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domenica 29 novembre 2020

The walker - Paul Schrader (2007)

 (Id.)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.


Harrelson è accompagnatore per signore dell'alta borghesia (politica) di Washington; non vi è nulla di sessuale nelle sue mansioni data la sua omosessualità (e un rapporto complicato con un ex), è una sorta di personal friend. Nel tempo libero lavora in un ditta di rivendita case. Rimane però invischiato in un omicidio in cui l'amica dell'infanzia si da alla macchia e tutte le prove (o meglio la volontà delle indagini) sembrano condurre a lui, nel frattempo sarà vittima di avvenimenti e minacce.

Doveva essere il seguito ideale di "American Gigolò", ma dopo il rifiuto di Gere, Schrader preferì cambiare linea oltre che sponda. 

Il film si fa notare subito per una confezione impeccabile. Movimenti di macchina precisi e ortogonali, vestiti impeccabili, interni ben confezionati e geometrici, una fotografia che esalta il lavoro fatto sull'estetica. Si fa notare anche una tendenza al chiacchiericcio non insolita in Schrader, ma più affettata con frasi taglienti e puntuali che sembrano venire da una versione sboccata di Oscar Wilde (che verrà citato, e tenuto a distanza, nel film stesso).

Il film sguazza in un paio di generi senza prendere una decisione vera e propria. Un'opera che vorrebbe essere un thriller politico (che ravvierebbe nei giochi di palazzo politici fuori dai palazzi politici) con dramma psicologico determinante per lo svolgimento degli eventi (che dovrebbe essere il vero genere di riferimento). Manca però tensione nella parte del thriller che rimane solo un meccanismo utile a far succedere cose, ma non riesce a incuriosire; mentre il dramma è piuttosto patinato, gestito con freddezza e ripetitività.

Il protagonista è la perfetta espressione del film stesso, impeccabile, azzimato, arguto, elegantissimo; ma distaccato, freddo, scarsamente coinvolto anche quando lo dovrebbe apparire di più. Il film è tutto sommato qua. 

Ottimo il cast (e per dire questo mi baso sul fatto che c'è Lauren Bacall, il che rende sempre ottimo il cast qualunque cosa faccia) femminile; fa piacere vedere Harrelson in una parte pulita e pettinata e si vede il tentativo di non scadere nel cliché continuo, ma il lavoro fatto di caratterizzazione rimane piuttosto banale (pochi cliché si, ma quei pochi determinanti per fare il personaggio).

lunedì 21 settembre 2020

Un sogno chiamato Florida - Sean Baker (2017)

(The Florida project)

Visto su Netflix.

La vita di una bambina che vive con la madre single in un motel (riconvertito in appartamenti di case popolari) nel quartiere che Walt Disney aveva pensato come residenziale per i lavoratori (e turisti) di Disneyworld. Di questo esperimento sociale architettonico è rimasto un quartiere fieramente kitsch, tutto colori pastello, nomi buffi ed edifici a forma di maghi o gelati, dove i turisti hanno paura d'andare e dove la povertà è endemica.
In questo contesto la bambina vive le sue giornate con gli amici del posto e aiuta la madre nelle piccole truffe che danno loro da vivere.

Un piccolo film europeo nella realizzazione, girato con i ritmi, le location e il tono americano. Un connubio che immerge il cinema documentaristico dei Dardenne dentro la classica epopea degli outsiders americani.
Il film è realizzato benissimo con alcuni picchi di regia (per lo più concentrati nel finale) che si fanno ricordare (l'ultimo vaffanculo della madre ho letto in giro sia stato paragonato a Spike Lee prima maniera, paragone perfetto) e con una piccola protagonista che sembra non recitare, ma vivere quella vita (un pò tutti gli attori bambini del film sono bravissimi).
Il film è appesantito dal suo stesso registro con un didascalismo esagerato che porta le singole scene a essere slegate le une dalle altre e ad assumere senso per accumulo, le cui fila vengono tirate nel finale. Più che una scelta coraggiosa, è proprio il limite dal documentarismo utilizzato in questo modo.
Ottima la prestazione di Dafoe (che è incredibilmente composto e preciso) che si avvale dell'unico personaggio tridimensionale del film, l'unico con un animo complesso che viene descritto dalle sue azioni e non dalle dichiarazioni.
Su tutto però il vero valore aggiunto di un film comunque buono è il tono complessivo. Questo film di diseredati immersi in un mondo grottesco è virato nell'ottica della sua piccola protagonista; questo è un film realizzato con lo sguardo di una bambina, senza sentimentalismi o sconti, ma con tutta la leggerezza del caso.

giovedì 3 settembre 2020

My son, my son what have ye done - Werner Herzog (2009)

(Id.)

Visto su Amzon prime.

Un uomo con una madre fagocitante e buona capacità attoriali (sta portando in scena l'orestea che parla di parricidio), sprofonda lentamente nella follia e si sente sempre più chiamato a uccidere la genitrici. La polizia accorsa dopo l'accaduto lo troverà asserragliato in casa.

Il film di Herzog prodotto da Lynch (all'uscita se ne parlò in questi termini e tutt'ora lo conosco per questo motivo) è insieme un viaggio nella follia quotidiana, nel deragliamento dalla normalità al lato oscuro della mente e nello stesso momento, la missione più alta di un uomo disposto a tutto per il bene superiore in cui crede. In definitiva sembra davvero un mix fra gli archetipi dei due registi.

Girato con cura e fotografato benissimo è la ricostruzione a più voci (2 più una terza nel finale) di un uomo, la cui storia verrà spiegata da altri e di cui non sapremo mai niente direttamente.
Lontano anni luce dal thriller che avrebbe potuto essere è il dramma di uomo visto con occhi altrui.

Se l'effetto finale è magnifico per estetica (con qualche mania personale del regista come la presenza pervasiva degli animali o del produttore come il sobborgo borghese dove striscia la weirdness), il ritmo, sempre rilassato, sembra rallentare ulteriormente vicino al finale a mano a mano che il delitto si approssima rendono la visione via via meno empatica anziché aumentare d'efficacia.

Ottimo Shannon che sembra crederci fino in fondo, un plauso a Kier finalmente utilizzato per una parte dove deve davvero recitare per più di 5 minuti.

lunedì 24 agosto 2020

John Wick - Chad Stahelski, David Leitch (2014)

(Id.)

Visto su Amazon prime.

Credo sia ormai noto a tutti il film d'azione di Keanu Reeves, non dirò nient'altro sulla trama, mi pare già sufficiente.

Il film realizzato dagli stunt Sthelski e Leitch (prodotto da quest'ultimo e tenuto uncredited nella regia, ma vedendo quel capolavoro di "Atomica bionda" è evidente da dove vengono molte delle idee di regia) è tutto tranne un capolavoro, ma è un film enorme per l'idea di base di prendere l'azione del sud est asiatico (si, diciamo pure quella di "The raid") e portarla a Hollywood. Già solo per questo il film potrebbe diventare uno dei semi dell'action dei prossimi vent'anni. Si aggiunga che uscendo dal loro campo, prendono l'estetica di Refn, tutte luci fluo, personaggi impassibili, illuminazione in pieno volto e una perfezione formale estrema, la manipolano per renderla meno perturbante e il gioco è fatto. abbiamo la carta d'identità di quello che il cinema d'azione potrebbe diventare se venisse girato senza il pilota automatico.

Ovviamente i pregi non finiscono qui. L'estetica è molto e la regia è tutto, ma il world building dei sicari che vivono a fianco del genere umano normale come i vampiri è semplicissimo è pazzesco; l'eroe che incute timore ai villain con il solo rimanere al silenzia al telefono (in una sorta di versione ribaltata del T1000)  è un'idea semplice che era ora qualcuno portasse sul grande schermo e poi c'è Reeves che sembra nato pèer la parte.
I difetti, però, sono altrettanto notevoli: trama un poco raffazzonata con eventi troppo rapidi o decisioni buffe, Reeves che si dà anima e corpo, ma che ancora non ha il fisico adatto (nelle scene con degli stunt all'altezza si nota poca, ma lo showdown finale con l'altrettanto legnoso Nyqvist è patetico)... Quindi?
Quindi siamo davanti a un film di serie B con tutti i limiti del caso che offre alcune delle scene d'azione migliori del suo anno (verrà superato a destra dalla già citata "Atomica bionda") e che crea un immaginario visivo e concettuale che non potrà non influenzare i posteri.

giovedì 30 luglio 2020

Lo spacciatore - Paul Schrader (1992)

(Light sleeper)

Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.

Un piccolo spacciatore di New York incontra per caso la sua ex moglie (da cui si è separato dopo che lei si è disintossicata) proprio mentre sta assistendo la madre morente. Ovviamente lui la ama ancora e farà di tutto per incontrala di nuovo, mentre la sua boss sta per cambiare vita a mettere in piedi un business legale. Quando gli verrà sbattuta in faccia la porta dalla ex moglie la incontrerà un ultima volta per caso; da quell'incontro scaturirà un delitto catartico.

La prima sceneggiatura di Schrader dopo l'impegnativa "L'ultima tentazione di Cristo" (di ben 5 anni prima) è l'ennesima scrittura del canone di colpa ed espiazione.
A conti fatti molti dei lavori scritti da Schrader (e quasi tutti i suoi migliori) hanno per protagonisti dei lavoratori notturni in contatto con il fondo del barile della società, persone moralmente combattute per il sudiciume che si vedono attorno e che cercano qualunque cosa a cui appigliarsi per trovare  un senso, di solito lo trovano in una donna che ritrovano in una situazione critica. L'abbozzo di plot qui descritto è pertinente per "Taxi driver", "Al di là della vita", in parte "American Gigolò" ecc...
E ovviamente, quando Schrader fa una variazione sul suo tema classico il film è magnifico.
Qui le specificità sono date dall'amore salvifico che c'è già stato ed è stato perduto e dal rischio di perdere tutto con il cambio di lavoro della titolare, così come il finale salvifico con una catarsi violenta (e con l'ennesima citazione di "Pickpocket").
Il film è tutto qui ed è, ovviamente grandioso (almeno nella scrittura), lento e coinvolgente, mai noioso e con personaggi credibili e sofferenti, facilmente empatizzabili.
Meno efficace invece la messa in scena, una fotografia spenta che però risulta poco adatta e una regia corretta, ma mai inventiva.
Musiche a là Springsteen, affascinante, poco frequenti, ma quando ci sono estremamente pervasive.
Cast ovviamente ottimo con una Sarandon perfetta che con la sola presenza si mangia la scena in ogni inquadratura in cui compare.

mercoledì 13 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express - Kenneth Branagh (2017)

(Murder on the Orient Express)

Visto al cinema.

Il film, tratto dal noto libro della Christie, si rifà in maniera diretta all'altrettanto noto film di Lumet del 1974. Identico è il cast stellare che eclissa il protagonista, identica la voglia macchiettistica di tratteggiare un Poirot caratterialmente indelebile, identica, infine, la certezza di dover creare un falso wodunit, un giallo in cui l'acume del protagonista potrà mettere insieme dei pezzi che lo spettatore non potrà mai fare allo stesso modo.

Supportato da uno dei romanzi più atipici della scrittrice inglese, Branagh, mette in scena un film realizzato in uno spazio limitato, con cast enorme e ambientazioni di particolare eleganza dando, inoltre, sfogo a un esibizionismo senza precedenti. Perché prima ancora che accusare Branagh di aver fatto un film teatrale, bisognerebbe ammettere che ha fatto un film con mattatore assoluto sé stesso. Il film gira tutto intorno a Poirot come personaggio principale, meglio caratterizzato e l'unico con una parabola all'interno del minutaggio; l'unico, infine, adeguatamente caratterizzato da risultare realmente interessante; pure con degli eccessi moraleggianti o di background fastidiosamente suggerito (la foto dell'amata mostrata a più riprese). Sia chiaro, non è una colpa, solo una scelta stilistica che in tutti i suoi precedenti era, tutto sommato, meno marcata.
Il film è esteticamente bellissimo. La cura enorme messa nella realizzazione degli interni e dei vestiti si sposa perfettamente con la messa in scena del regista; per ogni personaggio interrogato cambia location, punti di inquadratura, se necessario messa a fuoco, dando libero sfogo a ogni più represso desiderio estetico più che di realismo (arrivando a condurre un interrogatorio in esterni in mezzo alla neve). Inoltre, Branagh, elimina la componente di potenziale noia (nella ripetitività delle sequenze e nella limitata unità di spazio) con la sua regia più dinamica, con giochi di montaggio ottimi e una macchina da presa mobilissima (splendidi piani sequenza che sembrano realizzati ad hoc per diventare il trailer, inquadrature dall'alto al limite dell'utilità, movimenti della mdp in esterni che sottolineano l'ambientazione, ecc..).

Quello che però non funzione è lo svolgimento della storia. Eliminati gli inciampi di ritmo, manca però al sostanza. Troppi gli strappi di sceneggiatura, i raccordi mancanti, l'opacità nei passaggi determinanti (difetti interni al racconto particolare, ma qui enfatizzati da una certa superficialità), ma soprattutto, un disinteresse quasi patologico per tutti gli altri personaggi. Il cast è sfruttato malissimo, con personaggi bidimensionali, quando non del tutto caricaturali, che non hanno spazio per esprimersi adeguatamente e che, di conseguenza, spingono la gran parte degli attori a una performance decisamente sottotono (salverei solo la Pfeiffer e la Cruz, ma unicamente in alcune sequenze centrali).
Nel complesso un film bellissimo che lascia l'amaro in bocca per più (troppe) ragioni.

lunedì 24 luglio 2017

Cane mangia cane - Paul Schrader (2016)

(Dog eat dog)

Visto al cinema.

Tre ex detenuti, diventati amici, si trovano a fare piccoli lavoretti per un boss per poter arrotondare. L'occasione di una vita arriverà quando dovranno rapire il figlio di un rivale, ma tutto quello che potrà andare male ci andrà.

Una storia classicissima con personaggi ben strutturati che avrebbe potuto essere un ottimo e durissimo film di genere, ma Schrader aveva altri piani.
Ormai di rado questo sceneggiatore e regista (e non il contrario) si mette dietro la macchina da presa per un suo plot; ma sempre, in tutti i film diretti da lui, le sue ossessioni sono le vere protagoniste della vicenda. In questo caso è proprio l'ossessione a essere protagonista in un film dove i personaggi sono secondari alle loro stesse paure, calati in un mondo che sembra divertirsi a renderle reali ad una ad una.
Esemplare in questo senso la scena d'apertura, dove uno psicotico drogato è immerso in una casa che sembra uscire dal suo trip più che dal cattivo gusto della proprietaria e dove la televisione sottolinea l'ossessività dell'ambiente che lo circonda. Scena d'apertura tecnicamente eccessiva ed esemplare che rimane la cosa migliore del film.
In una sceneggiatura del genere non stupisce quindi vedere i tre protagonisti svanire dietro la vicenda, ma spiace veder sprecare degli attori decisamente ben scelti (Dafoe è semplicemente perfetto, Cage e Cook hanno il fisico e la faccia giuste per i personaggi); anzi, è strano vedere attori di rilievo che sembrano tutti comprimari di nessun protagonista.
Perchè il problema è tutto nello sviluppo della storia; non sembra essere sicura di dove vuole andare a parare, è confusa e si muove per scene madri splendidamente realizzate (Schrader si conferma regista magnifico con una messa in scena inventiva che gioca al meglio nell'uso delle luce e nella messa a fuoco), ma assolutamente disgiunte le une dalle altre.
Il risultato finale è terribile, noioso e insensato; uno spreco di tecnica e recitazione.

mercoledì 5 novembre 2014

La spia, A most wanted man - Anton Corbijn (2014)

(A most wanted man)

Visto al cinema.

L'agenzia di intellingence tedesca sta seguendo un individuo sospetto legato all'estremismo islamico/ceceno; verrà presto a sapere quali sono i suoi interesse e decideranno di sfruttarli; non è lui che vogliono, ma qualcuno di più grosso. Questo qualcuno lo stanno seguendo da molto più tempo, ma non è lui che vogliono, è qualcuno di più grosso.

"La talpa" ci aveva insegnato che la vera vita di una spia non è quella di James Bond, una spia è un dipendente pubblico molto simile a tutti gli altri (almeno di quelli che lavorano per la pubblica sicurezza), sono burocrati, devono discutere con il capo, devono affrontare gli scazzi privati senza che interferiscano con il lavoro. Qui siamo da quelle parti.
Le spie sono persone normali, che si fanno il mazzo, hanno reazioni emotive, sono rudi cavernicoli (gli europei almeno, mentre gli statunitensi sono stilosi e perfetti), sono frustrati e devono continuamente combattere per ottenere vantaggi e per battere le altre agenzie investigative con cui collaborano per obbligo non per volontà. In mezzo ai film di spionaggio quindi ci sono anche i soliti intrighi di palazzo che qui, pur essendo determinanti, rimangono spesso sullo sfondo.
In primo piano la vicenda principale; un lungo pedinamento di una persona sospetta senza avere nulla in mano che non porta a nulla se non il fatto di avere uno strumento in più per battere qualcun altro in un eterno gioco di scatole cinesi.

Dal punto di vista estetico... beh si ritorno ancora una volta a "La talpa" (se verrà prodotto un'altro film sullo stesso modello credo sia legale dire che ha inventato un nuovo stile se non un filone); la città di Amburgo è ripresa dai bassifondi o dalle strutture spigolose moderne o moderniste, gli interni sono spigolosi e geometrici (molto anni '70), i colori sono terrei con molte ventate di grigio; tutto torna a mostrare la realtà dal punto di vista più basso possibile. Qui le spie non shakerano Martini, ma battono la strada.
Quello che però si distanzia molto dal film di Alfredson è che qui a dirigere non c'è un rigido svedese molto formale, ma uno sporco americano disilluso e figlio anche lui della strada (si lo so, Corbijn è olandese, ma direi che lo possiamo considerare mezzo americano figlio della strada, almeno culturalmente), niente macchina da presa ortogonale e inquadrature precise e ragionate, qui si va di camera a mano, di inquadrature dall'auto, di riprese fatte dalle videocamere di sorveglianza, di inquadrature velate da teli di plastica.

C'è bisogno di parlare del cast? Ultimo film di Hoffman che è bravissimo (come è ovvio) ed è bellissimo vederlo recitare di fianco ad un Dafoe in parte e a una Wright che ormai si è cristallizzata nella parte della chiccosa doppiogiochista.

Se si riesce a tollerare un film scarno e diretto, realistico e con alcuni silenzi in più di quanto ci si aspetti (e se si riesce a sopportarlo per 2 ore), questo film non potrà non piacere.

mercoledì 23 aprile 2014

Grand Budapest Hotel - Wes Anderson (2014)

(The Grand Budapest Hotel)

Visto al cinema.

Una ragazza nel 2014 legge il libro di uno scrittore, che ne parla nel 1985; i fatti risalgono agli anni '60 e si basano sul racconto di un personaggio che si riferisce alle proprie esperienze come garzoncello del Grand Budapest Hotel negli anni '20.

Si era notato che Anderson si ispirava ai cartoni animati per il suo film, o quantomeno ne riproponeva gli stilemi in live action (personaggi in divisa, gesti convulsi, regia ortogonale spesso con carrellate laterali alla Flintstones). Fantastic Mr. Fox fu solo una presa di coscienza e, anzi, un'allontanamento dai canoni classici del proprio cinema e dei cartoons. Qui in questo film però Anderson va oltre e mette in scena in tutto e per tutto un cartone animato degli anni '30, demenziale, sincopato, rapido e con personaggi standardizzati (i cattivi in nero, i buoni sempre buoni) e surreali.

La cura nei dettagli è come al solito ottima, qui però si sfoga nel dare nuove interpretazioni alle stesse location (bellissimo però l'uso dello stile e dell'arte mitteleuropeo); gli abiti usati come divisa qui vengono portati alle estreme conseguenze (come si diceva i cattivi vestiti di nero; le divise degli alberghi tutte uguali solo di colori differenti, ecc...); le movenze agitate dei personaggi raggiungono nuovi picchi; la trama più surreale e più semplice di sempre; la regia ortogonale qui va a nozze con ogni scena, viene però introdotta e abusata la panoramica a schiaffo che da una velocità maggiore alle sequenze. Qui si aggiunge anche un citazionismo che nei precedenti non avevo notato, dall'inseguimento nel museo che sbeffeggia Hitchcock, al controllo degli alimenti in carcere preso paro paro da Il buco (o è Un condannato a morte è fuggito? questi due li ho mischiati nella memoria...).
Quello che però più stupisce è il ritmo esagerato del film; da quando parte la porzione di film principale è un susseguirsi ininterrotto di fughe, inseguimenti, lotte, talvolta interrotto solo da un ritorno al presente (il terzo presente) che serve davvero ad alleggerire un ritmo troppo serrato. Un piccolo gioiello di lungometraggio d'azione.

PS: Il cast titanico per nomi messi in campo (così tanti che mi è sfuggito Keitel) e per minutaggio di ognuno (incredibilemnte alto se si considera quanti sono) è più un segno della moda che circonda il regista che altro; rimane comunque un motivo in più per guardarsi il film.

venerdì 17 gennaio 2014

Aiuto vampiro - Paul Weitz (2009)

(Cirque du Freak: the vampire's assistant)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un ragazzo va a vedere un circo di fenomeni da baraccone; accidentalmente scopre l'identità vampiresca del proprietario e, a causa di un furto, diverrà un mezzosangue per pagare il debito. A questo si somma la voglia del migliore amico del protagonista di diventare vampiro, voglia sempre frustrata dal capo del circo, verrà però preso in simpatia dal violento antagonista della storia.

Il film comincia bene, spigliato, dinamico il giusto e ironico quanto serve; costantemente orientato verso un target adolescente o anche pre-teen, ma tutto sommato con dignità e qualche buona idea. Ecco direi che questo (il tono generale) ed il cast sono i veri punti forte; questi più la vaga sensazione che dietro a tutto (sia agli sviluppi positivi che a quelli negativi) ci sia sempre il destino (incarnato), che quindi non sia un antagonsita classico, ma più un emissario del caos di batmaniana memoria.
Peccato che rapidamente il tutto si disgreghi in una storia poco efficace e banalissima, di affermazione personale e scontro fra due ex amici; una trama che non solo non dice niente di nuovo, ma neppure appassiona sui punti che solitamente sanno essere la forza di questi film (le nuove relazioni che il protagonista deve costruirsi, il suo sviluppo e la sua crescita personali, il senso di uno showdown imminente e doloroso). L'ambientazione gotico-statunitense potrebbe essere quantomeno un buon modo per aggiornare vecchie situazioni o, almeno, per riattualizzare tutto quel filone americano di passione per il lato oscuro (su tutti la Famiglia Addams); il freak show però si limita ad essere solo una breve coreografia, una sorta di mobilio gotico sostanzialemente inutile (per questo citare Browning mi pare eccessivo).

Se a questo vien sommato una serie di scelte orribili per costumi/trucco/capelli dei personaggi, nonché alcuni degli utilizzi più brutti del computer (la velocità aumentata dei vampiri!) e un senso di sciatteria kitsch generalizzato (anche le dissolvenze sono ingiustificabili) si ha il quadro generale dell'opera.
Si ha quindi un bel tentare di salvare almeno lo scontro finale (con qualche piccola idea buona) o riabilitare il mood generale... tutto è troppo brutto e lasciato a se stesso; destinato ad un pubblico adolescente che, dal punto di vista dei produttori, sembra essere considerato idiota.

lunedì 26 agosto 2013

American dreamz - Paul Weitz (2006)

(Id.)

Visto in tv.

Non so perché l’ho voluto guardare… non so perché, ma mi dava fiducia…
Invece il film tratta di un reality canoro dove Hugh Grant sceglie tra gli irritanti concorrenti quelli più bankable per l’audience. Contemporaneamente il presidente USA Dennis Quaid, in calo sul gradimento, decide di fare da giudice a quella gara per la puntata finale. Questa notizia sarà ghiottissima per i soliti fondamentalisti islamici che costringeranno il concorrente arabo a farsi saltare in aria durante la trasmissione… ovviamente le cose non andranno come sperato.
Va detto subito, il film dura un'ora e quaranta, ma viaggia velocissimo e sembra una puntata di un telefilm. E proprio come la puntata di un pessimo telefilm dopo averlo visto lo si dimentica in un attimo.

Non c’è niente di veramente ben fatto, non c’è comicità vera, ma solo delle macchiette stupide che si muovono sullo schermo; non c’è critica (che non è un obbligo, ma visto che non diverti prova a fare altro), ma solo lo sfruttamento di un ambiente che il pubblico conosce; non c’è una trama interessante, ma un’accozzaglia di eventi singoli e di personaggi improbabili ad interpretarlo.

Vorrebbe essere satira sociale (immagino, vedendo la locandina), ma si risolve con l'essere un film tanto innocuo quanto inutile.

venerdì 18 gennaio 2013

Adam resurrected - Paul Schrader (2008)

(Id.)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Ambientato negli anni ’60 in un ospedale psichiatrico per sopravvissuti all'olocausto; in un ambiente rigido e impeccabile si muove il lato oscuro di chi il lato oscuro l’ha vissuto direttamente. Il protagonista Adam è sopravvissuto ad un campo di concentramento facendo il cane al gerarca nazista d turno, mentre moglie e una figlia venivano uccise. Adam ha anche la particolarità di avere un controllo totale sul proprio corpo sanguinando a piacimento o “morendo” volontariamente per poi “risorgere”; è inoltre un inguaribile donnaiolo con la tendenza all'alcool.

Schrader sembra essere rimasto agli anni ’70, tutto il film verte sui suoi temi standard, la colpa personale, il male perpetrato agli altri nonostante l’impossibilità a fare altrimenti, e poi i consueti percorsi verso l’espiazione. C’è tutto, qui, una famiglia distrutta dal protagonista senza che lui potesse farci nulla; un ambiente che è un coacervo di estetica puritana, ma l’interno è costituito da sofferenze e turbinio di peccato (l’ospedale con il suo ripieno di personaggi senza speranza; il protagonista stesso; l’infermiera ligia alle regole, ma con la tendenza a fare il cane…); e poi c’è il deserto come luogo principe per ritrovare se stessi o per purificarsi (come già Gesù ne “L’ultima tentazione”). Infine, negli ultimi minuti, Schrader riesce pure ad aggiungere la solita domanda se valga la pena vivere nel lato oscuro o nella banalità del bene.

Una fotografia color pastello, una regia dinamica che fa tanto Scorsese e un Jeff Goldblum che finalmente torna a recitare concludono i pregi… Perché i difetti sono diversi, ma su tutto è il senso di finzione che traspare da tutto. I flashback sono uno shoa movie in cui tutto urla la ricostruzione in studio e i personaggi che si vedono sanno di banale macchietta nazista fin dall'inizio; l’importante personaggio del ragazzo/cane è di uo stucchevole da far paura e tutta la sua parabola è una lunga sequenza di prevedibilità poco credibile…  Peccato, un buon piano viene sprecato da un’impossibile sospensione dell’incredulità.

domenica 14 novembre 2010

eXistenZ - David Cronenberg (1999)

(Id.)

Registrato dalla tv.

Visto quant'è intricata la trama passo subito la parola al mio amico d'infanzia mymovies.

Detto ciò, credo vada sottolineato il momento in cui il film è stato realizzato. Se "Spider" rappresenta per Cronenberg il punto di svolta, il giro di boa oltre al quale cambierà decisamente il suo modo di fare cinema pur mantenendo sostanzialmente inalterate le tematiche fondamentali (un cambiamento coraggioso, che, dati i risultati, denota la grandezza creativa del regista canadese); questo eXistenZ rappresenta la quintessenza del suo cinema fino a quel punto.

Certo il film è un gingillo lucido lucido, edulcorato rispetto alle opere precedenti, ruffiano qb, non eccessivamente destabilizzante, anzi rassicurante il giusto perchè sia gradito al grande pubblico; eppure dentro ci sono tutti i film precedenti, tutte le ossessioni del regista, tutti i temi trattati. Infatti il film parla di mutazione del corpo; di rapporti tra organico e inorganico con la costruzione di macchine vive o fatte di elementi organici (su tutte vince la pistola fatta coi resti del pasto e in cui i proiettili sono fatti dal ponte dentario di Law); il sesso come costante, e tra l'altro il sesso visto di sbieco in un modo non convenzionale e non normale (per quanto possa essere un giocattolo mainstream c'è da dire che questo film presenta una scena in cui una donna penetra un uomo...); il rapporto tra realtà e finzione con la presentazione di più piani di realtà differenti di cui nessuno è il predominante (e questo credo che sia uno dei temi più importanti in questo film, l'assoluta impossibilità a stabilere quale delle molteplice realtà sia quella originaria, anzi forse la mancanza di unicità della realtà messa in scena con questo gioco a scatole cinesi); ecc...

Si insomma un bignami, un riassunto della sua carriera, così da poter poi ricominciare da zero.
Un esercizio di stile, non sono godibilissimo, ma realizzato da dio, con un cast all star (o quasi) degnissimo e una trama che è un gioco d'incastri senza soluzione. Personalmente un cult.