai di secondo piano viene contattata per essere scansionata e digitalizzata. Quello sarà il primo passo verso la completa digitalizzazione dell'industria cinematografica. A malincuore, ma l'attrice accetta. 20 anni dopo, l'azienda cinematografica è divenuta una struttura a sé che sembra poter controllare ogni cosa; invita l'attrice a un congresso in cui verrà presentata una nuova droga. In questo mondo si può accedere solo utilizzando una sostanza che altera la percezione facendo sembrare tutto un cartone animato.
Il passato e la realtà vengono realizzate con il live action classico, anche se indorato da una fotografia fatta di luci diffuse e colori decisi; lo stato alterato di percezione viene realizzato con un'animazione fatta tramite rotoscope.
Folman realizza un film originale, non tanto per la fusione fra live action e animazione, quanto per la complessità della trama raccontata che prende le mosse da una sorta di critica all'industria cinematografica per approdare a un discorso molto articolato con il passato e i ricordi, ma soprattutto con il rapporto che si decide di instaurare con essi. La protagonsita che viene tentata dall'idea della giovinezza, ma soprattutto del ricordo di quello che è stata due decenni prima; una galleria di personaggi che assumono l'aspetto dei miti del passato nelle loro versioni più iconografiche; la ricerca spasmodica dei figli come legame con il passato (per cercarli rinuncerà anche a una love story hollywoodiana) e l'intero percorso costellato da riferimenti a quel mondo passato che la protagonista cerca di ricostruire (gli aquiloni o i continui riferimenti al volo o la presenza continua di Danny Huston)
Nel mondo dell'animazione le citazioni e i dettagli sono ovunque, con personaggi che interpretano icone del passato (un applauso a Grace Jones), citazioni di Bosch e un tratto cartoonesco che sembra riprendere quello dell'animazione americana anni '20-'30.
A questo va aggiunta la presenza di Robin Wright che concede la possibilità di sfruttare anche la propria storia personale e il suo nome e che riesce perfettamente a muoversi a suo agio in continui cambi di prospettiva. Supportata da un cast interessante per l'uso che ne viene fatto (mai visto un Keitel così paterno e rassicurante) e assolutamente sul pezzo.
Al di là delle indubbie competenze tecniche e di contenuto il film si distacca dalle attuali produzioni occidentali d'animazione per due dettagli importanti. La parte animata di fatto è una lunga cavalcata nel surreale con contatti con la storia e la realtà più nelle assonanza e nella struttura generale anziché nelle sequenze inanellate. Ma soprattutto per una capacità incredibile nel costruire scene bellissime e dal contenuto poetico enorme (si pensi al rapporto sessuale che fiorisce con le fiamme dell'incidente che incombono), capacità che viene sfruttata anche per la aprte in live action (la mappatura nella prima parte o i dirigibili con i medici raggiungibili tramite aquilone nella seconda parte); queste sono scene che non aggiungono niente alla vicenda e che avrebbero potuto essere realizzate con minor dispendio, ma che regalano complessità e mood a un mondo sfaccettato.
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venerdì 5 giugno 2015
House of cards. Gli intrighi del potere - Beau Willimon (2013, 2014, 2015)
(House of cards)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ormai è noto, da tre anni Underwood lavora nei retroscena della politica americana per perseguire i propri scopi, niente di prettamente materiale, quanto il potere per il potere (insomma, in questa serie si è costretti ad amare ciò che nella realtà tutti noi amiamo odiare). Attorno a lui si muovono un nugulo di politici tronfi e scarsamente idealisti, tra i pochi "buoni" sono più quelli che cedono alle lusinghe, alle minacce o alle proprie debolezze che quelli che rimangono integri. A fianco del protagonista la moglie; probabilmente il vero valore aggiunto, bella, elegante, gelida e sorridente, condivide con i consorte le ambizioni e i piani.
Una serie televisiva perfetta (almeno per le prime due serie) che ha il suo punto di forza nella scrittura impeccabile di un personaggio antico quanto Shakespeare, fatto di astio e hybris, che si muove in un mondo che vive di intrighi di palazzo, di scontro tra poteri e tra menti. Il debito shakespeariano non è detto tanto per dire, il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico spiegando le situazioni o ciò che pensa piuttosto che le sue caratteristiche macbethiane sono evidenti (ma un MacBeth con le palle); valore aggiunto, come già si diceva, la compagna, una Lady MacBeth senza tentennamenti o sensi di colpa.
A questa scrittura memorabile si sommano le due scelte più azzeccati di sempre, gli attori protagonisti e il regista (almeno il primo). Credo sia noto a tutti che questa è la prima serie decisa dalla rete, che ha indicato il libro da cui trarla il cast principale e la regia; beh direi che la rete si è dimostrata il produttore più intelligenti di sempre. Un Kevin Spacey in grandissimo spolvero che sguazza sornione nei panni del magnifico stronzo (il personaggio sembra essere stato scritto per lui solo) e un Robin Wright (nelle ultime serie anche regista si alcune puntate) incredibilmente in parte, riesce a trasmettere un mondo di significati anche con l'impassibilità caratteristica del suo personaggio. Infine Fincher; da le linee guida su come condurre la storia; con una regia ortogonale, spigolosa, dove i protagonisti sono spesso manichini che si muovono in interni asettici, grigio o terrei e con luci piuttosto basse di notte e un uso parsimonioso dei suoni che però schiaccia l'acceleratore quando serve (giocando con i dialoghi fuori campo anticipatori di scene successive o che avvengono in contemporanea) una direzione che verrà costantemente tenuta (per fortuna).
Prima serie. Incipit perfetto dove Spacey da sfoggio delle proprie capacità e delle linee principali della serie; scena che mostra la sua determinazione mentre uccide un cane guardano direttamente in macchina da presa spiegando ciò che sta facendo, poi un'elenco dei principali personaggi con piglio sicuro e strafottente. In 5-10 minuti si sono già buttate la base da qui si può cominciare a raccontare la storia.
Le prime puntate (4 o 5) si portano dietro il difetto di dover dimostrare la capacità del protagonista e mostrano come, con mezzi non ortodossi, ottenga tutto ciò che desidera: la mancanza di una vera difficoltà è il limite all'interesse, ma il fomento è ancora molto. Poi la lunga chiusura di stagione con Spacey accerchiato da inchieste giornalistiche e sottoposti con remore morali mettono tutto in bilico, ultima stagione con il botto; succede quello che tutti si aspettano fin dall'inizio, ma nessuno ha mai osato pensare che sarebbe avvenuto davvero (ci si rende conto che si vuol bene a uno stronzo completo).
Seconda serie. Inizia dove si ferma l'altra e nella prima puntata di mettono le cose in chiaro; il solco tracciato è netto e in pochi minuti Spacey sistema tutti i problemi che erano sorti alla fine della serie precedente con gesti estremi e insperati. Questa è la serie migliore; le carte in tavole vengono radicalmente cambiate, Spacey usa chiunque per i suoi scopi e a lui viene contrapposto un personaggio di peso, Tusk, un miliardario americano speculare al protagonista e inizia una succulenta battaglia tra due menti.
Terza serie. La più debole. Fatti da parte molti dei personaggi delle serie precedenti e introdotti di nuovi la serie sembra aver perso grip. L'antagonista principale se ne è andato, Spacey ha raggiunto obiettivi personali enormi, per quanto gli venga contrapposto Lars Mikkelsen ormai si è tornati al problema iniziale, tutto avviene con troppa facilità, mancano sfide vere e proprie e l'effetto novità è svanito. Conlcusione con enorme twist fondamentale per tenere acceso l'interesse, anche se, secondo me, è stata messa ormai troppo tardi.
Una serie costruita in maniera impeccabile che merita di essere vista, ma rigorosamente in ordine cronologico per non conoscere in anticipo i molti sconvolgimenti della trama. Salvo una ripresa di ritmo nella prossima stagione, però, sembra avere già esaurito il proprio impatto.
PS: impropriamente classificata (da me) come serie tv per facilità tassonomica.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ormai è noto, da tre anni Underwood lavora nei retroscena della politica americana per perseguire i propri scopi, niente di prettamente materiale, quanto il potere per il potere (insomma, in questa serie si è costretti ad amare ciò che nella realtà tutti noi amiamo odiare). Attorno a lui si muovono un nugulo di politici tronfi e scarsamente idealisti, tra i pochi "buoni" sono più quelli che cedono alle lusinghe, alle minacce o alle proprie debolezze che quelli che rimangono integri. A fianco del protagonista la moglie; probabilmente il vero valore aggiunto, bella, elegante, gelida e sorridente, condivide con i consorte le ambizioni e i piani.
Una serie televisiva perfetta (almeno per le prime due serie) che ha il suo punto di forza nella scrittura impeccabile di un personaggio antico quanto Shakespeare, fatto di astio e hybris, che si muove in un mondo che vive di intrighi di palazzo, di scontro tra poteri e tra menti. Il debito shakespeariano non è detto tanto per dire, il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico spiegando le situazioni o ciò che pensa piuttosto che le sue caratteristiche macbethiane sono evidenti (ma un MacBeth con le palle); valore aggiunto, come già si diceva, la compagna, una Lady MacBeth senza tentennamenti o sensi di colpa.
A questa scrittura memorabile si sommano le due scelte più azzeccati di sempre, gli attori protagonisti e il regista (almeno il primo). Credo sia noto a tutti che questa è la prima serie decisa dalla rete, che ha indicato il libro da cui trarla il cast principale e la regia; beh direi che la rete si è dimostrata il produttore più intelligenti di sempre. Un Kevin Spacey in grandissimo spolvero che sguazza sornione nei panni del magnifico stronzo (il personaggio sembra essere stato scritto per lui solo) e un Robin Wright (nelle ultime serie anche regista si alcune puntate) incredibilmente in parte, riesce a trasmettere un mondo di significati anche con l'impassibilità caratteristica del suo personaggio. Infine Fincher; da le linee guida su come condurre la storia; con una regia ortogonale, spigolosa, dove i protagonisti sono spesso manichini che si muovono in interni asettici, grigio o terrei e con luci piuttosto basse di notte e un uso parsimonioso dei suoni che però schiaccia l'acceleratore quando serve (giocando con i dialoghi fuori campo anticipatori di scene successive o che avvengono in contemporanea) una direzione che verrà costantemente tenuta (per fortuna).
Prima serie. Incipit perfetto dove Spacey da sfoggio delle proprie capacità e delle linee principali della serie; scena che mostra la sua determinazione mentre uccide un cane guardano direttamente in macchina da presa spiegando ciò che sta facendo, poi un'elenco dei principali personaggi con piglio sicuro e strafottente. In 5-10 minuti si sono già buttate la base da qui si può cominciare a raccontare la storia.
Le prime puntate (4 o 5) si portano dietro il difetto di dover dimostrare la capacità del protagonista e mostrano come, con mezzi non ortodossi, ottenga tutto ciò che desidera: la mancanza di una vera difficoltà è il limite all'interesse, ma il fomento è ancora molto. Poi la lunga chiusura di stagione con Spacey accerchiato da inchieste giornalistiche e sottoposti con remore morali mettono tutto in bilico, ultima stagione con il botto; succede quello che tutti si aspettano fin dall'inizio, ma nessuno ha mai osato pensare che sarebbe avvenuto davvero (ci si rende conto che si vuol bene a uno stronzo completo).
Seconda serie. Inizia dove si ferma l'altra e nella prima puntata di mettono le cose in chiaro; il solco tracciato è netto e in pochi minuti Spacey sistema tutti i problemi che erano sorti alla fine della serie precedente con gesti estremi e insperati. Questa è la serie migliore; le carte in tavole vengono radicalmente cambiate, Spacey usa chiunque per i suoi scopi e a lui viene contrapposto un personaggio di peso, Tusk, un miliardario americano speculare al protagonista e inizia una succulenta battaglia tra due menti.
Terza serie. La più debole. Fatti da parte molti dei personaggi delle serie precedenti e introdotti di nuovi la serie sembra aver perso grip. L'antagonista principale se ne è andato, Spacey ha raggiunto obiettivi personali enormi, per quanto gli venga contrapposto Lars Mikkelsen ormai si è tornati al problema iniziale, tutto avviene con troppa facilità, mancano sfide vere e proprie e l'effetto novità è svanito. Conlcusione con enorme twist fondamentale per tenere acceso l'interesse, anche se, secondo me, è stata messa ormai troppo tardi.
Una serie costruita in maniera impeccabile che merita di essere vista, ma rigorosamente in ordine cronologico per non conoscere in anticipo i molti sconvolgimenti della trama. Salvo una ripresa di ritmo nella prossima stagione, però, sembra avere già esaurito il proprio impatto.
PS: impropriamente classificata (da me) come serie tv per facilità tassonomica.
mercoledì 5 novembre 2014
La spia, A most wanted man - Anton Corbijn (2014)
(A most wanted man)
Visto al cinema.
L'agenzia di intellingence tedesca sta seguendo un individuo sospetto legato all'estremismo islamico/ceceno; verrà presto a sapere quali sono i suoi interesse e decideranno di sfruttarli; non è lui che vogliono, ma qualcuno di più grosso. Questo qualcuno lo stanno seguendo da molto più tempo, ma non è lui che vogliono, è qualcuno di più grosso.
"La talpa" ci aveva insegnato che la vera vita di una spia non è quella di James Bond, una spia è un dipendente pubblico molto simile a tutti gli altri (almeno di quelli che lavorano per la pubblica sicurezza), sono burocrati, devono discutere con il capo, devono affrontare gli scazzi privati senza che interferiscano con il lavoro. Qui siamo da quelle parti.
Le spie sono persone normali, che si fanno il mazzo, hanno reazioni emotive, sono rudi cavernicoli (gli europei almeno, mentre gli statunitensi sono stilosi e perfetti), sono frustrati e devono continuamente combattere per ottenere vantaggi e per battere le altre agenzie investigative con cui collaborano per obbligo non per volontà. In mezzo ai film di spionaggio quindi ci sono anche i soliti intrighi di palazzo che qui, pur essendo determinanti, rimangono spesso sullo sfondo.
In primo piano la vicenda principale; un lungo pedinamento di una persona sospetta senza avere nulla in mano che non porta a nulla se non il fatto di avere uno strumento in più per battere qualcun altro in un eterno gioco di scatole cinesi.
Dal punto di vista estetico... beh si ritorno ancora una volta a "La talpa" (se verrà prodotto un'altro film sullo stesso modello credo sia legale dire che ha inventato un nuovo stile se non un filone); la città di Amburgo è ripresa dai bassifondi o dalle strutture spigolose moderne o moderniste, gli interni sono spigolosi e geometrici (molto anni '70), i colori sono terrei con molte ventate di grigio; tutto torna a mostrare la realtà dal punto di vista più basso possibile. Qui le spie non shakerano Martini, ma battono la strada.
Quello che però si distanzia molto dal film di Alfredson è che qui a dirigere non c'è un rigido svedese molto formale, ma uno sporco americano disilluso e figlio anche lui della strada (si lo so, Corbijn è olandese, ma direi che lo possiamo considerare mezzo americano figlio della strada, almeno culturalmente), niente macchina da presa ortogonale e inquadrature precise e ragionate, qui si va di camera a mano, di inquadrature dall'auto, di riprese fatte dalle videocamere di sorveglianza, di inquadrature velate da teli di plastica.
C'è bisogno di parlare del cast? Ultimo film di Hoffman che è bravissimo (come è ovvio) ed è bellissimo vederlo recitare di fianco ad un Dafoe in parte e a una Wright che ormai si è cristallizzata nella parte della chiccosa doppiogiochista.
Se si riesce a tollerare un film scarno e diretto, realistico e con alcuni silenzi in più di quanto ci si aspetti (e se si riesce a sopportarlo per 2 ore), questo film non potrà non piacere.
Visto al cinema.
L'agenzia di intellingence tedesca sta seguendo un individuo sospetto legato all'estremismo islamico/ceceno; verrà presto a sapere quali sono i suoi interesse e decideranno di sfruttarli; non è lui che vogliono, ma qualcuno di più grosso. Questo qualcuno lo stanno seguendo da molto più tempo, ma non è lui che vogliono, è qualcuno di più grosso.
"La talpa" ci aveva insegnato che la vera vita di una spia non è quella di James Bond, una spia è un dipendente pubblico molto simile a tutti gli altri (almeno di quelli che lavorano per la pubblica sicurezza), sono burocrati, devono discutere con il capo, devono affrontare gli scazzi privati senza che interferiscano con il lavoro. Qui siamo da quelle parti.
Le spie sono persone normali, che si fanno il mazzo, hanno reazioni emotive, sono rudi cavernicoli (gli europei almeno, mentre gli statunitensi sono stilosi e perfetti), sono frustrati e devono continuamente combattere per ottenere vantaggi e per battere le altre agenzie investigative con cui collaborano per obbligo non per volontà. In mezzo ai film di spionaggio quindi ci sono anche i soliti intrighi di palazzo che qui, pur essendo determinanti, rimangono spesso sullo sfondo.
In primo piano la vicenda principale; un lungo pedinamento di una persona sospetta senza avere nulla in mano che non porta a nulla se non il fatto di avere uno strumento in più per battere qualcun altro in un eterno gioco di scatole cinesi.
Dal punto di vista estetico... beh si ritorno ancora una volta a "La talpa" (se verrà prodotto un'altro film sullo stesso modello credo sia legale dire che ha inventato un nuovo stile se non un filone); la città di Amburgo è ripresa dai bassifondi o dalle strutture spigolose moderne o moderniste, gli interni sono spigolosi e geometrici (molto anni '70), i colori sono terrei con molte ventate di grigio; tutto torna a mostrare la realtà dal punto di vista più basso possibile. Qui le spie non shakerano Martini, ma battono la strada.
Quello che però si distanzia molto dal film di Alfredson è che qui a dirigere non c'è un rigido svedese molto formale, ma uno sporco americano disilluso e figlio anche lui della strada (si lo so, Corbijn è olandese, ma direi che lo possiamo considerare mezzo americano figlio della strada, almeno culturalmente), niente macchina da presa ortogonale e inquadrature precise e ragionate, qui si va di camera a mano, di inquadrature dall'auto, di riprese fatte dalle videocamere di sorveglianza, di inquadrature velate da teli di plastica.
C'è bisogno di parlare del cast? Ultimo film di Hoffman che è bravissimo (come è ovvio) ed è bellissimo vederlo recitare di fianco ad un Dafoe in parte e a una Wright che ormai si è cristallizzata nella parte della chiccosa doppiogiochista.
Se si riesce a tollerare un film scarno e diretto, realistico e con alcuni silenzi in più di quanto ci si aspetti (e se si riesce a sopportarlo per 2 ore), questo film non potrà non piacere.
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