(Id.)
Visto al cinema.
Un autista perfetto ha un grosso debito con un boss che lo costringe a gestire le fughe dalle rapine. Pagato il debito, essendo un bravo ragazzo dal cuore d'oro, vorrebbe andarsene, farsi una cameriera, rifarsi una vita... e invece è costretto a tornare, ma farà di tutto per chiudere definitivamente con il crimine.
Edgar Wright è un regista che ha già dimostrato di gestire un intero film con il montaggio, aggiungendo un paio di movimenti di macchina da presa e una fotografia di livello crea capolavori; figurarsi se la trama può essere un fattore determinante. La storia di questo film si può raccontare in 4 righe e, a conti fatti, nel film risulta fin troppo tortuosa. Per fortuna non conta molto.
Prendendo spunto dal "The driver" di Walter Hill per stravolgerlo e tirarci fuori tutto un altro film.
Inizia con due scene, la prima un inseguimento tutto gestito con un montaggio frenetico, la seconda un piano sequenza, entrambe a ritmo di musica che danno totalmente l'idea di cosa significa fare un musical. E in quelle due scene c'è già tutto.
C'è la fotografia curatissima e un ritmo pazzesco, c'è ironia fatta di trama e fatta con la regia. Ci sono i movimenti di macchina e il montaggio (di cui già si è detto, ma si potrebbe parlare ancora tantissimo) che non servono solo a creare ritmo, ma a gestire completamente la storia e, infine, c'è la musica. Il film è una lunga playlist realizzata in base al mood più che al gusto personale, lontana dai suggerimenti di spotify così come dai gruppi fondamentali o da generi specifici. Ecco, il grande valore aggiunto che ci regala Wright è il sonoro; le musiche utilizzate in maniera emotiva, il montaggio sonoro e l'utilizzo dei suoni, la loro presenza o la loro assenza, il linguaggio dei segni e i nomi pronunciati; utili ed efficaci quanto quello dei colori.
Un film non perfetto, ma muscolare al massimo, con un tecnica perfetta che porta ad altezze vertiginose un trama sempliciotta e un cast buono, ma non completamente a proprio agio.
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lunedì 18 settembre 2017
Baby driver - Edgar Wright (2017)
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venerdì 22 aprile 2016
Il momento di uccidere - Joel Schumacher (1996)
(A time to kill)
Visto in tv.
Un uomo di colore nel sud degli USA si vendica della morte della figlia uccidendone l'assassino, un ragazzo bianco e razzista. La comunità si mobilita, chi a favore e chi contro, verrà riesumato il KKK e le tensioni razziali esploderanno. Il caso della difesa dell'uomo di colore sarà preso, pro bono, a un giovane avvocato locale di belle speranze e buon cuore.
Questo è un film visto da regazzino di cui ho sempre conservato un buon ricordo; leggendo in giro noto di essere l'unico a considerarlo bene; inevitabile sfruttare un passaggio televisivo per rivederlo.
Beh diciamolo subito, l'ambientazione mi è sempre piaciuta e la fotografia sudata e virata sul giallo mi è sempre sembrata calzante; allora come oggi.
Anche il cast, di attori che neanche ricordavo ci fossero (ma come ho fatto a dimenticarmi della presenza di Jackson?!), mi è parso buono; certamente i fondamentali (Jackson ovviamente, ma anche McConaughey che è assolutamente in parte e Sutherland Jr che nella parte dello stronzo ha sempre fatto la sua bella figura; per non parlare della presenza di Sutherland Sr e Spacey che sono sempre encomiabili) sono all'altezza, la tanto vituperata Bullock fa la sua parte senza infamia e senza lode.
Non vorrei però dare un'idea sbagliata. Questo film è carino, ma non riesce a entusiasmare.
Fallisce nella storia, non tanto per la banalità, ma perché mette di tutto sul fuoco; dilata i personaggi importanti (c'era così tanto bisogno di dare spazio al personaggio di Sutherland Jr? e Sutherland Sr nella parte scontata del mentore redivivo c'era davvero bisogno?) rendendo inutilmente più laboriosa la vicenda (dovrebbe essere un legal movie o un dramma razziale? conta di più la vita degli avvocati o quella delle vittime?). Troppi elementi che non servono e dilatano il minutaggio senza costrutto.
Inoltre c'è una regia nella migliore delle ipotesi inutile, spesso fuori luogo, che appesantisce un film già non fluido di suo.
Ammetto che la memoria migliora di molto il passato.
Visto in tv.
Un uomo di colore nel sud degli USA si vendica della morte della figlia uccidendone l'assassino, un ragazzo bianco e razzista. La comunità si mobilita, chi a favore e chi contro, verrà riesumato il KKK e le tensioni razziali esploderanno. Il caso della difesa dell'uomo di colore sarà preso, pro bono, a un giovane avvocato locale di belle speranze e buon cuore.
Questo è un film visto da regazzino di cui ho sempre conservato un buon ricordo; leggendo in giro noto di essere l'unico a considerarlo bene; inevitabile sfruttare un passaggio televisivo per rivederlo.
Beh diciamolo subito, l'ambientazione mi è sempre piaciuta e la fotografia sudata e virata sul giallo mi è sempre sembrata calzante; allora come oggi.
Anche il cast, di attori che neanche ricordavo ci fossero (ma come ho fatto a dimenticarmi della presenza di Jackson?!), mi è parso buono; certamente i fondamentali (Jackson ovviamente, ma anche McConaughey che è assolutamente in parte e Sutherland Jr che nella parte dello stronzo ha sempre fatto la sua bella figura; per non parlare della presenza di Sutherland Sr e Spacey che sono sempre encomiabili) sono all'altezza, la tanto vituperata Bullock fa la sua parte senza infamia e senza lode.
Non vorrei però dare un'idea sbagliata. Questo film è carino, ma non riesce a entusiasmare.
Fallisce nella storia, non tanto per la banalità, ma perché mette di tutto sul fuoco; dilata i personaggi importanti (c'era così tanto bisogno di dare spazio al personaggio di Sutherland Jr? e Sutherland Sr nella parte scontata del mentore redivivo c'era davvero bisogno?) rendendo inutilmente più laboriosa la vicenda (dovrebbe essere un legal movie o un dramma razziale? conta di più la vita degli avvocati o quella delle vittime?). Troppi elementi che non servono e dilatano il minutaggio senza costrutto.
Inoltre c'è una regia nella migliore delle ipotesi inutile, spesso fuori luogo, che appesantisce un film già non fluido di suo.
Ammetto che la memoria migliora di molto il passato.
venerdì 5 giugno 2015
House of cards. Gli intrighi del potere - Beau Willimon (2013, 2014, 2015)
(House of cards)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ormai è noto, da tre anni Underwood lavora nei retroscena della politica americana per perseguire i propri scopi, niente di prettamente materiale, quanto il potere per il potere (insomma, in questa serie si è costretti ad amare ciò che nella realtà tutti noi amiamo odiare). Attorno a lui si muovono un nugulo di politici tronfi e scarsamente idealisti, tra i pochi "buoni" sono più quelli che cedono alle lusinghe, alle minacce o alle proprie debolezze che quelli che rimangono integri. A fianco del protagonista la moglie; probabilmente il vero valore aggiunto, bella, elegante, gelida e sorridente, condivide con i consorte le ambizioni e i piani.
Una serie televisiva perfetta (almeno per le prime due serie) che ha il suo punto di forza nella scrittura impeccabile di un personaggio antico quanto Shakespeare, fatto di astio e hybris, che si muove in un mondo che vive di intrighi di palazzo, di scontro tra poteri e tra menti. Il debito shakespeariano non è detto tanto per dire, il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico spiegando le situazioni o ciò che pensa piuttosto che le sue caratteristiche macbethiane sono evidenti (ma un MacBeth con le palle); valore aggiunto, come già si diceva, la compagna, una Lady MacBeth senza tentennamenti o sensi di colpa.
A questa scrittura memorabile si sommano le due scelte più azzeccati di sempre, gli attori protagonisti e il regista (almeno il primo). Credo sia noto a tutti che questa è la prima serie decisa dalla rete, che ha indicato il libro da cui trarla il cast principale e la regia; beh direi che la rete si è dimostrata il produttore più intelligenti di sempre. Un Kevin Spacey in grandissimo spolvero che sguazza sornione nei panni del magnifico stronzo (il personaggio sembra essere stato scritto per lui solo) e un Robin Wright (nelle ultime serie anche regista si alcune puntate) incredibilmente in parte, riesce a trasmettere un mondo di significati anche con l'impassibilità caratteristica del suo personaggio. Infine Fincher; da le linee guida su come condurre la storia; con una regia ortogonale, spigolosa, dove i protagonisti sono spesso manichini che si muovono in interni asettici, grigio o terrei e con luci piuttosto basse di notte e un uso parsimonioso dei suoni che però schiaccia l'acceleratore quando serve (giocando con i dialoghi fuori campo anticipatori di scene successive o che avvengono in contemporanea) una direzione che verrà costantemente tenuta (per fortuna).
Prima serie. Incipit perfetto dove Spacey da sfoggio delle proprie capacità e delle linee principali della serie; scena che mostra la sua determinazione mentre uccide un cane guardano direttamente in macchina da presa spiegando ciò che sta facendo, poi un'elenco dei principali personaggi con piglio sicuro e strafottente. In 5-10 minuti si sono già buttate la base da qui si può cominciare a raccontare la storia.
Le prime puntate (4 o 5) si portano dietro il difetto di dover dimostrare la capacità del protagonista e mostrano come, con mezzi non ortodossi, ottenga tutto ciò che desidera: la mancanza di una vera difficoltà è il limite all'interesse, ma il fomento è ancora molto. Poi la lunga chiusura di stagione con Spacey accerchiato da inchieste giornalistiche e sottoposti con remore morali mettono tutto in bilico, ultima stagione con il botto; succede quello che tutti si aspettano fin dall'inizio, ma nessuno ha mai osato pensare che sarebbe avvenuto davvero (ci si rende conto che si vuol bene a uno stronzo completo).
Seconda serie. Inizia dove si ferma l'altra e nella prima puntata di mettono le cose in chiaro; il solco tracciato è netto e in pochi minuti Spacey sistema tutti i problemi che erano sorti alla fine della serie precedente con gesti estremi e insperati. Questa è la serie migliore; le carte in tavole vengono radicalmente cambiate, Spacey usa chiunque per i suoi scopi e a lui viene contrapposto un personaggio di peso, Tusk, un miliardario americano speculare al protagonista e inizia una succulenta battaglia tra due menti.
Terza serie. La più debole. Fatti da parte molti dei personaggi delle serie precedenti e introdotti di nuovi la serie sembra aver perso grip. L'antagonista principale se ne è andato, Spacey ha raggiunto obiettivi personali enormi, per quanto gli venga contrapposto Lars Mikkelsen ormai si è tornati al problema iniziale, tutto avviene con troppa facilità, mancano sfide vere e proprie e l'effetto novità è svanito. Conlcusione con enorme twist fondamentale per tenere acceso l'interesse, anche se, secondo me, è stata messa ormai troppo tardi.
Una serie costruita in maniera impeccabile che merita di essere vista, ma rigorosamente in ordine cronologico per non conoscere in anticipo i molti sconvolgimenti della trama. Salvo una ripresa di ritmo nella prossima stagione, però, sembra avere già esaurito il proprio impatto.
PS: impropriamente classificata (da me) come serie tv per facilità tassonomica.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Ormai è noto, da tre anni Underwood lavora nei retroscena della politica americana per perseguire i propri scopi, niente di prettamente materiale, quanto il potere per il potere (insomma, in questa serie si è costretti ad amare ciò che nella realtà tutti noi amiamo odiare). Attorno a lui si muovono un nugulo di politici tronfi e scarsamente idealisti, tra i pochi "buoni" sono più quelli che cedono alle lusinghe, alle minacce o alle proprie debolezze che quelli che rimangono integri. A fianco del protagonista la moglie; probabilmente il vero valore aggiunto, bella, elegante, gelida e sorridente, condivide con i consorte le ambizioni e i piani.
Una serie televisiva perfetta (almeno per le prime due serie) che ha il suo punto di forza nella scrittura impeccabile di un personaggio antico quanto Shakespeare, fatto di astio e hybris, che si muove in un mondo che vive di intrighi di palazzo, di scontro tra poteri e tra menti. Il debito shakespeariano non è detto tanto per dire, il protagonista che si rivolge direttamente al pubblico spiegando le situazioni o ciò che pensa piuttosto che le sue caratteristiche macbethiane sono evidenti (ma un MacBeth con le palle); valore aggiunto, come già si diceva, la compagna, una Lady MacBeth senza tentennamenti o sensi di colpa.
A questa scrittura memorabile si sommano le due scelte più azzeccati di sempre, gli attori protagonisti e il regista (almeno il primo). Credo sia noto a tutti che questa è la prima serie decisa dalla rete, che ha indicato il libro da cui trarla il cast principale e la regia; beh direi che la rete si è dimostrata il produttore più intelligenti di sempre. Un Kevin Spacey in grandissimo spolvero che sguazza sornione nei panni del magnifico stronzo (il personaggio sembra essere stato scritto per lui solo) e un Robin Wright (nelle ultime serie anche regista si alcune puntate) incredibilmente in parte, riesce a trasmettere un mondo di significati anche con l'impassibilità caratteristica del suo personaggio. Infine Fincher; da le linee guida su come condurre la storia; con una regia ortogonale, spigolosa, dove i protagonisti sono spesso manichini che si muovono in interni asettici, grigio o terrei e con luci piuttosto basse di notte e un uso parsimonioso dei suoni che però schiaccia l'acceleratore quando serve (giocando con i dialoghi fuori campo anticipatori di scene successive o che avvengono in contemporanea) una direzione che verrà costantemente tenuta (per fortuna).
Prima serie. Incipit perfetto dove Spacey da sfoggio delle proprie capacità e delle linee principali della serie; scena che mostra la sua determinazione mentre uccide un cane guardano direttamente in macchina da presa spiegando ciò che sta facendo, poi un'elenco dei principali personaggi con piglio sicuro e strafottente. In 5-10 minuti si sono già buttate la base da qui si può cominciare a raccontare la storia.
Le prime puntate (4 o 5) si portano dietro il difetto di dover dimostrare la capacità del protagonista e mostrano come, con mezzi non ortodossi, ottenga tutto ciò che desidera: la mancanza di una vera difficoltà è il limite all'interesse, ma il fomento è ancora molto. Poi la lunga chiusura di stagione con Spacey accerchiato da inchieste giornalistiche e sottoposti con remore morali mettono tutto in bilico, ultima stagione con il botto; succede quello che tutti si aspettano fin dall'inizio, ma nessuno ha mai osato pensare che sarebbe avvenuto davvero (ci si rende conto che si vuol bene a uno stronzo completo).
Seconda serie. Inizia dove si ferma l'altra e nella prima puntata di mettono le cose in chiaro; il solco tracciato è netto e in pochi minuti Spacey sistema tutti i problemi che erano sorti alla fine della serie precedente con gesti estremi e insperati. Questa è la serie migliore; le carte in tavole vengono radicalmente cambiate, Spacey usa chiunque per i suoi scopi e a lui viene contrapposto un personaggio di peso, Tusk, un miliardario americano speculare al protagonista e inizia una succulenta battaglia tra due menti.
Terza serie. La più debole. Fatti da parte molti dei personaggi delle serie precedenti e introdotti di nuovi la serie sembra aver perso grip. L'antagonista principale se ne è andato, Spacey ha raggiunto obiettivi personali enormi, per quanto gli venga contrapposto Lars Mikkelsen ormai si è tornati al problema iniziale, tutto avviene con troppa facilità, mancano sfide vere e proprie e l'effetto novità è svanito. Conlcusione con enorme twist fondamentale per tenere acceso l'interesse, anche se, secondo me, è stata messa ormai troppo tardi.
Una serie costruita in maniera impeccabile che merita di essere vista, ma rigorosamente in ordine cronologico per non conoscere in anticipo i molti sconvolgimenti della trama. Salvo una ripresa di ritmo nella prossima stagione, però, sembra avere già esaurito il proprio impatto.
PS: impropriamente classificata (da me) come serie tv per facilità tassonomica.
mercoledì 18 dicembre 2013
I soliti sospetti - Bryan Singer (1995)
(The usual suspects)
Visto in DVD.
Visto in DVD.
La prima volta che lo vidi (un decennio
fa), già sapevo tutto della storia; tutto sommato lo apprezzai. Oggi che lo
rivedo di nuovo, ovviamente so già tutto quello che non bisogna sapere; eppure
rimane un film eccezionale.
La trama è quella di un noir moderno,
fatto di un gruppo di criminali assodati da un misterioso narcotrafficante
efferato e onnipresente. Di più si potrebbe dire, ma fino ad un certo punto, perché
il finale è tutto.
Film eccellente che parte con il freno
a mano tirato, sembra pretenzioso, lentuccio e non particolarmente
interessante, ma probabilmente è tutto un piano preciso, perché il ritmo è un
continuo crescendo fino al finalone dove si rimane col fiato sospeso per almeno
10-15 minuti consecutivi. Alcune idee di messa in scena interessanti permettono
la creazione di qualche icona pop (il confronto al’americana dell’inzio,
perfetto come immagine di copertina) e di molte immagini affascinanti (ancora
una volta queste idee aumentano con il progredire della storia).
Il film si appoggia poi ad un cast più
lungimirante che affermato. L’unico attore che all’epoca era già noto è Gabriel Byrne (oggi ingiustamente il più sconosciuto del gruppo), ma si avvale di un Del Toro che si
sta allenando a fare il Dr. Gonzo; più ovviamente di un Kevin Spacey che vinse
un oscar per questa interpretazione.
Detto ciò torno di nuovo sul finale. Il
copo di scena è una parte fondamentale, ma oggigiorno l’internet è pieno di
spoiler; anche in mancanza dell’effetto sorpresa il gioco fatto di
sovrapposizione di voci fuori campo e flashback, il continuo montaggio
parallelo di scene distanti, alcune scelte precise nelle inquadratura che non
starò a citare, infine il già citato ritmo e l’idea di iniziare il finale con
la vera scena madre del film; ecco tutto questo è un lavoro certamente
paraculo, ma estremamente efficace e d’effetto che non può non essere
apprezzato. Bellissimo.
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sabato 17 settembre 2011
Come ammazzare il capo... e vivere felici - Seth Gordon (2011)
(Horrible bosses)
Visto al cinema.
Tre amici sono vessati, ognuno a modo suo, dal proprio capo; dopo una serie di situazioni sempre più gravi decidono che l’unico modo per sopravvivere è fare fuori i loro principali; ma come insegna Hitchcock decideranno che ognuno farà fuori il boss dell’altro per non avere movento e farsi un alibi. Ovviamente le cosa non andranno come previsto.
Diciamolo subito, è divertente. Non ho visto un film comico come questo al cinema da Una notte da leoni. Si ride eccome. E si ride pure su battute pesanti e politicamente scorrette; meglio di così.
Che altro si può volere da un film comico? Che non abbia un finale banale?... peccato ce l’ha, ma è tutto l’andamento della storia che merita e la conclusione prevedibile e prevista non disturba dopo un film del genere.
Poi un encomio all’idea geniale, quella di dare agli attori più importanti le parti minori (non protagonisti) dei boss. Idea magnifica perché in questo modo i tre antagonisti vengono immediatamente caratterizzata dai 2 tic pensati dallo sceneggetore e dal volto dell’attore che li interpreta, basta veramente poco e tutto il background cinematografico e il carisma dei 3 interpreti delinea perfettamente dei personaggi che tutto sommato stanno in scena poco (soprattutto Colin Farrell).
Infine questo è il film dove, finalmente, la Aniston interpreta una ninfomane; si insomma il miglior suo miglior film.
Visto al cinema.
Tre amici sono vessati, ognuno a modo suo, dal proprio capo; dopo una serie di situazioni sempre più gravi decidono che l’unico modo per sopravvivere è fare fuori i loro principali; ma come insegna Hitchcock decideranno che ognuno farà fuori il boss dell’altro per non avere movento e farsi un alibi. Ovviamente le cosa non andranno come previsto.Diciamolo subito, è divertente. Non ho visto un film comico come questo al cinema da Una notte da leoni. Si ride eccome. E si ride pure su battute pesanti e politicamente scorrette; meglio di così.
Che altro si può volere da un film comico? Che non abbia un finale banale?... peccato ce l’ha, ma è tutto l’andamento della storia che merita e la conclusione prevedibile e prevista non disturba dopo un film del genere.
Poi un encomio all’idea geniale, quella di dare agli attori più importanti le parti minori (non protagonisti) dei boss. Idea magnifica perché in questo modo i tre antagonisti vengono immediatamente caratterizzata dai 2 tic pensati dallo sceneggetore e dal volto dell’attore che li interpreta, basta veramente poco e tutto il background cinematografico e il carisma dei 3 interpreti delinea perfettamente dei personaggi che tutto sommato stanno in scena poco (soprattutto Colin Farrell).
Infine questo è il film dove, finalmente, la Aniston interpreta una ninfomane; si insomma il miglior suo miglior film.
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mercoledì 16 dicembre 2009
Moon - Duncan Jones (2009)
(Id.)
Visto in Dvx.
La fantascienza (non quella da blockbuster, ma quella che si potrebbe definire metafisica) è il genere che più d'ogni altro è vittima dei capolavori del passato, non si può più fare un film senza rendere conto ad alien, blade runner, odissee nello spazio o solaris... se poi in mezzo ci si mette un robot parlante il paragone diventa obbligato e diretto.
Jones riesce ad evitare le trappole del già visto, semplicemente non citando da quei film, sembra banale ma non sono in tanti ad averlo fatto. Il computer parlante, personaggio importante, si discosta da HAL, pur avendo "l'occhio" uguale, perchè c'è stata proprio la volontà di farlo diverso, l'attenzione infatti è tutta concentrata sullo smile che rappresenta il tono della voce altrimenti monocorde; e quando il computer deve essere spento, semplicemente Jones lo fa spegnere, sembra banale, ma la velleità di farlo parlare sempre più piano sarebbe venuta a chiunque.
Jones quindi evita tutte le trappole date dal genere, ma sfrutta la nuovo senso che ha acquisito la fantascienza, non più un genere che serve a stupire per la quantità di effetti speciali, ma l'ultima frontiera dell'uomo, l'ultimo luogo dell'anima possibile.
La storia è piuttosto semplice, e a dirla tutta neppure originalissima, ma trattata nel modo giusto, con il giusto grado di introspezione e di spettacolarità (le riprese in esterni).
Jones non inventa nulla, ma usa tutto quello che ha a disposizione per spiegare la storia, per presentare i personaggi.
Ottimo Rockwell che si fa in 3 per il film, con grande credibilità in ogni personaggio (come non pensare ad "Inseparabili" nelle scene a due?!!!), e la voce di Spacey (nel caso italiano, il suo riconoscibile doppiatore) è una chicca.
Non un film definitivo, ma un'ottima variazione sul tema. Finale troppo scontato, ma non stucchevole.
PS: credo sia importante ricordare che il regista Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Ecco, l'ho detto anch'io.
Visto in Dvx.
La fantascienza (non quella da blockbuster, ma quella che si potrebbe definire metafisica) è il genere che più d'ogni altro è vittima dei capolavori del passato, non si può più fare un film senza rendere conto ad alien, blade runner, odissee nello spazio o solaris... se poi in mezzo ci si mette un robot parlante il paragone diventa obbligato e diretto.
Jones riesce ad evitare le trappole del già visto, semplicemente non citando da quei film, sembra banale ma non sono in tanti ad averlo fatto. Il computer parlante, personaggio importante, si discosta da HAL, pur avendo "l'occhio" uguale, perchè c'è stata proprio la volontà di farlo diverso, l'attenzione infatti è tutta concentrata sullo smile che rappresenta il tono della voce altrimenti monocorde; e quando il computer deve essere spento, semplicemente Jones lo fa spegnere, sembra banale, ma la velleità di farlo parlare sempre più piano sarebbe venuta a chiunque.
Jones quindi evita tutte le trappole date dal genere, ma sfrutta la nuovo senso che ha acquisito la fantascienza, non più un genere che serve a stupire per la quantità di effetti speciali, ma l'ultima frontiera dell'uomo, l'ultimo luogo dell'anima possibile.
La storia è piuttosto semplice, e a dirla tutta neppure originalissima, ma trattata nel modo giusto, con il giusto grado di introspezione e di spettacolarità (le riprese in esterni).
Jones non inventa nulla, ma usa tutto quello che ha a disposizione per spiegare la storia, per presentare i personaggi.
Ottimo Rockwell che si fa in 3 per il film, con grande credibilità in ogni personaggio (come non pensare ad "Inseparabili" nelle scene a due?!!!), e la voce di Spacey (nel caso italiano, il suo riconoscibile doppiatore) è una chicca.
Non un film definitivo, ma un'ottima variazione sul tema. Finale troppo scontato, ma non stucchevole.
PS: credo sia importante ricordare che il regista Duncan Jones è il figlio di David Bowie. Ecco, l'ho detto anch'io.
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domenica 22 novembre 2009
L'uomo che fissa le capre - Grant Heslov (2009)
(The man who stare at goats)
Visto al cinema.
E' sorprendente la capacità degli statunitensi di fare autoironia, ben fatta, anche su temi seri e recenti; ed è incredibile come riescano sempre a correlarla con parti della loro storia passata altrettanto ambigue.
Certamente non è un film serio questo, ma fa ridere il giusto e mostra lati seri il giusto. Fino alla fine lascia in bilico tra il dimostrare una tesi (la realtà dei fenomeni psichici descritti) e abbatterla (peccato per il finale che, invece, prende una posizione). Heslov si muove con disinvoltura tra paesaggi splendidi, immagini della contemporaneità (l'Iraq) ed immagini reiterate da sempre dal cinema americano (gli hippies ad esempio) incastrandole con maestria; sfrutta il tema metafisico per usare la macchina da presa in modi inusuali, per far entrare od uscire i personaggi da un'inquadratura in modi impossibili, in poche parole Heslov si adatta al racconto favorendolo con le immagini.
Clooney e Bridges gigioneggiano come al solito ma in maniera estremamente adatta, McGregor fa l'impacciato bene come al solito e Spacey sarebbe credibile anche leggendo l'elenco del telefono, figuriamoci recitando in una commedia.
Un encomio ai truccatori che sono riusciti ad invecchiare tutti gli attori in maniera credibilissima (o forse li hanno ringiovaniti in maniera credibilissima nei flashbacks, comunque un encomio va fatto).
Visto al cinema.
E' sorprendente la capacità degli statunitensi di fare autoironia, ben fatta, anche su temi seri e recenti; ed è incredibile come riescano sempre a correlarla con parti della loro storia passata altrettanto ambigue.
Certamente non è un film serio questo, ma fa ridere il giusto e mostra lati seri il giusto. Fino alla fine lascia in bilico tra il dimostrare una tesi (la realtà dei fenomeni psichici descritti) e abbatterla (peccato per il finale che, invece, prende una posizione). Heslov si muove con disinvoltura tra paesaggi splendidi, immagini della contemporaneità (l'Iraq) ed immagini reiterate da sempre dal cinema americano (gli hippies ad esempio) incastrandole con maestria; sfrutta il tema metafisico per usare la macchina da presa in modi inusuali, per far entrare od uscire i personaggi da un'inquadratura in modi impossibili, in poche parole Heslov si adatta al racconto favorendolo con le immagini.
Clooney e Bridges gigioneggiano come al solito ma in maniera estremamente adatta, McGregor fa l'impacciato bene come al solito e Spacey sarebbe credibile anche leggendo l'elenco del telefono, figuriamoci recitando in una commedia.
Un encomio ai truccatori che sono riusciti ad invecchiare tutti gli attori in maniera credibilissima (o forse li hanno ringiovaniti in maniera credibilissima nei flashbacks, comunque un encomio va fatto).
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