Visualizzazione post con etichetta Chan Wook Park. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chan Wook Park. Mostra tutti i post

mercoledì 16 marzo 2016

Three... extremes - Fruit Chan, Chan Wook Park, Takashi Miike (2004)

(Saam gaang yi)

Visto in Dvx.

Tre registi orientali (uno cinese, uno sudcoreano e uno giapponese) tutti e tre sono famosi per la loro tecnica eccessiva e si incontrano proprio sul tema dell'eccesso, per contenuti o manierismi.

Dumplings. Segmento di Fruit Chan. Per ringiovanire (e far concorrenza all'amante del marito), un ricca signora si rivolge a una donna che vive nei bassifondi, ma che sembra ben conosciuta. Lei realizza dei ravioli di carne che hanno la dote di far sembrare più giovani le persone; l'ingrediente segreto è la carne umana, anzi di feto.
Film dalla trama pretestuosa utile solo a cercare di creare spasimi durante le (frequenti) scene in cui la protagonista mangia i ravioli. Dal punto di vista tecnico ben costruito, con colori carichi e suoni aumentati per rendere maggiormente gli avvenimenti mostrati. Sicuramente bello da vedere, ma di fatto gira tutto attorno all'assunto iniziale, terminata l'ondata di novità dell'idea il film esaurisce il suo interesse.
Nella parte della protagonista la cantante Miriam Yeung che finora conoscevo per parti decisamente più delicate.

Cut. Segmento di Park Cahn Wook. Un regista viene imprigionata nel proprio set, mentre un maniaco (una sua comparsa di un film passato) lo minaccia; le richieste continuano a cambiare e le motivazioni non sembrano chiare, ma vorrebbe che uccidesse una bambina (per dimostrare di non essere un uomo perfetto) o taglierà un dito per volta alla moglie (famosa pianista).
Qui la trama sembra decisamente migliore e l'assunto di base è ottimo e offre spunti per tenere in piedi un film anche più lungo. Purtroppo ho trovato il film troppo complicato, troppo confuso nelle intenzioni e nella linea da seguire nello svolgimento, rendendo annacquato l'interesse e l'effetto della sfida fra le due personalità in gioco, oltre ad ammazzare completamente l'effetto potente del plot; bella l'idea, ma gira a vuoto.
Inoltre la scelta del registro grottesco, con molti momenti quasi comici (e un villain perfetto per una parodia vera e propria).
Peccato, perché Cahn Wook è il grande regista che si conosce,  anche qui infatti c'è molta arte e una macchina da presa sempre in movimento (soprattutto si passa spesso dai mezzi busti ai primissimi piani); anche se meno debordante e fantasioso rispetto ai film subito precedenti e successivi a questo (dell'anno prima è "Oldboy" e del successivo "Lady vendetta").

Box. Segmento di Takashi Miike. L'episodio del regista giapponese è crtamente il più lento e complesso, più serio... in una parola è il meno cazzone dei tre. Miike dimostra fin da subito chi comanda allestendo un film che è costituito da un impianto nella messa in scena impeccabile sotto ogni dettaglio. La sequenza del flashback delle due sorelle quando si esibivano da piccole è di per sé un capolavoro di arte totale sostanzialmente perfetto; la scenografia, i gesti degli attori, le inquadrature filtrate attraverso oggetti che pendono dal tendone, le luci, il trucco (anche quando se lo stanno togliendo), la musica spezzata o la totale assenza di suoni; qui tutto è estremamente ragionato e tutto concorre in maniera equipollente alla realizzazione del mood.
Di fatto il film si muove sulle rotaie dell'opera d'arte perturbante per tutto il tempo.... Della storia ci ho capito poco, ma il corto mi ha intrattenuto con arte fino a 5-10 minuti dalla fine. Decisamente il migliore.

lunedì 16 settembre 2013

Stoker - Chan Wook Park (2013)

(Id.)

Visto al cinema.

La vita di una famiglia viene sconvolta dalla morte improvvisa del padre/marito, la madre e la figlia rimarranno da sole in preda alle incomprensioni reciproche; durante il funerale però arriva il misconosciuto fratello del morto che si insedierà in casa loro. La seduzione che l’uomo tenterà sulla cognata sarà tanto evidente quanto l’effetto seduttivo indiretto verso la nipote. Ma tanto come in ogni buon film le cose saranno molto più complesse e quando cominceranno a succedere fatti inspiegabili tutto verrà spiegato.

Ogni tanto Park fa un film cazzaro, poi però ci prova a recuperare. Il film precedente è un fallimento (e pure quello prima in verità), quindi questo doveva venire fuori bene…

Intanto la sceneggiatura è un magistrale rifacimento del classico impianto fiabesco (nel senso di fiaba alla maniera psicanalitica) tutto basato in maniera evidente al passaggio all'età adulta (che alla fin fine è l’evidente senso del film); ma tutto calato in un ambiente torbido come pochi, con un ritmo che nella prima parte si rifà ampiamente ai climi di sospetto e suspense dei film di Hitchcock (dai che ci abbiamo pensato tutti a “L’ombra del dubbio”).

Poi il colpo d’occhio è fenomenale, con una scelta di location, abiti e stile della fotografia che rendono il film una storia fuori dal tempo; se non fosse per la presenza del cellulare la storia potrebbe essere ambientata in un’epoca a caso fra gli anni ’40 e i giorni nostri (perfetto in questo senso il cast con questi volti classicheggianti che potrebbero appartenere ad ogni tempo).

Infine Park. Alla regia si sa quello che è capace di fare; estetizzante in maniera totale ed innamorato dei movimenti di macchina è sempre una festa per gli occhi. In questo caso poi si diverte a giocare in maniera insistita con i topos classici dell’horror (si pensi ad esempio all'assurda cantina con la luce che si muove). Non ci sono scene particolari da sottolineare perché tutto il film è encomiabile; mi piace però sottolineare la scena iniziale, tutta giocata su immagini leggermente sfocate e tagliate in dettagli, che solo nel finale riveleranno tutto quello che non si vede (che avviene fuori scena e che viene rivelato mostrando solo pochi secondi in più di quanto fatto vedere fin dall'inizio).

Quando Park Chan Wook ha in mano una buona sceneggiatura crea sempre un grande film.

venerdì 30 agosto 2013

Bakjwi - Chan Wook Park (2009)

(Id. AKA Thirst)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un prete coreano amato da tutti decide di offrirsi come cavia per un vaccino contro una malattia mortalissima tra i missionari. Delle cavie sarà l’unico a sopravvivere, ma una volta rientrato in Corea si renderà conto di essere diventato…un vampiro…

Trama che sta tra l’idiozia ed il genio e personalmente quando nel 2009 sentii parlare di questo “nuovo” film di Park ne fui entusiasta… e volendo a livello di virtuosismo della regia, beh li ci siamo. Abbandonato per sempre lo stile secco di "Mr Vendetta" e senza avere i guizzi di puro genio di "Old boy" e "Lady Vendetta" riesce comunque a mantenere un ottimo ritmo con inquadrature non convenzionali, movimenti di macchina continui che vanno da ampie carrellate a piccoli movimenti che girano completamente l’inquadratura… però il film fa schifo lo stesso.
Si perché il film parte come un film di contagio, poi melodramma con amore proibito (tipo uccelli di rovo immagino… anche se non l’ho mai visto) e agnizione, poi noir peso, poi pseudo horror senza convinzione, poi di nuovo drammone in stile fantasy. Il film non si decide mai a quale genere appartenere, li tocca tutti senza sfruttarli fino in fondo (la convivenza autodistruttiva a tre con madre inferma era un soggetto bellissimo che poteva sostenere un film da solo per esempio) e scartando di lato quando ormai ci si è abituati; il ritmo è buono, ma l’incertezza sfocia spesso nella noia.

Vabbè, si sa che Chan Wook ogni tanto deve fare una cazzata perché ci tiene, se lo si perdona per “I’m a cyborg, but that’s ok” lo si può perdonare anche per questo… ora devo solo recuperare “Stocker”.